Salvatore Ventruto, Autore presso La Redazione https://www.laredazione.net/author/salvatore-ventruto/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Thu, 19 Mar 2026 16:57:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png Salvatore Ventruto, Autore presso La Redazione https://www.laredazione.net/author/salvatore-ventruto/ 32 32 Le navi dei veleni, da De Grazia a Ilaria Alpi https://www.laredazione.net/le-navi-dei-veleni-da-de-grazia-a-ilaria-alpi/ https://www.laredazione.net/le-navi-dei-veleni-da-de-grazia-a-ilaria-alpi/#respond Fri, 26 Nov 2021 18:22:48 +0000 https://www.laredazione.net/?p=4512 «Ventidue anni, sei legislature, sette commissioni parlamentari e diverse indagini della magistratura sono i numeri che mostrano il peso della vicenda, ma anche la difficoltà di pervenire a conclusioni univoche sull’intero fenomeno». La vicenda è quella delle navi che negli anni ’80 e ’90 sono state fatte affondare nel Mediterraneo o erano dirette verso i Paesi del Nord Africa per smaltire illecitamente rifiuti tossici e radioattivi e questo che avete appena letto è uno dei passaggi più significativi inseriti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella sua relazione conclusiva del febbraio 2018

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di Salvatore Ventruto

«Ventidue anni, sei legislature, sette commissioni parlamentari e diverse indagini della magistratura sono i numeri che mostrano il peso della vicenda, ma anche la difficoltà di pervenire a conclusioni univoche sull’intero fenomeno».

La vicenda è quella delle navi che negli anni ’80 e ’90 sono state fatte affondare nel Mediterraneo o erano dirette verso i Paesi del Nord Africa per smaltire illecitamente rifiuti tossici e radioattivi e questo che avete appena letto è uno dei passaggi più significativi inseriti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella sua relazione conclusiva del febbraio 2018.

Gli interrogativi, ancora oggi, sono molti, nonostante la grande mole di documenti e atti desecretati dalle passate commissioni parlamentari d’inchiesta. Per questo all’inizio dell’attuale legislatura, nel giugno 2018, era stata presentata da alcuni parlamentari del M5S una proposta di legge che intendeva istituire una commissione ad hoc. La proposta non è stata però mai discussa e così il desiderio di vederci più chiaro, ribadito in più occasioni, è rimasto utopia.

Eppure, l’ultima commissione parlamentare aveva suggerito una linea di inchiesta ben precisa sostenendo che la vicenda, per meglio essere compresa, doveva essere inserita in un contesto molto più ampio: quello dello smaltimento illecito transnazionale di rifiuti. Rifiuti radioattivi, o comunque tossici,  destinati soprattutto in Africa, e che provenivano dalle grandi industrie italiane del Nord, ma anche da altri Paesi europei. «La centralità geografica e strategica dell’Italia nel mare Mediterraneo – si legge nella relazione finale – ha caratterizzato il ruolo del nostro Paese all’interno di un network sicuramente europeo perché è indubbio che molti dei protagonisti di questa vicenda provenissero da altre nazioni, con i nostri porti che hanno svolto un ruolo chiave nella copertura dell’ultimo tratto di un traffico complesso».

«Gli anni ’80 e ’90 – si legge ancora nel documento parlamentare – sono stati l’epoca d’oro dei viaggi dei rifiuti pericolosi italiani ed europei verso i Paesi extra UE, soprattutto nel Nord Africa». La fragilità della loro democrazia e le guerre civili in corso, facevano di questi Paesi un terreno fertile per la falsificazione dei documenti di tracciabilità dei rifiuti, aprendo considerevoli falle nel sistema dei controlli. Veniva messo a punto, di fatto, un vero e proprio know how criminale, “utile” anche per il traffico d’armi, che sarebbe stato utilizzato negli anni a venire soprattutto a danno delle regioni del sud Italia, con la compiacenza e, in alcuni casi, perfino collusione di politici e amministratori locali.

Linx, Jolly Rosso, Rigel, Radhost sono i nomi di alcune delle carrette del mare che facevano la spola tra la Somalia e l’Italia per tornare, quasi sempre dopo aver percorso rotte improbabili, a Mogadiscio col loro carico di rifiuti da smaltire illegalmente. Rotte che prevedevano una fermata quasi obbligatoria: Beirut. Molti fili della vicenda portano nella capitale libanese, a cominciare da quelli della Radhost, che con un carico di rifiuti italiani attracca a Beirut il 21 settembre 1987. Le sue sorti si intrecciano con un’altra “carretta del mare”, la Rigel, considerata la “madre” delle navi utilizzate per l’affondamento dei rifiuti. Se da un lato il processo accerterà la natura dolosa dell’affondamento di quest’ultima, avvenuto proprio il 21 settembre 1987 al largo di Capo Spartivento, in provincia di Reggio Calabria e la relativa truffa ai danni della compagnia assicurativa, dall’altro non prenderà neanche minimamente in considerazione il possibile movente del carico di rifiuti tossici e pericolosi. Nel corso delle indagini alcuni periti trovarono tracce del passaggio della Rigel in Libano, al porto di Ras Seelata, circa dieci miglia a nord di Beirut. E tra gli obiettivi delle nuove indagini, chieste dall’ultima commissione d’inchiesta, avrebbe dovuto esserci quello «di capire meglio i vari collegamenti con la capitale libanese».

Dell’affondamento della Rigel e del presunto traffico illecito di rifiuti pericolosi di natura transnazionale se ne occupò Natale De Grazia, ufficiale della Marina Militare in servizio presso la capitaneria di porto di Reggio Calabria, morto il 13 dicembre 1995 in circostanze ancora da chiarire. Il capitano De Grazia fece parte del pool investigativo coordinato dal sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, e nel corso dell’inchiesta incappò nell’imprenditore Giorgio Comerio. Durante la perquisizione dell’abitazione di quest’ultimo a Garlasco, nel pavese, furono acquisiti elementi rilevanti: in primis – come si legge nella relazione illustrativa della proposta di legge depositata nel 2018 – la sua agenda, dove sulla pagina corrispondente proprio al 21 settembre 1987, giorno dell’affondamento della Rigel, era riportata l’annotazione “lost the ship”, indizio che sarebbe stato successivamente confermato dalle informazioni acquisite da De Grazia dai registri Lloyds di Londra; in secundis la documentazione attinente alla Oceanic Disposal Management (ODM), società per lo smaltimento delle scorie nucleari che aveva fondato, nonché al progetto Dodos, che prendeva origine proprio dal programma di inabissamento dei rifiuti radioattivi. In pratica – si legge ancora nella relazione – tutta la documentazione sequestrata all’imprenditore Giorgio Comerio «portava a ritenere che lo stesso si occupasse dell’acquisto delle navi per il loro successivo utilizzo a fini illeciti». Nel corso della perquisizione fu rinvenuto anche un intero fascicolo sulla Somalia nel quale, a detta di quanto riferito da un collega di De Grazia, sarebbero stati trovati anche materiali riguardanti la morte di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa in un agguato a Mogadiscio, assieme al collega Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994. In una audizione nel 2010 il maresciallo Moschitta riferisce di un documento fornito dal SISMI che mostrava Giorgio Comerio «come colui che aveva ospitato in un appartamento, non so se di sua proprietà, a Montecarlo Licio Gelli».

Il perimetro, quindi, in cui si mosse il capitano De Grazia era talmente vasto, complesso e pieno di insidie da giustificare i tanti interrogativi che rendono, ancora oggi, misteriosa la sua morte.  A tal proposito – come riporta la relazione finale dell’ultima commissione d’inchiesta – il pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, deceduto nel 2012, riferì dell’ipotesi, poggiante sul sentito dire, che la criminalità calabrese avesse trattato con i servizi segreti per lo smaltimento illecito di rifiuti e che il capitano fosse stato eliminato perché stava per scoprire qualcosa che non sarebbe mai dovuto emergere. I commissari però hanno solo accennato a questo scenario senza prenderlo «seriamente in considerazione».

Da un accertamento presso i Lloyds di Londra è emerso che dal 1987 al 1993 sono state ben 23 le navi affondate nei mari antistanti le coste calabresi. Tra queste anche la Cunski, che “viene inabissata”, carica di rifiuti tossici, al largo di Cetraro, in provincia di Cosenza. La Cunski, circa dieci anni fa, fu oggetto di un vero e proprio scontro tra l’allora procuratore di Paola, Bruno Giordano, da una parte, e il Ministero dell’Ambiente e la Marina Militare, dall’altra, con i secondi che si distinsero per uno spirito non particolarmente collaborativo nell’ambito delle attività di verifica che furono intraprese. Per loro, la nave che giaceva sul fondale non era il Cunski ma un piroscafo della prima guerra mondiale, il Catania, ipotesi che fu smentita dal ritrovamento da parte del giornalista Gianni Lannes di un documento del Lloyd di Londra in cui si stabiliva che la nave da guerra Catania era stata affondata il 4 agosto 1943 nel porto di Napoli.

La vicenda della Cunski, dalla quale prende spunto l’ultima proposta di inchiesta parlamentare,  impone una seria riflessione sulla efficacia degli accertamenti compiuti in questi anni dallo Stato, nonché sulla sua reale volontà di fare chiarezza su una delle vicende più oscure e controverse della storia repubblicana. Morti sospette, depistaggi, reticenze, testimonianze giudicate frettolosamente inattendibili, scarso spirito di collaborazione tra inquirenti e istituzioni, sono stati il dominus in questa storia, a prescindere dalla dimensione nazionale (al largo della Calabria) o internazionale (al di là del Mediterraneo) dei traffici illeciti e delle modalità con le quali i rifiuti tossici e radioattivi venivano smaltiti. Perché molte sono le contraddizioni e le domande, puntualmente senza risposta, che arrivano anche in Somalia, gettando pesanti ombre sulla missione militare italiana di inizio anni ‘90 in quel Paese. Le stesse ombre sulle quali stavano lavorando anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? A questa domanda proveremo a rispondere in un secondo momento.

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Capacity market, perché è un regalo alle fonti fossili https://www.laredazione.net/capacity-market-perche-e-un-regalo-alle-fonti-fossili/ https://www.laredazione.net/capacity-market-perche-e-un-regalo-alle-fonti-fossili/#respond Wed, 13 Oct 2021 18:04:30 +0000 https://www.laredazione.net/?p=4122 È nato per garantire una drastica riduzione delle emissioni inquinanti e condurre l’Italia verso un’elettricità più pulita ma finora si è, invece, rivelato una vera e propria corsa a nuovi impianti a gas, scelta che avrà come conseguenza anche quella di generare ulteriori costi in bolletta per i cittadini a partire dal 1 gennaio 2022. Stiamo parlando del Capacity Market, un sistema che assegna un premio/incentivo agli operatori che riescono a garantire adeguate forniture programmabili di energia elettrica, cioè “capacità” pronta a intervenire in caso di necessità e carichi imprevisti

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di Salvatore Ventruto

È nato per garantire una drastica riduzione delle emissioni inquinanti e condurre l’Italia verso un’elettricità più pulita ma finora si è, invece, rivelato una vera e propria corsa a nuovi impianti a gas, scelta che avrà come conseguenza anche quella di generare ulteriori costi in bolletta per i cittadini a partire dal 1 gennaio 2022. Stiamo parlando del Capacity Market, un sistema che assegna un premio/incentivo agli operatori che riescono a garantire adeguate forniture programmabili di energia elettrica, cioè “capacità” pronta a intervenire in caso di necessità e carichi imprevisti.

Capacity Market, come funziona

Il Capacity Market mette sul piatto un quantitativo di risorse che definire appetibili è un eufemismo: 15 miliardi di euro da spendere nei prossimi 15 anni. Un montagna di denaro che Terna S.p.A., il gestore delle reti di trasmissione dell’energia elettrica sul territorio nazionale, assegna agli operatori mediante il sistema delle aste. Il premio che Terna è riuscita a “strappare” per gli operatori è molto alto: 33.000 euro a megawatt per la capacità già esistente e addirittura 75.000 euro a megawatt per la capacità di nuova costruzione. Nessuna remunerazione è così alta se facciamo un confronto con gli altri Paesi europei che hanno adottato il capacity market. 

Fonti rinnovabili, perché sono marginali 

Un’anomalia alla quale se ne affianca un’altra, ancora più grande: in ciascuna delle due aste indette per il 2022 e 2023 la capacità assegnata agli impianti alimentati da fonti rinnovabili rappresenta solo il 3% del totale. Una percentuale molto inferiore alle aspettative, che svela un “accaparramento” dei fondi da parte dei soliti noti e, quindi, la loro differente destinazione rispetto agli originari obiettivi green del Capacity market.

L’Associazione ReCommon nel dossier “La Super League del fossile” inquadra meglio di chiunque altro tale realtà: le prime dieci aziende che contribuiscono  al 57,6% della produzione elettrica nazionale (fra cui Enel, Eni, Edison, EPH) si sono aggiudicate l’88% del valore complessivo delle aste, quantificabile in 2,45 miliardi di euro di contratti. E sono quelle società per le quali le fonti rinnovabili e pulite continuano a essere marginali, in termini di capacità, generazione, investimenti.

Entro il 2025 lItalia dovrà disfarsi delle centrali a carbone e, col pretesto di dover continuare a garantire l’adeguatezza del nostro sistema elettrico, i grandi operatori invece di investire su impianti a fonti rinnovabili, che in termini di programmabilità stanno già garantendo risultati promettenti, lanciano nuovi progetti di centrali a gas, per una capacità complessiva di 14,5 GW. A fronte, quindi, della tanto decantata transizione ecologica, il Capacity market in Italia rischia di essere applicato sostanzialmente per due finalità: garantire la sopravvivenza del gas come fonte di produzione di energia elettrica e costruire nuovi impianti termoelettrici. Ma tutto ciò è veramente necessario? Da una descrizione degli scenari fatta nel 2019 da Terna e Snam assolutamente no: i consumi di gas metano in Italia sono in diminuzione e in base alle previsioni non raggiungeranno i 30 miliardi di metri cubi nel 2025 e i 26 miliardi di metri cubi nel 2030. Inoltre, sempre nel rapporto dell’associazione ReCommon si evidenzia la netta sovracapacità del sistema elettrico nazionale, con il 2019 che ha registrato 119 GW di potenza produttiva a fronte di un picco massimo di consumo di 58,8 GW. Secondo le più importanti associazioni ambientaliste, fra cui Legambiente, per compensare l’uscita dal carbone basterebbe aumentare le ore medie annue di utilizzo delle centrali termoelettriche esistenti, senza costruirne altre. La realtà, però, è ben diversa: sono già 5 gli impianti termoelettrici, di vecchia e nuova capacità, finanziati dal Capacity market e cioè quelli di Edison a Marghera e Presenzano, Enel a Fusina e La Spezia ed EPH a Tavazzano e lo studio pubblicato nel marzo 2021 da Carbon Tracker individua complessivamente in 19 il numero di impianti a gas in via di realizzazione che sperano di poter accedere agli incentivi del Capacity market. Fra questi Brindisi, Sparanise, Torrevaldaliga, San Filippo del Mela, di proprietà di Enel, A2A, Calenia Energia SpA, Energia Italiana SpA. Arrivati a questo punto è opportuno,quindi, porsi delle domande: perché si continua a puntare su una fonte fossile come il gas pur non essendo competitiva? Quali saranno le conseguenze di tale scelta per l’ambiente e la salute dei cittadini? E le ricadute in termini economici e di costi in bolletta?

Il principale vantaggio per i gestori degli impianti è che per 15 anni il Capacity market garantisce loro ricavi sicuri, non influenzati dalle condizioni del mercato o dal funzionamento o meno dell’impianto. In pratica, la capacità è sempre disponibile e pronta a produrre, ma viene utilizzata solo quando è necessario. Inoltre, il premio non copre solo i costi fissi legati all’obbligo di tenere l’impianto pronto alla produzione, ma anche una parte del capitale che viene impiegato per la sua realizzazione. Non era finora mai accaduto che un incentivo remunerasse anche una parte del capitale.

Impianti a gas, quali conseguenze hanno?

Le ricadute negative sull’ambiente sono invece legate alle modalità di funzionamento di questi impianti che, a fronte della più che sufficiente capacità produttiva del nostro sistema elettrico e del maggior ricorso alle fonti di energia rinnovabile, devono garantire solo una capacità pronta a intervenire in caso di necessità. Per questo non saranno mai utilizzati in modo continuo, ma con carichi molto inferiori alla loro potenza nominale e secondo una combinazione di continue accensioni e spegnimenti decisa da Terna, e questo influirà pesantemente sui loro reali rendimenti e sulla qualità dell’aria, con emissioni di ossido d’azoto, anidride carbonica e monossido di carbonio molto più alte per kilowatt/ora prodotti. Questo scenario si è già verificato con le centrali termoelettriche di Aprilia e Sparanise che erano nate per funzionare in modo continuo e all’intera potenza nominale, ma sono state invece utilizzate con carichi parziali e frequenti avvii e spegnimenti e questo – secondo quanto riportato dai rapporti dell’Eco Management and Audit Scheme (EMAS) – ha comportato per l’impianto di Sparanise l’emissione di 700 tonnellate in più di monossido di carbonio nell’aria. 

Le emissioni di monossido di carbonio legate ai continui avviamenti e spegnimenti degli impianti

Le emissioni di monossido di carbonio legate ai continui avviamenti e spegnimenti degli impianti ( in gergo tecnico “regimi transitori”) sono quelle che preoccupano di più perché non vengono regolamentate all’interno delle Autorizzazioni Integrate Ambientali (AIA). Nelle attuali AIA, infatti, si continuano a prescrivere limiti emissivi riferiti a un’ipotesi di utilizzo continuo degli impianti o comunque al di sopra del 50% e questo poteva andare bene fino a dieci anni fa. Adesso, invece, la realtà è ben diversa perché la richiesta di elettricità da fonte termica garantisce un utilizzo delle nostre centrali non superiore al 30%, un valore al di sotto del quale le emissioni non sono più controllabili perché le macchine vengono continuamente spente e riaccese. A fronte di una situazione del genere, non può più essere sufficiente la semplice richiesta di registrazione e trasmissione a ISPRA e nel sistema EMAS delle emissioni legate a ogni singolo evento transitorio, perché non si tratta più ormai di un qualcosa di occasionale, ma di molto frequente. Secondo, infatti, i rapporti dell’Eco Management and Audit Scheme ogni anno il nostro parco termoelettrico a ciclo combinato registra circa 9.000 avviamenti e arresti e questi frequenti regimi transitori hanno come conseguenza il superamento dei limiti di concentrazione massima giornaliera di monossido di carbonio solitamente prescritti nelle Autorizzazioni Integrate Ambientali se si considera un funzionamento continuo e a pieno carico dell’impianto. Occorre, quindi, aggiornare una normativa che, non essendo più al passo con i tempi, non riesce ad assolvere alle finalità per le quali era stata pensata: la tutela dell’ambiente, dell’aria che respiriamo e dei nostri territori. Un Ministero della Transizione che voglia definirsi tale deve assolutamente affrontare queste criticità e fissare dei limiti emissivi per i funzionamenti transitori. Bisogna farlo urgentemente, altrimenti tutto è destinato a ridursi a una presa in giro. Nell’ultimo decennio abbiamo accumulato ritardi notevoli nella gestione del nostro parco termoelettrico, rimandando riflessioni che andavano già fatte da tempo, perché l’utilizzo parziale e a carichi minimi delle nostre centrali è un tema su cui si dibatte ormai da qualche tempo, anche tra gli stessi operatori, ma in molti hanno preferito continuare a far finta di niente. La Società Edison, ad esempio, proprio in merito all’impianto a ciclo combinato di Presenzano, autorizzato nel 2011 e rimasto ad impolverare nei cassetti fino a quando non si è presentata la grande “occasione” del Capacity market, già nel 2013 indirizzava una lettera ai Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico nella quale evidenziava che, a fronte del decremento della domanda di energia elettrica, della crescita della produzione da fonti rinnovabili e dell’entrata sul mercato di nuovi impianti a gas o a carbone « le ore di funzionamento a pieno carico di un ciclo combinato sono drasticamente ridotte rispetto a quanto previsto nel 2008».

La domanda di energia, è in calo rispetto alla produzione?

Siamo di fronte, quindi, a una serie di contraddizioni: secondo vari report di settore il sistema elettrico nazionale produce molta più energia di quella che consumiamo, al punto che per le principali associazioni ambientaliste l’abbandono delle centrali a carbone potrebbe essere compensato utilizzando maggiormente le centrali termoelettriche già esistenti, senza ampliare la loro capacità o costruirne di nuove. Inoltre, a fronte della costante diminuzione della domanda di energia da fonte termica, si continua a finanziare con soldi pubblici la realizzazione di nuove centrali a gas pur sapendo che il loro utilizzo sarà con carichi molto bassi e frequenti avvii e arresti e che questo avverrà senza che nel nostro ordinamento vi sia una normativa in grado di controllare le emissioni di monossido di carbonio (ma non solo) legate a questo tipo di funzionamento. Si ha, quindi, la netta sensazione di essersi infilati in un cul de sac, con il Capacity market italiano che si sostanzia, finora, in una “transizione” basata sul gas e il rallentamento del processo di decarbonizzazione e passaggio alle energie rinnovabili, con danni gravissimi non solo per l’ambiente ma anche per le tasche degli italiani. Ricordate, infatti, il premio che il Capacity market riconosce agli operatori vincitori delle aste per la copertura dei costi fissi legati alla “messa a disposizione” dell’impianto e di una parte del capitale utilizzato per la sua costruzione? 

Dal 1 gennaio 2022, il premio del Capacity market lo ritroveremo in bolletta alla voce spese per lenergia”

Dal 1 gennaio 2022 lo ritroveremo addebitato in bolletta alla voce “spese per l’energia”. D’altronde, come affermato dal Ministro Cingolani, la transizione ecologica potrebbe essere un bagno di sangue. Sicuramente lo sarà per i cittadini se nulla cambierà nell’immediato futuro. A cominciare dalle aste 2024-2025.

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