Silvia Cegalin, Autore presso La Redazione https://www.laredazione.net/author/silvia-cegalin/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Wed, 22 Jul 2026 15:18:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.2 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png Silvia Cegalin, Autore presso La Redazione https://www.laredazione.net/author/silvia-cegalin/ 32 32 Contro l’oblio: le storie degli atleti uccisi in Iran dal regime https://www.laredazione.net/contro-loblio-le-storie-degli-atleti-uccisi-in-iran/ Thu, 16 Jul 2026 08:39:26 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12176 Dal calciatore Habib Khabiri al lottatore Navid Afkari, fino ai giovani atleti uccisi nelle proteste del 2026: il volto meno raccontato della repressione del regime della […]

L'articolo Contro l’oblio: le storie degli atleti uccisi in Iran dal regime proviene da La Redazione.

]]>

Dal calciatore Habib Khabiri al lottatore Navid Afkari, fino ai giovani atleti uccisi nelle proteste del 2026: il volto meno raccontato della repressione del regime della Repubblica islamica.

C’è un’immagine che rimarrà sempre impressa nella memoria di chi si occupa di Iran. E non è certo quella della bara del dittatore Khamenei, esibita nell’ennesimo spettacolo propagandistico di un regime che, per restare in piedi, è costretto a reprimere e uccidere ogni forma di dissenso. Le immagini che restano impresse sono altre: le strade e i marciapiedi avvolte nel sangue, con gli schizzi che imbrattano perfino le saracinesche abbassate dei negozi, e le file di sacchi neri contenenti i corpi di chi è stato ucciso per aver gridato alla libertà.

C’è infatti un limite, e c’è una scelta che ogni giornalista può compiere. Una di queste è decidere di non scrivere un pezzo, rifiutarsi di diventare il megafono della propaganda di un regime. O, ancora, scegliere di non fare il reporter in un luogo in cui l’informazione è fortemente sorvegliata e censurata e che impone cosa si può raccontare e cosa, invece, deve essere taciuto e dove gli stessi giornalisti nazionali indipendenti vengono incarcerati o addirittura uccisi. Scegliere cosa raccontare e a cosa dare spazio sono scelte che chiunque si definisca giornalista fa. Ora chi ha dato rilevanza ai funerali show di un dittatore che in decenni ha mandato sulla forca migliaia di cittadini, ma non ha dedicato la stessa attenzione ai massacri, alle esecuzioni e alle torture che il popolo iraniano subisce da oltre 45 anni, è di sicuro un giornalista diverso da coloro che danno voce al popolo: sotto lo stesso nome di giornalismo si celano metodi diversi.

Io, in questo pezzo, scelgo di ricordare altro. Se l’evento funerario di Khamenei è stato usato dal regime iraniano per distogliere l’attenzione sui suoi crimini e rimandare un’immagine di unità inesistente, per rispetto alle sue innumerevoli vittime, personalmente ho scelto di dedicare questo pezzo ai tanti atleti/e uccisi dal regime: cittadine e i cittadini che sono stati arrestati, assassinati e impiccati per il solo fatto di aver espresso un’opinione. Persone che il regime ha cercato di cancellare due volte: prima togliendo loro la vita, poi consegnandole all’oblio. Il fatto di non dimenticare queste vittime e cittadini è il segnale che anche il giornalismo può essere un atto di Resistenza.

Ieri e Oggi: gli atleti perseguitati dal regime della Repubblica islamica

È il 1982: prima di una partita della nazionale iraniana, tutti i giocatori esibiscono il ritratto dell’Ayatollah Khomeini. Tutti, tranne un calciatore: Habib Khabiri. È un gesto silenzioso, ma potente che al regime giunge come uno schiaffo.

Nel Luglio del 1984 Khabiri verrà giustiziato; impiccato dopo un anno di carcere durante il quale il procuratore e i dirigenti della prigione cercarono di costringerlo a rinnegare le proprie idee e le proprie scelte politiche. Khabiri avrebbe potuto salvarsi, ma la “salvezza” aveva un caro prezzo: ripudiare pubblicamente le proprie convinzioni, dichiarare fedeltà alla Repubblica islamica e condannare l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK/PMOI). Khabiri non cedette, e fu ucciso. Aveva 29 anni.

Per anni il regime tentò di cancellarne la memoria, di infangarne la reputazione come aveva fatto (e fa tuttora) con i tanti altri sostenitori del MEK. Eppure Habib Khabiri è sopravvissuto all’oblio, diventando il simbolo dell’atleta che sceglie di non piegarsi e di non mettere il proprio nome al servizio della propaganda di Stato. La sua esecuzione racconta molto della natura della Repubblica islamica: un regime disposto a eliminare chiunque rappresenti una voce libera pur di preservare il proprio potere. La storia di Khabiri dimostra che, per il regime teocratico iraniano, neppure gli atleti e le eccellenze sportive sono al riparo dalla repressione.

È il 19 Marzo del 2026, da poco era trascorso il suo compleanno in cui aveva compiuto 19 anni, quando Saleh Mohammadi, campione iraniano di lotta greco-romana e vincitore di una medaglia di bronzo alla Coppa Internazionale Saytiev di Krasnoyarsk, in Russia, viene impiccato pubblicamente nella città di Qom. Mohammadi viene impiccato per aver partecipato alle proteste nazionali di Gennaio. In quel Paese dove oggi alcuni colleghi ritengono importante assistere e raccontare il funerale di Khamenei, i prigionieri vengono condannati a morte nel giro di poche ore o al massimo settimane. Sono esecuzioni ordinate dagli uomini del dittatore defunto e in nome di un sistema che ha fatto della repressione uno strumento di governo.

Tra le migliaia di corpi avvolti in sacchi neri, simbolo del massacro di Gennaio, vi era anche quello di Zahra Azadpour, calciatrice professionista ed ex compagna di squadra di alcune giocatrici della Nazionale iraniana, uccisa il 9 Gennaio durante le proteste. L’elenco degli atleti uccisi e perseguitati dal regime in questi 47 anni è lunghissimo. La loro sorte non è il risultato di episodi isolati, ma si inserisce in una più ampia strategia di repressione del dissenso, finalizzata a proiettare l’immagine di un Paese compatto, forte e privo di opposizione. Nella Repubblica islamica lo sport funge da vetrina del regime, alimentando il racconto di una nazione unita.

Lo sport in Iran: uno strumento di controllo

Non esiste regime dittatoriale che non utilizzi lo sport come strumento di soft power, sia per consolidare il consenso interno attorno alla propria ideologia, sia per promuoversi e glorificarsi sulla scena internazionale; nel medesimo modo agisce la Repubblica islamica. All’interno di questo sistema, gli atleti vengono ridotti a pedine del potere, costretti a conformarsi ai dettami del regime clericale, pena l’incarcerazione o l’uccisione.

Iran Human Rights Monitor in un recente studio ha rivelato che in Iran lo sport è progressivamente diventato uno strumento di controllo politico, ideologico e securitario, più che un’istituzione autonoma fondata sui principi dell’indipendenza e del merito sportivo. Negli ultimi quarant’anni numerosi atleti sono stati vittime di: esecuzioni, arresti arbitrari, torture, obbligo di confessioni pubbliche, esclusioni dalle competizioni e termine della carriera professionale, tutto questo come conseguenza per aver espresso opinioni politiche o per aver sostenuto i movimenti dissidenti.

Per comprendere il sistema del regime iraniano, dunque, bisogna uscire da un certo romanticismo e ingenuità che pervadono alcune narrazioni. Per il regime un atleta in Iran non è soltanto uno sportivo, ma un rappresentante del Paese. Per questo è sottoposto a un rigido sistema di controllo. Nel corso degli anni, informa IHRM, numerosi atleti hanno subito pressioni per ritirarsi da competizioni contro avversari israeliani, restrizioni che hanno limitato la partecipazione delle donne allo sport, esclusioni dalle squadre nazionali, sanzioni disciplinari, divieti di espatrio, sospensioni dalle competizioni, allontanamenti dalle strutture sportive, licenziamenti arbitrari e continue intimidazioni affinché non denunciassero le diffuse violazioni dei diritti umani nel Paese. Allo stesso modo, anche le federazioni sportive sono sottoposte a un costante controllo e non godono, perciò, di una reale autonomia.

Un ruolo centrale di sorveglianza è svolto dall’IRGC, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che negli anni ha consolidato una presenza capillare ai vertici di numerosi club e federazioni sportive iraniane, seppur queste figure in relazione ai pasdaran siano prive di esperienza e competenza è chiaro che il fine non è esclusivamente sportivo. Attraverso questo controllo, l’IRGC non solo beneficia di ingenti risorse economiche, ma orienta lo sport in funzione delle priorità del regime, promuovendo l’ideologia ufficiale e rafforzando il controllo sulla società.

Ad esempio Mehdi Taj, Presidente della Federazione calcistica dell’Iran, è egli stesso un ex comandante dell’intelligence dei Pasdaran, mentre alcune squadre di calcio sono direttamente legate agli apparati militari del regime. È il caso del Fajr Shahid Sepasi di Shiraz, che nel 2006 passò dall’IRGC alla forza paramilitare Basij. In seguito al trasferimento di proprietà, tutte le squadre con il nome Fajr furono ribattezzate Moghavemat: il club assunse così la denominazione ufficiale Moghavemat Shahid Sepasi Shiraz, anche se continua a essere comunemente conosciuto come Fajr Sepasi. Anche il Malavan Bandar Anzali è legato alle forze armate: il club è infatti di proprietà della Marina militare della Repubblica Islamica. E questi sono solo alcuni esempi.

In questo contesto, gli atleti che scelgono di vivere secondo i propri principi, rivendicando libertà e indipendenza nelle proprie scelte, vanno incontro a pesanti conseguenze. In Iran, anche la semplice partecipazione a una manifestazione può costare la libertà o la vita. «La rivolta nazionale del 2026 ha segnato un altro momento decisivo nel rapporto tra la comunità sportiva iraniana e il più ampio movimento nazionale per i diritti civili e le libertà democratiche. Durante questo periodo, numerosi atleti, allenatori e campioni nazionali, come milioni di altri cittadini iraniani, si sono schierati al fianco del pubblico in proteste pacifiche ed espressioni di solidarietà » si legge nel report di IHRM.

«Come conseguenza della loro partecipazione o sostegno a queste manifestazioni» prosegue IHRM, «molti sportivi furono soggetti a gravi ritorsioni, tra cui arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, procedimenti politici, lunghe pene detentive e, in diversi casi documentati, esecuzioni. Tra le vittime delle proteste del 2026 vi sono stati numerosi atleti di successo i cui successi professionali avevano precedentemente portato distinzione allo sport iraniano. Il loro status sportivo, tuttavia, non offriva alcuna protezione contro la violenza statale. Al contrario, molti divennero diretti bersagli della campagna delle autorità per reprimere il dissenso».

La lista degli sportivi uccisi o arrestati durante queste ultime proteste è così lunga da rendere complicato ricordarli tutti. Dietro ogni nome c’è una vita spezzata, una carriera interrotta, una famiglia distrutta. Cercherò qui di ricordarne alcuni per far sì che la loro storia non venga dimenticata.

Sasan Azadvar aveva soltanto 21 anni. Era un atleta di karate, viveva a Isfahan e aveva avuto il coraggio di partecipare alle manifestazioni contro il regime. Per questo è stato condannato a morte. Il 30 Aprile è stato impiccato con l’accusa di moharebeh, “inimicizia contro Dio”. Chi oggi, nelle nostre città e in molte capitali europee, sfila con le bandiere della Repubblica Islamica e presenta l’Iran come un modello di resistenza dovrebbe come minimo conoscere la storia di Sasan. Dovrebbe chiedersi che cosa significhi avere ventun anni e finire sul patibolo per aver reclamato i diritti più elementari.

Chi non è stato impiccato è stato ucciso direttamente durante le manifestazioni. Il 9 Gennaio 2026 Mehdi (Masoud) Zatparvar, ex campione di bodybuilding di 39 anni, è stato ucciso dai colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze governative durante le proteste a Rasht. Zatparvar aveva iniziato ad allenarsi nel sollevamento pesi quando aveva appena tredici anni e, tra il 2011 e il 2014, aveva conquistato titoli nazionali e internazionali nel powerlifting e nel sollevamento pesi. Anni di sacrifici, disciplina e successi cancellati in pochi istanti.

Non è un’esagerazione affermare che nel mese di Gennaio un’intera generazione di giovani è stata sepolta sotto i colpi delle armi delle forze di sicurezza.

Tra loro c’è chi è stata colpita direttamente al cuore come Arnika Dabbagh. Arnika aveva solo 15 anni: campionessa di nuoto di Gorgan era una delle promesse più brillanti dello sport iraniano. Aveva vinto una medaglia d’argento e due di bronzo ai campionati nazionali, oltre a 7 titoli conquistati nel festival nazionale femminile Under 13. Arnika sognava di diventare campionessa del mondo e, oltre al nuoto, si distingueva anche in altre discipline sportive. Secondo le testimonianze diffuse dal portale NCRI Women’s Committee, unità armate in motocicletta aprirono il fuoco a distanza ravvicinata lungo Golshahr Boulevard, a Gorgan. Arnika si trovava accanto alla madre quando gli assalitori le si avvicinarono alle spalle e le spararono. Perse una quantità enorme di sangue e morì poco dopo per la gravità delle ferite. A rendere ancora più tragica la sua morte fu il blackout totale delle comunicazioni imposto dalle autorità: l’impossibilità di contattare i soccorsi le negò ogni possibilità di essere trasportata in tempo in ospedale. Un’altra vittima della repressione è stata Sakineh Akbari, istruttrice di alpinismo e soccorritrice di 35 anni. Sakineh aveva dedicato la propria vita alla montagna e al salvataggio degli altri.

Questi atleti e atlete non sono morti per una gara, né per un incidente. Sono stati uccisi perché hanno scelto di non tacere. I loro nomi non appartengono soltanto alla storia dello sport iraniano: appartengono alla storia di un popolo che continua a pagare con il sangue il prezzo della libertà.

Atleti e atlete del calcio vittime del massacro di Gennaio

La partecipazione dell’Iran ai Mondiali è stata avvolta dal sangue. Tra coloro che sono rimasti uccisi nelle recenti proteste figurano anche molti giocatori del calcio e sue giovani promesse, strappati alla vita nel pieno del loro percorso sportivo.

“Colpito alle spalle da distanza ravvicinata”: così è stato ucciso Rebin Moradi talento calcistico di 17 anni. Secondo quanto riferito dal padre, le autorità forensi avrebbero confermato che il ragazzo è stato raggiunto da un proiettile esploso da dietro, a breve distanza. L’Organizzazione Hengaw per i Diritti Umani ha comunicato che Moradi militava nella Premier League giovanile di Teheran e, al momento della morte, giocava nelle giovanili del Saipa Club. È stato ucciso l’8 Gennaio 2026 durante le proteste nella capitale. Alla stessa tragica sorte è andato incontro Amir Mohammad Kouhkan, allenatore e arbitro di futsal (calcio a 5), colpito a morte durante le proteste di strada il 3 Gennaio a Niriz, nella provincia di Fars. Dopo la sua uccisione, il corpo sarebbe stato prelevato dalle forze dall’IRGC. I ripetuti tentativi della famiglia di recuperarne la salma per la sepoltura sono risultati vani.

A Teheran è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco anche Mehdi Lavasani, allenatore di calcio di 35 anni. Aveva dedicato la propria carriera alla crescita dei giovani talenti, accompagnandoli nei primi passi del loro percorso sportivo. Conosciuto e stimato anche per il suo impegno nel sociale, utilizzava il calcio come strumento per sostenere i bambini delle comunità più svantaggiate. Padre di un bambino di appena due anni, è stato ucciso durante la repressione delle proteste l’8 Gennaio.

Sempre quel giorno, a Rasht, è stato ucciso anche Mohammad Hajipour, ex portiere della nazionale iraniana di beach soccer e residente a Shiraz. Hengaw riferisce che le autorità avrebbero subordinato la restituzione della salma alla famiglia all’accettazione di una versione falsa dei fatti, imponendo che nel certificato di morte fosse indicato un incidente stradale. Hajipour aveva da poco rinnovato il contratto con la squadra di calcio Shahin Khoshkbijar.

A Isfahan, è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco Sahba Rashtian, 23 anni, assistente arbitro nel calcio femminile. «Siamo uscite di casa alle 20:00, e alle 20:10 lei era già stata colpita. L’ho portata io stessa in ospedale. Cercavo di farla respirare e di controllarle il polso. Quando siamo arrivate e l’abbiamo messa sul letto, ho visto che avevo le mani coperte di sangue. Fu allora che mi resi conto che il proiettile le aveva colpito il fianco destro. Le hanno drenato sangue dai polmoni. Mi ha detto di non avere paura, che stava bene. Mi ha stretto la mano. Quelle furono le sue ultime parole. È stata portata in rianimazione e non è mai più tornata» ha riferito la sorella che quel giorno era con lei, riferisce l’articolo di NCRI Women’s Committee.

Questi sono solo alcuni dei nomi di atleti legati al calcio (o a sport similari) che, per il semplice fatto di aver rivendicato il diritto di vivere in libertà, sono stati uccisi nelle ultime proteste da un regime che da oltre quarant’anni non tollera il dissenso né l’espressione del pensiero libero.

Esecuzioni capitali e incarcerazioni arbitrarie: strumenti per reprimere il dissenso

Le principali armi di repressione utilizzate dal regime per ridurre al silenzio gli atleti sono le stesse impiegate contro il resto della popolazione: pena di morte e arresti illegittimi. Deve essere chiaro a tutti che il regime non risparmia nessuno.

Come già evidenziato in precedenza nei miei articoli, l’esecuzione capitale è divenuta uno strumento sistematico per reprimere il dissenso. Nel caso degli atleti, come di altre figure pubbliche, la loro popolarità rende queste condanne uno strumento di intimidazione ancora più efficace; in quanto il regime le usa per lanciare un messaggio agli altri sportivi: chiunque si opponga allo Stato o chieda maggiore libertà rischia di fare la stessa fine.

«Negli ultimi quattro decenni, le autorità iraniane hanno ripetutamente usato la pena capitale contro gli atleti in relazione a casi politici, proteste nazionali e accuse di sicurezza nazionale» informa IHRM. Seguendo il medesimo modello di ritorsione che si usa per gli altri prigionieri e condannati, numerosi atleti durante questo regime sono stati vittime di tortura, confessioni forzate, negazione di accesso a un avvocato di loro scelta e gravi violazioni degli standard internazionali in materia di equo processo.

Navid Afkari

Il campione di lotta greco-romana Navid Afkari di 27 anni fu arrestato il 17 Settembre 2018 per aver partecipato alle proteste antigovernative. Accusato dell’uccisione di un funzionario dell’intelligence a Shiraz, fu condannato a morte due volte: da un tribunale penale, secondo il principio del qisas (“ritorsione in natura”), e da un tribunale rivoluzionario con l’accusa di moharebeh (“inimicizia contro Dio”). Le condanne si basavano su confessioni che Afkari denunciò ripetutamente come estorte sotto tortura. Pochi giorni prima dell’esecuzione, la televisione di Stato trasmise un video con la sua presunta confessione. Nonostante gli appelli di governi, esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani, del Comitato Olimpico Internazionale e di numerosi campioni di lotta, Navid Afkari fu impiccato il 12 Settembre 2020 nel carcere di Adel-Abad. La pena di morte, che inizialmente avrebbe dovuto essere eseguita dopo 74 frustate e una pena detentiva di sei anni e mezzo, era stata applicata con sorprendente rapidità, a rendere ancora più drammatca una situazione già tragica fu che la famiglia non poté partecipare al funerale, celebrato sotto stretta sorveglianza. Il suo caso è diventato uno tra i più noti della repressione contro gli atleti in Iran. Prima della sua esecuzione, fu trasmessa un’altra registrazione vocale dalla prigione, in cui disse: «Se verrò giustiziato, voglio che sappiate che un uomo innocente, sebbene abbia lottato con tutte le sue forze per farsi sentire, è stato giustiziato». Alla sua memoria, l’artista Reza Olia, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), scomparso lo scorso 9 Luglio, aveva dedicato una statua in suo onore.

Oltre le esecuzioni, il regime ha provato a silenziare gli atleti tramite arresti arbitrari. Negli ultimi anni, riporta l’analisi di IHRM, numerosi atleti e allenatori sono stati vittime di arresti arbitrari, caratterizzati da lunghe detenzioni, torture e altre gravi violazioni dei diritti umani per aver preso parte a manifestazioni pacifiche, espresso opinioni critiche nei confronti del regime o rifiutato di adeguarsi alle direttive imposte dallo Stato.

A imminente rischio di esecuzione si trova Mohammad Javad Vafaei Sani, campione di pugilato di 30 anni, oltre che sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano. Arrestato nel 2020 per aver partecipato alle proteste nazionali del 2019, le accuse a suo carico riguardano il reato di efsad-fil-arz (“corruzione sulla terra”). Javad Vafaei Sani ha trascorso oltre cinque anni in carcere, di cui 65 giorni in isolamento, durante i quali, secondo testimonianze di persone vicine alla sua famiglia, sarebbe stato sottoposto a gravi torture fisiche e psicologiche: percosse, privazione del sonno, minacce contro i familiari e la firma forzata di dichiarazioni già predisposte. Durante il processo, Vafaei Sani ha più volte denunciato che le confessioni utilizzate contro di lui erano state ottenute sotto tortura e che, per questo motivo, non potevano essere considerate valide. Il suo caso è diventato emblematico delle gravi violazioni dei diritti denunciate nei confronti di numerosi manifestanti arrestati in Iran.

Tra gli atleti arrestati recentemente c’è Benyamin Naqdi, 26 anni, campione di kickboxing e Muay Thai di Shiraz, è stato condannato a morte dal Tribunale rivoluzionario di Shiraz dopo essere stato arrestato il 3 Gennaio durante le proteste. Secondo l’Organizzazione Hengaw, Naqdi è stato condannato con l’accusa di efsad-e fel-arz e rischia l’esecuzione. Dopo l’arresto sarebbe stato sottoposto a torture e pressioni per costringerlo a confessare. Poco dopo, i media statali hanno diffuso un video con quella che viene descritta come una confessione estorta.

Una delle forme più concrete di Resistenza che noi giornalisti possiamo praticare è impedire che queste vittime e questi prigionieri cadano nell’oblio. Ricordarne i nomi, raccontarne le storie e denunciare senza tregua i crimini del regime iraniano significa opporsi al tentativo di cancellarne la memoria e restituire voce a chi è stato messo a tacere.

L'articolo Contro l’oblio: le storie degli atleti uccisi in Iran dal regime proviene da La Redazione.

]]>
Iran: Intervista all’ex prigioniero politico Nasrollah Marandi. “Sopravvissuto al massacro del 1988: oggi temo che possa accadere di nuovo” https://www.laredazione.net/iran-intervista-allex-prigioniero-politico-nasrollah-marandi/ Tue, 16 Jun 2026 09:38:28 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12066 Nasrollah Marandi nasce nel 1960 a Teheran. È attivo nell’opposizione al regime dello Scià dal 1977 e sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Nel […]

L'articolo Iran: Intervista all’ex prigioniero politico Nasrollah Marandi. “Sopravvissuto al massacro del 1988: oggi temo che possa accadere di nuovo” proviene da La Redazione.

]]>
Nasrollah Marandi nasce nel 1960 a Teheran. È attivo nell’opposizione al regime dello Scià dal 1977 e sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Nel 1981 fu arrestato, torturato e inizialmente condannato a morte, pena poi commutata a 15 anni di carcere. Trascorse dieci anni tra le prigioni di Ghezel Hesar, Gohardasht ed Evin, sopravvivendo anche al massacro dei prigionieri politici del 1988.

Proprio quell’anno fu detenuto con Mohammad Taghavi, un prigioniero politico sostenitore dei (PMOI/MEK), impiccato il 30 marzo.

È il 1991 quando Nasrollah Marandi esce dal carcere di Evin; dopo anni di prigionia, soprusi e torture. Oggi vive in Svezia e, attraverso la sua testimonianza racconta la brutale repressione messa in atto dal regime iraniano contro gli oppositori politici negli anni Ottanta, con particolare riferimento agli arresti, alle persecuzioni e alle esecuzioni che colpirono i membri PMOI/MEK. Una politica di repressione che continua a segnare la storia della Repubblica Islamica ancora oggi.

«Sono stato imprigionato esclusivamente a causa delle mie convinzioni politiche, del mio sostegno all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano e della mia opposizione sia alla dittatura dello Scià sia al regime della Repubblica Islamica.

Oggi desidero lanciare un avvertimento» afferma Marandi «dopo i recenti sviluppi e le tensioni tra gli Stati Uniti e il regime iraniano, esiste il rischio concreto che si verifichi un nuovo massacro di prigionieri politici, in particolare tra i membri dei MEK, e gli attivisti arrestati durante le più recenti ondate di protesta. Lo stesso capo della magistratura del regime iraniano, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha dichiarato apertamente che si dovrebbe ricorrere ancora di più alle esecuzioni».

Marandi ci può raccontare come e perché ha iniziato la lotta contro il regime dello Scià, l’impegno con i MEK e il contesto storico di quegli anni?

«Nel 1976 uno studente che conoscevo fu arrestato dalla SAVAK, la polizia segreta del regime dello Scià. All’epoca ero un adolescente e mi posi una domanda: perché una persona capace, altruista e vicina al popolo, doveva essere arrestata?

In quegli anni appresi che questa persona aveva contatti con i Mojahedin del Popolo Iraniano e che era stato arrestato per aver letto i loro scritti e le difese dei membri MEK giustiziati dal regime tra il 1972 e il 1976.

All’epoca, in Iran esisteva un unico partito legale, il Partito Rastakhiz, controllato dallo Scià e dalla SAVAK. Tutti gli altri partiti, compresi quelli che in qualche modo erano legati al sistema monarchico, erano proibiti e chi non accettava il sistema era invitato a lasciare il Paese. Parallelamente, gran parte della popolazione viveva in condizioni di povertà e profonda disuguaglianza, soprattutto nelle zone rurali.

Fu proprio questo contesto di repressione e ingiustizia sociale a farmi avvicinare alla politica e a spingermi ad approfondire lo studio su queste questioni.

Negli anni 1977 e 1978 partecipai attivamente alle manifestazioni che portarono alla caduta del regime dei Pahlavi; e in diverse occasioni fui aggredito e picchiato dagli agenti della SAVAK proprio per il mio coinvolgimento in queste attività di protesta».

Perché e in che contesto nasce l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK)?

«Il nucleo iniziale dei membri e delle forze dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che fondarono l’organizzazione nel 1965, era composto da persone istruite, con formazione accademica e pienamente consapevoli della realtà sociale dell’Iran.

I tre fondatori principali — Mohammad Hanifnejad, Saeed Mohsen e Asghar Badizadegan, erano attivi nel sostegno al governo popolare di Mohammad Mossadeq, rovesciato nel 1953 a seguito di un colpo di Stato organizzato con il coinvolgimento della CIA e dell’MI6, e realizzato con il supporto di settori dell’esercito iraniano e dello Scià, che portò al ritorno a un regime monarchico autoritario.

La loro esperienza mise in evidenza la necessità di creare un’organizzazione strutturata, professionale e dedita al sacrificio, che in seguito si sviluppò progressivamente.

In quegli anni di forte repressione, i loro ideali — libertà, difesa degli interessi del popolo, eliminazione delle disuguaglianze sociali e libertà di pensiero — erano incompatibili con il regime autoritario dello Scià. Questo portò alla loro persecuzione: furono arrestati, sottoposti a torture e infine giustiziati nel 1972».

All’inizio mi ha citato la SAVAK. Riesce a descriverci il suo ruolo e le sue funzioni repressive?

«La SAVAK, il famigerato servizio segreto del regime dello Scià, impiegava strumenti di repressione estremamente sofisticati con l’obiettivo di eliminare qualsiasi forma di pensiero non conforme all’egemonia della dinastia Pahlavi. Persino uno studente poteva essere condannato a lunghe pene detentive — anche superiori ai dieci anni — semplicemente per aver letto un libro considerato sovversivo.

La repressione della SAVAK portò inoltre all’eliminazione dei membri dei Mojahedin del Popolo Iraniano e dell’Organizzazione dei Fedayin del Popolo (Marxista-Leninista), tra le principali forze progressiste attive negli anni ’60 e ’70. L’eliminazione di questi movimenti offrì ad alcuni ambienti religiosi l’opportunità di giustificare la dittatura dello Scià e di collaborare, in diversi modi, con il regime e con la stessa SAVAK».

Dopo aver delineato il contesto storico e politico in cui si era sviluppata la lotta contro il regime dello scià, arriviamo al 1979: che ricordi conserva di quel periodo così cruciale per la storia dell’Iran?

«Dopo la caduta del regime dello Scià, per la prima volta in Iran si aprì uno spazio relativamente libero, segnato dalla fine della repressione sistematica che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Diversi partiti politici, sia di sinistra sia di destra, poterono aprire sedi e svolgere pubblicamente le proprie attività. Fu un periodo eccezionale per il popolo iraniano, in cui le energie collettive sembravano orientate verso la libertà e la ricostruzione del Paese.

Tuttavia, Khomeini forte della legittimità religiosa e politica acquisita, iniziò rapidamente a reprimere e a colpire i sostenitori della libertà e le diverse componenti sociali oppresse del Paese. Già pochi mesi dopo la caduta dello Scià si verificarono dure repressioni e massacri, tra cui quelli in Kurdistan, a Gonbad e nelle regioni arabe del sud dell’Iran. Successivamente, questa repressione si intensificò ulteriormente e, nel 1981, si tradusse in una vasta ondata di arresti e persecuzioni contro i MEK e altre forze favorevoli alla libertà».

Quali furono le prime impressioni dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica? In che modo la lotta politica dei MEK cambiò dopo il 1979 e come si riorganizzò il movimento nel nuovo contesto?

«I MEK, sulla base della loro conoscenza della natura reazionaria di Khomeini, non lo consideravano un leader realmente popolare né orientato alla libertà. Tuttavia, nei primi anni della Rivoluzione cercarono comunque di influenzarne la direzione, orientandola verso le richieste popolari e tentando di preservare lo spazio politico appena conquistato, evitando che venisse nuovamente chiuso. L’obiettivo era anche quello di scongiurare una deriva verso lo scontro armato tra, da un lato, i Mojahedin del Popolo Iraniano e le forze popolari e, dall’altro, Khomeini e il clero a lui vicino.

In quel contesto, grazie alle loro posizioni progressiste e alla difesa dei principi di libertà, giustizia sociale e partecipazione politica, i MEK conobbero una rapida crescita del consenso. Il loro giornale, Mojahed, circolava nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche e persino nei villaggi più isolati del Paese, diventando in breve tempo una delle pubblicazioni più lette in Iran. Questo crescente sostegno popolare suscitò la preoccupazione di Khomeini. Di conseguenza, il conflitto tra Iran e Iraq — che i MEK consideravano contrario agli interessi nazionali — fu utilizzato dal regime per consolidare il proprio potere e come copertura per giustificare un’ulteriore stretta repressiva contro l’organizzazione e gli altri sostenitori della libertà».

Nel Novembre del 1981 viene arrestato. Ci racconta cosa è successo?

«Il 20 Giugno 1981 i Mojahedin del Popolo Iraniano riuscirono a mobilitare a Teheran circa 500.000 persone riunitesi in una grande manifestazione pacifica. L’imponente partecipazione confermò la crescente influenza dell’organizzazione in ampi settori della società iraniana. Quella stessa giornata segnò però una svolta drammatica: su ordine di Khomeini, le Guardie Rivoluzionarie aprirono il fuoco contro i manifestanti. L’intervento provocò numerosi morti e feriti.

Ricordo che il giorno successivo a quella giornata, i quotidiani del regime, tra cui il Kayhan, pubblicarono le fotografie di giovani ragazzi e ragazze tra i 12 e i 15 anni, giustiziati nella prigione di Evin. Al momento dell’esecuzione non si conoscevano nemmeno i loro nomi. I giornali chiesero alle famiglie di recarsi a identificare i corpi dei propri figli e portarli via.

Dopo questi eventi, una vita normale non era più possibile. Per continuare la mia lotta e sfuggire all’arresto, scelsi con determinazione la strada della resistenza e della clandestinità. In quei giorni ricevevo continuamente notizie dell’arresto e dell’esecuzione di amici e compagni: Mostafa Marandi, Alireza Marandi, Houri Alaeini, appena quindicenne, Habib Khodaverdi e molti altri, i cui nomi e fotografie apparivano regolarmente sulla stampa del regime. Molti erano stati impiccati prima del mio arresto. Io stesso, nel novembre del 1981, fui identificato per strada da una guardia rivoluzionaria. Nel tentativo di non essere catturato vivo cercai di resistere, ma fui colpito ad una gamba e persi conoscenza. Mi risvegliai circa quarantotto ore dopo nella prigione di Evin, ferito ma ancora vivo.

Non appena ripresi conoscenza, fui condotto nelle sale di tortura e sottoposto a sevizie estremamente brutali: frustate con cavi, sospensione per le braccia, e altre forme di violenza. Il proiettile era ancora conficcato nell’osso della mia gamba destra, e persi conoscenza più volte.

Gli interrogatori avevano un unico obiettivo: ottenere informazioni sui miei amici, sui miei contatti con i MEK e sulle mie attività politiche. Nonostante le torture, trovai la forza di resistere, ispirato dal coraggio e dalla determinazione di molti altri detenuti. Nella prigione di Evin, un intero piano era dedicato alle torture, con circa sette stanze appositamente attrezzate. In quei locali uomini e donne di ogni età — dai ragazzi di appena dodici anni fino ad anziani di settanta o ottant’anni — venivano sottoposti a violenze e sevizie nel tentativo di spezzarne la volontà. Molti di loro, pur sotto pressione estrema, rifiutavano di rivelare informazioni. Anch’io, con lo stesso spirito e con orgoglio, non fornii alcuna informazione sui miei compagni.

Dopo un lungo periodo di torture, fui portato in tribunale su una barella, senza alcuna assistenza legale. Dopo poche domande, fui inizialmente condannato a morte; successivamente, in un secondo processo, la pena fu commutata in 15 anni di carcere. Nel dicembre del 1982, con la notifica ufficiale della sentenza, fui trasferito nella prigione di Ghezel Hesar».

Com’è stata la detenzione a Ghezel Hesar?

«Nella prigione di Ghezel Hesar, Unità 1, fui assegnato a un reparto composto da 24 stanze e circa 500 detenuti, la maggior parte dei quali sostenitori dei MEK. All’interno del carcere esisteva una forte coesione tra i prigionieri, sia sul piano politico sia su quello organizzativo. Molti di noi si definivano “sar-e moze”, cioè persone che rimanevano salde nelle proprie convinzioni e continuavano la lotta fino alla fine.

Nonostante la repressione sistematica all’interno delle carceri e la totale assenza di libri o materiali, tra detenuti riuscivamo a condividere conoscenze ed esperienze accumulate nel tempo. Questo scambio continuo alimentava e rafforzava la resistenza collettiva. Per noi, il carcere non rappresentava soltanto un luogo di detenzione, ma un’ulteriore frontiera della lotta: uno spazio di resistenza e di fermezza contro il regime e i suoi aguzzini.

Nel 1986 i prigionieri politici_ in gran parte appartenenti o vicini ai MEK_furono trasferiti dalla prigione di Ghezel Hesar a quella di Gohardasht. Tra loro c’ero anch’io».

Ci racconta di quel trasferimento, e di come si intensificò la repressione verso i MEK?

«Il trasferimento di molti membri e sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano da Ghezel Hesar a Gohardasht fu una scelta deliberata e pianificata, funzionale a preparare il terreno per successive azioni repressive. Gohardasht era infatti un carcere di massima sicurezza, caratterizzato da una struttura estesa e da condizioni estremamente dure. Durante il trasferimento collettivo, fin dal nostro arrivo fummo accolti con violenze, percosse e minacce. In quel periodo, in molte carceri di Teheran, i detenuti politici avevano intrapreso scioperi della fame e rivendicavano apertamente la propria identità politica come sostenitori dei Mojahedin (sar-e moze).

Tra il 1986 e il 1988 fummo sottoposti a torture particolarmente brutali. Tra queste, la cosiddetta “camera a gas”, che provocava il soffocamento collettivo, e il “corridoio della morte”, dove le guardie si disponevano lungo il passaggio colpendo senza sosta i detenuti con cavi mentre lo attraversavano. Vi erano inoltre lunghi periodi di isolamento, la totale sospensione delle visite familiari e l’impossibilità di accedere all’aria aperta. Oltre a ciò: il responsabile della sicurezza del carcere, Davood Lashgari, entrava frequentemente nella nostra sezione minacciandoci apertamente, esclamando: “Stiamo aspettando l’ordine di Khomeini; vi giustizieremo tutti”.

Il 27 luglio 1988 segnò l’inizio delle esecuzioni di massa nella prigione di Gohardasht. Fu l’avvio di una delle pagine più tragiche della storia contemporanea dell’Iran, ricordata come il massacro del 1988».

«Ricordo che, fin dalle prime ore del mattino, i detenuti venivano condotti a gruppi di 10 o 12 persone nella cosiddetta “stanza della morte”. Le esecuzioni iniziavano all’alba e proseguivano ininterrottamente fino a tarda notte.

Io stesso fui portato una volta davanti alla cosiddetta “Commissione della morte”, composta da:

Questi membri, insieme a funzionari del carcere come Mohammad Moghiseh e Hamid Nouri, decidevano la sorte dei detenuti senza tener conto delle loro sentenze precedenti, inviandoli direttamente all’esecuzione.

Le cosiddette “udienze” davanti alla Commissione della morte duravano appena 3-5 minuti. Ci interrogavano brevemente, con domande secche e senza possibilità di difesa, poi ci spingevano nel “corridoio della morte”. Lì, una volta riuniti in gruppi di 10-12 persone, venivamo trasferiti nella sala delle esecuzioni, senza sapere se e quando avremmo fatto ritorno.

Tra le vittime di quel massacro ci furono molti dei miei amici più cari. Qanbar Nemati, a cui mancavano solo pochi mesi alla fine della pena, fu giustiziato il 16 agosto 1988. Altri, come Asghar Masjedi, Reza Zand, Taher Bazzaz, Mohammad Nouri e Mehrdad Ashtari, furono impiccati tra la fine di luglio e l’inizio di settembre. Ogni nome, ogni volto, rimaneva impresso nella mente, a testimoniare la crudeltà di quei giorni e il prezzo terribile della nostra resistenza.

È importante ricordare che oltre il 90% delle vittime del massacro del 1988 erano membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano».

C’è qualcosa del massacro del 1988 che ritiene importante raccontare o denunciare?

«Nelle due principali prigioni di Teheran, Gohardasht ed Evin, nel 1988 furono giustiziati quasi tutti i detenuti politici, tranne circa 350-370 persone. Tra loro c’erano uomini e donne che avevano già scontato la loro pena, come Farzin Nosrati, ma venivano tenuti in carcere solo perché non avevano mai rinunciato alle proprie convinzioni, i cosiddetti sar-e moze. Nell’estate del 1988 furono ugualmente giustiziati.

Un caso particolarmente toccante fu quello del mio caro amico Nasser Mansouri, paralizzato e ricoverato nell’infermeria del carcere. Lo portarono davanti alla commissione su una barella e lo giustiziarono lo stesso giorno. Io stesso fui testimone diretto di quegli eventi. Seduto nel corridoio della morte, con la benda sugli occhi, riuscivo a percepire e, a tratti, vedere ciò che accadeva intorno a me.

Il massacro del 1988 non fu un episodio improvvisato, ma un’operazione pianificata in anticipo da Khomeini e dal suo regime, attuata sotto la copertura della fine della guerra tra Iran e Iraq e dell’accettazione del cessate il fuoco. Come ha affermato nel 2024 Javaid Rehman, ex Relatore Speciale delle Nazioni Unite, il massacro del 1988 deve essere riconosciuto come un atto di genocidio e un crimine contro l’umanità».

Tra i funzionari della Commissione della morte cita anche Hamid Nouri, rilasciato dalla Svezia nel giugno 2024 in uno scambio che ha suscitato grande indignazione tra dissidenti ed esuli iraniani. Può raccontarci quale ruolo ha avuto Hamid Nouri durante il massacro del 1988?

«Nel 2019 Hamid Nouri, noto nel carcere di Gohardasht come Hamid Abbasi, è stato arrestato a Stoccolma. All’epoca del massacro del 1988 ricopriva il ruolo di vice procuratore del carcere ed era direttamente coinvolto nelle esecuzioni di massa dei prigionieri politici.

Durante il processo, durato dal 2019 al 2023, hanno testimoniato oltre 80 persone, tra ex detenuti provenienti da diversi Paesi. In quanto cittadino svedese e testimone diretto, sono stato tra i principali querelanti, partecipando attivamente sia alle indagini sia al procedimento giudiziario.

Nel 2023 Hamid Nouri è stato condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità, sia in primo grado sia in appello. Tuttavia il governo svedese, nel giugno 2024, lo ha successivamente rilasciato nell’ambito di uno scambio di prigionieri con la Repubblica Islamica dell’Iran, consentendogli di fare ritorno in Iran».

Come sono stati i mesi e gli anni successivi al 1988?

«Dal 1988 al 1991 fui detenuto nel carcere di Evin. In quel periodo, chi era rimasto in vita viveva ogni giorno nell’angoscia e nell’attesa costante dell’esecuzione.

Anche dopo la fine delle esecuzioni di massa, il responsabile del carcere, Mohammad Moghiseh (noto con lo pseudonimo di Naserian) continuava a ripeterci: “Anche la sentenza per coloro che non sono stati ancora giustiziati è la morte; stiamo solo aspettando il momento opportuno per eseguirla”.

Già nel settembre 1988, Massoud Rajavi, leader della Resistenza, scrisse al Segretario Generale delle Nazioni Unite denunciando le esecuzioni in corso. Allo stesso tempo, in molti Paesi europei, negli Stati Uniti e in Canada, si svolsero sit-in e manifestazioni per denunciare la brutalità del regime.

Sotto pressione internazionale e grazie all’azione dei MEK, a partire dal 1991 il regime fu costretto a rilasciare una parte dei detenuti politici rimasti. Nonostante la pressione internazionale, la repressione non si fermò nemmeno al di fuori delle prigioni. Il regime continuò le uccisioni del 1988 con omicidi mirati contro ex prigionieri politici. Molti dei miei compagni, con i quali avevo condiviso anni di detenzione, furono assassinati poco dopo la liberazione, tra cui Amir Ghaffouri, Mahmoud Meydani, Abbas Navaei, Siavash Varzesh-Nama e Behzad Hajian.

Anch’io una volta rilasciato fui vittima di un tentativo di rapimento a Teheran, dal quale riuscii a salvarmi solo grazie all’intervento tempestivo delle persone presenti. La paura e la costante minaccia di morte ci accompagnavano ovunque, anche dopo essere usciti dal carcere».

Ad oggi, c’è qualcosa che vorrebbe denunciare affinché quanto accaduto in quel periodo non venga dimenticato o distorto dalla propaganda del regime?

«Per quanto riguarda le esecuzioni, esse riflettono la natura intrinseca del regime dei mullah. Per anni, i MEK e la Resistenza iraniana hanno sollecitato la comunità internazionale a condannare e isolare il regime, chiedendo che qualsiasi relazione politica o economica fosse subordinata alla cessazione delle esecuzioni e delle torture.

Tuttavia, per motivi economici e politici, molti governi hanno preferito adottare una politica di appeasement. Nonostante ciò, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato il regime più di 59 volte, sebbene le reazioni concrete degli Stati siano rimaste spesso limitate o passive. Dalla mia esperienza diretta, il massacro del 1988 fu orchestrato con l’obiettivo di prevenire qualsiasi possibile rivolta popolare a seguito del cessate il fuoco e della fine della guerra Iran-Iraq».

Qual è la sua valutazione sull’uso sistematico della pena di morte e sulle esecuzioni di prigionieri politici da parte della Repubblica Islamica?

«Dal 1981 a oggi, sulla base di ciò che ho vissuto personalmente e delle esperienze condivise dai miei compagni, la vera natura di questo regime si è manifestata attraverso le esecuzioni, la repressione e il terrorismo. Eppure, nonostante tutto, la lotta non si è mai fermata. Per evitare che una tragedia come quella del 1988 possa ripetersi, ritengo indispensabile un’azione ferma e concreta della comunità internazionale nei confronti del regime iraniano.

Tra le vittime più recenti vorrei ricordare in particolare Mohammad Taghavi, con il quale condivisi la prigionia nel 1988. Allora aveva appena ventun anni: era pieno di energia, di speranza e si trovava alla sua prima detenzione. Dopo essere stato rilasciato nel 1989, continuò il suo impegno nella resistenza. Il 30 marzo 2026 è stato giustiziato nel carcere di Ghezel Hesar.

Quando penso a lui, sono convinto che oggi esistano ancora molti giovani animati dallo stesso coraggio e dalla stessa determinazione, impegnati nelle strutture organizzate della resistenza. È anche per questo che il regime teme profondamente le nuove generazioni e le future proteste popolari che, a mio avviso, porteranno inevitabilmente alla sua caduta.

Ancora oggi, migliaia di iraniani e sostenitori della libertà in diversi Paesi cercano di far sentire al mondo la voce dei prigionieri politici e delle vittime delle esecuzioni. In questo contesto, la grande manifestazione del 20 giugno 2026 a Parigi, alla quale si prevede la partecipazione di oltre 100.000 persone, rappresenta un’importante occasione per richiamare nuovamente l’attenzione internazionale sulla situazione dei diritti umani in Iran».

Foto di copertina concessa gentilmente da Nasrollah Marandi.

L'articolo Iran: Intervista all’ex prigioniero politico Nasrollah Marandi. “Sopravvissuto al massacro del 1988: oggi temo che possa accadere di nuovo” proviene da La Redazione.

]]>
Iran: il ruolo del blackout digitale nella sopravvivenza del regime https://www.laredazione.net/iran-il-ruolo-del-blackout-digitale-nella-sopravvivenza-del-regime/ Sat, 06 Jun 2026 21:52:02 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12032 “Bentornato Iran” compariva scritto su un post di NetBlocks del 26 Maggio, mostrando i primi segnali di ritorno della connettività in Iran. Quel “Bentornato Iran” è […]

L'articolo Iran: il ruolo del blackout digitale nella sopravvivenza del regime proviene da La Redazione.

]]>
“Bentornato Iran” compariva scritto su un post di NetBlocks del 26 Maggio, mostrando i primi segnali di ritorno della connettività in Iran. Quel “Bentornato Iran” è poi rimbalzato in vari articoli e post mostrando un facile e prematuro entusiasmo, per un ripristino parziale e fragile.

Dopo 88 giorni di totale blackout, durante i quali un’intera popolazione è stata isolata dal resto del mondo e sottoposta a una repressione sistematica e violenta_ tuttora in corso e spesso ignorata o sottovalutata da ampi settori dell’opinione pubblica internazionale_ la possibilità di ricevere un messaggio o una chiamata da familiari e amici in Iran che non si sentivano da mesi e di cui non si avevano notizie ha rappresentato un momento di sollievo e comprensibile emozione.

Al tempo stesso, però, alcune narrazioni hanno contribuito a restituire un’immagine distorta della realtà, come se la situazione fosse tornata alla normalità e l’accesso alle comunicazioni fosse pienamente ristabilito per tutti i cittadini. In realtà, la riapertura della rete rimaneva, e in parte rimane, diseguale, controllata e tutt’altro che completa.

In un’analisi Filterwatch – organizzazione specializzata nei diritti digitali, sottolineava: «Poiché questi cambiamenti sono iniziati solo oggi, il processo di riconnessione rimane altamente frammentato, e molti utenti continuano a segnalare che parte di questi servizi resta completamente inaccessibile. È troppo presto per prevedere la traiettoria definitiva di questo restauro».

È importante chiarire che il ritorno della connettività non si è tradotto immediatamente in un’esperienza reale e uniforme per gli utenti. Nelle fasi iniziali, infatti, il cambiamento è emerso soprattutto nei dati di rete e nei sistemi di monitoraggio, più che nella quotidianità delle persone, dove l’accesso rimaneva ancora intermittente e diseguale. L’apparente aumento del traffico dati è infatti altamente disomogeneo e sempre più influenzato da un modello di accesso a livelli.

Mentre la maggior parte dei cittadini resta sottoposta a severe restrizioni, alcuni utenti autorizzati – funzionari e persone legate al regime – possono usufruire di “SIM bianche” (linee che eludono il sistema di filtraggio nazionale) e del servizio governativo “Internet Pro” (una connessione premium, fortemente sorvegliata e riservata a una ristretta categoria di utenti). Grazie a tali strumenti, questi utenti privilegiati e selezionati riescono in molti casi ad aggirare il firewall nazionale e ad accedere ai servizi internazionali con poche interruzioni, evidenziando così una crescente disuguaglianza digitale tra la popolazione.

«Internet in Iran è ancora lontano dal tornare completamente alla normalità. Per questo motivo gli sviluppi degli ultimi giorni non dovrebbero essere visti come la fine della crisi di internet nel paese. Piuttosto, potrebbero segnare l’inizio di una nuova fase nella relazione in evoluzione tra lo Stato, le infrastrutture di comunicazione e il diritto degli utenti iraniani di accedere a internet globale» informa Filterwatch.

La paura del regime dietro il blackout

Un assedio digitale durato tre mesi. Dal 28 Febbraio al 26 Maggio milioni di cittadini in Iran sono stati privati di comunicare con il mondo esterno e di avere libero accesso alle informazioni. In questi mesi anche le organizzazioni per i diritti umani e i giornalisti all’estero hanno avuto enormi difficoltà per ricavare qualche dato e testimonianza di ciò che stava accadendo. Un report di Amnesty International parla chiaro: «Il blackout di internet imposto dalle autorità iraniane ha gravemente ostacolato la documentazione approfondita delle violazioni dei diritti umani», e aggiunge «Il blackout ha funzionato come pilastro centrale della strategia repressiva delle autorità, creando condizioni in cui crimini diffusi ai sensi del diritto internazionale possono essere compiuti impunemente».

La censura e l’autoritarismo digitale costituiscono alcuni tra i principali strumenti attraverso cui la Repubblica islamica mantiene il proprio controllo e garantisce la propria sopravvivenza. Non sorprende, quindi, che la limitazione dell’accesso internazionale a Internet in Iran sia iniziata già nei primi giorni delle proteste nazionali. Nel tentativo di impedire la diffusione di informazioni sulle manifestazioni e di ostacolare il coordinamento delle proteste, il regime iraniano ha progressivamente limitato le comunicazioni con l’esterno. Questa strategia ha evidenziato il timore delle autorità nei confronti della mobilitazione popolare. Con lo scoppio della guerra, il 28 Febbraio, tali restrizioni si sono trasformate in un blackout digitale totale.

Come già sottolineato, questa interruzione delle comunicazioni non solo ha impedito ai cittadini di coordinarsi per rovesciare il regime, ma ha anche facilitato la diffusione della narrativa propagandistica della Repubblica islamica attraverso i suoi proxy, sia all’interno del Paese sia all’estero. Approfittando della difficoltà di accesso alle notizie, il regime ha sfruttato il blackout per diffondere versioni distorte e false degli eventi, distogliendo l’attenzione dalle violenze in corso, dalle esecuzioni, dagli omicidi di Stato e dalla repressione, e legittimando così la continuazione dei propri crimini.

Per questo, denuncia Amnesty, le autorità iraniane hanno attivamente criminalizzato gli sforzi dei cittadini per accedere a internet. La polizia (FARAJA), il Ministero dell’Intelligence e l’IRGC, hanno inviato messaggi di testo intimidatori a persone identificate per aver aggirato le restrizioni su internet tramite VPN, proxy o connessioni satellitari. Nei messaggi, tali pratiche venivano descritte come una minaccia alla sicurezza nazionale; i destinatari erano accusati di aver commesso reati e minacciati di sanzioni che includevano il blocco delle linee telefoniche e delle SIM, il sequestro di beni e il deferimento alle autorità giudiziarie. Le comunicazioni avvertivano inoltre che eventuali presunti collegamenti con “Stati ostili” o con il “regime sionista” avrebbero potuto comportare procedimenti ai sensi della Legge sullo spionaggio, che in Iran prevede anche la pena di morte.

La timida riapertura interpretata quindi come un cedimento del regime o un atto di clemenza verso la popolazione è un grave errore e può portare a una distorsione della realtà. A spiegarci questo è Shahrzad Sholeh, Presidente di ADDI – Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia: «Il ripristino di Internet dopo 88 giorni di soffocamento non nasce affatto dalla compassione. Al contrario, questa ritirata è un segnale della massima disperazione del regime e manda tre messaggi chiari:

Di crisi all’interno della struttura politica al potere fa riferimento anche un’analisi di Iran Focus, in cui si spiega che molti osservatori hanno interpretato la decisione del “ripristino” non come un reale cambio di rotta, ma come una concessione imposta dalle circostanze e dalla crescente pressione sociale. Secondo questa lettura, non vi sarebbe stata alcuna revisione sostanziale delle politiche di controllo della rete, ma una ritirata forzata sotto la pressione sociale. Per questo, numerosi attivisti impegnati nella difesa della libertà di Internet ritengono che l’apparato di censura e sorveglianza costruito negli anni sia rimasto sostanzialmente intatto. A loro avviso, il regime sarebbe stato costretto ad allentare alcune restrizioni per far fronte alle crisi interne ed esterne, senza però rinunciare agli strumenti necessari per reintrodurle in qualsiasi momento.

Non a caso questo processo di ripristino ha mostrato tensioni interne tra diverse istituzioni statali: una commissione speciale “Quartier Generale Speciale per l’Organizzazione e la Direzione del Cyberspazio”, ha votato per riaprire l’accesso a Internet, mentre la Corte amministrativa ha tentato di bloccarne le decisioni.

Le ripercussioni economiche del blackout, a rischio aziende ed imprenditoria digitale al femminile

Ancora una volta, il regime iraniano ha mostrato la propria natura, anteponendo la conservazione del potere, agli interessi della popolazione. Insieme agli effetti economici della guerra, l’isolamento digitale ha prodotto un impatto profondamente negativo sulla società, con conseguenze economiche gravi per migliaia di imprese. Da un lato, i cittadini – in particolare quelli che potevano permetterselo – sono stati costretti a ricorrere a strumenti costosi per comunicare e accedere alle informazioni, esponendosi al rischio di essere individuati e arrestati. Dall’altro, le aziende del settore tecnologico, le piattaforme di e-commerce e i professionisti del digitale hanno dovuto affrontare una diffusa crisi finanziaria.

«Sebbene il regime dia priorità alla censura per la propria sopravvivenza, questa paranoia ha devastato l’economia. Il Ministro delle Comunicazioni ha ammesso che la chiusura di internet ha inflitto perdite giornaliere di 5 trilioni di rial all’economia digitale, con perdite economiche giornaliere complessive che raggiungono i 50 trilioni di rial. Secondo l’Associazione E-commerce di Teheran, l’80% delle aziende ha registrato un calo delle vendite superiore al 50%. Poiché il 70% delle comunicazioni business-client si basava su piattaforme bloccate come Instagram, WhatsApp e Telegram, le aziende sono state decimate. Questa perdita catastrofica di ricavi ha scatenato un’enorme ondata di licenziamenti, con aziende tecnologiche e grandi rivenditori online che hanno licenziato tra il 30% e il 50% della loro forza lavoro» riporta un articolo pubblicato sul portale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano.

Mantenere Internet chiuso per un periodo così prolungato equivale, di fatto, a paralizzare attività economiche e portare alla chiusura di numerose imprese. Significa alimentare la disoccupazione e privare del lavoro freelance, operatori del settore e giornalisti. A pagare un prezzo particolarmente alto, tuttavia, sono state anche le donne.

In un Paese in cui il mercato formale applica politiche discriminatorie nei confronti delle donne, molte professioniste hanno trovato nel mondo digitale un’opportunità per bypassare le barriere imposte dal mercato del lavoro tradizionale, basato su stereotipi di genere, costruendo così la propria identità lavorativa e professionale. Piattaforme come Instagram, ad esempio, si sono rivelate strumenti ideali per avviare attività commerciali online senza sostenere costi proibitivi. Tuttavia, queste opportunità sono state spezzate dalle politiche di censura e dal controllo autoritario esercitati dal regime.

Per queste ragioni, NCRI Women’s Committee, definisce il blocco anche come una misura di repressione economica e di genere. «L’esito di questo blocco di tre mesi è stato la soppressione deliberata dell’indipendenza finanziaria e dell’agenzia sociale delle donne, in particolare nelle regioni marginalizzate e di confine». Nelle aree rurali, molte donne curde e baluche traevano il proprio reddito dalla vendita online di manufatti artigianali. Con l’avvio del programma “Internet Pro”, il governo ha instaurato una nuova apartheid digitale, colpendo direttamente l’autonomia economica di queste comunità.

L'articolo Iran: il ruolo del blackout digitale nella sopravvivenza del regime proviene da La Redazione.

]]>
Dal carcere all’esecuzione: le testimonianze e la resistenza di sei prigionieri politici https://www.laredazione.net/dal-carcere-allesecuzione-le-testimonianze-e-la-resistenza-di-sei-prigionieri-politici/ Fri, 15 May 2026 08:51:31 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11928 Il regime iraniano impiega la pena di morte come strumento sistematico di repressione politica e controllo sociale. Questo articolo vuole dare voce ai detenuti che sono […]

L'articolo Dal carcere all’esecuzione: le testimonianze e la resistenza di sei prigionieri politici proviene da La Redazione.

]]>
Il regime iraniano impiega la pena di morte come strumento sistematico di repressione politica e controllo sociale. Questo articolo vuole dare voce ai detenuti che sono stati privati della vita a causa delle proprie idee politiche. Attraverso le loro lettere e gli ultimi loro gesti, si metteranno in luce le violenze e le torture inflitte dal regime iraniano, dimostrando al contempo che nessuna dittatura può spegnere l’aspirazione alla libertà né il coraggio.

«Stavo camminando per Enqelab Street quando sono stato aggredito alle spalle e arrestato. […] Più di dieci persone mi circondarono. Uno di loro, un uomo anziano della squadra operativa del Ministero dell’Intelligence che pesava circa 130 chili, si sedette sopra di me […]. Giunti alla guarnigione l’interrogatore mi disse: “Devi parlare e confermare le accuse che stiamo rivolgendo contro di te, altrimenti continuerò a picchiarti fino al mattino”».

Inizia così la testimonianza di Babak Alipour studente di giurisprudenza di 34 anni raccolta dall’associazione Justice for the Victims of the 1988 Massacre in Iran (JVMI) e trasmessa nell’Agosto 2025 al relatore speciale delle Nazioni Unite. Alipour è stato giustiziato il 31 Marzo insieme a Pouya Ghobadi, di 33 anni. Il giorno precedente e il 4 Aprile, altri quattro prigionieri coimputati nel medesimo processo _Akbar Daneshvarkar (58 anni), Mohammad Taghavi Sangdehi (59 anni), Abolhassan Montazer (67 anni) e Vahid Bani-Amerian (34 anni)_condannati a morte nel 2024 per appartenenza all’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK)*, furono anch’essi impiccati.

Non si tratta di casi isolati: la pena di morte viene utilizzata dal regime iraniano come strumento sistematico di repressione politica e controllo sociale, con l’obiettivo di intimidire, soffocare il dissenso e annientare qualsiasi forma di opposizione organizzata. In questo contesto, il regime ha avviato una campagna di esecuzioni mirate contro prigionieri politici, tra cui manifestanti delle recenti proteste nazionali, membri del MEK e persone accusate di spionaggio a favore di Israele. Tra le ultime esecuzioni di questi giorni si segnalano quelle di Mohammad Abbasi, un detenuto durante le proteste di Gennaio; di Ehsan Afrashteh, un 32 enne specializzato in sicurezza informatica, condannato a morte con l’accusa di spionaggio per Israele; e quella di Erfan Shakourzadeh, prigioniero politico di 29 anni, ricercatore nel campo della tecnologia satellitare e studente di ingegneria aerospaziale.

Lo shutdown di internet imposto dalle autorità iraniane impedisce alle organizzazioni indipendenti e umanitarie di ottenere informazioni complete su quanto avviene all’interno del Paese e nelle prigioni, ma ciò che riesce comunque a trapelare conferma, tuttavia, come la macchina repressiva del regime sia sanguinaria e spietata.

Le testimonianze e le ultime ore dei sei prigionieri politici affiliati al PMOI/MEK

Babak Alipour è stato arrestato a Teheran il 27 Dicembre 2023. Nella sua testimonianza raccolta da JVMI, racconta che durante l’interrogatorio, semplicemente per essersi rifiutato di presentarsi davanti alla telecamera, è stato picchiato.

«Hanno iniziato a picchiarmi per costringermi a parlare. Una persona mi teneva le mani ammanettate, un’altra mi spinse in un angolo, il loro capo squadra mi ha invece schiaffeggiato, e colpendomi con il dorso della mano, mi diede un pugno dietro la testa. Successivamente fui preso a pugni nello stomaco, nelle ginocchia e nei testicoli».

Alipour denuncia come le minacce e le violenze, sia verbali che fisiche, contro di lui siano continuate durante tutto l’interrogatorio:

«Successivamente, il secondo interrogatore ha iniziato a umiliarmi e a provocarmi, cercando di farmi reagire in modo da poter registrare qualcosa da usare come prova contro di me in tribunale. Ha proseguito insultando me e i miei familiari, e poi mi ha anche aggredito fisicamente, colpendomi alla testa e al volto. A causa dei pugni, la pelle sotto l’occhio destro si è lacerata, l’orecchio destro è rimasto ferito e ho provato dolore e gonfiore dalla fronte alla nuca, tanto che per diversi giorni non riuscivo nemmeno a poggiare la testa sul cuscino».

Alipour aggiunge anche che è stato minacciato di morte ripetutamente con un’arma da fuoco e che tutte queste umiliazioni e soprusi avvennero alla presenza di una persona presentata come il Vice Procuratore di Teheran.

Pouya Ghobadi, ingegnere elettrico, fu arrestato a Teheran nel Maggio 2018 e sottoposto a quattro mesi di isolamento nel braccio 209 del carcere di Evin. Durante questo periodo, secondo Iran Human Rights Society, subì brutali interrogatori e torture, tra cui percosse che gli causarono emorragie interne. Rilasciato nel Febbraio 2023 in seguito a un’amnistia generale, fu costretto in esilio a Nikshahr, nella provincia del Sistan e Baluchistan.

Il 23 Febbraio 2024 fu nuovamente arrestato al confine di Chaldoran mentre tentava di lasciare l’Iran. Anche la sua testimonianza è stata raccolta da JVMI e trasmessa all’ONU.

«Sono stato arrestato dalle guardie di frontiera insieme a diciassette richiedenti asilo afghani, tra uomini, donne e bambini. Fin dal momento dell’arresto siamo stati picchiati e minacciati di morte. Le donne e i bambini venivano lasciati soli, mentre tutti gli uomini subivano aggressioni fisiche e venivano insultati con parole volgari e offensive. Le percosse avvenivano all’aperto, in un freddo pungente, sulla neve alta più di mezzo metro. Circa dodici uomini furono rinchiusi in una stanza di appena 2,5 metri per 2,5 metri e costretti a dormire con i vestiti bagnati. L’accesso al bagno ci era concesso solo due o tre volte». A causa dell’esposizione al freddo e dei trasferimenti in condizioni disumane dalla frontiera di Khoy al carcere di Maku e poi a Evin, Ghobadi si ammalò, ma gli fu comunque assegnata una delle celle più gelide.

Ghobadi denuncerà inoltre i trattamenti avvenuti nelle precedenti incarcerazioni:

«Dal 22 Febbraio 2019 al 25 Febbraio 2023 sono stato incarcerato per aver sostenuto l’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano. Durante questo periodo ho assistito a numerose violazioni dei diritti umani contro di me e contro altri. […] Tra Gennaio e Febbraio 2020 sono stato testimone di comportamenti brutali da parte delle guardie carcerarie. In tre occasioni un prigioniero è stato picchiato da più agenti con pugni, manganelli e tubi di ferro. Per aumentare la sua paura, gli hanno avvicinato un microfono alla bocca, trasmettendo le sue urla in tutta la sala, costringendolo a chiedere scusa pronunciando parole degradanti».

Amnesty International in una nota di un anno fa lanciava l’allarme per salvare i 6 prigionieri politici: Alipour, Ghobadi, Daneshvarkar, Taghavi Sangdehi, Montazer e Bani-Amerian, comunicando che secondo fonti attendibili tutti questi detenuti durante la detenzione e gli interrogatori sono stati torturati e maltrattati. Violenze che sono continuate fino al giorno prima della loro impiccagione

Carcere di Ghezel Hesar: sono le 21.30 del 29 Marzo quando le guardie fanno irruzione nel reparto in cui si trovano i prigionieri politici. Iran Human Rights Monitor, comunica che un testimone che ha assistito al blitz riferirà: «Le guardie ci hanno assalito armate di pistole, catene e manganelli. Alla porta c’era Akbar Daneshvarkar: fu il primo ad essere colpito con una violenza tale che i suoi vestiti si strapparono». Il testimone, che per ragioni di sicurezza ha deciso rimanere anonimo, comunicherà che nonostante l’atmosfera fosse piuttosto tesa, tra scherni e risate, il detenuto Daneshvarkar si rivolse verso la guardia, gridando: «Perché hai così tanta paura? Siamo noi quelli che stanno per essere giustiziati; perché hai paura?» e in quel momento scoppiò a ridere.

Babak Alipour, con il suo solito sorriso rassicurante, chiese agli altri prigionieri: «State tutti bene, ragazzi?». Nel frattempo tre uomini lo circondarono, incatenandolo con manette e catene, lui reagì usando il proprio busto per spingerli via così da poter salutare tutti i suoi compagni.

Non c’è uno tra questi 6 detenuti che non abbia dimostrato coraggio. Queste ultime ore di vita sono state lo specchio della loro esistenza, dedicata alla resistenza e al non farsi schiacciare dalla macchina della morte della Repubblica islamica. Prima dell’esecuzione, questi 6 prigionieri politici hanno anche intonato canti di resistenza atti a sfidare il regime.

Sempre il testimone racconta che finché lui era ammanettato, Bani-Amerian gli prese il viso tra le mani e lo baciò, dicendo: «È arrivata la chiamata per l’ultimo viaggio. È il momento. La libertà dell’Iran e del nostro popolo vale questo sacrificio». In quell’istante gli agenti trascinarono fuori Bani-Amerian. La sua resistenza non si arrestò nemmeno in quel momento: quando alzando due dita formando una V, in segno della vittoria, uscì.

Con loro c’è anche Abolhassan Montazer, uno tra i prigionieri politici più anziani, con una lunga esperienza di detenzione iniziata già all’epoca del regime dello scià. Il testimone ricorda che Montazer ripeteva sempre che “bisognava recarsi all’esecuzione con la testa alta, con dignità e con fierezza”. «Fu davvero cosi: con assoluta calma, mentre era incatenato da un paio di manette a un altro prigioniero, riuscì comunque a salutare gli altri detenuti» riferisce il testimone a IHRM.

La vendetta del regime contro le famiglie dei prigionieri politici giustiziati

In Iran anche per recarsi all’ufficio del medico legale e dalla magistratura per chiedere dove si trova la salma del proprio caro si può essere incarcerati. È importante sapere infatti che i corpi dei prigionieri politici recentemente giustiziati non sono stati ancora restituiti alle loro famiglie. Quando il regime iraniano non può colpire direttamente i prigionieri, la sua violenza si riversa sui familiari. I parenti oltre aver perso un proprio caro in un omicidio di Stato, non possono nemmeno commemorarlo o svolgere i riti funerari in quanto il corpo è stato letteralmente sequestrato dalle autorità del regime. Ancora oggi, molti parenti attendono senza risposta la restituzione dei corpi dei loro cari. Ogni giorno si chiedono, con angoscia crescente: dove sono finiti?

E a porsi questa domanda e a pretendere di sapere dove fosse la salma del fratello Akbar Daneshvarkar, sono state anche Akram Daneshvarkar e Azam Daneshvarkar che da fine Marzo si recavano negli uffici e al carcere di Ghezel Hesar per avere informazioni e pretendere la restituzione. Per questo motivo il 18 Aprile sono state arrestate con l’accusa di “raduno e collusione contro la sicurezza interna e disturbo dell’ordine pubblico”, e successivamente trasferite al carcere di Qarchak a Varamin. La loro principale richiesta era ottenere informazioni sul luogo di sepoltura del fratello.

Akram Daneshvarkar, di 54 anni, informa il portale di NCRI Women’s Committee, aveva partecipato attivamente alla campagna “Martedì del no alle esecuzioni”, e insieme ai genitori, aveva lottato per ottenere la sospensione della condanna a morte del fratello.

Qualche giorno prima del loro arresto, il 4 Aprile, era stata imprigionata Masoumeh Azhini, di 63 anni, sorella del prigioniero politico Mahmoud Azhini (impiccato nel massacro del 1988). Masoumeh era stata arrestata già nel 2019 per aver cercato giustizia per suo fratello ed era stata incarcerata per un anno nella prigione di Fardis, Karaj. Da allora, è stata sotto costante sorveglianza e pressione dell’intelligence, affrontando ripetute convocazioni e minacce. Non sono state rese pubbliche informazioni sulle sue condizioni attuali o sul luogo in cui si trovi.

La detenzione di Akram, Azam e Masoumeh si inserisce in un contesto più ampio di pressioni e intimidazioni sempre più frequenti nei confronti delle famiglie che cercano giustizia per parenti giustiziati o scomparsi.

Il ruolo attuale e passato di Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, capo della Magistratura

«Una delle richieste legittime del popolo è che chiunque abbia commesso crimini, chi collabori con il nemico, chi agisca come sua fanteria, sia dentro che fuori dal paese, venga identificato e processato senza indugio. I processi devono svolgersi rapidamente, naturalmente nel rispetto della legge, dell’equità e della giustizia. Proprio questo è ciò che il nemico teme. Questi individui spregevoli e maledetti credono di poter piegare la magistratura ai loro capricci, imponendo regole a loro piacimento. Dicono: “Niente esecuzioni”. E chi siete voi per decidere che non ci debbano essere esecuzioni?».

Questo ha dichiarato Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, il capo della magistratura del regime iraniano, il 30 Aprile. Asserzioni che confermano la sua dura posizione verso i prigionieri politici, in particolare quelli arrestati durante le recenti proteste nazionali. Mohseni-Eje’i ha infatti più volte sostenuto e ordinato l’emissione di condanne a morte, spesso giustificate con accuse di spionaggio o presunti legami con media stranieri.

Tra Marzo e Aprile di quest’anno, sotto la sua supervisione, la macchina esecutiva ha portato alla morte più di una dozzina di persone, instaurando un clima di terrore diffuso. Il recente e sanguinoso bilancio comprende diversi episodi significativi, tra cui l’esecuzione dei 6 prigionieri affiliati all’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano.

La condotta sanguinaria di Mohseni-Eje’i nei confronti dei dissidenti iraniani non è una novità. Tra il 1986 e il 1988, infatti, ricoprì il ruolo di Rappresentante della Magistratura presso il Ministero dell’Intelligence e avrebbe avuto un ruolo attivo nel gruppo decisionale responsabile delle condanne a morte extragiudiziali durante il massacro del 1988. Sebbene, si legge in un rapporto su di lui di Iran Human Rights Monitor, non facesse parte direttamente dei cosiddetti “Comitati della Morte”, incaricati di emanare gli ordini di esecuzione, la sua posizione fu fondamentale per l’attuazione di queste esecuzioni.

Il richiamo al 1988 non riguarda solo Mohseni-Eje’i, ma evidenzia anche come la sistematicità odierna nell’uso della pena capitale abbia spinto gli esperti a denunciare un ritorno dello stesso modus operandi delle esecuzioni di massa di quell’anno. Già nel rapporto Is a Human Catastrophe Unfolding in Iran’s Prisons? di IHRM si sottolineava come, al termine del conflitto di Giugno, la Repubblica islamica avesse intensificato l’eliminazione fisica dei detenuti, una pratica che continua ancora oggi, in modo quotidiano e sistematico.

Il ruolo di Mohseni-Eje’i sarà cruciale anche negli anni successivi al massacro: «Negli anni ’90, la sua presenza nel Ministero dell’Intelligence continuò e il suo nome fu direttamente associato a un progetto noto come Piano Al-Ghadir. Secondo i rapporti, tale piano prevedeva il rapimento e la scomparsa forzata di ex prigionieri politici e dissidenti, individui che continuavano a subire sorveglianza e molestie anche dopo il rilascio», riferisce l’IHRM.

La sua efferatezza e il ruolo centrale nella repressione delle proteste nazionali in Iran gli ha valso il soprannome di “Il Giudice della Morte,” un appellativo condiviso con un altro giudice, Abolghassem Salavati.

Le organizzazioni dei diritti umani hanno più volte invitato la comunità internazionale e le Nazioni Unite a intervenire con urgenza, tra le loro richieste compreso l’invio di una missione d’inchiesta nelle carceri iraniane, mentre gli esuli iraniani e dissidenti chiedono da anni la chiusura delle ambasciate della Repubblica Islamica, l’espulsione dei diplomatici e agenti del regime e l’annullamento delle condanne a morte e il rilascio dei prigionieri politici. Al momento non sembra esserci volontà e impegno di soddisfare queste richieste.

*L’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano, fondata nel 1965 e in esilio dagli anni ’80, è oggi guidata da Maryam Rajavi, presidente eletta nel 1993 del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI/NCRI) creato nel 1981. Il leader storico e co-fondatore, suo marito Massoud Rajavi, è scomparso dal 2003. Sigle usate nel testo: PMOI: People’s Mojahedin Organization of Iran (denominazione ufficiale in inglese). MEK: Mojahedin-e Khalq.

L'articolo Dal carcere all’esecuzione: le testimonianze e la resistenza di sei prigionieri politici proviene da La Redazione.

]]>
Iran: tra Repressione, Censura e Guerra https://www.laredazione.net/iran-tra-repressione-censura-e-guerra/ Thu, 19 Mar 2026 16:15:16 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11709 Cittadini intrappolati tra bombardamenti e violenza statale Durante le proteste che hanno avuto inizio alla fine di Dicembre, il regime della Repubblica islamica ha compiuto un’ondata […]

L'articolo Iran: tra Repressione, Censura e Guerra proviene da La Redazione.

]]>

Cittadini intrappolati tra bombardamenti e violenza statale

Durante le proteste che hanno avuto inizio alla fine di Dicembre, il regime della Repubblica islamica ha compiuto un’ondata di repressione violenta, uccidendo migliaia di cittadini. Al contempo, secondo quanto riportato da Iran Human Rights Monitor, sono già oltre 600 le esecuzioni registrate dall’inizio dell’anno. Ma dal 28 Febbraio, a questa violenza sistemica del regime, si è aggiunta una nuova minaccia: i bombardamenti derivanti da una guerra illegale, che costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite, scatenata da Israele e dagli Stati Uniti.

Gli attacchi non si limitano a colpire solo obiettivi militari, ma devastano anche infrastrutture civili, tra cui aree residenziali, centro medici e/o sociali e scuole. Dall’inizio del conflitto, l’organizzazione per i diritti umani Hrana ha documentato almeno 1.369 vittime civili, tra cui 207 bambini.

In questo contesto, in cui civili, minori e prigionieri sono privi di adeguate tutele, in quanto il regime iraniano li usa come scudi umani, si aggiunge un ulteriore elemento di repressione: il blackout digitale. In corso da quando è iniziata la guerra, questa misura censoria limita l’accesso alle informazioni e ostacola la comunicazione tra i cittadini, rendendo impossibile chiedere aiuto e informare i familiari all’estero sulla propria situazione.

Il blackout prolungato è una forma di violenza

Su Guerre di Rete in un recente articolo, ho analizzato la repressione digitale in Iran, evidenziando la disparità nell’accesso a Internet. Mentre alcuni cittadini privilegiati (politici, funzionari pubblici, personalità del regime) godono di accesso libero, la maggior parte della popolazione subisce una severa censura; un sistema che crea una forma di apartheid digitale.

Un esempio tangibile di quanto brevemente descritto si è manifestato durante l’intervista al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, trasmessa il 15 Marzo su Face the Nation with Margaret Brennan della CBS. Verso la fine dell’intervista, la giornalista ha sottolineato al ministro come il suo intervento fosse stato reso possibile grazie all’uso di Zoom, mentre la popolazione iraniana non ha accesso a Internet. Brennan ha quindi chiesto al Ministro di spiegare le ragioni di questa motivazione.

“Beh, io sono la voce, perché sono la voce degli iraniani, e devo difendere i loro diritti. Ecco perché ho accesso a internet, per far sì che la nostra voce venga ascoltata dalla comunità internazionale. Ma internet è bloccato per motivi di sicurezza, perché siamo sotto attacco, siamo sotto aggressione, e dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere il nostro popolo. In qualsiasi Paese, si prendono misure urgenti per questo, per via della guerra” questa la risposta del ministro Araghchi.

Il blackout digitale viene quindi giustificato dal ministro citando motivi di sicurezza legati all’attacco militare.

Purtroppo, l’intervista si è conclusa poco dopo. Sarebbe stato interessante invece, e forse anche necessario per non avallare la propaganda del regime iraniano, chiedere spiegazioni sullo shutdown avvenuto a Gennaio. Perché se attualmente la scusante per interrompere le comunicazioni e avviare la censura è stato l’attacco militare da parte di Usa e Israele, giustificando di conseguenza la necessità di “misure urgenti”; a Gennaio non era in corso alcuna aggressione da parte di potenze straniere, ma una protesta sorta dalla popolazione iraniana contro il sistema economico, sociale e politico. Quindi in quel caso, secondo il ministro, la popolazione da chi doveva essere protetta, da se stessa?

Se fosse arrivata una risposta, molto probabilmente sarebbe riemersa la solita “questione della sicurezza nazionale”. A tal proposito è importante ricordare che, sotto la giustificazione di tutelare la “sicurezza nazionale”, il regime della Repubblica islamica, dalla sua fondazione, ha incarcerato, condannato a morte e impiccato numerosi cittadini considerati spie o “agenti di nemici esterni”. Tra le ultime esecuzioni con l’accusa di “spionaggio per Israele vi è quella di Kourosh Keyvani, avvenuta all’alba del 18 Marzo. Mentre il 19 Marzo sono stati impiccati Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoudi a Qom. Arrestati durante le ultime proteste, i tre detenuti erano stati condannati a morte con varie accuse tra cui quella di moharebeh (inimicizia contro Dio).

Purtroppo non c’è stato modo di approfondire questa questione. Come non c’è stato modo di domandare al ministro in che modo un blackout di internet durante una guerra proteggerebbe la popolazione. E da chi? Non certo dalle bombe.

L’Iran non dispone di un sistema di allerta antiaerea funzionante e non vi sono rifugi pubblici, inoltre a causa del blocco digitale gli avvisi di evacuazione (qualora emessi) non raggiungono i cittadini in tempo utile; quindi se proprio si volesse tutelare la popolazione iraniana per prima cosa le autorità dovrebbero mobilitarsi per installare e attivare almeno dei sistemi di allarme.

Access Now, organizzazione che si occupa di censura, in un recente report sul blackout in Iran ha scritto: “Le interruzioni di internet nelle zone di conflitto hanno conseguenze di vita o di morte. Mettono i civili a rischio di morte, ferite e malattie, causano traumi psicologici e disagio mentale, interrompono i mezzi di sussistenza e bloccano l’accesso delle persone a beni essenziali per la sopravvivenza come cibo e medicine. Bloccano anche giornalisti e difensori dei diritti umani, indeboliscono la coesione sociale e causano danni socio-economici duraturi anche dopo il ripristino della connettività”.

Tuttavia, anche la dimensione psicologica ed emotiva non deve essere sottovalutata. Costringere la popolazione all’isolamento perpetuato nel tempo, impedendo ai cittadini di informarsi, comunicare e chiedere aiuto, potrebbe configurarsi come una forma di tortura.

Questo isolamento rappresenta una condizione che, sebbene colpisca in primo luogo gli iraniani all’interno del Paese, si estende anche agli iraniani esuli. L’impossibilità di sentire le proprie famiglie e i parenti più stretti in un momento in cui è in corso una guerra provoca in ognuno di loro sentimenti contrastanti, diversi e non sempre inquadrabili in una definizione, ciascuno reagisce a modo proprio.

Infine, Araghchi difende la sua posizione definendosi “voce del popolo iraniano”. A tale affermazione non servirebbe nemmeno una risposta, perché le numerose proteste che hanno scosso l’Iran nel 2026 e negli anni precedenti sono la prova evidente che questo regime e i suoi rappresentanti non godono più di alcuna legittimità e non sono più rappresentativi della volontà del popolo.

Mezzi di informazione usati per intimidire e minacciare i cittadini

Mentre internet è oscurato, le uniche informazioni accessibili per i cittadini iraniani provengono dai media statali, che sono strumenti di propaganda affiliati al regime. Ciò che colpisce maggiormente è l’uso intimidatorio e le minacce che vengono veicolate attraverso questi canali di “informazione”. Il 10 Marzo i media statali e la Radio diffusione della Repubblica Islamica dell’Iran (IRIB) hanno trasmesso un discorso del 9 Marzo del Comandante in Capo delle Forze di Polizia (FARAJA), Ahmadreza Radan. Il Comandante ha dichiarato che in uno stato di guerra qualsiasi raduno di protesta è considerato “cooperazione con il nemico”, autorizzando le forze armate a usare munizioni vere (fuoco diretto) contro i manifestanti; “piena prontezza con le dita sul grilletto” è l’espressione usata.

“Queste affermazioni avvengono in un momento in cui il paese è impegnato in guerra e attacchi militari, e molti cittadini di varie città si trovano ad affrontare l’insicurezza causata dai bombardamenti. In tali condizioni, la minaccia di una repressione armata delle proteste ha aumentato le preoccupazioni sulla situazione dei diritti umani dei cittadini in Iran” riporta Iran Human Rights Society.

Lo stesso Radan, riporta Hrana citando l’Agenzia Fars News, ha annunciato l’arresto di 500 cittadini, asserendo che 250 dei 500 prigionieri sono stati detenuti per aver inviato informazioni e comunicato con media stranieri.

Queste incarcerazionisi situano all’interno di un contesto sociale in cui l’ambiente urbano si è fortemente securizzato. Le testimonianze visionate da Iran Human Rights parlano di numerosi posti di blocco in diverse città, con strade pattugliate da Forze Basij e Guardie della Rivoluzione (IRGC).

La stessa festività di Chaharshanbe Suri (il “mercoledì rosso”) tradizionale celebrazione iraniana del fuoco che introduce il Nowruz, il Capodanno persiano, è stata oggetto di attenzione da parte delle autorità iraniane. Queste infatti hanno vietato fuochi d’artificio e assembramenti pubblici, ritenendoli potenziali minacce alla sicurezza nazionale, temendo che la festa potesse trasformarsi in un’occasione per proteste antigovernative.

In Iran, dove i giornalisti internazionali sono assenti, esiste il rischio che il linguaggio e la terminologia usati dal regime oltrepassino i confini nazionali, arrivando a influenzare talvolta anche i nostri media. Espressioni come “rivolte violente e armate”, “infiltrati sostenuti dall’estero”, “spie”, “terroristi” e “sovranità nazionale”, che sono utilizzati dalle autorità iraniane, sono state riprese e integrate nel racconto mediatico globale, incluso quello italiano.

Immagine di copertina di Mahdi Djawadi, via Unsplash

L'articolo Iran: tra Repressione, Censura e Guerra proviene da La Redazione.

]]>
Dissidenti iraniani all’estero nel mirino dei cybercriminali https://www.laredazione.net/dissidenti-iraniani-allestero-nel-mirino-dei-cybercriminali/ Thu, 26 Feb 2026 09:19:32 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11594 Durante le proteste in Iran, il blocco digitale, la censura e la propaganda filo-governativa diffusa dal regime della Repubblica islamica hanno reso difficile l’accesso alle informazioni. […]

L'articolo Dissidenti iraniani all’estero nel mirino dei cybercriminali proviene da La Redazione.

]]>
Durante le proteste in Iran, il blocco digitale, la censura e la propaganda filo-governativa diffusa dal regime della Repubblica islamica hanno reso difficile l’accesso alle informazioni. Tutte queste restrizioni hanno impedito di contattare direttamente le persone in Iran, mentre alle organizzazioni dei diritti umani e ai giornalisti è stato reso difficile indagare su quanto stava/sta avvenendo all’interno del Paese. A tal proposito va anche ricordato che in Iran attualmente non ci sono reporter e giornalisti internazionali indipendenti e questo ha reso ancora più complicato informarsi sul massacro in corso.

Per questi motivi molte persone si sono rivolte a Internet e ai social media come principale fonte per sapere cosa succedeva nel Paese. Tuttavia, proprio in questo spazio virtuale, chi cercava informazioni sulle proteste è diventato bersaglio di hacker e cybercriminali, tanto che, a Gennaio, gli esperti di cybersicurezza hanno individuato due campagne malevoli, chiamate Crescent Harvest e Redkitten, mirate a colpire chi cercava notizie sugli eventi in Iran.

La campagna Crescent Harvest che colpisce chi cerca informazioni sulle proteste

La campagna malware “Crescent Harvest” è stata individuata per la prima volta all’inizio di Gennaio da Acronis Threat Research Unit (TRU), azienda specializzata nella sicurezza informatica e protezione dei dati. A partire dal 9 dello stesso mese, gli esperti hanno iniziato a monitorarne l’attività, un periodo che coincide con l’espansione delle manifestazioni in tutto l’Iran.

“Il malware” si legge nel recente rapporto pubblicato da Acronis “sfrutta i recenti sviluppi geopolitici in Iran, e sembra rivolto ai sostenitori delle proteste iraniane all’estero o ai dissidenti iraniani in esilio. Sebbene la telemetria disponibile non sia sufficiente per determinare con certezza l’obiettivo finale della campagna malevola, essa si allinea, in termini di vittimologia, con le recenti attività di spionaggio rivolte ai cittadini iraniani e, metodologicamente, con campagne precedentemente associate a gruppi di attori minacciosi iraniani. In risposta alle proteste diffuse e ai crescenti disordini interni, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) avrebbe intensificato gli sforzi per monitorare e reprimere il dissenso tra i cittadini iraniani, sia a livello nazionale che all’estero. Storicamente, tali attività hanno incluso operazioni di sorveglianza coordinata e campagne di intimidazione rivolte ad attivisti, giornalisti e oppositori politici. In diversi casi documentati, queste operazioni si sono estese ben oltre il semplice monitoraggio digitale”.

È molto probabile, dunque, che questi file dannosi siano indirizzati a persone che parlano farsi e che sono in cerca di informazioni sulle proteste. In alternativa, l’uso della lingua farsi potrebbe essere impiegata per dare maggiore autorevolezza ai documenti allegati.

L’obiettivo dei criminali informatici era quello di esfiltrare dati sensibili, raccogliere credenziali e ottenere l’accesso remoto ai sistemi. Questo malware infatti agisce sia come un tool per il furto di informazioni, sia come un trojan per l’accesso remoto, consentendo anche di captare ciò che viene digitato sulla tastiera (keylogging). Va precisato che lo scopo di questo attaco non era quello di impossessarsi dei dati sensibili per estorcere denaro e quindi per ricavarne un beneficio economico; i cybercriminali in questo caso miravano a spiare e controllare le ricerche web e i contatti delle vittime.

Per diffondere il malware e infettare i computer delle vittime, gli aggressori sembravano cercare di entrare in contatto con individui al di fuori dell’Iran interessati alle manifestazioni anti-regime. Dopo che era stato instaurato un rapporto di fiducia e confidenza con i propri interlocutori, i cybercriminali agivano inviando file dannosi apparentemente innocui. L’attacco potrebbe quindi essere stato attuato tramite lunghe campagne di social engineering o attraverso spear phishing. La sistematicità e la perseveranza degli aggressori sono tra le caratteristiche che distinguono questa campagna.

La vittima viene colpita attraverso quello che sembra un fascicolo di materiali di protesta: fotografie, video e un rapporto scritto in farsi chiamato گزارش.docx (report.docx) che offre aggiornamenti sulle “città ribelli dell’Iran”. L’invio di tali documenti avviene o singolarmente e nel tempo, o tramite un archivio (file .RAR) composto da varie cartelle. In realtà, due dei file contenuti in questo archivio sono dannosi, con scorciatoie link camuffate da contenuti mediatici innocui e usate come principale richiamo di qualità.

Un’altra caratteristica di questi documenti e che, potrebbe far venire qualche dubbio circa l’autenticità almeno agli osservatori più attenti, è che il report è scritto sì in un tono neutrale ma, a volte, stranamente vivace. Ad esempio nel testo sono presenti emoji sorridenti, e considerata la gravità dell’argomento non s’addice proprio alla tematica trattata. Il dossier descrive favorevolmente le azioni dei manifestanti in tutto l’Iran, e contiene informazioni circa gli scioperi dei lavoratori e le proteste studentesche; mentre sono assenti riferimenti a vittime o civili. Nonostante ciò al suo interno non c’è nulla di veramente compromettente per l’IRGC, e ciò vale anche per le immagini e i video forniti che, pur raffigurando scene di proteste, nessuna mostra qualcosa di insidioso per le autorità, riporta Acronis.

Per concludere gli esperti asseriscono che la campagna Crescent Harvest rappresenta l’ultimo capitolo in un modello decennale di presunte operazioni di cyberspionaggio statale iraniano rivolto a giornalisti, attivisti, ricercatori e comunità della diaspora a livello globale.

Redkitten la campagna malevola contro chi indaga sulle vittime del massacro

Sempre a Gennaio HarfangLab, azienda di cybersecurity, ha notato un’attività malevola atta a colpire individui che cercavano informazioni sulle persone morte durante le proteste in Iran. A questa campagna è stato dato il nome di RedKitten.

“Sebbene non potessimo attribuire con certezza questa attività a un attore minaccioso identificato, abbiamo osservato l’uso di tecniche note per essere state precedentemente utilizzate da aggressori sponsorizzati dallo Stato iraniano insieme a indicatori linguistici, e siamo certi che l’attività abbia origine da un attore minaccioso allineato agli interessi di sicurezza del governo iraniano” riferiscono gli esperti. I cybercriminali hanno sfruttato il clima di urgenza e allarme che prevaleva in quei giorni, in particolare tra gli iraniani all’estero, per lanciare attacchi e innescare la catena infezionale tramite della documentazione falsa relativa alle vittime delle proteste.

Ad essere presi di mira sono stati soprattutto individui coinvolti nella documentazione di recenti violazioni dei diritti umani, tra cui potrebbero figurare anche organizzazioni non governative e/o dissidenti, o giornalisti che conoscono il farsi.

Nella campagna Redkitten il malware sfrutta piattaforme legittime (in questo caso GitHub e Google Drive) per nascondere e distribuire il proprio codice dannoso, evitando quindi di inviarlo direttamente tramite email o siti sospetti, mentre utilizza Telegram come canale di comunicazione per il controllo remoto. Il canale Telegram viene così utilizzato dai cybercriminali per controllare a distanza il malware. Dopo che il malware è stato installato su un computer, si connette a un canale Telegram (un bot o un gruppo). L’attaccante invia quindi i comandi attraverso questo canale sostanzialmente per rubare dati, scaricare nuovi file dannosi ed eseguire da remoto azioni sul computer infetto.

L’esca è composta da 5 fogli scritti in farsi contenuti in un archivio 7z denominato فایل های پزشکی قانونی تهران(1).7zTehran Forensic Medical Files, e presenta un database presumibilmente confidenziale di 200 persone uccise durante le proteste.

Il file 7z è così suddiviso:

– Identificazione. Il primo foglio elenca i dati personali delle vittime insieme alle forze di sicurezza coinvolte, tra cui il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), la milizia Basij e il Ministero dell’Intelligence, e i nomi degli ufficiali responsabili.

– Autopsia. Questo documento fornisce dettagli sull’orario e la causa della morte, il medico responsabile ed eventuali osservazioni particolari. Gli esperti riferiscono che il contenuto di questo documento è esplicito e disturbante.

– Laboratorio. Il foglio contiene i risultati dei test tossicologici e narcotici e i referti autoptici grafici.

– Restituzione della salma. Questa parte contiene le date in cui le salme sono state consegnate ai familiari.

– Aiuto. Questo foglio invita l’utente a cliccare sul pulsante “Abilita contenuto” o “Abilita modifica” per permettere l’esecuzione delle macro, ossia della sequenza automatizzata di comandi e istruzioni che in questo caso nascondeva il codice dannoso.

Anche in questa campagna, come già rilevato per Crescent Harvest, all’interno dei documenti compaiono incongruenze che confermano come queste informazioni siano false. Gli analisti hanno rilevato discrepanze tra le date di nascita e le età indicate. Inoltre il documento descrive un carico di lavoro irrealistico per un ristretto gruppo di medici in un lasso di tempo molto breve. Sebbene manchino informazioni cruciali, come gli indirizzi dei familiari, il fascicolo fornisce informazioni troppo dettagliate.

Questi casi confermano ancora una volta come il regime della Repubblica islamica abbia le mani lunghe e oltre a silenziare le voci all’interno del Paese, provi in tutti i modi, attraverso la propaganda e lo spionaggio, a controllare anche il dissenso e i dissidenti all’estero.

Immagine di copertina di Trevor Vannoy via Unsplash

L'articolo Dissidenti iraniani all’estero nel mirino dei cybercriminali proviene da La Redazione.

]]>
Il massacro in Iran: la brutale repressione dalle periferie alle carceri, e che non risparmia nemmeno i bambini https://www.laredazione.net/il-massacro-in-iran-la-brutale-repressione-dalle-periferie-alle-carceri-e-che-non-risparmia-nemmeno-i-bambini/ Wed, 11 Feb 2026 11:32:06 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11523 Il principale obiettivo del regime teocratico è impedire che il mondo venga a conoscenza di ciò che sta accadendo nel Paese. Per questo le autorità della […]

L'articolo Il massacro in Iran: la brutale repressione dalle periferie alle carceri, e che non risparmia nemmeno i bambini proviene da La Redazione.

]]>
Il principale obiettivo del regime teocratico è impedire che il mondo venga a conoscenza di ciò che sta accadendo nel Paese. Per questo le autorità della Repubblica islamica tentano in ogni modo di occultare la realtà, facendo ricorso a propaganda e censura. In particolare, attraverso il blocco di internet, il regime cerca di oscurare le proteste popolari e la durissima repressione esercitata dalle forze di sicurezza.

Le esperienze passate mostrano come le autorità iraniane abbiano sistematicamente ostacolato la diffusione di informazioni, mentre alle organizzazioni per i diritti umani indipendenti viene impedito di svolgere liberamente le loro indagini. Nonostante il blocco digitale, testimonianze, video e immagini riescono comunque a filtrare, rivelando scene di inaudita crudeltà. Sebbene la propaganda del regime, diffusa anche all’estero, cerchi di minimizzare quanto stia accadendo in Iran, nessuno può negare l’autenticità di queste testimonianze.

Ciò che emerge dalle indagini e dalla documentazione raccolta da organizzazioni, ad esempio come Human Rights Watch e Iran Human Rights Monitor, è che, nel 2025, le autorità iraniane hanno messo in atto una campagna repressiva di portata paragonabile ai massacri del 1988. La risposta alle proteste nazionali si è manifestata attraverso: uccisioni, detenzioni arbitrarie, torture, stupri, sparizioni forzate, deliberata negazione di cure mediche, sepolture segrete e pressioni sistematiche sulle famiglie delle vittime affinché mantenessero il silenzio.

La brutalità assassina delle forze di sicurezza si è espressa attraverso pratiche sistematiche, tra cui: l’uso di puntatori laser per individuare i manifestanti e l’impiego di cecchini per colpirli, il dispiegamento di armi militari pesanti, uccisioni indiscriminate di passanti estranei alle proteste, e colpi d’arma da fuoco contro persone che prestavano soccorso ai feriti o che tentavano di recuperare i corpi. A tutto ciò si sono aggiunte violente irruzioni nelle abitazioni dei manifestanti, condotte soprattutto durante le ore notturne.

Oltre a queste informazioni, stanno emergendo progressivamente video inerenti i primi giorni delle proteste e quelli realizzati dopo il blocco di internet, specialmente riguardanti le giornate dell’8 e del 9 Gennaio, giorni di intensa repressione.

Un video recentemente emerso, girato durante la repressione delle proteste ad Ardabil nel 2025-2026 e diffuso sul portale Iran Human Rights Society, mostra in modo chiaro l’azione intenzionale di un conducente di un veicolo appartenente all’unità speciale affiliato alle forze repressive che investe deliberatamente i manifestanti senza alcun tentativo di fermarsi. Il filmato, registrato sul posto, cattura il momento in cui l’auto accelera a tutta velocità verso una folla in ritirata. Secondo le immagini, quando alcuni manifestanti cercano di allontanarsi dal percorso del veicolo pesante, uno di loro cade e finisce direttamente sotto la traiettoria del mezzo. Mentre due persone cercano di aiutarlo, il conducente non rallenta e passa sopra il corpo del manifestante, senza fermarsi. Iran Human Rights Society informa che: “L’obiettivo degli agenti non era la dispersione dei manifestanti, ma la loro eliminazione fisica. Il veicolo era deliberatamente diretto verso una persona in fuga, e non risultano tentativi di frenata, rallentamento o avvertimento per far spostare i pedoni. Questi veicoli sono progettati per essere usati in situazioni di combattimento e non dovrebbero in alcun modo essere utilizzati in spazi urbani contro i cittadini”.

Oltre Teheran: la repressione più brutale nelle città periferiche dell’Iran

La violenza statale si è espressa soprattutto nelle città più nascoste e piccole dell’Iran. Quanto sta avvenendo nelle aree periferiche è motivo di grave preoccupazione per le organizzazioni dei diritti umani, poiché la situazione potrebbe essere significativamente più drammatica rispetto a quella riscontrabile nei grandi centri urbani.

Center Human Rights in Iran ha documentato che le forze statali hanno, nelle aree più nascoste, operato una campagna coordinata di uccisioni di massa e sparizioni forzate. Queste zone hanno una copertura mediatica minima o inesistente e sono caratterizzate dall’assenza di accesso a Starlink. “CHRI ha condotto interviste approfondite con testimoni oculari in città più piccole e meno note dell’Iran, nelle province di Kerman, Lorestan, Khuzestan, Kurdistan, Razavi Khorasan, Golestan, Kermanshah e Markazi, dove sono emerse pochissime immagini o testimonianze dirette. I racconti raccolti descrivono una campagna di uso indiscriminato della forza letale e di estrema violenza statale, con uccisioni perpetrate dalle forze di sicurezza caratterizzate da un livello di brutalità senza precedenti. A queste uccisioni sono seguiti arresti di massa e un clima di terrore diffuso, che ha ridotto intere comunità al silenzio”.

In queste zone le forze di sicurezza, pesantemente armate, riescono a esercitare un controllo più capillare, che rendono più facile l’identificazione delle persone che in alcuni casi sono state anche costrette a scappare.

Questo isolamento genera un ulteriore problema: l’impossibilità, per la maggior parte dei residenti, di comunicare con l’esterno e far sentire la propria voce. La conseguenza è che la narrazione di quanto sta avvenendo in Iran sia circoscritta e limitata agli eventi delle grandi metropoli, o più precisamente di Teheran. Il rischio concreto è che le voci dei più poveri e delle minoranze vengano sistematicamente escluse dal racconto mediatico.

200 i bambini uccisi durante le proteste

In Iran è in corso un massacro: un massacro in cui nessuno viene risparmiato, nemmeno i bambini.

Sono 200 i bambini uccisi durante queste proteste. E uso consapevolmente il termine “uccisi”, non “rimasti uccisi”, perché le forze di sicurezza hanno agito intenzionalmente, causando la loro morte. Se non fosse stata impiegata una forza brutale e sproporzionata, con l’uso di armi che dovrebbero essere riservate esclusivamente a contesti di guerra, molte vittime innocenti sarebbero state risparmiate e oggi sarebbero ancora in vita.

Melina Asadi, 3 anni di Kermanshah; Bahar Seifi, 3 anni di Neyshabur; Amir Ali Nourizadeh, 9 anni di Hormozgan; Reza Habibi, 10 anni, di Shiraz; Amir Abbas Amini, 12 anni, di Saveh; sono alcuni dei bambini brutalmente uccisi dal regime iraniano. Dietro questi nomi ci sono storie e sogni interrotti, famiglie distrutte: un intero paese è in lutto, e nessuno e nessun luogo è stato risparmiato dalla furia distruttiva degli uomini del regime.

Anche Sina Ashgbousi è stato ucciso.

Sina Ashgbousi è stato assassinato pochi giorni dopo il suo sedicesimo compleanno. Era la sera dell’8 Gennaio quando, mentre si trovava nella Terza Piazza di Teheranpars, a Teheran, è stato colpito dalle forze di sicurezza all’addome e al cuore. Il suo corpo è stato trafitto da munizioni vere. Sina non era armato, non era pericoloso, non era un attentatore, era un semplice adolescente con le sue passioni e la voglia di vivere e scoprire il mondo. Sina è stato ucciso a sangue freddo soltanto perché si trovava in una piazza.

Eppure per il regime teocratico tutto questo ha una logica, una logica sanguinaria ovviamente.

Quando la più alta autorità politica del paese, Ali Khamenei, definisce “terroristi”, “agenti stranieri” e “mercenari del nemico” i manifestanti, concede alle forze di sicurezza margine di manovra per ricorrere a violenza letale anche contro i minori. In una simile logica securitaria, persino bambini molto piccoli o neonati cessano di essere considerati soggetti da proteggere e vengono invece assimilati a un presunto disegno “sovversivo”, con l’effetto di rendere accettabile, e dunque normalizzata, la violazione del loro diritto più elementare: quello alla vita.

Ma in che modo hanno agito le forze di sicurezza nei confronti dei minori?

Secondo quanto riportato da Iran Human Rights Monitor, sulla base della documentazione e dei referti medici raccolti, è stato fatto un uso sproporzionato e letale della forza contro i bambini. I dati emersi nel corso di questa rivolta evidenziano modalità di attacco ricorrenti e particolarmente gravi:

A denunciare l’uccisione di questi bambini recentemente è intervenuto anche il Consiglio di Coordinamento dei Sindacati degli Insegnanti. In una comunicazione il Consiglio ha pubblicato i nomi dei 200 studenti morti nelle proteste:

“Duecento vite ci sono state strappate via. Vite strappate via dai proiettili, dalla povertà e dalla repressione, secondo un’unica logica; la stessa logica che ha reso l’istruzione pericolosa, trasformato la strada in un poligono di tiro e criminalizzato l’infanzia. E gli uomini del regime non si sono fermati dopo la loro morte: hanno vietato di pronunciare i nomi di queste giovani vittime, ordinato di celebrare i funerali in silenzio e negato che la verità venisse raccontata. La cancellazione, la negazione e la distorsione sono la continuazione della stessa politica che ha già mietuto vite in precedenza. Le aule non sono più quelle di una volta. I banchi vuoti non sono solo un segno di assenza; sono anche un promemoria del crimine che ha raggiunto l’aula; un promemoria della politica che ha mandato il bambino dall’aula al cimitero”.

Nelle carceri torture e abusi per far confessare i manifestanti

Dalla violenza esercitata nelle strade a quella nelle carceri. I massacri compiuti per le vie delle città lasciano un segno e possono essere comunque immortalate attraverso l’uso di cellulari, mentre le violenze che si verificano all’interno delle prigioni nessuno le vede e per questo rischiano di rimanere nascoste e sconosciute.

“Un giorno fui costretto a stare a terra per ore mentre venivo interrogato. Mi hanno fatto pressione per insultare coloro che erano morti durante le proteste. Mi sono profondamente vergognato. Mi mostrarono foto dei cadaveri e mi dissero: ‘Questo sarà il tuo destino se non confessi’. Chi mi interrogava mi ha versato del tè caldo addosso, mi ha sputato in faccia, premendo il piede sul mio volto. Prima della mia liberazione mi hanno costretto a ringraziare l’interrogatrice”.

È questo ciò che riferisce ad Hengaw un prigioniero arrestato durante le proteste. In questo periodo l’Organizzazione per i Diritti Umani Hengaw ha infatti raccolto prove che attestano la tortura sistematica dei detenuti, in particolare dei giovani arrestati durante le recenti proteste. Sulla base di interviste effettuate con diversi detenuti recentemente rilasciati, Hengaw ha rilevato che all’interno delle carceri iraniane sono state messe in atto nuove pratiche di interrogatorio utilizzate principalmente per costringere i prigionieri a confessare.

Tra queste si segnala l’uso intenzionale di interrogatrici donne nei confronti di giovani detenuti maschi come strumento di umiliazione psicologica e sessuale. Sono state inoltre documentate: minacce di esecuzione, processi farsa e l’emissione rapida di condanne in assenza delle garanzie di un giusto processo, nonché l’uso di violenza psicologica, fisica e sessuale.

Per quanto riguarda il ruolo delle interrogatrici donne, un detenuto di 22 anni, ha detto a Hengaw: “Sono stato picchiato e minacciato, ma l’abuso peggiore mi è giunto da un’interrogatrice donna. Questa infatti mi ha costretto a baciarle i piedi, mi ha umiliato ripetutamente e mi ha minacciato che mi avrebbe aggredito sessualmente”.

Un altro detenuto ha riferito che ad interrogarlo c’erano un uomo e una donna. L’interrogatore maschio interpretava il poliziotto buono, mentre l’interrogatrice donna quella del poliziotto cattivo. Anche questo testimone comunica che durante gli interrogatori è stato minacciato che se non avesse confessato la sua colpevolezza gli avrebbero sparato. Varie volte è stata puntata la pistola sulla sua fronte.

Un altro prigioniero di 19 anni ha detto che a condurre gli interrogatori erano due uomini e una donna, tutti e tre gli ripetevano continuamente che lo avrebbero ucciso. Tra di loro l’interrogatrice era estremamente brutale. “Mi hanno persino detto che avevano già informato la mia famiglia della mia morte. Mi hanno messo un cappio al collo e hanno detto che mi avrebbero giustiziato”.

Il profilo dei detenuti intervistati da Hengaw è vario: hanno un’età compresa tra i 18 e i 32 anni, includono individui di generi diversi e provenienti da città e regioni differenti. Sebbene gli arrestati non avessero alcun legame tra di loro sono stati separati, talvolta anche per età. Gli adolescenti invece venivano portati altrove.

Una detenuta ha riferito che era stato arrestato anche un bambino di 12 anni.

Attualmente, informa Hrana, si sono registrati 52.623 arresti.

L'articolo Il massacro in Iran: la brutale repressione dalle periferie alle carceri, e che non risparmia nemmeno i bambini proviene da La Redazione.

]]>
L’UE designa i pasdaran come organizzazione terroristica https://www.laredazione.net/lue-designa-i-pasdaran-come-organizzazione-terroristica/ Fri, 30 Jan 2026 13:01:58 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11477 Gli esuli iraniani chiedono di chiudere anche le ambasciate Sono state necessarie oltre 30.000 vittime* perché l’Unione europea arrivasse a designare i pasdaran come organizzazione terroristica. […]

L'articolo L’UE designa i pasdaran come organizzazione terroristica proviene da La Redazione.

]]>
Gli esuli iraniani chiedono di chiudere anche le ambasciate

Sono state necessarie oltre 30.000 vittime* perché l’Unione europea arrivasse a designare i pasdaran come organizzazione terroristica. Una decisione maturata solo dopo un massacro, attesa da decenni dalla diaspora iraniana, che per anni aveva sollecitato il Parlamento europeo e i singoli Stati ad adottare questa misura. L’inclusione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) rappresenta una svolta indispensabile per l’UE: una presa di posizione netta di fronte a quanto accade in Iran, dove migliaia di cittadini disarmati e pacifici continuano a essere uccisi con estrema brutalità.

L’equiparazione dei Guardiani della Rivoluzione a gruppi come l’Isis, al-Qaida e Hamas colloca l’apparato di potere iraniano in una categoria giuridica che ne denuncia apertamente il carattere repressivo e chiarisce la posizione dell’Unione europea rispetto alle sue azioni, dentro e fuori i confini nazionali. La classificazione dell’IRGC come organizzazione terroristica segue la scelta degli Stati Uniti, che designano i pasdaran come terroristi dal 2019, ed è in linea con decisioni simili adottate negli ultimi anni da Canada, Australia, Ecuador e Argentina.

“La repressione non può restare senza risposta”, ha scritto ieri su X l’Alto rappresentante Kaja Kallas. “Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria rovina”.

La decisione è stata presa il 29 Gennaio durante il Consiglio dei ministri degli esteri dei 27 Paesi. Tre giorni prima del Consiglio Affari Esteri, il nostro ministro degli esteri, Antonio Tajani aveva reso noto che l’Italia avrebbe avanzato la proposta di includere l’IRGC nell’elenco delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea. L’iniziativa italiana aveva trovato immediato appoggio da parte della Germania, mentre Francia e Spagna, in una prima fase, avevano adottato un atteggiamento più prudente.

Una presa di posizione, quella di Tajani, che aveva irritato i vertici di Teheran, che il 27 Gennaio avevano deciso di convocare l’ambasciatrice italiana, Paola Amadei, presso il ministero degli Esteri della capitale iraniana per protestare contro le dichiarazioni di Tajani, definite “irresponsabili”.

Che cosa prevede questa misura, e chi sono i sanzionati

L’inserimento dell’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea produce conseguenze concrete e immediate. Tutto il personale del corpo sarà soggetto a divieti di ingresso nell’Ue, mentre i loro beni e proprietà eventualmente presenti nei Paesi membri verranno sottoposti a congelamento. Inoltre, sarà proibita ogni attività finanziaria o commerciale che implichi rapporti diretti o indiretti con l’organizzazione.

Bruxelles ha sanzionato 15 soggetti del regime e sei entità, ritenuti responsabili di gravi abusi dei diritti umani in Iran, in particolare per la repressione violenta di manifestazioni pacifiche, che ha incluso l’uso sistematico della forza, arresti arbitrari e pratiche di intimidazione messe in atto dalle forze di sicurezza contro i manifestanti.

Il Consiglio dell’Unione Europea ha inoltre deciso di imporre misure restrittive in relazione al continuo sostegno militare dell’Iran alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina

Tra i soggetti colpiti dalle sanzioni figurano in particolare Eskandar Momeni, ministro dell’Interno iraniano e capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, insieme a figure di spicco del sistema giudiziario, come il procuratore generale Mohammad Movahedi-Azad e il giudice presidente Iman Afshari. La lista comprende anche numerosi comandanti dell’IRGC e alti ufficiali della polizia e delle Forze dell’ordine, tra cui il capo della polizia di pubblica sicurezza Seyed Majid Feiz Jafari, quattro comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione e il comandante della forza speciale antiterrorismo Mohsen Ebrahimi. Per tutti loro sono previste misure restrittive che vietano l’ingresso nell’Ue e congelano eventuali beni detenuti nel territorio europeo.

Tra le entità sanzionate compaiono: l’Autorità Iraniana per la Regolamentazione dei Media Audiovisivi (Satra), la Seraj Cyberspace Organization, il Gruppo di lavoro per l’individuazione di contenuti criminali (Wgdicc) e varie società di software. Queste organizzazioni sono state coinvolte in attività di censura, campagne di trolling sui social media, diffusione di disinformazione e informazioni fuorvianti online, oltre a contribuire alla frequente interruzione dell’accesso a Internet mediante lo sviluppo di strumenti di sorveglianza e repressione.

Le misure restrittive contro le violazioni dei diritti umani in Iran, informa il testo del Consiglio Europeo, riguardano ora complessivamente 247 persone e 50 entità. Queste restrizioni prevedono il congelamento dei beni, il divieto di viaggio verso l’UE e l’impossibilità di fornire fondi o risorse economiche agli individui e alle entità elencate. È inoltre in vigore un divieto di esportazione verso l’Iran di attrezzature che potrebbero essere impiegate per la repressione interna, comprese le apparecchiature per il monitoraggio delle telecomunicazioni.

Ricordiamo che questa decisione del Consiglio degli esteri è successiva alla votazione della risoluzione avvenuta giovedì 22 Gennaio, quando il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che condannava la brutale repressione dei manifestanti in Iran e che esortava le autorità iraniane a porre immediatamente fine alle violenze contro i manifestanti, a fermare tutte le esecuzioni e cessare l’uccisione e la repressione dei civili.

Nella medesima risoluzione il Parlamento invitava il Consiglio a procedere senza indugio alla designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, compresi i Basij e la Forza Quds, come organizzazioni terroristiche. La risoluzione, non vincolante, è stata adottata con 562 voti a favore, 9 contrari e 57 astensioni.

Tra gli astenuti figurano esponenti del Movimento 5 stelle, l’unico partito italiano ad astenersi al voto. La motivazione? Il mancato inserimento nella risoluzione di un invito alle istituzioni europee a “esercitare pressioni diplomatiche sugli Stati Uniti e Israele affinché si trattengano dal lanciare o sostenere minacce militari contro l’Iran”.

La reazione di Teheran non si è fatta attendere. L’Irna, Agenzia di stampa della Repubblica Islamica, riporta che il Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha affermato che l’Europa con questa designazione ha commesso “un altro grave errore strategico”, nel frattempo si sono susseguite altre forti dichiarazioni anche da parte del Ministero della Difesa e della Logistica delle Forze Armate.

Le altre richieste degli iraniani in esilio: chiudete le ambasciate

Tra le altre misure richieste da molti iraniani in esilio, come si legge nei loro appelli sui social, vi sono la chiusura delle ambasciate del regime e l’espulsione dei suoi diplomatici. Gli affiliati delle Guardie Rivoluzionarie dovrebbero essere arrestati e processati per cooperazione con un’organizzazione terroristica. Per molti è necessario interrompere qualsiasi negoziato di natura economica e diplomatica con la Repubblica islamica in modo da non continuare a legittimare il regime teocratico; è inoltre indispensabile avviare indagini approfondite sulle reti operative di questa organizzazione terroristica, procedendo all’identificazione e all’arresto dei complici.


*Dato fornito da due alti funzionari del Ministero della Salute del Paese al TIME

Immagine in copertina copyright Ue 2026

L'articolo L’UE designa i pasdaran come organizzazione terroristica proviene da La Redazione.

]]>
Proteste in Iran. Tra propaganda e violenze i cittadini resistono https://www.laredazione.net/proteste-in-iran-tra-propaganda-e-violenze-i-cittadini-resistono/ Wed, 07 Jan 2026 10:41:20 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11390 Le proteste si sono estese in oltre 90 città. Almeno 34 i manifestanti identificati rimasti uccisi durante i dieci giorni di proteste, mentre gli arrestati sono […]

L'articolo Proteste in Iran. Tra propaganda e violenze i cittadini resistono proviene da La Redazione.

]]>

Le proteste si sono estese in oltre 90 città. Almeno 34 i manifestanti identificati rimasti uccisi durante i dieci giorni di proteste, mentre gli arrestati sono circa 2.076

Tutto è iniziato domenica 28 Dicembre al Bazar di Teheran: quando un gruppo di commercianti e negozianti di Teheran ha scioperato e indetto manifestazioni di protesta contro l’esasperante condizione economica. Come si vede dai filmati i bazarì hanno invaso le strade e i centri commerciali cercando il sostegno degli altri commercianti e invitandoli a chiudere i negozi e unirsi allo sciopero intonando “Chiudete! Chiudete!”. In questi anni l’Iran ha vissuto una profonda crisi economica, crisi che si è esacerbata in questi ultimi mesi. L’intensificarsi delle sanzioni internazionali, l’inefficienza strutturale del regime dominato da corruzione, clientelismo e incompetenza, e l’escalation delle crisi energetiche e idriche, hanno esercitato una forte pressione sui settori produttivi del paese, in particolare agricoltura e industria.

L’emergenza economica è segnata inoltre dall’aumento del tasso di cambio del dollaro statunitense, dalla drastica svalutazione della moneta nazionale e da un‘inflazione dilagante che a Dicembre ha raggiunto il 52,6%, indicando un aumento del 3,2% rispetto a Novembre. In questi anni il costo del cibo, specialmente del pane, è salito considerevolmente assieme a quello degli affitti e delle medicine.

La popolazione iraniana è allo stremo e non ce la fa più a sopravvivere in queste condizioni instabili e di repressione sistematica (ricordiamo che nel 2025 le esecuzioni capitali sono state oltre 2.000). I lavoratori, esattamente come i cittadini, ad ogni loro raduno e sciopero per chiedere maggiori diritti, sicure condizioni lavorative e un miglior stipendio, vengono repressi e minacciati di licenziamento.

La protesta di fine Dicembre partita dai bazar è quindi in qualche modo significativa. I bazarì rappresentano da sempre uno dei pilastri tradizionali dell’economia urbana, svolgendo un ruolo decisivo nella stabilità economica e sociale.

«All’interno di questo contesto è importante ricordare che storicamente i bazar erano un pilastro di sostegno per il clero e il regime islamico» spiega Jalal Saraji, presidente e portavoce dell’Associazione democratica degli iraniani in Italia – Venezia e oppositore sia contro il regime dello scià sia contro il regime teocratico, che ci guiderà con alcune sue considerazioni in questo articolo.

«I bazar furono alleati fondamentali del clero durante la Rivoluzione del 1979, offrendo supporto economico e conferendo legittimità alla nascente Repubblica Islamica e a Khomeini. Ovviamente la crisi da te descritta prima (sanzioni, corruzione e una gestione economica inefficace) hanno colpito duramente anche i bazarì, inducendoli a percepire il regime come un ostacolo alle loro attività economiche. Quando sono iniziate queste proteste infatti alcune persone non si fidavano di come sarebbero proseguite e hanno atteso un po’ prima di unirsi, questo proprio per il ruolo storico che hanno avuto i bazar in Iran.

Queste ondate di manifestazioni nascono, come appunto ricordato, per il rincaro del dollaro. Attualmente il prezzo del dollaro statunitense nel mercato iraniano è intorno a 1.450.000 rial, e ciò ha messo in ginocchio i settori che lavorano con il commercio estero, in particolare con la telefonia mobile. I negozianti si vedevano aumentare di giorno in giorno il costo della merce che acquistavano e di conseguenza sono stati costretti a smettere di vendere» asserisce Saraji.

Questa azione di sciopero dei bazarì è perciò indicativa che il malessere sociale e lavorativo si è esteso, e ad esserne indenni solo soltanto gli uomini del regime. Mentre il popolo è ridotto alla fame e non può permettersi nemmeno le medicine per curare i propri figli e comprare i beni necessari, i clerici, i pasdaran e i governanti, si riempiono le tasche.

Era quasi naturale dunque che gli scioperi e le proteste si allargassero. Nei giorni successivi le proteste si sono estese in oltre 90 città, sino a giungere alle piccole città di montagna, ad esempio nelle località sui monti Zagros. Area quest’ultima segnata da una profonda crisi idrica e da una pesante povertà dovuta alla disoccupazione; e il malcontento, già presente, è stato amplificato dalle proteste dei bazarì.

Alle proteste dei commercianti hanno aderito successivamente anche i movimenti studenteschi. Al nono giorno, riporta Hrana, si sono contati raduni in ben 17 università. La prima Università a scioperare è stata quella di Teheran, e a seguire si è aggiunta l’Università di Tecnologia di Isfahan. Il dissenso si è poi velocemente esteso anche per le strade coinvolgendo cittadini di qualsiasi età. Al sesto giorno di proteste scene di dissenso si sono verificate anche nei cimiteri, dove i cittadini hanno intonato slogan durante le cerimonie di sepoltura di persone rimaste uccise nelle proteste. Tutti questi momenti di raduno sono caratterizzati dalla presenza di slogan che combinano richieste economiche e per avere una vita migliore a slogan politici, contro la dittatura e contro le restrizioni delle libertà individuali. Tra i motti intonati si sono ripetuti: Morte al dittatore, Donna – Vita – Libertà, Non aver paura, siamo tutti insieme, Libertà ed Uguaglianza, Khamenei è un assassino

La questione degli slogan non è secondaria, rimanda infatti un ritratto del sentire della società iraniana, è necessario quindi controllare sempre l’autenticità dei video e degli audio diffusi, perché alcuni gruppi potrebbero manipolarli in loro favore.

La diffusione capillare e la reiterazione di questi slogan in numerose città rivelano l’intreccio tra questioni lavorative e rivendicazioni politiche, mettendo in risalto la profondità dei risentimenti stratificati nella società iraniana. La protesta da economica si è trasformata in politica.

A tal proposito chiedo a Saraji come si posiziona la sua associazione all’interno di queste proteste.

«Come Associazione democratica, che da anni si batte per la democrazia nella compagine politica iraniana, non accettiamo che una dittatura venga sostituita da un’altra dittatura basata su di un potere ad personam e priva di reali garanzie per il popolo.
Non vogliamo sostituire un regime clericale (gli ayatollah con turbante) con un regime “civile” (oppure un regime “borghese”) di stampo monarco-dittatoriale che persegua la stessa politica; cambiando solo padrone e campo di appartenenza. Crediamo che, se il regime iraniano cadrà per mano del popolo, coloro che hanno guidato la rivolta e la rivoluzione dovranno dar vita a un’assemblea rappresentativa che, nel rispetto dei principi democratici riconosciuti a livello internazionale, promuova un referendum attraverso il quale i cittadini possano decidere liberamente quale sistema politico desiderano.

Per quanto riguarda un possibile intervento esterno, come Associazione siamo fortemente contrari. In nessuna parte del mondo gli interventi esterni hanno portato la democrazia; si pensi all’Afghanistan, alla Siria, all’Iraq. Nessuno di questi popoli vive infatti in condizioni facili e pacifiche. Chi investe uomini e denaro lo fa per un ritorno economico e personale, e non certo per solidarietà o per liberare la popolazione. Sono soltanto i popoli stessi che devono decidere del loro destino. Il popolo iraniano non ha bisogno di attori esterni per fare la rivoluzione e far cadere il regime, però gli Stati che si autodefiniscono democratici se ci vogliono aiutare devono smettere di stringere rapporti economici e diplomatici con il regime della Repubblica islamica. Un’azione concreta e simbolica che da anni noi esuli chiediamo è che l’Unione Europea designi l’IRGC (Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche) come organizzazione terroristica, cosa che anche l’Italia non ha ancora fatto. Oltre questo bisognerebbe impedire ai gerarchi iraniani legati al regime di depositare il loro denaro nelle banche europee e internazionali, mentre gli studenti iraniani non possono nemmeno aprirsi un conto bancario. Questo ad esempio sarebbe un segnale» .

La risposta degli agenti di sicurezza: quando la violenza contro chi protesta diventa sistematica

Alla storia passeranno le immagini di questi giorni di resistenza pacifica dei cittadini iraniani che disarmati affrontano le forze di sicurezza. Nessuno potrà dimenticare il ragazzo seduto da solo di fronte alle forze di sicurezza a Teheran, o la coppia ad Hamedan, che insieme, quasi abbracciandosi, sono posizionati davanti gli agenti: a far da unico scudo il loro corpo. Mentre però questi fotogrammi hanno fatto il giro del mondo, meno eco nei nostri giornali ha avuto invece la reazione repressiva degli agenti. Per dare una lettura completa di ciò che sta avvenendo per le strade delle città iraniane è invece necessario affrontare questo tema, perché ogniqualvolta che un cittadino in Iran protesta è sottoposto sistematicamente a qualsiasi tipo di repressione.

Hrana comunica che almeno 34 persone sono rimaste uccise durante questi dieci giorni di proteste (di cui 4 sotto i 18 anni). Gli arrestati sono circa 2076, anche se si stima che il numero effettivo di detenuti sia significativamente più alto.

«Questi numeri possono considerarsi incerti» dichiara Saraji. «Sebbene provengano da organizzazioni attendibili e non affiliate al regime, è molto probabile che sia le vittime che i feriti siano di più. Ad essere riportati in questi report sono infatti solo i numeri dei morti e dei feriti identificati. Nelle aree rurali e piccoli centri urbani dove si registrano anche lì delle manifestazioni, come quella di Fars o del Lorestan ad esempio, è possibile che le famiglie, onde impedire che le salme delle vittime venissero sequestrate dalle autorità come successo in passato, abbiano provveduto alla sepoltura, talvolta nel giardino di casa, del loro caro senza denunciarne la morte. Ovviamente questo vale anche per i feriti: sono parecchi coloro che per non essere identificati non si recano negli ospedali.

Ci tengo a ricordare che durante la rivoluzione Donna – Vita – Libertà molti dei feriti preferiva, onde evitare arresti o denunce, non andare negli ospedali ma curarsi a casa o nelle residenze private di medici e infermieri che avevano trasformato la loro abitazione in ambulatori. Molti dei medici e infermieri che prestarono loro soccorso sono stati uccisi» ricorda Saraji.

In questi giorni in svariate città e provincie dell’Iran si sono registrati scontri violenti tra la polizia e i manifestanti. In molti casi è stata segnalata la presenza di agenti in tenuta antisommossa, oltre che in borghese, e l’uso di gas lacrimogeni, di armi da fuoco e arresti violenti che indicano l’uso della forza fisica. In alcuni casi, come puntualizzava anche Saraji, i cittadini si sono rifiutati di recarsi nei centri medici per timore di essere arrestati: le loro preoccupazioni erano fondate.

Dai filmati diffusi in queste ore dalla BBC persian e Hrana confermano come a Ilam nella serata di domenica 4 Gennaio le forze di sicurezza abbiano fatto irruzione nei locali dell’ospedale Imam Khomeini per sequestrare i corpi delle vittime e rapire i manifestanti feriti. Gli scontri sono continuati anche fuori e intorno all’ospedale, dove le forze di sicurezza per reprimere i manifestanti sono ricorsi a una crescente violenza, tra cui l’uso di gas lacrimogeni e armi da fuoco. Attraverso un comunicato l’organizzazione Iran Human Rights riporta che il 3 Gennaio diversi manifestanti a Malekshahi sono stati uccisi da munizioni vere sparate dalle forze di sicurezza; fonti informate hanno riferito dell’uso di armi, tra cui fucili AK47.

Parallelamente agli eventi di Ilam, martedì 6 Gennaio, le forze di sicurezza sono entrate nell’ospedale Sina di Teheran, creando momenti di tensione e paura.

Nei giorni precedenti invece alcuni scontri armati sono avvenuti nella città di Fasa, nella provincia di Fars. Il 31 Dicembre le forze di polizia e di sicurezza si sono scontrate con i manifestanti davanti alla sede del governatore. I filmati diffusi dalle organizzazioni umanitarie in quella giornata mostrano gli agenti aprire il fuoco contro i manifestanti nel tentativo di disperderli. Il 1 Gennaio a Nahavand, nella provincia di Hamedan, da un video diffuso da Hrana, si vede un agente delle forze dell’ordine sparare proiettili veri contro i manifestanti. La ripresa mostra anche un altro gruppo di agenti che lancia pietre contro i cittadini e si lancia contro di loro. Sempre quel giorno a Lordegan invece le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni contro un raduno di cittadini tra la piazza comunale e davanti l’ufficio del governatore.

Tale violenza repressiva si è verificata anche in motissime altre città, e questo spiega il numero dei feriti e dei morti. Ciò dimostra che la risposta delle forze di sicurezza alle proteste non ha riguardato il solo controllo del territorio e il mantenimento dell’ordine pubblico; l’obiettivo delle autorità e degli agenti era reprimere le proteste e i dissidenti.

Abdorrahman Boroumand Center ha così sintetizzato la strategia del regime a queste proteste:

1. Forza bruta: fuoco diretto e arresti di massa.

2. Chiusure forzate: per nascondere gli scioperi dei mercati le autorità hanno usato il pretesto del “freddo” per ordinare le chiusure delle attività.

3. Intimidazione: invio di SMS minacciosi dall’IRGC ai cittadini per impedire la loro partecipazione ai raduni di protesta.

Ma la repressione passa anche per la tecnologia per impedire la diffusione di notizie ed il coordinamento tra i manifestanti, le autorità hanno rallentato e interrotto la connessione internet in numerose zone, ma non in maniera omogenea. Il risultato è stata una forte limitazione nella circolazione di video e messaggi.

La narrazione propagandistica del regime

Oltre all’uso brutale della forza, il regime della Repubblica islamica per giustificare tali aggressioni e uccisioni ha minimizzato le azioni degli agenti rimarcando più volte come i manifestanti siano dei rivoltosi e come in più occasioni abbiano provato a colpire la polizia. Dai video emerge invece un’altra narrazione, e le asserzioni degli uomini del regime possono senza mezzi termini essere definite: propaganda.

Una propaganda che colpisce anche i morti. Amir-Hessam Khodayarifard, 22 anni, è uno dei manifestanti uccisi durante le proteste a Kuhdasht, nelle provincia di Lorestan. L’IRGC lo aveva identificato falsamente come un basiji ucciso dai manifestanti. Secondo le informazioni ricevute dall’Abdorrahman Boroumand Center da una fonte informata, la famiglia Khodayarifard è stata sottoposta a forti pressioni affinché accettassero la versione statale e un funerale sponsorizzato dallo Stato. La famiglia, composta da agricoltori, non è caduta nel ricatto e durante la cerimonia di commemorazione il padre di Amir-Hessam ha dichiarato pubblicamente che suo figlio non era un basiji. La versione delle forze di sicurezza iraniane però è circolata anche qui in Italia, rendendo la narrazione inerente queste proteste alquanto imprecisa.

In merito Saraji aggiunge: «Questa narrazione da parte del regime iraniano non è nuova. Durante le proteste del Novembre di sangue contro il caro benzina del 2019 gli agenti uccisero uno studente curdo; le autorità al momento dell’annuncio della sua morte dissero che era un membro dei pasdaran, cosa che poi è stata smentita. La Repubblica islamica vuole passare per vittima e per questo manipola le informazioni. Spesso, ad esempio, il regime dichiara che le uccisioni di civili e manifestanti sono incidenti o suicidi (pensiamo alla vicenda di Nika Shakarami) oppure fa credere che ad essere deceduti siano membri dei basij o dei pasdaran. A tal proposito i casi di insabbiamento della verità che si potrebbero citare sono tantissimi, e sono ferite ancora aperte nella società iraniana».

L'articolo Proteste in Iran. Tra propaganda e violenze i cittadini resistono proviene da La Redazione.

]]>
Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani di Cristiana Cella: un libro che rende visibile l’invisibile https://www.laredazione.net/attraversare-la-notte-racconti-di-donne-dallafghanistan-dei-talebani-di-cristiana-cella/ Wed, 31 Dec 2025 10:38:30 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11310 Afghanistan, 15 Agosto 2021 i talebani ritornano al potere: per le donne e le ragazze afghane ricomincia l’incubo. “Tutte le mie giornate, da che sono nata, […]

L'articolo Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani di Cristiana Cella: un libro che rende visibile l’invisibile proviene da La Redazione.

]]>

Afghanistan, 15 Agosto 2021 i talebani ritornano al potere: per le donne e le ragazze afghane ricomincia l’incubo.

“Tutte le mie giornate, da che sono nata, sono passate dentro casa. Uno spazio di altri, senza luce, né sogni” scrive Cristiana Cella riportando la testimonianza di una ragazza afghana in Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani (Edizioni Altreconomia, 2025). Una raccolta di 70 racconti ispirati a voci, testimonianze e confidenze registrate in quattro anni di dominio talebano.

Da quel giorno di Agosto il regime fondamentalista dei talebani, progressivamente e con sistematicità, ha privato le donne dei più basilari diritti umani, tra cui: mostrarsi (sono costrette ad indossare il burqa), istruirsi (dopo i 12 anni è vietata loro qualsiasi forma di istruzione), lavorare, frequentare i luoghi pubblici, spostarsi da sole senza un mahram (membro della famiglia di sesso maschile) oltre la distanza di 72 chilometri. Divieti che in questi ultimi anni sono esacerbati. I talebani infatti, che applicano l’interpretazione più rigida della sharia, hanno ad esempio vietato alle donne di cantare ed essere visibili dalle finestre o dai cortili di casa che si affacciano sui luoghi pubblici, tant’è che attorno alle abitazioni sono stati costruiti dei muri per impedire loro di essere viste.

In Afghanistan è in atto l’apartheid di genere, espressione con la quale si indica un regime strutturato di dominio e oppressione che confina sistematicamente le donne in una condizione di subordinazione, negando loro i diritti fondamentali. Nell’Emirato islamico le donne sono relegate entro le mura domestiche e private della possibilità di condurre un’esistenza dignitosa e umana, sia nella sfera privata sia in quella sociale.

Se attraverso questi inumani divieti e proibizioni le donne afghane sembrano mute presenze murate, in Attraversare la notte Cristiana Cella restituisce un’immagine di donne e ragazze afghane che non si sono mai arrese al proprio destino e, nonostante le minacce, le torture, le incarcerazioni e le vendette a cui sono quotidianamente sottoposte, con determinazione e coraggio cercano di cambiare la loro condizione e quella delle altre donne.

Attenzione però, l’autrice del libro non ci rimanda un’immagine filtrata ed edulcorata di ciò che sono costrette a subire le donne afghane, come non ammorbidisce i tratti tragici e violenti presenti costantemente in queste realtà. Attraversare la notte è un testo intenso, onesto e schietto, in cui le storie di queste donne ritornano al lettore in maniera autentica. A volte manca il respiro. Mantenere il distacco leggendo queste testimonianze è difficile. Questi racconti trapassano le pagine e giungono al lettore nella loro essenza. Chi legge risulta inerme e nudo di fronte a tanta autenticità.

In questo libro i racconti si alternano alle emblematiche fotografie di Carla Dazzi, che con il suo obiettivo ha immortalato attimi di esistenze e resistenze. Queste fotografie sembrano emergere da uno scrigno segreto, guardandole si ha come la sensazione di entrare in una realtà altrimenti negata e inaccessibile.

Ma non poteva essere altrimenti. Soltanto chi conosce i luoghi e la storia e ha visitato questi territori in profondità come Cristiana Cella, e Carla Dazzi, poteva restituire un ritratto genuino e senza filtri di quanto sta accadendo in Afghanistan.

Giornalista e scrittrice, Cristiana Cella si occupa dell’Afghanistan dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul per raccontare la resistenza contro l’invasione sovietica, successivamente seguì la guerra dei combattenti laici e democratici contro i russi e i mujaheddin sui monti nella provincia di Paktia. Dal 2009 è membro di Cisda – Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane. Carla Dazzi è invece una fotografa e socia Cisda. Dal 2002 coniuga arte e attività umanitaria in favore dei diritti delle donne afghane e contro i fondamentalismi, le occupazioni e la corruzione.

In questo libro, Cella narra di donne obbligate a subire una costante repressione, cui esistenza è ridotta quasi alla funzione del respiro, un respiro che però non deve far rumore, un respiro impercettibile.

Eppure nonostante ciò le donne che si raccontano ad Attraversare la notte resistono; determinate al proprio riscatto e a quello delle loro figlie riescono, metaforicamente, a far sbocciare rose nel deserto. Ecco dunque che Cella ci accompagna all’interno di laboratori di cucito segreti, scuole clandestine, campi dove si coltiva lo zafferano, ambulatori mobili, saloni nascosti di parrucchiere: tutti luoghi dove queste donne vessate dalla famiglia e dal marito riprendono a respirare e si riscoprono.

Cella riesce a rendere visibile l’invisibile, riesce a tramutare in parole e frasi gesti e sguardi cui solo lei ha assistito, rendendoci partecipi di momenti di vita in cui l’essere umano, in questo caso donna, pur di anelare un po’ di libertà si è spinto oltre tutti i limiti concessi e immaginabili. Attraverso queste testimonianze l’autrice ci introduce in una terra per molti aspetti ancora troppo sconosciuta, facendoci comprendere però che anche la natura dell’essere umano non deve mai essere data per scontata, che oltre un velo o un muro si può celare molto altro. L’autrice dona voce a donne che hanno lottato, e lottano, per non essere vittime e che vogliono sottrarsi a un meccanismo di isolamento e prigionia: il loro grido di speranza e ribellione necessita di essere udito, e Cella l’ha raccolto e trasformato in sinfonia a noi udibile. Tra queste testimonianze troviamo quelle di donne che per mantenere se stesse e i figli ed uscire così da una povertà imperante “i talebani pensano che dobbiamo mangiarci i muri” (p.48) lavorano clandestinamente, donne che fuggono lontano e da sole per scappare da un matrimonio combinato o precoce. Ragazze che non vogliono più essere sacrificate o vendute, ragazze che semplicemente chiedono di essere trattate come esseri umani.

Le violenze che subiscono queste coraggiose donne non vengono mai censurate o smorzate nel libro. Le donne afghane ci insegnano che ogni singolo passo per raggiungere la libertà è un passo affrontato in mezzo a innumerevoli pericoli. Ogni passo può essere l’ultimo, e non sempre c’è il lieto fine. “Non c’è spazio né tempo per un’altra vita” (p.153). In molti, troppi casi, la volontà di essere libere è stata silenziata da colpi di fucile o da sassate.

Ai numerosi divieti imposti dai talebani si aggiungono infatti sanzioni durissime, come la lapidazione e la fustigazione inflitte alle donne accusate dei cosiddetti “crimini morali”. Senza considerare che prima ancora di arrivare a tali punizioni corporali, le donne ritenute “colpevoli” vengono uccise dai propri familiari, mettendo in atto così ciò che nella giustizia talebana viene definito come delitto d’onore.

In Attraversare la notte l’autrice scrive che i segni che queste donne portano sul loro corpo sono il racconto di ciò che hanno vissuto. Con questo libro Cristiana Cella rende manifeste sotto forma di scrittura queste cicatrici, emotive e corporali, mostrandole al lettore che, sebbene non le possa curare, le può accogliere, interiorizzare ed ascoltare.

L'articolo Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani di Cristiana Cella: un libro che rende visibile l’invisibile proviene da La Redazione.

]]>