La Redazione https://www.laredazione.net/storie-di-sport/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Thu, 09 Jul 2026 17:33:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.1 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png La Redazione https://www.laredazione.net/storie-di-sport/ 32 32 Marocco, il pallone sotto la tenda berbera https://www.laredazione.net/marocco-il-pallone-sotto-la-tenda-berbera/ Thu, 09 Jul 2026 17:10:12 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12162 Tempo fa, ho scoperto Cronache di spogliatoio, bellissimo sito giornalistico che mi ha consigliato Jacopo che è top player non del pallone, ma dei programmatori informatici […]

L'articolo Marocco, il pallone sotto la tenda berbera proviene da La Redazione.

]]>
Tempo fa, ho scoperto Cronache di spogliatoio, bellissimo sito giornalistico che mi ha consigliato Jacopo che è top player non del pallone, ma dei programmatori informatici bolognesi.

Tra le succulente cronache sportive sono stata attratta dai 18 ettari di Academy in Marocco (scritta da Alessandro Lunari). Campi da calcio a non finire e servizi, inclusa la moschea, per un centinaio di ragazzi di età compresa tra i 13 e i 18 anni, vicino a Rabat. Se la si congiunge idealmente al Mohammed VI Football Complex. il centro tecnico nazionale, e a tante piccole Academy disseminate per il Marocco si forma una luminosa costellazione per stelle e stelline del calcio.

Storie giovani e cronache nuove per noi del Vecchio continente.

Da lì in poi il mio viaggio è continuato, in uno spazio molto fertile della mente, tra la voglia di conoscere e il desiderio di inanellare ghirlande non tanto di margherite, ma di rosa damascena, emblema floreale del Marocco, dai poteri magici, simili a quelli evocati dal tifoso davanti al giocatore della propria squadra che si appresta a tirare un calcio di rigore.

E, in effetti, di cose – alcune molte bizzarre – ne succedono e ne succederanno. Il Marocco, insieme a Portogallo e Spagna ospiterà i prossimi Campionati mondiali di calcio, nel 2030. Gli stadi per ospitarli proliferano.

A Casablanca, oltre allo storico impianto da 67.000 spettatori, utilizzato dal Wydad e dal Raja Casablanca, sorgerà lo stadio più capiente al mondo (115.000 posti), a forma di tenda berbera naturalmente. Il tetto della tenda sarà un reticolo pensato per ridurre l’assorbimento di calore e per illuminarsi di notte. Sono previste 32 torri a sorreggere la struttura e sopra a ognuna di queste sorgeranno dei giardini sospesi. In tal modo il Marocco contenderà a Spagna e Portogallo anche la finale della Coppa 2030.

A Marrakech, è stato invece ristrutturato lo stadio con una capienza di 45.000 posti.

Anche a Rabat l’impianto storico è stato ammodernato. Ha già ospitato la finale di Coppa d’Africa 2025 che rimarrà nella storia. Come spesso accade nello sport del pallone, infatti, episodi eroici, estemporanei, drammatici e anche fantasiosi si mescolano al calcio giocato, creando una miscela irresistibile dai tratti epici e letterari: quella finale vinta 1-0 per il Senegal, due mesi dopo è stata attribuita a tavolino al Marocco, per decisione della CAF Appeal Board. Eppure ad oggi il trofeo non è stato ancora restituito dal Senegal al Marocco. La coppa si trova ora protetta in una base militare senegalese, con il Presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, che si è dichiarato “guardiano” della scultura che raffigura il Continente africano al centro del mondo, bagnato da fiumi a mo’ di venature, e che è stata realizzata a Paderno Dugnano, nel Milanese, dalla storica azienda metalmeccanica GDE Bertoni.

Nel frattempo a Rabat, Marrakech e Casablanca continuano i lavori per i prossimi mondiali 2030, sotto lo sguardo attento dei tre sindaci donna delle principali città del Marocco: Fatiha El Moudni a Rabat, Fatima Ezzahra El Mansouri a Marrakech e Nabila Rmili a Casablanca. E per chiudere, almeno per ora, con le “storie di calcio e dintorni” di questo Paese, va ricordato anche un altro primato sia reale che virtuale: Nouhaila Benzina è la giocatrice marocchina, prima in assoluto a indossare l’hijab durante una partita della Coppa del Mondo maggiore nel 2023 (fino al 2014 era vietato) ed è anche la prima a essere stata rappresentata nel videogioco FIFA 23 con il suo avatar che indossa fedelmente l’hijab.

L'articolo Marocco, il pallone sotto la tenda berbera proviene da La Redazione.

]]>
Mondiali 1998: quel match Usa-Iran che segnò la storia https://www.laredazione.net/mondiali-1998-quel-match-usa-iran-che-segno-la-storia/ Thu, 18 Jun 2026 14:25:22 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12095 Ci sono partite che finiscono al 90° e altre che vivono oltre il fischio finale. Il 21 giugno ‘98, a Lione in Francia, le nazionali di […]

L'articolo Mondiali 1998: quel match Usa-Iran che segnò la storia proviene da La Redazione.

]]>
Ci sono partite che finiscono al 90° e altre che vivono oltre il fischio finale. Il 21 giugno ‘98, a Lione in Francia, le nazionali di Usa e Iran non giocarono solo una partita: entrarono in una storia più grande, fatta di politica, memoria e tensioni internazionali. Non fu una semplice sfida, ma un incrocio carico di significati, tra due Paesi separati da anni di rottura diplomatica dopo la rivoluzione islamica del 1979.

Prima ancora che il pallone iniziò a rotolare, accadde qualcosa che rimase impresso più del risultato. I giocatori iraniani consegnarono fiori agli statunitensi. Le due squadre si avvicinarono, posarono per una fotografia, quasi a sospendere la distanza tra i Paesi. Fu un gesto semplice, ma potente. Fragile e universale allo stesso tempo. Sul campo, l’Iran vinse 2-1 e scrisse la sua prima vittoria mondiale. Ma il risultato si dissolse rapidamente davanti a un’immagine che superava lo sport.

Quella partita arrivò su una ferita aperta nel 1979, quando la Rivoluzione islamica cambiò la storia dell’Iran e interruppe i rapporti con gli Usa. Da allora, tra Teheran e Washington si alternano aperture e chiusure. È una distanza che non è solo diplomatica: è simbolica, politica, culturale.

Oggi il mondo guarda ai mondiali appena iniziati e lo scenario internazionale è attraversato da una nuova fase di tensione tra Usa-Israele e Iran. Dalla fine di febbraio, la regione è in una spirale di attacchi incrociati e operazioni militari. La pace dopo trattative faticose è arrivata, dopo quasi 4 mesi di scontro frontale.

In questo presente così difficile, il precedente del ‘98 torna con una forza enorme. Non perché abbia cambiato il corso della storia, ma perché ha mostrato qualcosa di diverso: la possibilità di uno spazio comune, anche solo per novanta minuti. È questo che resta, a distanza di quasi trent’anni. Non il risultato, ma l’immagine. Non la classifica, ma il gesto. E la sensazione che il calcio riesca a raccontare il mondo meglio del mondo stesso.

L'articolo Mondiali 1998: quel match Usa-Iran che segnò la storia proviene da La Redazione.

]]>
Ukaleq Slettemark: atleta della Groenlandia a Milano Cortina 2026 https://www.laredazione.net/ukaleq-slettemark-atleta-della-groenlandia-a-milano-cortina-2026/ Tue, 03 Feb 2026 16:14:11 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11499 Dopo l’intervista a Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track, e alla fondista iraniana Samaneh Beyrami Baher, eccellenze sportive che provengono da Paesi attraversati da violenza […]

L'articolo Ukaleq Slettemark: atleta della Groenlandia a Milano Cortina 2026 proviene da La Redazione.

]]>
Dopo l’intervista a Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track, e alla fondista iraniana Samaneh Beyrami Baher, eccellenze sportive che provengono da Paesi attraversati da violenza e guerra, il nostro viaggio nello sport come lente con cui guardare il mondo, ci porta oggi più a nord, per la precisione in Groenlandia.

Abbiamo voluto chiedere a Ukaleq Slettemark, biatleta che si prepara a vivere le Olimpiadi di Milano – Cortina 2026, cosa significhi portare il peso della sua di bandiera in questo momento in cui la terra su cui è nata è oggetto di particolari mire geostrategiche.

Già campionessa mondiale junior nel 2019 e alla sua seconda Olimpiade dopo Pechino 2022, per la giovane biatleta groenlandese, gareggiare significa molto più che puntare a una medaglia: è un’occasione per rappresentare la propria terra e la propria cultura, portando la voce della Groenlandia nel mondo.

“Qualificarsi per le Olimpiadi è davvero speciale,” racconta Ukaleq. “È il palcoscenico più grande che ci sia e dimostra che posso competere con i migliori atleti al mondo. Sono sempre orgogliosa di gareggiare per la Groenlandia”. Lo sport, diventa così come spesso accade, qualcosa di più del gesto agonistico. Rappresentare una terra, una cultura troppo spesso ignorate. “Molte persone non conoscono davvero la Groenlandia,” spiega la biatleta “la vedono soprattutto come un luogo strategico, ma dimenticano che dietro ci sono persone che vivono qui”. La bellezza dei paesaggi e della natura e i valori della cultura inuit sono aspetti ai quali Ukaleq tiene moltissimo e vive con grande gioia l’onere e l’onore di rappresentare il suo popolo. Un gesto politico, nel senso più ampio del termine: esistere, farsi vedere, raccontarsi.

Una vita tra la Groenlandia e la Norvegia

Nonostante la forte vicinanza e il grande amore per la sua terra, essendo cresciuta in un ambiente senza grandi strutture per il biathlon, la sua è anche una storia di forte determinazione: per poter competere ai massimi livelli la sua vita si divide, da anni, tra la Groenlandia e la Norvegia.

“Mi sono trasferita a Lillehammer, in Norvegia, perché in Groenlandia non ci sono strutture adeguate”, in particolare non c’è un poligono di tiro. Lo sport, ci dice, le ha insegnato a “lavorare per raggiungere grandi obiettivi e scomporre questi obiettivi in parti più piccole, prestando molta attenzione ai dettagli, sviluppando concentrazione e la capacità di gestire la pressione” – forse è proprio questo il segreto per diventare un simbolo mondiale in uno sport che combina lo sci di fondo e il tiro a segno.

Recentemente, la Groenlandia ha ricevuto crescente attenzione mediatica internazionale in chiave geopolitica, in particolare a causa delle dichiarazioni del presidente Donald Trump. Come vivi personalmente questa improvvisa attenzione?

Non siamo abituati ad avere così tanta attenzione su di noi, e ho sentito il bisogno di parlare delle questioni che stanno succedendo a livello globale. Mi sento particolarmente orgogliosa di rappresentare la Groenlandia, in questi giorni ancora di più.” E aggiunge “ovviamente sono anche orgogliosa di rappresentare la Danimarca alle prossime Olimpiadi”. Questa “doppia rappresentanza” riflette una realtà politica spesso semplificata nel dibattito pubblico: la Groenlandia è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca. Alle Olimpiadi, però, le sfumature identitarie si perdono sotto una sola bandiera, mentre restano forti per chi la vive ogni giorno.

I cambiamenti climatici e i suoi effetti concreti

Ambasciatrice per lo sviluppo sostenibile, Ukaleq parla spesso dei cambiamenti climatici ed è fortemente impegnata nella sostenibilità.

Il cambiamento climatico sta già rimodellando il tuo territorio? Sta influenzando il tuo sport e il tuo modo di allenarti?

“Sì, vediamo chiaramente i cambiamenti climatici, per esempio sta diventando sempre più difficile avere gare senza neve artificiale… sono stata a gare norvegesi dove le competizioni sono state cancellate, non era possibile allenarsi nei giorni ufficiali, e abbiamo dovuto correre come riscaldamento; alle volte sciamo quasi sull’asfalto. È qualcosa che si vede chiaramente.”

E aggiunge “non penso però che questo sia ciò che dovrebbe far sì che le persone si interessino alla sostenibilità. Gli scienziati lo dicono da anni, e molti cambiamenti che stanno avvenendo non si possono vedere direttamente. Non si percepisce l’estinzione degli animali, la scomparsa degli insetti, il rallentamento della Corrente del Golfo… sono cambiamenti importanti che influenzano gli ecosistemi e torneranno a incidere anche su di noi, è importante agire adesso”.

“È già tardi, ma penso che se tutti ci importasse di più di questo problema, non saremmo così profondamente coinvolti come lo siamo ora”. Parole che arrivano da un Artico che cambia sotto gli occhi di chi lo abita, ancora prima che nei report scientifici. Questa grande attenzione deriva, anche, da una cultura che è fortemente radicata nella natura. La vita quotidiana in Groenlandia, ci spiega Ukaleq, è basata proprio sulla convivenza uomo – habitat naturale.

“Le persone non sanno che la Groenlandia è molto diversa, prima di tutto dagli Stati Uniti, ma anche dall’Europa, nel senso che siamo poche persone su una terra enorme, e siamo ancora molto legati alla natura”. I valori tradizionali, tramandati dai tempi dei cacciatori-raccoglitori, continuano a influenzare la vita quotidiana e il modo in cui la popolazione groenlandese interagisce con l’ambiente.

Qui nessuno possiede la terra, in Groenlandia non puoi comprare un pezzo di terra. La terra è di tutti e per tutti, ed è anche per questo che ci sembra così assurdo che qualcuno voglia comprare un Paese”

Il messaggio al mondo

Attraverso il biathlon e il suo sforzo, Ukaleq spera che il mondo veda la Groenlandia per la sua gente, la sua cultura e la sua natura. Gareggiare, ancora una volta, significa molto più che competere: è un modo per raccontare una terra bellissima, fatta di resilienza, di un legame profondo con la natura e di valori culturali unici. E per ricordare, a chi la guarda solo su una mappa e con occhi geostrategici, che non è “un pezzo di ghiaccio” qualunque, ma un luogo vivo, abitato, non in vendita e che merita di essere visto e ascoltato.

L'articolo Ukaleq Slettemark: atleta della Groenlandia a Milano Cortina 2026 proviene da La Redazione.

]]>
Storie di Calcio / A Bologna arriva il Celtic FC, ecco la storia   https://www.laredazione.net/storie-di-calcio-a-bologna-arriva-il-celtic-fc-ecco-la-storia/ Wed, 21 Jan 2026 21:11:41 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11459 Una delle squadre più antiche del calcio arriva in Italia per la sfida di Europa League Il Celtic Football Club non è una squadra qualunque, nel […]

L'articolo Storie di Calcio / A Bologna arriva il Celtic FC, ecco la storia   proviene da La Redazione.

]]>
Una delle squadre più antiche del calcio arriva in Italia per la sfida di Europa League

Il Celtic Football Club non è una squadra qualunque, nel panorama calcistico mondiale. E anche le sue partite non sono come tutte le altre. Anche la sfida valevole per l’Europa League, in programma allo stadio Dall’Ara di Bologna giovedì 22 gennaio, assume un sapore particolare. La questura felsinea ha predisposto un piano di sicurezza speciale per gestire l’ordine pubblico: diverse migliaia di tifosi scozzesi sono attesi in Italia. Qualcuno stima possano arrivare ad essere tremila gli scozzesi sugli spalti dello stadio emiliano-romagnolo.

Attesi tremila scozzesi

Tantissimi i tifosi scozzesi arrivati già mercoledì, con voli di linea sugli aeroporti del Centro-Nord, in particolare quelli lombardi, che poi si sono spostati verso Bologna in treno, pullman o auto. Sul piano sportivo, in campo, c’è una sfida speciale per lo scozzese con la maglia del Bologna, Lewis Ferguson, che affronta i suoi “rivali” del Celtic.  “Sono cresciuto tifando per i Rangers – ha detto prima del match – perché lì giocavano mio padre e anche mio zio che è stato capitano e ha vinto tantissimo. Da giovane quindi ho sempre tifato contro il Celtic”.

Ferguson ed il suo personale ‘Old Firm’

Le parole del calciatore rossoblù rimandano alla sfida più antica e accesa del mondo del calcio: l’Old Firm, il derby più antico del mondo (Storie di Stadio-Derby infuocati /Old Firm: Celtic vs Rangers – La Redazione). Il Celtic viene tradizionalmente associato alla comunità cattolica di Glasgow (ha anche un nutrito seguito tra i tifosi irlandesi), mentre i Rangers ne rappresentano la parte protestante. Il derby, quindi, vive di una rivalità sportiva, ma anche religiosa e inevitabilmente politica. Quelli del Celtic sono separatisti: vorrebbero una Scozia indipendente dal Regno Unito. Quelli dei Rangers, di contro, sono unionisti e non tollerano le spinte autonomiste del Paese.

A Bologna di scena uno dei club più antichi del mondo

Il Celtic è stato fondato nel 1887 da Fratello Walfrid, frate marista di origini irlandesi, il club è legato alla chiesa cattolica e trae il suo nome dalle radici storico-culturali di natura celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi. E’ tra le squadre più antiche del mondo del football. La maglia del club è leggendaria, a bande orizzontali verdi e bianche, inconfondibile da sempre. Per il Bologna il match è molto importante: i rossoblù vogliono la quarta vittoria nella competizione europea, dopo il successo contro il Celta Vigo. Quanto sia decisiva, per i padroni di casa, la sfida del Dall’Ara lo si capisce sempre dalle dichiarazioni pre-gara di Ferguson: “Al Celtic ho segnato sette gol in carriera, ma non ho mai vinto perché erano sempre molto forti. Ma anche noi lo siamo sebbene ci troviamo in un momento di difficoltà, la nostra mentalità non cambia“.

L'articolo Storie di Calcio / A Bologna arriva il Celtic FC, ecco la storia   proviene da La Redazione.

]]>
Milano-Cortina 2026: atlete di Iran e Ucraina https://www.laredazione.net/milano-cortina-2026-atlete-di-iran-e-ucraina/ Mon, 19 Jan 2026 18:45:23 +0000 https://www.laredazione.net/?p=11453 Abbiamo intervistato due atlete che provengono da Paesi attraversati da violenza e guerra Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track, e la fondista iraniana Samaneh Beyrami […]

L'articolo Milano-Cortina 2026: atlete di Iran e Ucraina proviene da La Redazione.

]]>
Abbiamo intervistato due atlete che provengono da Paesi attraversati da violenza e guerra Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track, e la fondista iraniana Samaneh Beyrami Baher. Ecco per loro cosa significa il peso di una bandiera.

Ekecheiriaera l’antica tregua greca, un cessate il fuoco proclamato per i Giochi Olimpici che spostava la competizione su un terreno neutro. Milano-Cortina 2026 si svolgerà, invece, in un mondo attraversato da crisi sempre più numerose: una guerra nel cuore dell’Europa che entrerà nel suo quarto anno proprio nei giorni dei Giochi, immagini che sembrano provenire da una distopia orwelliana ma che, sfidando regimi, giungono fino a noi e gravi crisi che mettono all’angolo il diritto internazionale.

ll dibattito sulla partecipazione degli atleti russi e bielorussi ha occupato gran parte dello spazio mediatico, mentre sullo sfondo resta la dimensione umana di chi realizzerà il sogno di una vita ma con il pensiero rivolto ai connazionali rimasti a casa che faranno il tifo intrecciando la speranza della vittoria sportiva a quella, ben più grande, della libertà.

Per Kiev, in questi anni, lo sport è diventato anche uno strumento simbolico e di resistenza. È il caso di Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track – pattinaggio di velocità – che detiene il titolo di Master of Sport in Ucraina. È reduce dai Campionati Europei disputati in questi giorni, mentre la guerra continua inevitabilmente a segnare ogni aspetto della sua vita quotidiana e di quella del suo Paese.

“Le Olimpiadi invernali del 2026 si svolgeranno in concomitanza con il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Che effetto fa gareggiare in un evento così importante in un momento tanto difficile per il Paese che rappresenti e cosa rappresentano per te questi Giochi Olimpici?”

«Partecipare alle Olimpiadi significa anche mostrare la forza dell’Ucraina», racconta. «Dimostrare che continuiamo a lottare, non solo al fronte. Che siamo ancora forti e crediamo in un futuro migliore facendo tutto il possibile per questo. Sono orgogliosa di avere questa opportunità».

Un orgoglio che si intreccia con la storia personale “Soprattutto pensando a mio padre che difende l’Ucraina in prima linea e può essere orgoglioso di sua figlia”.

“Pensi che lo sport possa aiutare le persone nei momenti difficili? Quanto ha aiutato te, in questo periodo?”

 «Per un momento ti permette di astrarti da ciò che accade intorno. Ti costringe a pensare anche a te stessa, alla tua salute, a chi sei. La disciplina e la forza contano, ma in gara è soprattutto la volontà di lottare, di mostrare al mondo cosa puoi fare e quanto vali».

«Spero che la mia partecipazione possa ispirare qualcuno in Ucraina», conclude. «Magari un momento di orgoglio, magari la motivazione per iniziare a fare sport anche in un periodo così difficile e mostrare al mondo chi sei».

Diverso, ma non meno complesso, il contesto iraniano. L’Iran arriva a Milano-Cortina mentre il paese attraversa tensioni profonde che hanno portato a migliaia di morti in pochissimi giorni a causa della dura repressione che sempre più ne complica il quadro politico internazionale.

Samaneh Beyrami Baher, fondista iraniana che, quando non è sulle piste è Dottoressa magistrale in architettura, si è qualificata per la sua seconda Olimpiade. Cresciuta vivendo e allenandosi in Iran, da qualche mese calca le piste del sud della Spagna e del nord Italia per prepararsi al meglio a Milano-Cortina 2026 che, ci dice essere, molto più che una competizione sportiva per lei che ogni anno festeggia il suo compleanno con un duro allenamento dove tenta di battere il record del compleanno precedente.

Cosa sono per te le Olimpiadi?”

«Per me le Olimpiadi sono molto più di una competizione. Sono il risultato di molti anni di duro allenamento, disciplina, sacrificio e scelte di vita incentrate sullo sport. Ho dedicato gran parte della mia vita a questo obiettivo. Ogni volta che mi trovo sulla linea di partenza, ricordo l’intero viaggio — le sfide, le battute d’arresto, i momenti di ricostruzione e il sostegno che ho ricevuto».

Gareggiare in un evento come le Olimpiadi significa sentire una grande responsabilità, ma anche orgoglio e gratitudine», con la consapevolezza di rappresentare non solo sé stessa, ma «la resilienza e i sogni di molte persone che continuano a credere in un futuro migliore».

«Lo sport è sempre stato per me un simbolo di speranza, pace e connessione tra le persone», racconta. È un linguaggio universale che collega le culture e unisce le persone attraverso il rispetto e la competizione leale.  Anche piccoli momenti di ispirazione possono creare energia positiva e speranza nella società» continua lei.

“C’è un messaggio che vorresti inviare ai giovani iraniani, in particolare alle giovani donne, attraverso la tua partecipazione ai Giochi Olimpici?”

«Credere nelle proprie capacità e di non rinunciare mai ai propri sogni. Il percorso non sempre è facile, ma la pazienza, il duro lavoro e la fiducia in sé stessi possono aprire molte porte. Spero che la mia partecipazione ai Giochi Olimpici dimostri che con impegno e passione è possibile trasformare i limiti in opportunità» e aggiunge «lo sport mi ha insegnato che il fallimento non è la fine, ma una parte necessaria della crescita».

Milano-Cortina 2026 sarà ricordata, purtroppo, anche per tutto ciò che, parallelamente, accadrà nel resto del mondo negli stessi momenti in cui festeggeremo o ci arrabbieremo per un traguardo raggiunto o per un tempo mancato.

Non è lo sport a risolvere le crisi internazionali, non è certo questo il suo ruolo. Eppure, riesce in qualcosa che va ben oltre l’atto agonistico in sé: ci ricorda di credere nelle nostre capacità, ci insegna ad accettare il fallimento e, soprattutto, ci mostra che, pur provenendo dagli angoli più lontani e diversi del mondo, i sogni che coltiviamo sono spesso gli stessi.

Ma in queste Olimpiadi, più di altre, tra una partenza e un traguardo, sarà inevitabile pensare a ciò che resta fuori dall’inquadratura; alle persone che guarderanno quelle stesse gare facendo il tifo da rifugi, da case senza luce o interrotti da una sirena anti missile, o a chi non avrà modo di guardarle perché impegnato a lottare affinché il suo Paese non venga dimenticato e ricordandoci che non basta chiudere internet per zittire un popolo.

L'articolo Milano-Cortina 2026: atlete di Iran e Ucraina proviene da La Redazione.

]]>
Il Trinity Boxing Club: il cuore di New York batte ancora sul ring https://www.laredazione.net/il-trinity-boxing-club-il-cuore-di-new-york-batte-ancora-sul-ring/ Tue, 22 Jul 2025 14:42:04 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10682 Proprio a pochi passi da dove un tempo svettavano le Torri Gemelle, il Trinity Boxing Club continua a battere con un cuore antico: ha resistito ai […]

L'articolo Il Trinity Boxing Club: il cuore di New York batte ancora sul ring proviene da La Redazione.

]]>
Proprio a pochi passi da dove un tempo svettavano le Torri Gemelle, il Trinity Boxing Club continua a battere con un cuore antico: ha resistito ai colpi della storia, caduto e rinato più volte dalle sue ceneri. Non è solo una palestra, si tratta di un vero e proprio museo vivente, una cattedrale laica dedicata alla boxe, alla fatica, alla fede, alla famiglia.

Trinity Boxing Club, come nasce

Tutto cominciò oltre un secolo fa, con Lorenzo Snow, emigrato irlandese, dodicesimo figlio di un contadino e affetto da ipoglicemia. “Era troppo fragile per zappare la terra,” racconta Martin Snow, suo pronipote e attuale proprietario del centro. “Ma dentro di lui c’era un fuoco che nessuno poteva spegnere”. Lorenzo salpò per l’America spinto dalla fame e dalla derisione, trovando impiego come barista a Nantucket, un’isola situata al largo della costa del Massachusetts. Un giorno nel locale entrò il celebre campione dei pesi massimi John L. Sullivan, proclamando con arroganza di poter stendere chiunque avesse provato a sfidarlo. Il giovane, confuso e allo stesso tempo coraggioso, lo colpì con un gancio che fece crollare lo sventurato a terra. Era l’inizio di qualcosa di imprevedibile.

La boxe come forma di riscatto

La boxe si trasformò brevemente in una forma di riscatto. Per il ragazzo non era solo violenza, era anche etica, una sfida tra spiritualità e sopravvivenza. Questo conflitto si acuì fino all’incontro con Maggie McEldowney, una performer e boxer che si esibiva in spettacoli teatrali. I due si innamorarono e si sposarono e Lorenzo, che, nel frattempo, era divenuto un pugile professionista decise di trasformare il ring in scuola e rifugio.

Fu così che nacque il Trinity Boxing Club, chiamato con il nome del primogenito. In breve divenne un ritrovo, un centro pulsante per outsider, immigrati, artisti, pugili e uomini di potere. Lì si allenavano nomi leggendari: Jake Kilrain, Paddy Ryan, Joe Choynski, James Corbett e, persino, Ernest Hemingway. La coppia ebbe 21 figli ed alcuni si dedicarono attivamente al pugilato. Uno, a soli sette anni, aveva già all’attivo 168 vittorie, di cui 156 per KO. Un altro, durante un match, colpì così forte che l’occhio dell’avversario schizzò fuori dall’orbita. Un trauma che segnò la famiglia e aggravò il disagio che aveva ripreso ad affliggere Lorenzo che cadde vittima dell’alcol. La sua morte avvenne nel 1919 a causa dell’influenza spagnola.

Durante il proibizionismo, il Trinity diventò anche speak-easy, un bar clandestino. Maggie, donna indomita, continuava a insegnare boxe mentre serviva whisky ai clienti. Tra loro: Al Capone, Al Jolson, Charlie Chaplin, Charles Lindbergh, Rudolph Valentino e persino Joseph Kennedy. Il 28 ottobre 1929, giorno del crollo di Wall Street, mentre la donna si recava in borsa per vendere delle azioni, venne travolta da un broker, disperato. Dopo un lancio da un tetto l’uomo le cadde addosso uccidendola. Al funerale parteciparono oltre 2.000 persone.

Il Trinity chiuse i battenti il 31 dicembre dello stesso anno. Ma dopo decenni, Martin, ha deciso di far rinascere il club, riscrivendo una pagina di storia nella stessa città che aveva visto il trisavolo cadere e risorgere. Martin, allenatore e narratore appassionato, ha riportato ilClub agli antichi splendori Ma non si tratta di una palestra vintage, di un luogo nostalgico. È un luogo vivo, dove i sacchi pendono dai soffitti come promesse mantenute, e dove si allena una nuova generazione di pugili: uomini e donne, professionisti e amatori, ragazzi fragili e manager stressati.

Il Trinity Boxing Club oggi

“La boxe qui a New York resiste – spiega Martin –  Non è solo uno sport. È un linguaggio universale, una scuola di carattere. E oggi, sempre più donne salgono sul ring. Cercano qualcosa che va oltre i muscoli: cercano la forza dentro”. Nel mondo ipertecnologico di oggi, il pugilato potrebbe sembrare obsoleto. Eppure, proprio per questo, attira. È ruvido, vero, senza filtri. “In Italia e in altri paesi – osserva – la boxe è ancora vista come sport marginale. Ma qui no. Qui c’è fame di autenticità. Di coraggio. Di riscatto e la boxe è tutto questo”. Il Trinity Boxing Club oggi è anche luogo di inclusione, formazione, terapia. Un posto dove si combatte contro se stessi prima che contro l’avversario. Un luogo dove la storia passata pulsa sotto ogni graffio del pavimento, in ogni fotografia in bianco e nero appesa al muro.

L'articolo Il Trinity Boxing Club: il cuore di New York batte ancora sul ring proviene da La Redazione.

]]>
Storie di Stadio/ L’assurda morte di Riccardo Claris, 26enne tifoso atalantino https://www.laredazione.net/storie-di-stadio-lassurda-morte-di-riccardo-claris-26enne-tifoso-atalantino/ Sun, 04 May 2025 22:14:21 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10477 Supporter della Dea è stato ucciso in una rissa che pare essere nata per motivi di rivalità calcistica. A Bergamo nelle prime ore di domenica 4 […]

L'articolo Storie di Stadio/ L’assurda morte di Riccardo Claris, 26enne tifoso atalantino proviene da La Redazione.

]]>
Supporter della Dea è stato ucciso in una rissa che pare essere nata per motivi di rivalità calcistica.

A Bergamo nelle prime ore di domenica 4 maggio si è consumata una tragedia legata al calcio e alla rivalità tra tifoserie. Tutto è scaturito da una rissa tra due gruppetti di tifosi, uno dell’Atalanta e l’altro dell’Inter.

Ad avere la peggio è stato Riccardo Claris, appena 26 anni, laureato in Economia e commercio, dipendente di una società finanziaria a Milano, Riccardo segue l’Atalanta da anni, frequentatore della curva dei sostenitori più appassionati. 

Una sola coltellata 

Una sola coltellata, alla schiena, gli è stata fatale. L’aggressore Jacopo De Simone, 18 anni, di Bergamo e sostenitore dell’Inter, si è consegnato poche ore dopo il delitto ai carabinieri. Ha confessato l’aggressione, anche se ha motivato il gesto legandolo alla volontà di difendere il fratello gemello. Un particolare questo oggetto di indagini, che ovviamente sono solo all’inizio.

Autopsia nei prossimi giorni 

Sul corpo di Claris sarà effettuata l’autopsia, ma dalle prime ricostruzioni sembra che due gruppi di tifosi avessero avuto un alterco per motivi calcistici sabato 3 maggio a cavallo della mezzanotte. Tutto sarebbe avvenuto in pochi minuti, nella zona di Borgo Santa Caterina, fuori ad un bar. Lo scontro si è poi spostato in via Via dei Ghirardelli, strada a due passi dallo stadio degli orobici. Qui ci sarebbero stati gli scontri più gravi, culminati col ferimento mortale di Claris. Il fatto omicidiario è avvenuto intorno all’una. Sia la vittima sia l’autore dell’omicidio non hanno precedenti penali. 

La salma di Claris è stata trasportata all’obitorio dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove verrà sottoposta all’esame autoptico nei prossimi giorni. L’arrestato è stato tradotto in carcere, in attesa dell’interrogatorio di convalida. 

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Bergamo, sono tuttora in corso. Serve chiarire nel dettaglio la dinamica dei fatti ed eventuali responsabilità di altri soggetti.

Monza-Atalanta, curve in silenzio 

Nel pomeriggio di domenica, in occasione del match Monza-Atalanta, le due curve hanno ricordato Claris con degli striscioni e non hanno cantato per tutta la partita. 

“Claris ovunque con noi”, questa la scritta dei tifosi orobici, mentre i tifosi del Monza hanno esposto lo striscione “Claris ultras per sempre”. 

Nel 2014 la tragedia di Ciro Esposito 

Proprio il 3 maggio è il giorno in cui a Napoli si ricorda Ciro Esposito, tifoso azzurro aggredito a Roma e deceduto dopo 50 giorni di ricovero in ospedale (il 25 giugno). La tragedia avvenne nel 2014, prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli. Esposito venne colpito a morte da colpi di pistola esplosi da Daniele De Santis, tifoso romanista tuttora in carcere per omicidio. Fu uno dei più  gravi fatti di cronaca nera legata al calcio. Da oggi, purtroppo, 3 e 4 maggio diventano anche il momento di dolore di tutti i tifosi atalantini. E naturalmente di tutti gli sportivi amanti del calcio.

L'articolo Storie di Stadio/ L’assurda morte di Riccardo Claris, 26enne tifoso atalantino proviene da La Redazione.

]]>
Millwall-West Ham, la sfida della working class britannica https://www.laredazione.net/millwall-west-ham-la-sfida-della-working-class-britannica/ Sat, 29 Mar 2025 13:52:26 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10431 Storie di Stadio/ Derby infuocati – E’ una delle rivalità più profonde e accese: nel panorama calcistico inglese sicuramente tra le più note. Parliamo del derby […]

L'articolo Millwall-West Ham, la sfida della working class britannica proviene da La Redazione.

]]>
Storie di Stadio/ Derby infuocati – E’ una delle rivalità più profonde e accese: nel panorama calcistico inglese sicuramente tra le più note.

Parliamo del derby tra West Ham e Millwall, sfida che nasce e si snoda tra le merci e gli scambi commerciali dell’East End, in mezzo a fabbriche, operai, magazzini e aria pessima. Insomma, tra mattoni in stile vittoriano e antichi fumi di ciminiere, qui da decenni c’è il famigerato derby della working class britannica. 

La nascita del Millwall

A nascere per prima, in ordine di tempo, fu il Millwall, nell’Isle of Dogs, letteralmente l’isola dei cani, un piccolo pezzo di terra in mezzo al fiume Tamigi, zona ad elevato tasso di industrializzazione dove aveva sede la fabbrica di conserve alimentari C. & E. Morton & Co., fondata nel 1849 dal signor J.T Morton. Questi riuscì ad espandere i suoi affari anche al di fuori della Scozia, arrivando nella capitale inglese. Inizialmente l’acronimo del club era M.R.F.C., dove la erre stava per Rovers, visto che la prima denominazione ufficiale era proprio Millwall Rovers, cambiata poi nel 1893 in Athletic. I Lions furono nel 1894 una delle nove squadre fondatrici della Southern League, la risposta londinese all’ormai sempre maggior dominio dei club del nord e delle Midlands di quegli anni. 

The Den e i Lions

La casa dei Lions subì molte vicissitudini all’inizio del loro percorso calcistico. Inizialmente la squadra iniziò a giocare in casa all’Athletic Ground, struttura che, successivamente, fu riconvertita a deposito. La società, dopo lunghe ricerche, nel 1901 trovò un nuovo terreno. La nuova sede scelta tra New Cross e Bermondsey nel South London vide nascere quello che sarebbe diventato lo stadio simbolo del Millwall, ‘The Den’, ideato e progettato dal celebre architetto Archibald Letich, già creatore di stadi che hanno segnato la storia del football (Anfield Road, Goodison Park, Villa Park e Craven Cottage). La nuova casa dei Lions permise loro di accantonare definitivamente il problema stadio e le polemiche riguardo al trasloco con la tifoseria che giunse numerosa all’inaugurazione dell’impianto.

La nascita del West Ham 

Il West Ham, invece, ha avuto delle origini diverse: la squadra non fu fondata dai lavoratori, bensì dal proprietario della Thames Ironworks & Shipbuilding Society, cantiere navale situato nei Victoria Docks. In un periodo storico di grandi scontri sindacali, creare una squadra di football sembrava la soluzione migliore per placare gli accesi animi dei  lavoratori coinvolti. I primi anni di vita del club si legarono così alla Thames Ironworks; la compagnia finanziava tutte le attività permise al club nel 1898 di iscriversi alla neonata Southern League. 

Gli Hammers 

Gli inizi del nuovo secolo segnarono però la definitiva rottura con la cantieristica navale, che iniziò ad attraversare difficoltà economiche a causa dell’espansione dei cantieri nel nord dell’Inghilterra. Una volta che la Thames Ironworks uscì definitivamente di scena, si decise per il cambio del nome, che divenne appunto “West Ham” ed i giocatori furono soprannominati “Hammers” (letteralmente “i martelli”). Si decise anche di utilizzare come colori ufficiali delle divise il claret and blue. Secondo qualche studioso la scelta aveva come movente l’influenza che in quel periodo aveva l’Aston Villa nel football britannico. Poi, secondo i racconti, a rafforzare questo legame contribuì il fatto che un set di maglie della squadra di Birmingham raggiunse l’East End londinese. Il simbolo del West Ham ancora oggi ricorda le origini operaie della squadra: i due martelli incrociati sono presenti sin dalla fondazione del club: ad essi venne poi aggiunto un castello, secondo alcuni un omaggio al Green Street House (chiamato anche “Boleyn Ground”), imponente struttura che sorgeva proprio dove fu costruito l’Upton Park, storico impianto degli hammers.

Poche scontri diretti, ma tanta rivalità (e odio), perché? 

Nonostante la storia dei due club li veda così vicini, le sfide in campo non sono state molto frequenti. Ad esempio, nel periodo 1947-1978 non ci fu nemmeno una partita (né in campionato né nelle coppe inglesi). Proprio questo dato fa riflettere su una rivalità nata al di fuori del terreno di gioco e che si è sviluppata, negli anni, in maniera sempre più forte. 

Ma da dove nasce l’odio tra West Ham e Millwall? Secondo alcune fonti storiche, l’antagonismo sarebbe nato durante uno dei maggiori scioperi della storia del Regno Unito. Nel maggio 1926, i sindacati proclamarono una serrata per sostenere i minatori che si trovavano in situazioni di difficoltà. All’indomani del primo conflitto mondiale, la produzione di carbone era diminuita e la diretta conseguenza fu l’aumento delle ore di lavoro, con la decurtazione della paga base. Il Regno Unito, in quella fase, si reggeva soprattutto sulla produzione industriale, dalle miniere alla cantieristica navale: migliaia di posti di lavoro dipendevano da questi settori produttivi. 

Non fu quindi un caso che la solidarietà verso i minatori arrivò anche dalle altre categorie di lavoratori. Circa due milioni tra addetti al settore siderurgico, portuali e trasportatori aderirono allo sciopero, che durò 10 giorni, paralizzando l’Inghilterra e sopratutto la città di Londra. Ci furono momenti di tensione, con scontri in piazza e la risposta arrivò tempestiva: l’allora Primo Ministro conservatore (Stanley Baldwin) varò delle leggi che vietavano lo sciopero, soprattutto quello a sostegno di altri lavoratori, impedendo di fatto i picchetti di massa. 

Pro e contro lo sciopero di massa?

A questo punto le versioni sull’accaduto differiscono: secondo alcuni storici molto accreditati, i dockers dell’Isle of Dogs, sostenitori del Millwall, dopo le nuove leggi, fermarono lo sciopero, arrivando a scontrarsi con altri dockers sostenitori del West Ham, che volevano continuare a protestare. Questa versione, nel tempo, è stata definita da alcuni studiosi un falso mito. Le ricostruzioni parlano di alcune violazioni dei picchetti, ma non menzionano nessun legame con il football e le due squadre londinesi.

Dagli scioperi degli operai agli hooligans

Sicuramente, però, quella contrapposizione accese gli animi delle tifoserie: il senso di rivalità si è costruito e stratificato poi negli anni, arrivando al suo apice con gli scontri violenti dei gruppi di tifosi organizzati. Dai primi tafferugli si è poi arrivati alla guerriglia urbana tra la famosa ‘Inter City Firm’ (West Ham) e la ‘Millwall Bushwackers’. Proprio nel periodo di maggior diffusione del fenomeno sociale degli hooligans la rivalità raggiunse il culmine. Si registrò la nascita di gruppi di tifosi, le famigerate ‘Firm’, il cui unico obiettivo era primeggiare sugli spalti e magari scontrarsi fuori dallo stadio. Il Millwall contava su tre storici gruppi (F-Troops, Treatment e Bushwackers), i cui nomi richiamavano le milizie irregolari della guerra civile americana. Il West Ham, invece, aveva la leggendaria ‘Inter City Firm’, nata da un gruppo che si distaccò dalla ‘Mile End Mob’. Il nome nacque dall’uso di treni regolari per gli spostamenti, allo scopo di non farsi intercettare da polizia e tifoserie avversarie. La loro particolarità era di lasciare dei biglietti da visita nei luoghi dove si consumavano i tafferugli (“Congratulazioni, avete incontrato l’IFC”). Le occasioni di ritrovo e scontro tra le tifoserie spesso sono andate oltre i match ufficiali; i luoghi preferiti sono stati le stazioni dei treni e le fermate della metropolitana. Nel 1976, ad esempio, un violento scontro alla fermata di New Cross finì in tragedia: un tifoso del Millwall perse la vita in circostanze mai chiarite. Gli anni ’70 e ’80 hanno rappresentato il periodo di maggior violenza, con disordini finiti sistematicamente sulle prime pagine dei giornali, segnando in maniera indelebile la storia del football. 

Uno storico film: Hooligans (Green Street) 

Sulla feroce rivalità tra Millwall e West Ham è stato realizzato anche un film di successo, uscito nelle sale nel 2005. Matt Buckner, studente di giornalismo ad Harvard, viene espulso dall’università per colpa del suo compagno di stanza (un tossicodipendente che una volta scoperto fa in modo che le colpe ricadano su Matt). A Matt vengono offerti dei soldi che, in primo momento, vengono rifiutati. Successivamente Matt, disilluso e sconfitto, li prende e decide di andare a Londra da sua sorella Shannon: qui fa amicizia con il fratello di suo cognato, Pete Dunham, che è il leader degli hooligans del West Ham United, la firm denominata ‘Green Street Elite’ (GSE che si ispira alla vera storia dell’Inter City Firm). Nella scena finale del film Matt si allontana, nel silenzio notturno, lungo una strada, intonando lo storico inno del West Ham (“I’m forever blowing bubbles“), tornando a respirare l’atmosfera tipica dei tanti “pre-partita” vissuti assieme ai compagni di tifo. E di tafferugli.

L'articolo Millwall-West Ham, la sfida della working class britannica proviene da La Redazione.

]]>
Maradona, colpo di scena al processo sulla morte https://www.laredazione.net/maradona-colpo-di-scena-al-processo-sulla-morte/ Wed, 19 Mar 2025 16:32:52 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10383 Lacrime, rabbia e un avvio a sorpresa per il terzo processo per il decesso di Diego Armando Maradona. Una folla inviperita, davanti al tribunale di San […]

L'articolo Maradona, colpo di scena al processo sulla morte proviene da La Redazione.

]]>
Lacrime, rabbia e un avvio a sorpresa per il terzo processo per il decesso di Diego Armando Maradona.

Una folla inviperita, davanti al tribunale di San Isidro a Buenos Aires invoca giustizia per la morte del proprio idolo, avvenuta il 25 novembre del 2020. In Aula, le figlie del più grande calciatore di tutti i tempi, Dalma e Giannini scoppiano in un pianto a dirotto quando, il pm Patricio Ferrari esibisce davanti ai giudici una foto sconvolgente. C’è quel campione le cui gesta sono custodite nell’eternità delle memoria di tutti gli appassionati di sport, disteso sul letto, irriconoscibile.

Il corpo gonfio, il ventre abnorme.

«Così è morto Maradona. È stato un omicidio». Ha rimarcato con enfasi il magistrato, brandendo la foto del cadavere. «Chiunque tra gli imputati affermi che non aveva compreso quello che stava succedendo a Diego sta chiaramente mentendo. Le sue condizioni erano evidenti. Coloro che si sono presi cura di Maradona lo hanno ucciso».

La requisitoria-shock, trasmessa in diretta streaming, è diventata immediatamente virale rimbalzando dall’Argentina al mondo intero. Al centro delle accuse lo staff medico che aveva in cura El Pibe de Oro, otto fra medici e infermieri. Secondo il magistrato, gli imputati avrebbero causato la morte di Maradona durante il ricovero domiciliare nella residenza di Tigre, durato dall’11 al 25 novembre, a seguito di un intervento neurochirurgico per un ematoma alla testa.

Claudia Villafane, la prima moglie di Maradona, aveva fatto sapere che negli ultimi giorni di vita il campione dormiva al piano terra, vicino a un tavolo da biliardo, in un materasso senza lenzuola, con finestre senza tapparelle, mangiando panini e con gli effetti personali dentro buste di plastica, in una condizione di semi-abbandono.

Il magistrato ha dichiarato che, a conclusione di un anno di indagini, è stata costruita un’incriminazione solida e senza incongruenze, basata su prove. Le accuse a vario titolo vanno dall’omicidio con dolo eventuale alla negligenza medica e i componenti dello staff medico rischiano fino a venticinque anni di reclusione. 

Si prevede un processo molto lungo, iniziato soltanto una settimana fa, con in agenda l’audizione di centoventi testimonianze presentate da accusa e difesa. Al centro delle attenzioni il ruolo della psichiatra, Agustina Cosachov, colpevole di aver prescritto un cocktail di  psicofarmaci, senza tener conto dei problemi cardiaci pre-esistenti di Maradona. Proprio quest’ultima è stata bloccata all’uscita del tribunale dalla seconda moglie di Maradona, Veronica Ojeda che, scoppiando in lacrime, l’ha inondata di insulti, scortata dalla folla di sostenitori.

L'articolo Maradona, colpo di scena al processo sulla morte proviene da La Redazione.

]]>
Storie di Stadio/ giugno 2001: Messina-Catania, derby infuocato. Muore Antonino Currò https://www.laredazione.net/storie-di-stadio-giugno-2001-messina-catania-derby-infuocato-muore-antonino-curro/ Sun, 08 Dec 2024 16:40:15 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10114 Ventitré anni fa il dramma allo stadio “Celeste”, tifoso peloritano colpito da un grosso petardo. Domenica 17 giugno 2001, mentre gran parte del pubblico di calcio […]

L'articolo Storie di Stadio/ giugno 2001: Messina-Catania, derby infuocato. Muore Antonino Currò proviene da La Redazione.

]]>
Ventitré anni fa il dramma allo stadio “Celeste”, tifoso peloritano colpito da un grosso petardo.

Domenica 17 giugno 2001, mentre gran parte del pubblico di calcio assiste alla vittoria del terzo scudetto della Roma, che simbolicamente scuce dal petto dei cugini bianco-celesti il tricolore vinto dalla Lazio nel 2000, allo stadio “Giovanni Celeste” di Messina è di scena una sfida molto importante ed appassionata. In programma c’è l’acceso derby di Sicilia tra la squadra locale e il Catania. La partita, già calda in quanto rappresenta una sfida tra due capoluoghi di provincia della stessa Regione, in questo frangente è ancora più carica di tensione e aspettative perchè le due squadre si contendono la promozione in Serie B. Al termine dei 90° minuti di gioco la Città dello Stretto è in festa perché la vittoria di misura, 1-0 sui cugini Etnei, consente al Messina il ritorno nella serie cadetta dopo 9 anni di purgatorio in Serie C.

Derby infuocato, fumogeni e petardi


Il derby vive da sempre di tensioni tra le tifoserie ed anche il pre-partita si caratterizza per importanti misure di sicurezza volte a  prevenire tensioni e tenere a bada i più facinorosi. Purtroppo i controlli ai cancelli non funzionano a dovere e appena dentro allo stadio, nel settore ospiti (la tribunetta “Valeria”) riservato ai catanesi, i circa 500 supporters etnei fanno sentire in maniera fragorosa il proprio tumultuoso ingresso al “Celeste”. Vengono lanciati diversi fumogeni all’indirizzo degli altri settori dello stadio, dove naturalmente sono assiepati i tifosi del Messina. Oltre alle torce, purtroppo, vengono lanciati anche grossi petardi. Uno di particolare potenza: è una bomba-carta che colpisce in testa il giovane Antonino Currò, giunto al “Celeste” in compagnia del fratello Filippo. L’esplosione è devastante e Currò finisce a terra privo di conoscenza. Viene trasportato subito in ospedale da un’ambulanza ma la situazione appare subito compromessa. Dopo 15 giorni di agonia, in stato di coma, il tifoso messinese morirà tra lo sconforto dei familiari e di un’intera città che, ovviamente, non riuscirà più a festeggiare la storica promozione in Serie B. 

La giovane vittima


Il giovane tifoso del Messina non saprà mai che la sua squadra del cuore era arrivata alla promozione in serie B e dopo nove anni di purgatorio. Il suo cuore giallorosso si fermò nonostante l’azione dei medici del reparto di rianimazione del policlinico sicilianio. Antonino Currò, 24 anni, residente a Mistretta, centro a pochi chilometri dal capoluogo, era giunto in coma irreversibile al nosocomio e il personale sanitario tentò in tutti i modi di salvargli la vita. 

La lettera del sindaco etneo alla città di Messina


«In questi momenti drammatici in cui il merito e la soddisfazione di un’impresa sportiva vengono annichiliti dal gesto di bestiale violenza di chi, con i veri valori dello sport certo nulla ha a che fare, sento il dovere di esprimere alla famiglia della giovane vittima, a te e a tutti la mia solidarietà e il mio profondo dolore». È quanto scrisse all’epoca dei fatti, in una lettera, il sindaco di Catania, Umberto Scapagnini. «A nome di tutta Catania – continuava la missiva del primo cittadino rivolgendosi ai messinesi –  e di tutti i veri sportivi etnei, abbracciamo la città sorella e la famiglia Currò, nella speranza di non dovere mai più piangere per un avvenimento che dovrebbe soltanto esprimere passione e gioia»

Inchieste e indagini ma nulla di fatto

Dopo anni di inchieste ed indagini, il caso dell’omicidio Currò fu archiviato. L’assassino non venne mai scoperto, nonostante indagini approfondite e verifiche tecniche. La giustizia umana non è mai riuscita a individuare e punire il colpevole di un gesto gravissimo e folle. Ai messinesi e alla città non resta che ricordare uno splendido ragazzo che ovunque si trova starà sicuramente continuando a tifare per il suo Messina.

fonte articolo: giornali di cronaca e www.saladellamemoriaheysel.it 

L'articolo Storie di Stadio/ giugno 2001: Messina-Catania, derby infuocato. Muore Antonino Currò proviene da La Redazione.

]]>