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1998 Coppa del mondo, Usa-Iran
Ci sono partite che finiscono al 90° e altre che vivono oltre il fischio finale. Il 21 giugno ‘98, a Lione in Francia, le nazionali di Usa e Iran non giocarono solo una partita: entrarono in una storia più grande, fatta di politica, memoria e tensioni internazionali. Non fu una semplice sfida, ma un incrocio carico di significati, tra due Paesi separati da anni di rottura diplomatica dopo la rivoluzione islamica del 1979.
Prima ancora che il pallone iniziò a rotolare, accadde qualcosa che rimase impresso più del risultato. I giocatori iraniani consegnarono fiori agli statunitensi. Le due squadre si avvicinarono, posarono per una fotografia, quasi a sospendere la distanza tra i Paesi. Fu un gesto semplice, ma potente. Fragile e universale allo stesso tempo. Sul campo, l’Iran vinse 2-1 e scrisse la sua prima vittoria mondiale. Ma il risultato si dissolse rapidamente davanti a un’immagine che superava lo sport.
Quella partita arrivò su una ferita aperta nel 1979, quando la Rivoluzione islamica cambiò la storia dell’Iran e interruppe i rapporti con gli Usa. Da allora, tra Teheran e Washington si alternano aperture e chiusure. È una distanza che non è solo diplomatica: è simbolica, politica, culturale.
Oggi il mondo guarda ai mondiali appena iniziati e lo scenario internazionale è attraversato da una nuova fase di tensione tra Usa-Israele e Iran. Dalla fine di febbraio, la regione è in una spirale di attacchi incrociati e operazioni militari. La pace dopo trattative faticose è arrivata, dopo quasi 4 mesi di scontro frontale.
In questo presente così difficile, il precedente del ‘98 torna con una forza enorme. Non perché abbia cambiato il corso della storia, ma perché ha mostrato qualcosa di diverso: la possibilità di uno spazio comune, anche solo per novanta minuti. È questo che resta, a distanza di quasi trent’anni. Non il risultato, ma l’immagine. Non la classifica, ma il gesto. E la sensazione che il calcio riesca a raccontare il mondo meglio del mondo stesso.






