
Mondiali calcio 2026, un business da 15 miliardi
25 Luglio 2026
L’emergenza nazionale annunciata dai podi della campagna elettorale si trasforma in un consueto scambio di spionaggio da Guerra Fredda nel giro di una sola settimana. Donald Trump ridisegna i contorni dello scontro con la Cina: dopo aver denunciato un presunto attacco cibernetico senza precedenti alle liste elettorali americane, l’inquilino della Casa Bianca frena sulle ritorsioni e conferma l’impegno per il summit bilaterale di settembre con il presidente Xi Jinping.
La declassificazione dei dati e la smentita sui voti alterati
Il contenzioso nasce dalla diffusione di dossier informativi declassificati che attribuiscono a strutture collegate a Pechino il possesso di un archivio contenente 204,8 milioni di file sugli elettori statunitensi. Le carte testimoniano il tracciamento dei registri di voto in 18 Stati e il download di dati storici pubblici in altre 6 circoscrizioni, accanto a un rapporto dell’FBI, ritirato il giorno stesso della distribuzione perché basato su una singola fonte inaffidabile, che ipotizzava la creazione di patenti false per il voto per corrispondenza.
Nessun documento dimostra alterazioni nel conteggio delle schede o manomissioni dei sistemi informatici di scrutinio. Come rilevato da Emily Harding, direttrice del programma di sicurezza al Center for Strategic and International Studies, la gran parte di quelle informazioni risultava già accessibile pubblicamente o acquistabile sul mercato. La portata dell’operazione appare ridotta, riconducibile a un tentativo di analisi della società americana piuttosto che a un sabotaggio.
Lo spionaggio bidirezionale e i precedenti del 2019
Interpellato sulla risposta di Washington alle manovre di Pechino, il Presidente ha smorzato la linea dura. Ha derubricato le attività cinesi a dinamiche remote nel tempo, inserite all’interno della reciproca attività di intelligence tra superpotenze.
Il leader del GOP per motivare il mancato blocco dei colloqui diplomatici ha specificato ai giornalisti: “Loro fanno cose, e noi facciamo cose a loro. Sarò onesto, anche noi facciamo cose a loro. Non è una strada a senso unico.”
L’asimmetria del sistema politico cinese, privo di consultazioni elettorali libere, non cancella la presenza di operazioni coperte statunitensi in territorio asiatico. Nel 2019, durante il suo primo mandato, la Casa Bianca autorizzò la CIA ad avviare un programma segreto sulle piattaforme digitali cinesi, basato su profili falsi coordinati per diffondere notizie critiche sul governo di Xi. Tale strategia si affianca alle intercettazioni storiche condotte dalla National Security Agency sulle infrastrutture di telecomunicazione del colosso Huawei.

Affari e geopolitica: le intese commerciali fino al 2028
Il ridimensionamento della retorica anti-Cina risponde a una precisa agenda economica. Mentre il Segretario di Stato Marco Rubio definisce irresponsabile un’interruzione dei canali di dialogo, la diplomazia delle due sponde del Pacifico blinda l’organizzazione del prossimo incontro al vertice.
Il quadro della cooperazione bilaterale poggia su impegni finanziari precisi: la creazione di nuovi consigli congiunti per il commercio e gli investimenti, l’accordo per l’acquisto da parte cinese di 200 velivoli commerciali Boeing, l’impegno di Pechino all’importazione di prodotti agricoli statunitensi per 17 miliardi di dollari entro il 2028.
Nonostante la propaganda elettorale, la politica internazionale torna al suo stato naturale. I governi continueranno a spiarsi dalle fessure delle reti informatiche, ma la necessità di firmare contratti e vendere beni primari finisce per riportare tutti al medesimo tavolo delle trattative.






