Le città nel clima che cambia, viste dal Centro Euro-Mediterraneo

Storie di Stadio / L’Italia vista dagli spalti e il tifo organizzato

8 Settembre 2026

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Le città in cui viviamo sono state costruite pensando a un clima che non esiste più, o forse non pensandoci proprio. Strade, piazze, edifici e spazi pubblici che siamo abituati ad attraversare e vivere sono il risultato di decenni di costruzioni durante i quali, ondate di calore ed eventi climatici estremi non rappresentavano il problema con il quale dobbiamo convivere oggi.

Partendo dal presupposto che una città non può essere rasa al suolo e ricostruita da zero; come si adatta qualcosa di complesso come un centro urbano allora?  

Lo abbiamo chiesto a Carmela Apreda, architetta e ricercatrice del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Un centro di ricerca internazionale dove scienziati provenienti da tutto il mondo studiano l’interazione tra i cambiamenti climatici e la società, elaborando dati e scenari che aiutano istituzioni e decisori politici a comprendere meglio i rischi climatici e a tradurli in strategie e interventi concreti. È così che il lavoro del CMCC arriva anche nelle nostre città, affiancando le amministrazioni nella valutazione e nella pianificazione di soluzioni di adattamento. 

“La soluzione non è mai una sola e universale. Non esiste LA soluzione che vada bene per tutti e, soprattutto non esiste LA soluzione che risolve il problema” ci spiega la dottoressa Apreda che ci racconta come Brescia, per esempio, abbia già imboccato questa strada – letteralmente. Ed è proprio su Via Metastasio che ci porta l’architetta, una via come tante della periferia occidentale della città che oggi è diventata un progetto pilota di adattamento climatico. 

Su oltre ottomila metri quadrati, i lavori conclusi nel 2024 hanno sostituito superfici impermeabili con aree verdi e sistemi per favorire il drenaggio e la raccolta dell’acqua piovana. La carreggiata è stata ridisegnata, poi, per fare spazio a un rain garden: un vero e proprio “giardino della pioggia” progettato per raccogliere acqua e favorirne la dispersione nel sottosuolo. Il risultato si misura in metri cubi: 2100 ogni anno. Questa la quantità media di acqua che il nuovo sistema permette che non si riversi nella rete fognaria.

Ma l’acqua è solo una parte dell’intervento. Sono stati piantati alberi – con specie selezionate per resistere all’alternanza tra periodi siccitosi e piogge intense – per aumentare l’ombreggiamento e i marciapiedi sono stati ridisegnati utilizzando una finitura chiara per una riduzione delle temperature estive.  
Non si tratta solo di riqualificazione estetica ma intervenire, contemporaneamente, su piani differenti per un unico obiettivo: l’adattamento climatico. 

“Per questo progetto abbiamo per esempio realizzato analisi pre e post intervento” ci racconta la ricercatrice del CMCC che spiega proprio come oggi possiamo e dobbiamo intervenire su molti degli elementi che determinano il microclima urbano: materiali, superfici, colori, vegetazione, ombreggiamento, permeabilità del suolo o ventilazione.  
 
“Le soluzioni sono diverse e molteplici e non sono replicabili indifferentemente da una città all’altra. Quello che dobbiamo comprendere è che è necessario usare azioni differenti, diffuse e coordinate tra loro. Azioni messe a sistema tra loro” 

La sfida sta anche nella comunicazione
«La prima sfida è passare da un approccio emergenziale a uno strutturale», spiega l’esperta ponendo l’attenzione sul problema comunicativo quando parliamo di cambiamento climatico, siamo infatti abituati all’emergenza, manca spesso il racconto più efficace delle possibilità e delle opportunità”

È un paradosso: da una parte, il continuo richiamo alla catastrofe contribuisce all’ecoansia, ossia quella paura legata alla crisi ambientale che paralizza sempre più persone; dall’altra proprio l’uso di questi toni può alimentare la reazione diametralmente opposta fatta di rifiuto del problema. 

L’adattamento può diventare qualcosa di più della preparazione alla prossima emergenza. Si chiama approccio rigenerativo: “non soltanto adattare gli spazi urbani al clima che cambia ma utilizzare quella trasformazione per renderli più vivibili, più belli, migliori di prima”

Dalla strada alla città 

Brescia è solo uno dei terreni sui quali il CMCC sta lavorando. A Roma il Centro sta contribuendo alla pianificazione strategica dell’adattamento e a documenti come il Piano Caldo. 
Proprio in quest’ultimo, ci spiega Apreda, la quantificazione della depavimentazione, dell’ombreggiamento e di altre misure è stata inserita tra gli indicatori di monitoraggio. 

Può sembrare un dettaglio tecnico, ma rappresenta un passaggio importante: misurare quanto asfalto viene rimosso o quanta ombra viene creata significa trasformare l’adattamento in qualcosa che un’amministrazione può quantificare e, quindi, programmare.

Come sappiamo se tutto questo funziona? 

“Ovviamente la misurazione dei risultati è una parte essenziale del lavoro. È importante un monitoraggio continuo nel tempo che accompagni l’intero intervento”. Oggi la tecnologia ci fornisce dati oggettivi importanti, ma non basta. “È altrettanto importante affiancare dati qualitativi come indagini che registrino come varia la percezione delle persone che vivono quel luogo”. 

Perché, infatti, gli elementi urbani di una città sono molto più di spazi fisici: sono socialità, sono comunità. Gli spazi nei quali ci incontriamo, discutiamo, commerciamo, protestiamo o festeggiamo, sono spazi densi di significato sociale e non poterli più vivere a causa di un clima estremo procura un danno che va oltre qualunque significato urbanistico.

Le piazze ne sono forse l’esempio più evidente. Da secoli luoghi di incontro e partecipazione. Questa concezione dello spazio urbano richiama il lavoro dell’urbanista danese Jan Gehl, che ha posto al centro della progettazione le persone e il modo in cui utilizzano concretamente gli spazi pubblici. 

Il cambiamento climatico aggiunge oggi una nuova dimensione alla questione. Che cosa resta della funzione sociale di una piazza se, durante le settimane più calde dell’anno, diventa un luogo nel quale è difficile persino fermarsi?  

È forse qui che l’“approccio rigenerativo” di cui parla Apreda assume il suo significato più concreto. Adattare le città non significa soltanto prepararle a resistere a un clima diverso, ma sfruttare una trasformazione ormai necessaria per restituire alle persone spazi migliori in cui vivere.