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L’immagine che ha fatto il giro del web fissa un istante di quelli destinati a cambiare i manuali di geopolitica applicata. Da un lato c’è Guido Crosetto, la mole imponente, la postura istituzionale che incarna la tradizione della Repubblica e l’apparato industriale della difesa classica. Dall’altro c’è Mychajlo Fedorov, sorridente, giacca sciolta, lo sguardo affilato di chi appartiene a un altro pianeta temporale. La stretta di mano tra i due, immortalata sotto le volte dei palazzi romani, non è un semplice protocollo diplomatico. È l’abbraccio simbolico tra il vecchio mondo della deterrenza analogica e il fulmineo futuro della guerra asimmetrica. Sorrisi larghi, quasi complici, eppure carichi di un sottotesto pesantissimo: l’Italia, e con essa l’Europa, ha deciso di mettersi alla scuola di chi la guerra l’ha radicalmente trasformata.

Chi è Fedorov

Per capire chi siede ora come advisor per l’innovazione della Difesa italiana, bisogna azzerare i canoni della burocrazia militare tradizionale. Fedorov appartiene interamente alla generazione post-sovietica: non ha memoria nostalgica dei vecchi apparati, è cresciuto a pane, internet e mentalità startup. Soprannominato non a caso “il mago” della trasformazione digitale, prima di occuparsi di strategie belliche ha rivoluzionato lo Stato ucraino con il progetto Diia, l’applicazione che ha digitalizzato l’intera pubblica amministrazione di Kiev, trasformando il passaporto e la patente in icone sullo smartphone.

La sua formazione è quella di un innovatore radicale, un tecnopratico che guarda alla Silicon Valley senza timore reverenziale. Non stupiscono, in questo percorso, i suoi legami e le sue frequentazioni con figure totemiche del capitalismo tecnologico globale come Elon Musk e Peter Thiel, mentori e interlocutori con cui ha intessuto reti per portare Starlink e terminali satellitari sul campo di battaglia fin dai primissimi giorni dell’invasione russa. Fedorov ha dimostrato sul campo una capacità di visione unica: è grazie alla sua architettura tecnologica e al suo impulso visionario che l’Ucraina ha ribaltato l’andamento della guerra. Sfruttando droni economici, intelligenza artificiale e reti di comunicazione decentralizzate, ha letteralmente scardinato le regole d’ingaggio tradizionali, permettendo a un esercito inferiore per numero e mezzi pesanti prima di bloccare l’invasione e poi di riprendere l’iniziativa strategica.

Fedorov e il suo breve e difficile passaggio al Ministero della Difesa ucraino

Il suo passaggio al Ministero della Difesa ucraino non è stato però una passeggiata burocratica. Anzi, ha segnato lo scontro frontale tra la spregiudicatezza della digitalizzazione e la rigidità dell’apparato militare di stampo sovietico. Il rapporto con i generali e i vertici tradizionali delle forze armate è stato a dir poco accidentato: da una parte l’esigenza di sperimentare, fallire e correggere sul campo in tempo reale; dall’altra la dottrina gerarchica, lenta, legata ai volumi di fuoco tradizionali e refrattaria a farsi dettare la linea da un trentenne in felpa.

A rendere plastica la spaccatura, le divergenze con il Capo di Stato Maggiore, il generale Oleksandr Syrskyi, poi costretto a sua volta alle dimissioni per calmare la piazza. Questa frizione costante, unita alle enormi pressioni geopolitiche e alle dinamiche interne al governo di Kiev, ha portato alla sua rimozione dall’incarico. Un siluramento che ha scosso profondamente l’opinione pubblica ucraina, dove Fedorov godeva, e gode tuttora, di una popolarità immensa, percepito dai cittadini come il simbolo di uno Stato efficiente, trasparente e capace di difendere i propri confini sfruttando la tecnologia dei civili prestata al fronte. In patria, la sua uscita di scena è stata vissuta da molti come una frenata inspiegabile, un ritorno alle vecchie logiche contro cui i nativi digitali ucraini hanno lottato fin dalla rivoluzione di Maidan.

Fedorov, quando era Ministro della Difesa dell’Ucraina

Cosa farà esattamente Fedorov a Roma?

La sua consulenza a titolo gratuito per il ministro Crosetto si concentrerà sui nodi cruciali che l’Italia e l’Europa intera stanno disperatamente cercando di sciogliere: lo sviluppo di sistemi unmanned, la difesa aerea integrata contro le minacce a basso costo, e soprattutto l’accelerazione dei processi industriali. L’obiettivo dichiarato della Difesa italiana è colmare il divario tra la sperimentazione tecnologica e la messa a terra operativa su larga scala, evitando che i fondi e i progetti si perdano nei meandri di una burocrazia che impiega anni per validare ciò che sul Dnipro viene superato in un mese.

La gestione di questo passaggio da parte del Presidente Volodymyr Zelensky è complessa e carica di tensioni latenti. Per il leader di Kiev, che ha silurato Fedorov a causa dello scontro aperto con i vertici militari tradizionali e che ha definito l’ipotesi, recentemente auspicata proprio da Fedorov, di elezioni anticipate in tempo di guerra un vero e proprio tsunami capace di spaccare il Paese, veder correre il suo ex ministro a offrire consulenze strategiche a Roma rischia di essere vissuto come un affronto politico non indifferente.

Zelensky ha pubblicamente ribadito che votare sotto le bombe e in piena Legge Marziale distruggerebbe la coesione nazionale, e la mossa di Fedorov che, dopo l’addio al governo ha iniziato a posizionarsi apertamente sul piano politico interno, viene letta a Kiev come una mossa da potenziale competitor.

Cosa significherebbe per Zelensky una consulenza di Fedorov per l’Italia?

Nonostante ciò, nei rapporti diplomatici tra Roma e Kiev difficilmente questa nomina si tradurrà in un incidente istituzionale o in una frattura diplomatica. Da un lato, il governo italiano si muove in stretto raccordo con gli alleati occidentali e continua a sostenere ufficialmente l’Ucraina; dall’altro, la presenza di Fedorov come consulente tecnico a Roma viene vista dalla Difesa italiana puramente come un canale privilegiato per attingere al know-how tecnologico e dei droni maturato sul campo.

Per Zelensky si tratta di una situazione ambivalente: se sul piano interno la mossa di Fedorov alimenta la competizione politica e irrita l’amministrazione presidenziale, sul piano internazionale la proiezione della dottrina militare ucraina nel cuore di un grande Paese europeo come l’Italia finisce paradossalmente per rinsaldare quel legame tecnologico e strategico di cui Kiev continua ad avere vitale bisogno per mantenere alta l’attenzione e il supporto dell’Unione Europea.

Questo innesto si inserisce in una fase storica in cui il “riarmo” europeo non è più un’ipotesi accademica, ma una corsa a ostacoli obbligata. Tra fondi di coesione, nuove linee di finanziamento strategico e il dibattito feroce sui fondi Safe per la sicurezza comune, l’Italia sta ridisegnando la propria architettura militare. Portare a bordo l’architetto della resistenza tecnologica ucraina significa ammettere che il modello industriale della difesa europea, basato su commesse decennali e grandi colossi statici, è inadeguato di fronte alle guerre del XXI secolo. Fedorov a Roma non è solo un consulente d’eccezione: è il campanello d’allarme di un continente che prova a imparare a correre prima che sia troppo tardi.

Credit foto Ue, 2026