La macchina della morte del regime iraniano contro il dissenso

Una “Nato” a trazione sunnita: Arabia, Turchia e Pakistan

10 Agosto 2026

Una “Nato” a trazione sunnita: Arabia, Turchia e Pakistan

10 Agosto 2026

Un cuore disegnato con le mani prima dell’impiccagione. Non ci sono parole per descrivere il coraggio di Abolfazl Sepahi. Pochi istanti prima di essere impiccato, si è tolto la benda dagli occhi e sollevando le mani ha formato un cuore. Un gesto silenzioso diventato simbolo di dignità e onore di fronte alla repressione. È il 28 luglio. In piazza Alikhani, a Isfahan, il regime della Repubblica islamica si prepara a eseguire la condanna a morte di due giovani detenuti, Abolfazl Sepahi (23 anni) e Amirhossein Safari (29 anni), arrestati in relazione alle proteste del gennaio 2026.

Già nella notte la gru destinata all’esecuzione pubblica era arrivata in piazza Alikhani. Per gli iraniani, questi mezzi rappresentano un simbolo ormai tristemente familiare. Quando una gru viene posizionata di notte in un luogo simbolo delle proteste o teatro di arresti, il suo significato è inequivocabile: qualcuno sta per essere impiccato. I cittadini però non sono rimasti inermi. Non appena hanno visto arrivare il mezzo, sono scesi coraggiosamente in strada per protestare contro le esecuzioni.

Il regime, riconfermando la sua natura repressiva, ha provato a soffocare anche quella protesta dispiegando una massiccia presenza di forze di sicurezza nella piazza fin dalle ore precedenti all’esecuzione. Un clima di pesante militarizzazione, documentato anche dai video raccolti e diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani, tra cui Hrana.

Nonostante la massiccia presenza delle forze di sicurezza, i cittadini sono rimasti. Mentre Amirhossein Safari e Abolfazl Sepahi venivano impiccati, dalla folla si sono levate grida di protesta. Per disperdere i manifestanti gli agenti sono intervenuti, dando luogo a violenti scontri. Dai filmati diffusi si vedono le forze di sicurezza inseguire i cittadini anche nei vicoli circostanti la piazza e sparare. Le organizzazioni per i diritti umani riferiscono che gli agenti hanno represso con violenza i cittadini riuniti, causando numerosi feriti e procedendo a diversi arresti.

Queste violenze e aggressioni contro cittadini inermi mostrano come il regime iraniano abbia ormai superato ogni limite. Ed è difficile sostenere il contrario. Dopo il massacro di gennaio, in cui migliaia di persone sono state coinvolte nella repressione e numerosissimi civili hanno perso la vita durante le proteste, quali misure realmente incisive sono state adottate dai Paesi, ad esempio, dell’Unione Europea? La percezione, per molti iraniani anti-regime, è che la sistematica violazione dei diritti umani continui a non trovare una risposta internazionale proporzionata alla sua gravità.

Perfino gli appelli di qualche giorno prima dell’ONU e della relatrice speciale Mai Sato, sono stati inascoltati. Perché? Il 23 luglio, la Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite per l’Iran ha urgentemente chiesto alle autorità iraniane di fermare immediatamente tutte le esecuzioni, e di istituire una moratoria sull’uso della pena di morte. La Missione ha esortato inoltre le autorità a fermare l’imminente esecuzione di 10 giovani condannati a morte per il loro presunto coinvolgimento nelle proteste dell’8 gennaio a Isfahan. Il 27 luglio, in un messaggio pubblicato su X, invecela Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, Mai Sato, aveva lanciato un allarme sul rischio imminente di esecuzione per gli imputati del caso di piazza Alikhani. Il giorno successivo, l’avvertimento si è tragicamente concretizzato con l’impiccagione dei due giovani detenuti.

Questa critica è, in qualche modo, contenuta anche nel comunicato di Amnesty International pubblicato il giorno dopo le esecuzioni di Sepahi e Safari. «Le autorità iraniane stanno scatenando un’orribile ondata di esecuzioni e condanne a morte per punire e reprimere il dissenso e proiettare un’immagine di forza e controllo assoluto dopo la rivolta popolare di gennaio e in mezzo agli attacchi in corso da parte delle forze statunitensi e israeliane. […] La risposta contenuta della comunità internazionale incoraggia le autorità iraniane a continuare la loro devastazione mortale. Gli Stati membri dell’ONU devono intraprendere un’azione diplomatica coordinata e urgente per spingere le autorità iraniane a fermare ulteriori esecuzioni. Devono porre la crisi dei diritti umani e dell’impunità dell’Iran in cima alla loro agenda, sostenere la creazione di un meccanismo internazionale di giustizia indipendente per l’Iran ed esortare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a sottoporre la situazione in Iran alla Corte Penale Internazionale».

Tra il 19 marzo e il 5 agosto, sono almeno 56 persone le persone giustiziate con l’accusa di reati legati alla sicurezza nazionale di cui 27 in casi connessi alle proteste antigovernative che hanno attraversato il Paese nel mese di gennaio. A riferirlo è stato Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Questi dati mostrano come il regime stia potenziando la repressione per soffocare ogni forma di dissenso, fino a colpire un’intera generazione nel tentativo di preservare il proprio potere. Già la scorsa estate Iran Human Rights Monitoring, attraverso il report Is a Human Catastrophe Unfolding in Iran’s Prisons? aveva avvertito come al termine del conflitto di Giugno del 2025, il regime della Repubblica islamica avesse intensificato l’eliminazione fisica dei detenuti. Secondo gli esperti, la dittatura teocratica starebbe appunto adottando un modus operandi analogo a quello impiegato durante il massacro del 1988, quando migliaia di prigionieri politici, perlopiù membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano, furono impiccati in meno di tre mesi, in segreto e senza aver avuto accesso a un’adeguata assistenza legale.

La pedagogia della paura: il regime iraniano e le esecuzioni pubbliche davanti ai bambini

È la fine di agosto del 2013. In un villaggio di Kelashlulem, Mehran, un bambino di appena 12 anni decide di imitare un’impiccagione pubblica. Quella che doveva essere una simulazione fatta per gioco si trasforma in una tragedia. Mehran stava giocando con il fratellino di 8 anni e aveva deciso di inscenare un’esecuzione. Bastarono pochi minuti: una corda lanciata oltre un lampione, un piccolo carrello usato come pedana, il cappio stretto attorno al collo. Il fratellino, ignaro delle conseguenze, spostò il carrello. Mehran morirà poco dopo.

Quando la pena di morte diventa uno spettacolo, il suo linguaggio finisce per insinuarsi perfino nei giochi dei bambini, ed è proprio questo lo scopo del regime: normalizzare la violenza. Circa dieci anni prima, il 26 marzo 2002, nel centro di Isfahan, un uomo viene impiccato in pubblico: il luogo dell’esecuzione è situato nei pressi di una scuola primaria. Ad assistere alla scena sono circa 250 bambini, tra i 7 e gli 11 anni. Non si tratta di una tragica coincidenza, ma dell’ennesima dimostrazione di una strategia deliberata del regime: infondere la sua cultura violenta nei bambini e trasformare la morte in uno spettacolo pubblico per farne uno strumento di intimidazione.

«Ricordi intrusivi e angoscianti dell’evento, incubi ricorrenti, forte disagio di fronte a situazioni che richiamavano l’esecuzione, evitamento di luoghi e pensieri associati al trauma, perdita di interesse per le attività quotidiane, difficoltà nelle relazioni, irritabilità, ipervigilanza e reazioni di allarme accentuate» questi i principali sintomi che si sono manifestati nei bambini che hanno assistito all’impiccagione. A rivelarlo è stato uno studio pubblicato nel 2006 sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD), condotto su 200 bambini di età compresa tra 7 e 11 anni che avevano assistito all’impiccagione pubblica vicino alla loro scuola. Gli effetti sui bambini della morte in diretta è una tra le più tragiche conseguenze della cultura delle impiccagioni pubbliche che continua a permeare la Repubblica islamica.

Il terrore non si diffonde soltanto attraverso la violenza delle esecuzioni, ma anche tramite i simboli che le accompagnano. Oggetti apparentemente ordinari, nel contesto di un’impiccagione, assumono un significato completamente diverso e finiscono per diventare richiami permanenti al trauma. La loro presenza nella vita quotidiana può riattivare ricordi dolorosi e alimentare un senso costante di paura.

È il caso della gru. In Iran, infatti, per molte impiccagioni pubbliche viene utilizzata una gru da cantiere. In un recente filmato diffuso sui social da NCRI Women’s Committee e girato in Iran, una ragazza riprende una gru che attraversa una strada trafficata. Al suo passaggio si sentono donne piangere e urlare. La giovane spiega il motivo di quella reazione: «Questa è la stessa gru che ieri il regime dei mullah ha usato per impiccare pubblicamente Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari, due giovani che avevano preso parte alla rivolta del gennaio 2026». Poi aggiunge:

Se da un lato il regime ricorre alle esecuzioni pubbliche per terrorizzare la popolazione, trasformando le impiccagioni in uno strumento di intimidazione e di controllo, dall’altro ne nasconde la reale portata attraverso le esecuzioni segrete. In questi casi i familiari non vengono informati, viene loro negato l’ultimo saluto e spesso non viene nemmeno rivelato il luogo di sepoltura. Secondo il diritto internazionale queste pratiche costituiscono gli elementi essenziali del reato di esecuzione segreta. È anche per questo che la reale dimensione della repressione resta in gran parte invisibile: nel 2025 almeno 1.526 esecuzioni, pari a oltre il 93% del totale documentato, non sono mai state annunciate dalle autorità iraniane, ha informato Iran Human Rights.

Questa sistematica segretezza rende impossibile conoscere il numero reale delle persone impiccate. La verifica viene inoltre ostacolata dal rigido controllo e censura esercitato dalle autorità iraniane sui media e dal rischio di persecuzione per chi denuncia violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, le organizzazioni indipendenti, riescono a documentare le esecuzioni attraverso una verifica di due o più fonti autonome e, quando possibile, anche mediante prove fotografiche.

Il “caso di Piazza Alikhani”.

È l’8 Gennaio 2026 migliaia di persone si radunano nell’area di Piazza Alikhani per protestare contro il regime. La risposta delle forze di sicurezza è immediata: aprono il fuoco sui manifestanti, uccidendo diversi residenti della città e dando avvio a una vasta operazione repressiva che porta all’arresto di decine di persone. Secondo quanto riportato da Iran Human Rights Society, la repressione segue la morte di quattro membri del Basij avvenuta nella stessa notte a Isfahan. Per questo episodio vengono arrestate almeno 59 persone, accusate di reati quali moharebeh (“inimicizia contro Dio”), efsad-fil-arz (“corruzione sulla Terra”) e coinvolgimento in un omicidio. Tra gli arrestati figurano anche dodici giovani, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, che al termine delle indagini verranno condannati a morte, mentre gli altri ventitré imputati riceveranno pene detentive comprese tra cinque e dieci anni. Le accuse e le condanne sono state emesse al termine di procedimenti definiti da numerose organizzazioni per i diritti umani come “processi farsa”, caratterizzati da gravi violazioni delle garanzie fondamentali, tra cui il diritto all’assistenza legale, alla difesa e a un giusto processo.

«Molti degli imputati coinvolti in questo caso non hanno nemmeno beneficiato di un processo equo. Le udienze, svolte per telefono o in videoconferenza direttamente dal carcere, si sono tenute senza la presenza di un avvocato, né di fiducia né d’ufficio. Gli imputati si trovavano soli in una stanza, sorvegliati da due guardie, mentre il giudice era collegato da remoto», ha riferito una fonte informata a Iran Human Rights. IHRNGO comunica inoltre che i detenuti sarebbero stati sottoposti a interrogatori e torture per periodi compresi tra uno e tre mesi.

La mattina del 18 luglio 2026, con un pretesto ingannevole, i 12 detenuti di questo caso sono stati prelevati dal reparto generale del carcere di Dastgerd, a Isfahan, e messi in isolamento. Un provvedimento di questo tipo è spesso considerato un segnale che può precedere un’esecuzione imminente. Purtroppo, quei timori si sono rivelati fondati.

Il giorno dopo, il 19 luglio, Erfan Esfandiari (19 anni) e Gol-Mohammad Mohammadi (23 anni), sono stati impiccati. Meno di dieci giorni dopo, all’alba di martedì 28 luglio, le autorità del regime iraniano hanno giustiziato pubblicamente Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari; ricordiamo che quest’ultimo aveva una disabilità a una mano. Un dettaglio tutt’altro che marginale, che mostra come la repressione del regime non risparmi nessuno, colpendo indiscriminatamente anche le persone più vulnerabili.

Quel giorno ad essere impiccato doveva essere anche Alireza Sepahi, 25 anni e cugino di Abolfazl. Un improvviso malore ha però costretto le autorità a interrompere l’esecuzione e a trasferirlo in ospedale. L’organizzazione Hrana ha comunicato che ha subito un ictus poco prima di essere trasferito per l’esecuzione della condanna a morte, altri, tra cui Iran Human Rights, riferiscono invece che sarebbe stato colpito da un infarto. Dopo aver ricevuto le cure mediche in ospedale è stato ricondotto nel carcere di Dastgerd. Il ritorno in prigione di Alireza Sepahi ha intensificato le preoccupazioni della sua famiglia sia sulla sua condizione fisica che sul suo destino.

Gli altri detenuti coinvolti nel “caso di Piazza Alikhani” si trovano tuttora nel braccio della morte e rischiano di essere giustiziati da un momento all’altro. Come abbiamo scritto nel nostro appello de LaRedazione, non possiamo dimenticarci di loro. Sono: Shervin Bagherian (19 anni), Abolfazl Ebrahimi (19 anni), Amirhossein Maleki (20 anni), Ali Dashti (20 anni), Amirhossein Ebrahimi Analoujeh (20 anni), Ghaem Hosseini (21 anni), Alireza Raeisi (22 anni).

La macchina della pena di morte contro il dissenso: altre storie di detenuti e detenute a rischio

Il caso Alikhani non è l’unico procedimento in cui più individui imputati in un medesimo caso sono a rischio esecuzione. Tra i casi che destano maggiore preoccupazione vi è quello dei giovani arrestati in seguito alle proteste avvenute nella città di Shandiz tra l’8 e il 9 gennaio 2026. Secondo Iran Human Rights Society i procedimenti giudiziari nei confronti di almeno otto giovani arrestati durante quelle manifestazioni sono entrati in una fase critica. Mehdi Zarif è già stato condannato a morte, mentre Ali Zaghi rischia di ricevere a breve una sentenza capitale.

Mehdi Zarif, residente a Shandiz, è stato condannato per moharebeh e accusato anche in base alla legge contro lo spionaggio e la cooperazione con Stati ostili. Secondo IHRS, tuttavia, la sentenza non presenta prove di contatti con governi stranieri o attività di spionaggio e si basa principalmente sulla sua partecipazione alle proteste. A destare particolare allarme è ora la convocazione della famiglia per una “visita finale”, che fa temere un’esecuzione imminente e senza preavviso. Come già avvenuto per altri casi, le autorità di sicurezza del regime hanno esercitato forti pressioni affinché il caso non ricevesse attenzione mediatica.

Il medesimo ricatto al silenzio è stato imposto anche alla famiglia di Mahnaz Chardoli, giovane detenuta nel carcere di Evin arrestata e condannata in relazione alle recenti proteste. Chardoli è stata condannata a morte dalla Sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran, presieduta dal giudice della morte Abolghassem Salavati, insieme al suo fidanzato, Mehdi Nazer. Il caso di Chardoli richiama l’attenzione su un fenomeno sempre più evidente: il crescente numero di donne nel braccio della morte. Le autorità iraniane sembrano considerare il protagonismo femminile nel movimento di protesta e di opposizione una minaccia diretta al regime. Oltre a Chardoli, tra le detenute condannate a morte in relazione alle manifestazioni di gennaio, ci sono Maryam Hodavand, 45 anni e madre di due figli e Bita Hemmati, arrestata con il marito Mohammadreza Majidi Asl: sebbene la Corte Suprema abbia annullato la loro condanna a morte, il processo è stato rinviato e la coppia continua a rischiare una nuova sentenza capitale.

A queste si aggiungono altre cinque prigioniere politiche attualmente a rischio di esecuzione. Tra i casi che destano maggiore allarme vi è quello di Arghavan Fallahi, 25 enne sostenitrice dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Era il 25 gennaio 2025 quando Arghavan fu arrestata dalle forze di sicurezza nella sua abitazione a Parand e trasferita nei reparti di massima sicurezza del carcere di Evin, inclusi il 209 e il 241. Secondo quanto riferito dai suoi familiari, quel periodo è stato segnato da interrogatori ripetuti, torture fisiche e psicologiche, privazione di ogni comunicazione e pressioni costanti affinché rilasciasse confessioni forzate da utilizzare contro di lei nel processo. Oltretutto, durante la detenzione, Fallahi sarebbe stata privata dei farmaci necessari per curare e trattare la patologia cronica di cui soffre. È il 1° luglio 2026 quando viene condannata a morte con l’accusa di baghy (“ribellione armata”) per appartenenza ai PMOI/MEK. La sua condanna si inserisce nella repressione che dal 2022 colpisce la famiglia Fallahi, iniziata con l’arresto di Arghavan, del padre Nasrollah Fallahi (già prigioniero politico negli anni ’80), del fratello e di Parvin Mir’asan. In precedenza, Arghavan era stata condannata a due anni di carcere per accuse legate alla sicurezza dello Stato. Tra le donne condannate a morte vi è anche Zahra Shahbaz Tabari, ingegnera di 67 anni, residente a Rasht. Arrestata nell’aprile 2025 dopo che gli agenti di sicurezza fecero irruzione nella sua abitazione senza alcun mandato, la casa fu perquisita e le vennero sequestrati i telefoni e il computer portatile di un familiare. Accusata di baghy per appartenenza ai Mojahedin del Popolo Iraniano, è stata condannata a morte nell’ottobre 2025 al termine di un processo durato appena dieci minuti, avvenuto in videoconferenza e senza la presenza del suo avvocato di fiducia. Zahra Shahbaz Tabari è stata nuovamente condannata a morte a fine maggio 2026.

Nasimeh Eslamzehi, appartenente alla minoranza baluca, era incinta quando è stata arrestata. Sua figlia Tasnim è nata in carcere e dopo 40 giorni di isolamento sono state separate. Nasimeh, che ha un altro figlio, è stata condannata a morte nel 2025 con accuse di moharebeh e presunta appartenenza allo Stato Islamico. Il caso di Nasimeh Eslamzehi è considerato emblematico della repressione esercitata dal regime contro le minoranze etniche e religiose, una persecuzione denunciata recentemente anche dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite, Mai Sato. La stessa strategia repressiva colpisce anche i curdi. Ne sono un esempio i casi di Varisheh Moradi e Pakhshan Azizi: Moradi, attivista politica curda, impegnata nella lotta contro l’ISIS nel Kurdistan siriano (Rojava) e sostenitrice dei diritti delle donne, rischia una nuova condanna a morte dopo che la Corte Suprema ha disposto un nuovo processo; Azizi, invece, resta tuttora nel braccio della morte.

“Sono stata impiccata molte volte dagli interrogatori”, così scriveva Pakhshan Azizi in una lettera dal carcere. Giornalista, assistente sociale e attivista kurda, Pakhshan Azizi è detenuta nella prigione di Evin dall’Agosto 2023. Durante la detenzione, denuncia nella lettera, è stata sottoposta a continui interrogatori, molestie e torture fisiche e psicologiche. Per lunghi periodi le è stato inoltre impedito qualsiasi contatto con la famiglia e con i propri avvocati, aggravando ulteriormente il suo isolamento. A fine luglio 2024 le è stata notificata la sentenza di condanna a morte con l’accusa di baghy. Negli anni precedenti al suo arresto, Azizi aveva dedicato la propria vita all’assistenza delle vittime dei conflitti. Aveva operato nel Kurdistan iracheno e in quello siriano, offrendo sostegno ai rifugiati e alle comunità devastate dalle violenze dell’ISIS.

Ma non serve essere oppositrici politiche per essere condannate a morte in Iran. Dall’inizio dell’anno almeno 20 donne, molte delle quali al di sotto dei 30 anni, sono state giustiziate dalle autorità della dittatura della Repubblica islamica.

Tra gli le ultime esecuzioni vi è quella di Marzieh Nayyeri, di appena 24 anni, giustiziata all’alba dell’8 agosto nel carcere centrale di Qazvin. Marzieh Nayyeri proveniva da un villaggio situato tra Qazvin e Karaj. Sei anni prima, quando aveva solo 17 anni, fu costretta al matrimonio. Secondo le informazioni disponibili, il marito faceva spesso uso di droghe e alcol. Cinque anni fa, all’inizio di ottobre, quando Marzieh aveva 18 anni, suo marito e un suo socio in affari tentarono di aggredirla. Marzieh, per difendersi, li accoltellò, uccidendo il marito: per questo è stata condannata per “omicidio premeditato” e alla pena capitale. Al momento della stesura di questo articolo i media statali iraniani e le autorità giudiziarie non hanno annunciato pubblicamente l’esecuzione. Una settimana prima, nel carcere di Yasuj, era stata giustiziata Mahtab Shir-Mohammadi, una madre di 32 anni. La donna, originaria di Tabriz, era stata arrestata tre anni fa con l’accusa di omicidio e successivamente condannata a morte.
Voglio qui ricordare anche, Meysam Irandegani, un giovane di etnia baluca di 18 anni, e che aveva 14 anni al momento del presunto reato. La sua esecuzione è stata eseguita all’alba del 21 luglio, a dimostrazione di come, nella repressione del regime, neppure la minore età costituisce una tutela dalla pena capitale.

Oltre il rischio di esecuzione, nelle carceri iraniane la violenza contro i prigionieri politici continua a essere accompagnata da isolamento, trasferimenti arbitrari e sparizioni di cui le autorità non forniscono spiegazioni. La mattina dell’8 agosto, circa 50 agenti delle guardie hanno fatto irruzione nella sala 4 del reparto 7 del carcere di Evin, picchiando diversi prigionieri e distruggendo o confiscando parte dei loro effetti personali. Durante l’incursione, i prigionieri politici Amir Hossein Moradi e Hassan Amidi sono stati prelevati e trasferiti in un luogo sconosciuto. Qualche giorno prima, il 1° agosto, sempre nello stesso reparto, gli agenti aggredirono sei prigionieri politici (tra cui il fratello di Mohammad Taghavi Sangdehi) trasferendoli in un luogo non noto.

Nonostante la macchina della repressione del regime iraniano sia brutale e sanguinaria, non è riuscita a cancellare la richiesta e sete di libertà che attraversa il Paese. Le proteste nelle piazze, gli scioperi dei lavoratori e dei pensionati, le famiglie che continuano a denunciare le ingiustizie e a chiedere la restituzione delle salme dei propri cari uccisi e impiccati, i prigionieri che ricorrono allo sciopero della fame contro le esecuzioni: sono tutti segnali che dimostrano come il terrore non abbia prodotto la resa. Al contrario, la resistenza del popolo iraniano non si è mai spenta.

(Messaggio audio dal carcere di Amir Mohamad Ahmadi, 19 anni, detenuto dall’inizio di gennaio 2026 e condannato a cinque anni di carcere in relazione alle recenti proteste).