Contro l’oblio: le storie degli atleti uccisi in Iran dal regime

Encierro di Pamplona, tra tradizione e proteste per le regole 2026

10 Luglio 2026

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Dal calciatore Habib Khabiri al lottatore Navid Afkari, fino ai giovani atleti uccisi nelle proteste del 2026: il volto meno raccontato della repressione del regime della Repubblica islamica.

C’è un’immagine che rimarrà sempre impressa nella memoria di chi si occupa di Iran. E non è certo quella della bara del dittatore Khamenei, esibita nell’ennesimo spettacolo propagandistico di un regime che, per restare in piedi, è costretto a reprimere e uccidere ogni forma di dissenso. Le immagini che restano impresse sono altre: le strade e i marciapiedi avvolte nel sangue, con gli schizzi che imbrattano perfino le saracinesche abbassate dei negozi, e le file di sacchi neri contenenti i corpi di chi è stato ucciso per aver gridato alla libertà.

C’è infatti un limite, e c’è una scelta che ogni giornalista può compiere. Una di queste è decidere di non scrivere un pezzo, rifiutarsi di diventare il megafono della propaganda di un regime. O, ancora, scegliere di non fare il reporter in un luogo in cui l’informazione è fortemente sorvegliata e censurata e che impone cosa si può raccontare e cosa, invece, deve essere taciuto e dove gli stessi giornalisti nazionali indipendenti vengono incarcerati o addirittura uccisi. Scegliere cosa raccontare e a cosa dare spazio sono scelte che chiunque si definisca giornalista fa. Ora chi ha dato rilevanza ai funerali show di un dittatore che in decenni ha mandato sulla forca migliaia di cittadini, ma non ha dedicato la stessa attenzione ai massacri, alle esecuzioni e alle torture che il popolo iraniano subisce da oltre 45 anni, è di sicuro un giornalista diverso da coloro che danno voce al popolo: sotto lo stesso nome di giornalismo si celano metodi diversi.

Io, in questo pezzo, scelgo di ricordare altro. Se l’evento funerario di Khamenei è stato usato dal regime iraniano per distogliere l’attenzione sui suoi crimini e rimandare un’immagine di un potere inesistente, per rispetto alle sue innumerevoli vittime, personalmente ho scelto di dedicare questo pezzo ai tanti atleti/e uccisi dal regime: cittadine e i cittadini che sono stati arrestati, assassinati e impiccati per il solo fatto di aver espresso un’opinione. Persone che il regime ha cercato di cancellare due volte: prima togliendo loro la vita, poi consegnandole all’oblio. Il fatto di non dimenticare queste vittime e cittadini è il segnale che anche il giornalismo può essere un atto di Resistenza.

Ieri e Oggi: gli atleti perseguitati dal regime della Repubblica islamica

È il 1982: prima di una partita della nazionale iraniana, tutti i giocatori esibiscono il ritratto dell’Ayatollah Khomeini. Tutti, tranne un calciatore: Habib Khabiri. È un gesto silenzioso, ma potente che al regime giunge come uno schiaffo.

Nel Luglio del 1984 Khabiri verrà giustiziato; impiccato dopo un anno di carcere durante il quale il procuratore e i dirigenti della prigione cercarono di costringerlo a rinnegare le proprie idee e le proprie scelte politiche. Khabiri avrebbe potuto salvarsi, ma la “salvezza” aveva un caro prezzo: ripudiare pubblicamente le proprie convinzioni, dichiarare fedeltà alla Repubblica islamica e condannare l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK/PMOI). Khabiri non cedette, e fu ucciso. Aveva 29 anni.

Per anni il regime tentò di cancellarne la memoria, di infangarne la reputazione come aveva fatto (e fa tuttora) con i tanti altri sostenitori del MEK. Eppure Habib Khabiri è sopravvissuto all’oblio, diventando il simbolo dell’atleta che sceglie di non piegarsi e di non mettere il proprio nome al servizio della propaganda di Stato. La sua esecuzione racconta molto della natura della Repubblica islamica: un regime disposto a eliminare chiunque rappresenti una voce libera pur di preservare il proprio potere. La storia di Khabiri dimostra che, per il regime teocratico iraniano, neppure gli atleti e le eccellenze sportive sono al riparo dalla repressione.

È il 19 Marzo del 2026, da poco era trascorso il suo compleanno in cui aveva compiuto 19 anni, quando Saleh Mohammadi, campione iraniano di lotta greco-romana e vincitore di una medaglia di bronzo alla Coppa Internazionale Saytiev di Krasnoyarsk, in Russia, viene impiccato pubblicamente nella città di Qom. Mohammadi viene impiccato per aver partecipato alle proteste nazionali di Gennaio. In quel Paese dove oggi alcuni colleghi ritengono importante assistere e raccontare il funerale di Khamenei, i prigionieri vengono condannati a morte nel giro di poche ore o al massimo settimane. Sono esecuzioni ordinate dagli uomini del dittatore defunto e in nome di un sistema che ha fatto della repressione uno strumento di governo.

Tra le migliaia di corpi avvolti in sacchi neri, simbolo del massacro di Gennaio, vi era anche quello di Zahra Azadpour, calciatrice professionista ed ex compagna di squadra di alcune giocatrici della Nazionale iraniana, uccisa il 9 Gennaio durante le proteste. L’elenco degli atleti uccisi e perseguitati dal regime in questi 47 anni è lunghissimo. La loro sorte non è il risultato di episodi isolati, ma si inserisce in una più ampia strategia di repressione del dissenso, finalizzata a proiettare l’immagine di un Paese compatto, forte e privo di opposizione. Nella Repubblica islamica lo sport funge da vetrina del regime, alimentando il racconto di una nazione unita.

Lo sport in Iran: uno strumento di controllo

Non esiste regime dittatoriale che non utilizzi lo sport come strumento di soft power, sia per consolidare il consenso interno attorno alla propria ideologia, sia per promuoversi e glorificarsi sulla scena internazionale; nel medesimo modo agisce la Repubblica islamica. All’interno di questo sistema, gli atleti vengono ridotti a pedine del potere, costretti a conformarsi ai dettami del regime clericale, pena l’incarcerazione o l’uccisione.

Iran Human Rights Monitor in un recente studio ha rivelato che in Iran lo sport è progressivamente diventato uno strumento di controllo politico, ideologico e securitario, più che un’istituzione autonoma fondata sui principi dell’indipendenza e del merito sportivo. Negli ultimi quarant’anni numerosi atleti sono stati vittime di: esecuzioni, arresti arbitrari, torture, obbligo di confessioni pubbliche, esclusioni dalle competizioni e termine della carriera professionale, tutto questo come conseguenza per aver espresso opinioni politiche o per aver sostenuto i movimenti dissidenti.

Per comprendere il sistema del regime iraniano, dunque, bisogna uscire da un certo romanticismo e ingenuità che pervadono alcune narrazioni. Per il regime un atleta in Iran non è soltanto uno sportivo, ma un rappresentante del Paese. Per questo è sottoposto a un rigido sistema di controllo. Nel corso degli anni, informa IHRM, numerosi atleti hanno subito pressioni per ritirarsi da competizioni contro avversari israeliani, restrizioni che hanno limitato la partecipazione delle donne allo sport, esclusioni dalle squadre nazionali, sanzioni disciplinari, divieti di espatrio, sospensioni dalle competizioni, allontanamenti dalle strutture sportive, licenziamenti arbitrari e continue intimidazioni affinché non denunciassero le diffuse violazioni dei diritti umani nel Paese. Allo stesso modo, anche le federazioni sportive sono sottoposte a un costante controllo e non godono, perciò, di una reale autonomia.

Un ruolo centrale di sorveglianza è svolto dall’IRGC, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che negli anni ha consolidato una presenza capillare ai vertici di numerosi club e federazioni sportive iraniane, seppur queste figure in relazione ai pasdaran siano prive di esperienza e competenza è chiaro che il fine non è esclusivamente sportivo. Attraverso questo controllo, l’IRGC non solo beneficia di ingenti risorse economiche, ma orienta lo sport in funzione delle priorità del regime, promuovendo l’ideologia ufficiale e rafforzando il controllo sulla società.

Ad esempio Mehdi Taj, Presidente della Federazione calcistica dell’Iran, è egli stesso un ex comandante dell’intelligence dei Pasdaran, mentre alcune squadre di calcio sono direttamente legate agli apparati militari del regime. È il caso del Fajr Shahid Sepasi di Shiraz, che nel 2006 passò dall’IRGC alla forza paramilitare Basij. In seguito al trasferimento di proprietà, tutte le squadre con il nome Fajr furono ribattezzate Moghavemat: il club assunse così la denominazione ufficiale Moghavemat Shahid Sepasi Shiraz, anche se continua a essere comunemente conosciuto come Fajr Sepasi. Anche il Malavan Bandar Anzali è legato alle forze armate: il club è infatti di proprietà della Marina militare della Repubblica Islamica. E questi sono solo alcuni esempi.

In questo contesto, gli atleti che scelgono di vivere secondo i propri principi, rivendicando libertà e indipendenza nelle proprie scelte, vanno incontro a pesanti conseguenze. In Iran, anche la semplice partecipazione a una manifestazione può costare la libertà o la vita. «La rivolta nazionale del 2026 ha segnato un altro momento decisivo nel rapporto tra la comunità sportiva iraniana e il più ampio movimento nazionale per i diritti civili e le libertà democratiche. Durante questo periodo, numerosi atleti, allenatori e campioni nazionali, come milioni di altri cittadini iraniani, si sono schierati al fianco del pubblico in proteste pacifiche ed espressioni di solidarietà » si legge nel report di IHRM.

«Come conseguenza della loro partecipazione o sostegno a queste manifestazioni» prosegue IHRM, «molti sportivi furono soggetti a gravi ritorsioni, tra cui arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, procedimenti politici, lunghe pene detentive e, in diversi casi documentati, esecuzioni. Tra le vittime delle proteste del 2026 vi sono stati numerosi atleti di successo i cui successi professionali avevano precedentemente portato distinzione allo sport iraniano. Il loro status sportivo, tuttavia, non offriva alcuna protezione contro la violenza statale. Al contrario, molti divennero diretti bersagli della campagna delle autorità per reprimere il dissenso».

La lista degli sportivi uccisi o arrestati durante queste ultime proteste è così lunga da rendere complicato ricordarli tutti. Dietro ogni nome c’è una vita spezzata, una carriera interrotta, una famiglia distrutta. Cercherò qui di ricordarne alcuni per far sì che la loro storia non venga dimenticata.

Sasan Azadvar aveva soltanto 21 anni. Era un atleta di karate, viveva a Isfahan e aveva avuto il coraggio di partecipare alle manifestazioni contro il regime. Per questo è stato condannato a morte. Il 30 Aprile è stato impiccato con l’accusa di moharebeh, “inimicizia contro Dio”. Chi oggi, nelle nostre città e in molte capitali europee, sfila con le bandiere della Repubblica Islamica e presenta l’Iran come un modello di resistenza dovrebbe come minimo conoscere la storia di Sasan. Dovrebbe chiedersi che cosa significhi avere ventun anni e finire sul patibolo per aver reclamato i diritti più elementari.

Chi non è stato impiccato è stato ucciso direttamente durante le manifestazioni. Il 9 Gennaio 2026 Mehdi (Masoud) Zatparvar, ex campione di bodybuilding di 39 anni, è stato ucciso dai colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze governative durante le proteste a Rasht. Zatparvar aveva iniziato ad allenarsi nel sollevamento pesi quando aveva appena tredici anni e, tra il 2011 e il 2014, aveva conquistato titoli nazionali e internazionali nel powerlifting e nel sollevamento pesi. Anni di sacrifici, disciplina e successi cancellati in pochi istanti.

Non è un’esagerazione affermare che nel mese di Gennaio un’intera generazione di giovani è stata sepolta sotto i colpi delle armi delle forze di sicurezza.

Tra loro c’è chi è stata colpita direttamente al cuore come Arnika Dabbagh. Arnika aveva solo 15 anni: campionessa di nuoto di Gorgan era una delle promesse più brillanti dello sport iraniano. Aveva vinto una medaglia d’argento e due di bronzo ai campionati nazionali, oltre a 7 titoli conquistati nel festival nazionale femminile Under 13. Arnika sognava di diventare campionessa del mondo e, oltre al nuoto, si distingueva anche in altre discipline sportive. Secondo le testimonianze raccolte e diffuse dal portale NCRI Women’s Committee, unità armate in motocicletta aprirono il fuoco a distanza ravvicinata lungo Golshahr Boulevard, a Gorgan. Arnika si trovava accanto alla madre quando gli assalitori le si avvicinarono alle spalle e le spararono. Perse una quantità enorme di sangue e morì poco dopo per la gravità delle ferite. A rendere ancora più tragica la sua morte fu il blackout totale delle comunicazioni imposto dalle autorità: l’impossibilità di contattare i soccorsi le negò ogni possibilità di essere trasportata in tempo in ospedale. Un’altra vittima della repressione è stata Sakineh Akbari, istruttrice di alpinismo e soccorritrice di 35 anni. Sakineh aveva dedicato la propria vita alla montagna e al salvataggio degli altri.

Questi atleti e atlete non sono morti per una gara, né per un incidente. Sono stati uccisi perché hanno scelto di non tacere. I loro nomi non appartengono soltanto alla storia dello sport iraniano: appartengono alla storia di un popolo che continua a pagare con il sangue il prezzo della libertà.

Atleti e atlete del calcio vittime del massacro di Gennaio

La partecipazione dell’Iran ai Mondiali è stata avvolta dal sangue. Tra coloro che sono rimasti uccisi nelle recenti proteste figurano anche molti giocatori del calcio e sue giovani promesse, strappati alla vita nel pieno del loro percorso sportivo.

“Colpito alle spalle da distanza ravvicinata”: così è stato ucciso Rebin Moradi talento calcistico di 17 anni. Secondo quanto riferito dal padre, le autorità forensi avrebbero confermato che il ragazzo è stato raggiunto da un proiettile esploso da dietro, a breve distanza. L’Organizzazione Hengaw per i Diritti Umani ha comunicato che Moradi militava nella Premier League giovanile di Teheran e, al momento della morte, giocava nelle giovanili del Saipa Club. È stato ucciso l’8 Gennaio 2026 durante le proteste nella capitale. Alla stessa tragica sorte è andato incontro Amir Mohammad Kouhkan, allenatore e arbitro di futsal (calcio a 5), colpito a morte durante le proteste di strada il 3 Gennaio a Niriz, nella provincia di Fars. Dopo la sua uccisione, il corpo sarebbe stato prelevato dalle forze dall’IRGC. I ripetuti tentativi della famiglia di recuperarne la salma per la sepoltura sono risultati vani.

A Teheran è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco anche Mehdi Lavasani, allenatore di calcio di 35 anni. Aveva dedicato la propria carriera alla crescita dei giovani talenti, accompagnandoli nei primi passi del loro percorso sportivo. Conosciuto e stimato anche per il suo impegno nel sociale, utilizzava il calcio come strumento per sostenere i bambini delle comunità più svantaggiate. Padre di un bambino di appena due anni, è stato ucciso durante la repressione delle proteste l’8 Gennaio.

Sempre quel giorno, a Rasht, è stato ucciso anche Mohammad Hajipour, ex portiere della nazionale iraniana di beach soccer e residente a Shiraz. Hengaw riferisce che le autorità avrebbero subordinato la restituzione della salma alla famiglia all’accettazione di una versione falsa dei fatti, imponendo che nel certificato di morte fosse indicato un incidente stradale. Hajipour aveva da poco rinnovato il contratto con la squadra di calcio Shahin Khoshkbijar.

A Isfahan, è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco Sahba Rashtian, 23 anni, assistente arbitro nel calcio femminile. «Siamo uscite di casa alle 20:00, e alle 20:10 lei era già stata colpita. L’ho portata io stessa in ospedale. Cercavo di farla respirare e di controllarle il polso. Quando siamo arrivate e l’abbiamo messa sul letto, ho visto che avevo le mani coperte di sangue. Fu allora che mi resi conto che il proiettile le aveva colpito il fianco destro. Le hanno drenato sangue dai polmoni. Mi ha detto di non avere paura, che stava bene. Mi ha stretto la mano. Quelle furono le sue ultime parole. È stata portata in rianimazione e non è mai più tornata» ha riferito la sorella che quel giorno era con lei, riferisce l’articolo di NCRI Women’s Committee.

Questi sono solo alcuni dei nomi di atleti legati al calcio (o a sport similari) che, per il semplice fatto di aver rivendicato il diritto di vivere in libertà, sono stati uccisi nelle ultime proteste da un regime che da oltre quarant’anni non tollera il dissenso né l’espressione del pensiero libero.

Esecuzioni capitali e incarcerazioni arbitrarie: strumenti per reprimere il dissenso

Le principali armi di repressione utilizzate dal regime per ridurre al silenzio gli atleti sono le stesse impiegate contro il resto della popolazione: pena di morte e arresti illegittimi. Deve essere chiaro a tutti che il regime non risparmia nessuno.

Come già evidenziato in precedenza nei miei articoli, l’esecuzione capitale è divenuta uno strumento sistematico per reprimere il dissenso. Nel caso degli atleti, come di altre figure pubbliche, la loro popolarità rende queste condanne uno strumento di intimidazione ancora più efficace; in quanto il regime le usa per lanciare un messaggio agli altri sportivi: chiunque si opponga allo Stato o chieda maggiore libertà rischia di fare la stessa fine.

«Negli ultimi quattro decenni, le autorità iraniane hanno ripetutamente usato la pena capitale contro gli atleti in relazione a casi politici, proteste nazionali e accuse di sicurezza nazionale» informa IHRM. Seguendo il medesimo modello di ritorsione che si usa per gli altri prigionieri e condannati, numerosi atleti durante questo regime sono stati vittime di tortura, confessioni forzate, negazione di accesso a un avvocato di loro scelta e gravi violazioni degli standard internazionali in materia di equo processo.

Navid Afkari

Il campione di lotta greco-romana Navid Afkari di 27 anni fu arrestato il 17 Settembre 2018 per aver partecipato alle proteste antigovernative. Accusato dell’uccisione di un funzionario dell’intelligence a Shiraz, fu condannato a morte due volte: da un tribunale penale, secondo il principio del qisas (“ritorsione in natura”), e da un tribunale rivoluzionario con l’accusa di moharebeh (“inimicizia contro Dio”). Le condanne si basavano su confessioni che Afkari denunciò ripetutamente come estorte sotto tortura. Pochi giorni prima dell’esecuzione, la televisione di Stato trasmise un video con la sua presunta confessione. Nonostante gli appelli di governi, esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani, del Comitato Olimpico Internazionale e di numerosi campioni di lotta, Navid Afkari fu impiccato il 12 Settembre 2020 nel carcere di Adel-Abad. La pena di morte, che inizialmente avrebbe dovuto essere eseguita dopo 74 frustate e una pena detentiva di sei anni e mezzo, era stata applicata con sorprendente rapidità, a rendere ancora più drammatca una situazione già tragica fu che la famiglia non poté partecipare al funerale, celebrato sotto stretta sorveglianza. Il suo caso è diventato uno tra i più noti della repressione contro gli atleti in Iran. Prima della sua esecuzione, fu trasmessa un’altra registrazione vocale dalla prigione, in cui disse: «Se verrò giustiziato, voglio che sappiate che un uomo innocente, sebbene abbia lottato con tutte le sue forze per farsi sentire, è stato giustiziato». Alla sua memoria, l’artista Reza Olia, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), scomparso lo scorso 9 Luglio, aveva dedicato una statua in suo onore.

Oltre le esecuzioni, il regime ha provato a silenziare gli atleti tramite arresti arbitrari. Negli ultimi anni, riporta l’analisi di IHRM, numerosi atleti e allenatori sono stati vittime di arresti arbitrari, caratterizzati da lunghe detenzioni, torture e altre gravi violazioni dei diritti umani per aver preso parte a manifestazioni pacifiche, espresso opinioni critiche nei confronti del regime o rifiutato di adeguarsi alle direttive imposte dallo Stato.

A imminente rischio di esecuzione si trova Mohammad Javad Vafaei Sani, atleta e allenatore di pugilato di 30 anni, oltre che sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano. Arrestato nel 2020 per aver partecipato alle proteste nazionali del 2019, le accuse a suo carico riguardano il reato di efsad-fil-arz (“corruzione sulla terra”). Javad Vafaei Sani ha trascorso cinque anni in carcere, di cui 65 giorni in isolamento, durante i quali, secondo testimonianze di persone vicine alla sua famiglia, sarebbe stato sottoposto a gravi torture fisiche e psicologiche: percosse, privazione del sonno, minacce contro i familiari e la firma forzata di dichiarazioni già predisposte. Durante il processo, Vafaei Sani ha più volte denunciato che le confessioni utilizzate contro di lui erano state ottenute sotto tortura e che, per questo motivo, non potevano essere considerate valide. Il suo caso è diventato emblematico delle gravi violazioni dei diritti denunciate nei confronti di numerosi manifestanti arrestati in Iran.

Tra gli atleti arrestati recentemente c’è Benyamin Naqdi, 26 anni, campione di kickboxing e Muay Thai di Shiraz, è stato condannato a morte dal Tribunale rivoluzionario di Shiraz dopo essere stato arrestato il 3 Gennaio durante le proteste. Secondo l’Organizzazione Hengaw, Naqdi è stato condannato con l’accusa di efsad-e fel-arz e rischia l’esecuzione. Dopo l’arresto sarebbe stato sottoposto a torture e pressioni per costringerlo a confessare. Poco dopo, i media statali hanno diffuso un video con quella che viene descritta come una confessione estorta.

Una delle forme più concrete di Resistenza che noi giornalisti possiamo praticare è impedire che queste vittime e questi prigionieri cadano nell’oblio. Ricordarne i nomi, raccontarne le storie e denunciare senza tregua i crimini del regime iraniano significa opporsi al tentativo di cancellarne la memoria e restituire voce a chi è stato messo a tacere.