Le dimissioni di Starmer, gli inglesi e la Bregret

26 Giugno 2026

Le dimissioni di Starmer, gli inglesi e la Bregret

26 Giugno 2026

Candelwicke su Wikipedia in inglese, Public domain, via Wikimedia Commons

È il quesito che l’Italia non può più rimandare.

La protesta dei maturandi è soltanto l’ultimo capitolo di una riflessione che accompagna da anni il mondo dell’istruzione. Le lettere consegnate in questi giorni alle commissioni d’esame riportano nel dibattito temi come l’enfasi delle valutazioni, la centralità della memorizzazione e il bisogno di una scuola più vicina agli studenti. Ma il punto va ancora oltre.

La domanda è infatti un’altra: il sistema scolastico italiano riesce ancora a trasmettere conoscenza oppure si è trasformato soprattutto in un luogo dove si misura la performance?

Una scuola chiamata a rincorrere il cambiamento

Negli ultimi vent’anni la società è cambiata profondamente. Internet, i social network, gli smartphone e, più recentemente, l’intelligenza artificiale hanno modificato il modo in cui si studia, si comunica e si costruisce il sapere. La scuola, invece, è rimasta spesso ancorata a modelli nati in un contesto completamente diverso. Ogni anno circa otto milioni di studenti entrano nelle aule italiane e oltre un milione di persone lavora nel comparto tra docenti e personale. È una delle istituzioni più grandi del Paese, ma anche una di quelle che più faticano a tenere il passo con le trasformazioni culturali e tecnologiche.

Questo non significa che tale realtà abbia perso la propria funzione: al contrario. Nell’epoca dell’informazione illimitata, il suo compito diventa ancora più importante: insegnare a distinguere una fonte attendibile da una falsa, sviluppare spirito critico, educare al confronto e alla complessità. Non basta più accumulare nozioni, serve imparare a comprenderle.

Merito, programmi e rappresentanza: le contraddizioni del sistema

Se l’obiettivo della scuola è valorizzare il merito, il modello di valutazione continua però a mostrare alcune contraddizioni. Non sempre vengono premiati l’impegno quotidiano e la costanza. In alcuni casi, infatti, riesce a ottenere risultati migliori anche chi adotta strategie mirate, come concentrare lo studio solo in vista delle verifiche o programmare assenze nei giorni dei compiti in classe per guadagnare più tempo nella preparazione. Comportamenti che non rappresentano la norma, ma che evidenziano come il meccanismo rischi talvolta di misurare più l’esito del momento che il percorso di apprendimento.

Gran parte della preparazione sulla letteratura italiana, inoltre, continua a concentrarsi sugli autori dell’Ottocento e del primo Novecento, fondamentali per comprendere l’evoluzione culturale del Paese, ma questo ha contribuito a lasciare poco spazio agli scrittori contemporanei, quelli con cui gli studenti potrebbero confrontarsi su temi e linguaggi più vicini alla loro esperienza. Non si tratta di sostituire completamente i classici, bensì di affiancarli a voci che raccontano il presente.

Anche sul fronte della rappresentanza resta aperta una riflessione. Le scrittrici trovano ancora uno spazio limitato nei programmi di studio rispetto ai loro colleghi uomini. Negli ultimi anni l’attenzione verso autrici che hanno segnato la letteratura italiana e internazionale è cresciuta, ma per molti addetti al settore il percorso è ancora incompleto. Ampliare il ventaglio non significa riscrivere la storia, ma offrirne una lettura più ampia e aderente alla ricchezza delle esperienze culturali che l’hanno costruita.

Il problema non sono solo gli insegnanti

Ridurre tutto a una contrapposizione tra studenti e docenti sarebbe però un errore. Ogni giorno migliaia di insegnanti provano a costruire lezioni che vadano oltre il programma ministeriale, personalizzano i percorsi, aprono il dialogo e cercano di trasformare la classe in uno spazio di confronto.

Esiste anche se minoritaria una scuola fatta di professori che ascoltano, sperimentano e accompagnano i ragazzi nella crescita personale, spesso nonostante vincoli burocratici, unità didattiche rigide e risorse limitate. Le criticità riguardano soprattutto il sistema, con piani difficili da adattare ai cambiamenti della società, edifici scolastici che in molti casi necessitano di interventi e una professione docente che continua a chiedere maggiore riconoscimento.

La scuola resta il luogo dove si costruisce il futuro

La scuola non può limitarsi a preparare verifiche, interrogazioni o un esame finale. È il luogo nel quale si forma il pensiero critico, si impara a convivere con gli altri e si sviluppano strumenti che accompagneranno una persona ben oltre il percorso di studi. Le proteste degli studenti di questi giorni hanno riportato in superficie un problema mai del tutto affrontato. Più che una contestazione contro un esame, sembrano l’invito ad aprire un confronto sul significato stesso dell’istruzione.

Perché la domanda, in fondo, non è se la scuola serva ancora: la vera sfida è capire se riesca ancora a insegnare ciò di cui il presente e il futuro hanno davvero bisogno.