Le dimissioni di Starmer, gli inglesi e la Bregret

Il grande piccolo centro del centrosinistra

23 Giugno 2026

Il grande piccolo centro del centrosinistra

23 Giugno 2026

Dieci anni fa, il 23 giugno 2016, il Regno Unito si svegliava separato dal continente. Quella che doveva essere la palingenesi sovranista e la nascita della Global Britain si è trasformata, a un decennio di distanza, in un laboratorio di instabilità permanente. Le dimissioni rassegnate dal Premier laburista Keir Starmer – travolto dalle pressioni interne e dal logoramento elettorale – non fanno che siglare una spietata continuità statistica: è il settimo cambio della guardia a Downing Street in dieci anni. Un record di volatilità che demolisce il mito della stabilità istituzionale britannica. Mentre dall’Unione Europea si levano voci, quasi per paradosso geopolitico, della  suggestione di un’integrazione allargata fino a 40 Stati, il Regno Unito si riscopre bloccato in un limbo macroeconomico e strategico, orfano dei vecchi ancoraggi e non ancora integrato nelle nuove geografie globali.

L’analisi dei dati a dieci anni dal referendum restituisce l’immagine di un Paese strutturalmente rallentato. Secondo i principali osservatori macroeconomici, la Brexit è costata al Regno Unito tra il 4% e il 5% del PIL potenziale rispetto a uno scenario di permanenza nel mercato unico. Il crollo degli investimenti esteri, le barriere non tariffarie che hanno appesantito le catene di fornitura e una cronica carenza di manodopera in settori chiave hanno generato una stagnazione da cui Londra non riesce a riemergere.

Che cos’è il Bregret?

Il sentiment oggi largamente diffuso è riassumibile nel neologismo “Bregret” (Brexit + Regret). I sondaggi mostrano una maggioranza costante di cittadini che definisce l’uscita dall’UE un errore. Il divario non è più solo ideologico, ma generazionale ed esistenziale.

La fine della libera circolazione ha ristretto i confini della mobilità giovanile e accademica (l’addio al programma Erasmus ne è il simbolo). I ceti popolari che avevano votato Leave per la promessa di un rilancio manifatturiero e di un freno all’immigrazione si trovano immersi in un’inflazione persistente e con flussi migratori che hanno semplicemente cambiato provenienza geografica, spostandosi dall’Europa continentale all’Asia e all’Africa. Se l’espatrio oltremanica è diventato un labirinto burocratico di visti e requisiti salariali minimi, l’UE ha paradossalmente trovato nella Brexit un fattore di coesione interna inatteso. Il trauma del 2016 ha immunizzato gli altri 27 Stati membri da tentativi di emulazione, spostando l’asse del dibattito continentale dall’euroscetticismo distruttivo alla riforma interna delle istituzioni. Sul piano internazionale, la dottrina della Global Britain, l’idea di un Regno Unito agile, capace di stringere accordi bilaterali fulminei svincolato dalle lungaggini di Bruxelles, ha impattato contro il duro realismo delle relazioni internazionali. In chiave geopolitica, Londra ha cercato di mantenere la propria rilevanza attraverso formati snelli e geometrie variabili.

Davanti alle crisi globali e in particolare all’aggressione russa in Ucraina, l’asse diplomatico e di sicurezza tra Londra, Parigi e Berlino (l’E3) ha retto l’urto. La cooperazione militare non si è interrotta, dimostrando che il Regno Unito resta una potenza nucleare e d’intelligence indispensabile per la sicurezza del continente. Un’ulteriore declinazione del pragmatismo geopolitico britannico post-Brexit si rintraccia nella propensione di Londra a integrarsi in formule ad hoc, come la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”. Svincolato dalle procedure di coordinamento della Politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’Unione Europea, il Regno Unito ha cercato di riaffermare la propria proiezione di potenza globale guidando o partecipando a coalizioni flessibili e mirate, sia sul piano della deterrenza militare che del supporto strategico in scenari di crisi. Questa modalità di intervento ad assetto variabile ha permesso a Londra di dimostrare agilità operativa e di mantenere un filo diretto con gli alleati della NATO e con Washington, bypassando le architetture istituzionali di Bruxelles. Resta da decifrare tuttavia se la flessibilità sia una necessità dettata dall’isolamento piuttosto che una scelta di assoluta forza. Il rapporto con Washington si è rivelato asimmetrico e volatile. Le speranze dei fautori della Brexit di siglare un accordo di libero scambio rapido e vantaggioso con gli Stati Uniti sono evaporate sotto l’amministrazione Biden e rimangono subordinate alle logiche protezionistiche della dottrina “America First” di Trump. Le relazioni tra Downing Street e la Casa Bianca si muovono oggi su un terreno di forte pragmatismo strategico, ma privo di concessioni economiche di favore a Londra.

L’effetto più corrosivo della Brexit si registra però all’interno dei confini domestici, dove le forze centrifughe continuano a erodere l’unione istituzionale tra le quattro nazioni.

La Scozia, che nel 2016 aveva votato in modo compatto per il Remain, vive il decennio post-Brexit come un deficit democratico permanente. Nonostante le turbolenze interne allo Scottish National Party (SNP), la spinta verso una ridefinizione dei rapporti con Londra o verso un nuovo referendum d’indipendenza rimane una costante del dibattito, alimentata dalla percezione di essere stati trascinati fuori dall’Unione Europea contro la volontà della maggioranza dei propri cittadini.

Il dossier nordirlandese resta la cicatrice più visibile del divorzio. Per evitare il ripristino di una frontiera fisica sull’isola d’Irlanda, che avrebbe violato gli Accordi del Venerdì Santo del 1998, i vari esecutivi britannici hanno dovuto accettare soluzioni di compromesso (fino al Windsor Framework) che, di fatto, spostano il confine doganale nel Mar d’Irlanda. Questa separazione amministrativa dal resto della Gran Bretagna ha rinvigorito le forze nazionaliste e repubblicane, ponendo a lungo termine la questione di una riunificazione irlandese non più come un tabù, ma come uno scenario analitico concreto.

Le dimissioni di Keir Starmer certificano il fallimento del tentativo laburista di stabilizzare il Paese. Arrivato al potere nel 2024 con una maggioranza schiacciante ma un consenso fragile, Starmer ha cercato di governare con una ricetta basata sulla competenza tecnocratica e sul rigore di bilancio, rifiutando categoricamente di riaprire il dibattito sull’accesso al mercato unico o sull’unione doganale per non alienarsi l’elettorato operaio delle ex zone industriali. Questa postura ha privato il governo di una narrazione forte. Di fronte alla stagnazione economica e alle dure sconfitte nelle ultime elezioni locali, Starmer si è trovato schiacciato tra il malcontento della sua stessa base parlamentare e l’avanzata delle forze populiste.

In questo vuoto si inserisce la nuova e clamorosa ascesa di Nigel Farage. Dato per spacciato o confinato al ruolo di commentatore televisivo dopo il 2016, Farage ha capitalizzato la frustrazione collettiva attraverso Reform UK. La sua strategia è chirurgica: non difende i risultati economici della Brexit, ma accusa la classe politica tradizionale di averla tradita e non implementata con sufficiente radicalismo, specialmente sul controllo dei confini. Una delle domande più frequenti degli osservatori internazionali riguarda l’atteggiamento del Partito Laburista: perché, pur di fronte a dati economici così negativi, il Labour non ha utilizzato l’evidente fallimento della Brexit come arma politica contro i Conservatori e Farage?

La risposta risiede nell’aritmetica elettorale e nella sociologia del Paese. Per vincere le elezioni, il Labour deve tenere uniti due elettorati profondamente divergenti: i giovani progressisti delle grandi città cosmopolite (fortemente europeisti) e le comunità della classe operaia provinciale che nel 2016 votarono in massa per l’uscita dall’UE. Riaprire la ferita della Brexit significherebbe per la dirigenza laburista riattivare una guerra culturale interna distruttiva. Se il Labour proponesse anche solo un parziale riavvicinamento normativo a Bruxelles, presterebbe il fianco all’accusa immediata di voler annullare il “voto del popolo”. Farage e la destra conservatrice ne farebbero immediatamente un cavallo di battaglia elettorale, mobilitando nuovamente l’elettorato profondo contro le “élite di Londra”.

Il silenzio dei Labour

Il silenzio dei Labour è stato un calcolo cinico di riduzione del danno, che ha però finito per paralizzare la loro stessa azione di governo. Dieci anni dopo, la prospettiva storica appare totalmente invertita. Nel 2016, la Brexit veniva letta come il primo mattone del crollo dell’Unione Europea, l’inizio di un effetto domino globale. Oggi, il baricentro dell’iniziativa politica si è spostato a Bruxelles. Di fronte alle minacce geopolitiche esterne, l’Unione Europea valuta scenari di allargamento, accogliendo le domande d’adesione e i desiderata dei paesi balcanici, dell’Ucraina e della Moldova, che vedono nel club europeo un’ancora di salvezza economica e di sicurezza. Il Regno Unito osserva questo scenario dall’esterno, intrappolato in un ciclo di instabilità che le dimissioni di Starmer non faranno che prolungare. Il decennio di Brexit non ha prodotto la nazione corsara e deregolamentata promessa dai suoi promotori, né ha distrutto l’Unione Europea come molti temevano. Ha invece consegnato alla storia un Paese più piccolo, più diviso e alla perenne ricerca di un ruolo nel mondo, dimostrando che nel ventunesimo secolo l’isolamento camuffato da sovranità ha un prezzo politico ed economico altissimo.

La corsa alla leadership del Partito Laburista che si aprirà nelle prossime settimane non sarà solo la scelta del settimo premier in dieci anni; sarà l’ennesimo tentativo di rispondere alla stessa domanda inevasa dal 2016: come gestire il declino di una potenza che ha deciso di fare a meno del proprio continente.