
Capo Verde, l’isola che c’è…eccome
7 Luglio 2026
Si è concluso oggi il vertice NATO di Ankara. Il summit che ha riunito nella capitale turca i leader dei trentadue Paesi membri dell’Alleanza ha visto sul tavolo questioni ampliamente preannunciate: l’aumento della spesa militare, il rafforzamento della produzione industriale nel campo della difesa, il sostegno all’Ucraina e la sicurezza sul fianco orientale. Ma non solo.
Accanto a questi dossier sono emerse, da una parte le richieste della padrona di casa, dall’altra le spaccature interne sollevate dal Presidente Donald Trump hanno, ancora una volta, messo in ombra gli obiettivi dell’incontro.
A prima vista potrebbe sembrare il consueto summit dedicato a difesa ed equilibri geopolitici. In realtà, Ankara ci racconta qualcosa di più profondo. Dietro gli annunci sugli investimenti e sulla produzione di armamenti si nasconde una questione che raramente emerge nel dibattito pubblico: come si misura davvero la forza di un’organizzazione militare?
Per comprenderlo bisogna tornare al motivo stesso per cui la NATO nacque quasi ottant’anni fa: la deterrenza. È questo il principio che ha accompagnato la NATO durante tutta la Guerra Fredda e che oggi, nel mutato e sempre più critico contesto internazionale, torna a essere il vero filo conduttore della sua strategia. Convincere un potenziale avversario che il costo di un’aggressione sarebbe semplicemente troppo alto, scoraggiandolo.
È proprio attraverso questa lente che andrebbe letto il vertice iniziato ieri e proseguito oggi nella capitale turca. I temi che formalmente sono stati affrontati sembrerebbero non dire nulla di particolarmente sorprendente, almeno in apparenza.
Già durante la prima amministrazione Trump, e ancor più dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ogni vertice NATO sembra aggiungere un tassello a una traiettoria specifica: prepararsi a un mondo sempre più instabile e militarizzato.
Ma leggere l’incontro odierno nell’ottica dell’aumento delle capacità militari non basta. Il tentativo dell’Alleanza è quello di rafforzare quella che, in fin dei conti, rappresenta la sua arma più importante: la credibilità.
Si è parlato molto di aumento della spesa militare, a partire dall’ormai famoso 5% del PIL in difesa, di rafforzamento della cooperazione industriale, di investimenti nella produzione di sistemi d’arma, tutte questioni che sono chiaramente riassumibili con le parole del segretario generale Mark Rutte: “non c’è più il lusso del tempo. La macchina produttiva della difesa deve accelerare”.
Ma dietro quella che appare una questione prevalentemente tecnica si cela un problema politico. Perché la deterrenza, e quindi la base intera su cui si poggia l’Alleanza Atlantica, non è una questione solo materiale. Rilegare il tutto al numero di carri armati o di missili disponibili e alla loro potenza è un grave errore di analisi. Il concetto di deterrenza dipende, in modo particolare, da due convinzioni: da una parte che l’Alleanza è unita e, dall’altra che se necessario quelle armi verranno effettivamente impiegate.
È qui che va richiamato l’articolo 5 NATO, cuore giuridico dell’Alleanza, secondo il quale «un attacco contro uno Stato membro è considerato un attacco contro tutti». Una formula semplice che, però, rappresenta prima di tutto una promessa politica. E come ogni promessa vive, appunto, di credibilità.
Credibilità che, negli ultimi anni, è stata paradossalmente messa in discussione anche da chi, per decenni, ne è stato il principale garante. Se gli Stati Uniti continuano a rappresentare il pilastro militare della NATO, il ritorno di Trump ha riaperto interrogativi sulla coesione politica dell’Alleanza. Ad Ankara il presidente americano ha nuovamente criticato alcuni alleati e rilanciato le proprie posizioni su Groenlandia e Iran dichiarando concluso il memorandum di intesa con quest’ultima e annunciando nuovi duri attacchi nelle prossime ore. Tra gli alleati lo scontro più duro, questa volta, è sicuramente quello con la Spagna di Pedro Sánchez: il Presidente statunitense ha infatti ordinato al segretario al tesoro Scott Bessent di interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid, accusata di essere un “terribile partner”.
Ed è qui che entra in gioco la Russia. Mosca tenta, nemmeno troppo velatamente, di capire quanto quella famosa credibilità esista ancora.
Negli scorsi giorni ha suscitato particolare attenzione l’idea di un possibile attacco di Mosca alla Polonia in seguito alle parole del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov che, in un’intervista al programma russo Vesti, ha affermato che la Polonia “ha già messo a punto sul proprio territorio la produzione di droni destinati all’Ucraina” concludendo che “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”
Nella realtà dei fatti, visto anche come si sta evolvendo il fronte ucraino, è impensabile immaginare che Mosca abbia oggi né l’interesse né la reale capacità di aprire un conflitto contro Varsavia. Ma questo non significa che il Cremlino non sia interessato a testare, progressivamente e in un’ottica di lungo periodo, la tenuta proprio di quella credibilità.
La domanda, dunque, non è tanto se la Russia abbia intenzione di aprire un conflitto convenzionale contro la NATO ma piuttosto quanto Mosca possa essere interessata a metterla alla prova e, soprattutto, come questa risponderebbe. Non raramente si è parlato negli ultimi anni di sabotaggi, cyberattacchi, interferenze politiche ed episodi ai confini orientali come sconfinamento di droni e caccia. In questo scenario, la vera vittoria strategica per Mosca non sarebbe conquistare un territorio, piuttosto insinuare e dimostrare che l’Alleanza non sia capace di reagire.
È dunque lecito chiedersi se, qualora si ponesse davvero la condizione di attivare quel famoso articolo 5, l’Alleanza Atlantica reagirebbe come promesso o si spaccherebbe?
Per questo il significato più profondo del vertice di Ankara va ben oltre gli impegni sulla spesa militare o i nuovi investimenti nell’industria della difesa. La NATO sta cercando di rafforzare le proprie capacità militari perché sa che, oggi più che mai, esse rappresentano un messaggio politico: convincere il proprio avversario che quella guerra non conviene iniziarla.
Perché, in fondo, la guerra che la NATO spera davvero di vincere è proprio quella che non dovrà mai combattere.







