Elezioni in Russia: perché Putin ha ancora bisogno del voto

Trump e il whiskey irlandese che scuote il Regno Unito

21 Settembre 2026

Trump e il whiskey irlandese che scuote il Regno Unito

21 Settembre 2026
Prove di normalizzazione

A cosa servono delle elezioni quando il risultato appare largamente prevedibile?  

Probabilmente questa è la domanda che in molti si sono posti domenica scorsa quando le testate di tutto il mondo annunciavano la vittoria di Russia Unita, il partito legato a Vladimir Putin, dopo due giornate di elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, la camera bassa del Parlamento russo. 

Il partito che sostiene il presidente ha ottenuto, secondo i dati ufficiali, il 57,83% dei voti ottenendo 355 seggi su un totale di 450 disponibili. La maggioranza è dunque solida e stabile. 

Quella appena conclusasi è stata la prima elezione parlamentare nazionale dall’invasione su larga scala dell’Ucraina nell’ormai lontano febbraio 2022. 
Nel 2024 Putin è stato rieletto per il suo quinto mandato in elezioni presidenziali il cui esito, ancora una volta, non aveva stupito particolarmente. Eppure, oggi come due anni fa, a lasciare degli interrogativi è proprio il perché il Cremlino si impegni a smuovere la macchina burocratica e amministrativa dal costo non indifferente non solo in un sistema autoritario ma addirittura durante una guerra che sta colpendo sempre più visibilmente economia e territorio. 

Il paradosso è soltanto apparente; il voto in queste circostanze ha più di un valore politico ben preciso. 

I diversi significati del voto russo 

Siamo abituati a pensare alle elezioni come a quel momento, spesso persino eccitante, in cui i cittadini decidono chi governerà. Per questo, viste da qui, le elezioni russe possono apparire senza senso. Ma il problema, come molto spesso accade, è un problema di prospettiva.

 
 Interpretare un sistema politico molto distante dal nostro utilizzando le categorie con cui leggiamo la nostra realtà è un errore analitico che rischia di farci vedere solo ciò che non c’è come la competizione reale o l’alternanza tipica delle democrazie. Tutto questo ci impedisce di comprendere l’importanza di quelle elezioni. 

È un punto apparentemente controintuitivo. Se il potere controlla già il sistema e non ha nessuna intenzione di cederlo, perché sottoporsi periodicamente al rito delle urne? Proprio perché non serve realmente a stabilire chi governerà, diventa interessante chiedersi a che cosa serva. 

Si tratta di quelli che, nella scienza politica, sono definiti autoritarismi elettorali, regimi nei quali le elezioni divengono uno degli strumenti proprio attraverso cui il sistema autoritario funziona. In questi sistemi il voto può assolvere funzioni differenti che vanno dall’organizzare la relazione tra regime, società ed élite fino a raccogliere informazioni, gestire la competizione interna e contribuire alla stabilità politica stessa. 

Misurare e mostrare il consenso 

La prima risposta riguarda la legittimità. Perché se è vero che un regime autoritario potrebbe teoricamente limitarsi alla repressione del dissenso, è anche vero che governare attraverso il solo timore è costoso e, paradossalmente, indebolisce il regime nello scenario internazionale.  

Le elezioni permettono di trasformare il consenso, reale o manipolato che sia, in qualcosa di quantificabile che può essere mostrato tanto all’interno quanto all’esterno del Paese. 

Oggi questo assume ancora più rilevanza: Putin stesso ha presentato il voto anche in termini di unità nazionale e di sostegno al sistema nel pieno di una guerra che sta per entrare nel suo quinto anno. Un vero e proprio rito di legittimazione. 
Sebbene il risultato ottenuto dalle urne non possa essere letto come una fotografia reale del sostegno del popolo russo alla guerra, questo permette comunque al regime di usare quel 57,83% e di rappresentare quel consenso. 

Anche perché un rischio a cui i regimi devono sempre stare attenti è quello di non cadere in un paradosso tipico di queste forme di governo: più le persone sono intimorite dal potere centrale, più quest’ultimo rischia di ricevere info false sulla propria popolarità. In questo contesto indire elezioni, anche se manipolate, permette a chi governa di entrare in possesso di informazioni utili all’esercizio stesso del potere. In quali regioni si vota di più e in quali di meno? Perché? Dove ci sono più o meno contestatori? E via dicendo. 

Rendere ordinario lo straordinario 

La seconda motivazione che spiega queste elezioni è forse la più importante oggi: rendere ordinario qualcosa di straordinario. 

La guerra è, per definizione, una condizione straordinaria. Mobilitazione militare, cambio radicale dell’economia, attacchi contro il territorio, morti… sono tutte trasformazioni che finiscono per alterare, profondamente, il rapporto tra Stato e società. 

Proprio domenica, ultimo giorno di votazioni, si è abbattuto su Mosca il più vasto attacco di droni ucraini che ha colpito infrastrutture strategiche ed energetiche russe. Eppure, le urne sono rimaste aperte e il Parlamento è stato rinnovato. 

Il mantenimento del processo elettorale durante il conflitto contribuisce a quella utilissima rappresentazione di normalità e stabilità interna.  
La prosecuzione del calendario elettorale non cancella la guerra dallo spazio pubblico russo ma, in modo molto più sottile, contribuisce a fare qualcosa di ancora più straordinario: la incorpora nella quotidianità, nella normalità. Un conflitto che consuma uomini e risorse passa così da quella che doveva essere una parentesi a una condizione dentro la quale lo Stato continua a funzionare perfettamente. 

Una nuova élite nata dalla guerra 

C’è poi un altro elemento che rende il voto degli scorsi giorni particolarmente interessante. 

Negli ultimi anni Putin ha insistito sulla necessità di favorire l’ingresso dei veterani di guerra nelle istituzioni. Le elezioni parlamentari rappresentano anche uno dei canali attraverso cui alcune di queste figure entrano nella politica nazionale.  

La letteratura sull’autoritarismo aiuta a leggere anche questo fenomeno. 

Le istituzioni rappresentative non servono soltanto a ottenere il consenso dei cittadini. Possono essere strumenti di cooptazione delle élite: la prospettiva di una carica prestigiosa e di uno status, permette al regime di incorporare quei gruppi considerati importanti e legarli più strettamente al sistema stesso e alla sua sopravvivenza. 

In questa prospettiva l’ingresso dei veterani nelle istituzioni non è soltanto simbolico. 
La guerra non entra, solo, nei discorsi del Parlamento. 

La guerra sta producendo una nuova generazione di militari e funzionari direttamente legate al conflitto e proprio grazie al voto quella generazione viene trasformata in classe politica. 

Elezioni che contano 

Liquidare il voto russo come una semplice messinscena rischia quindi di farci perdere una parte importante di ciò che sta accadendo. 

Naturalmente le elezioni russe non possono essere analizzate come se si svolgessero dentro un sistema pluralista e competitivo. La repressione dell’opposizione, il controllo dell’informazione e le restrizioni alla competizione politica rendono metodologicamente fragile qualsiasi equivalenza diretta tra percentuale elettorale e consenso reale. 

Ma da questo non deriva che il voto sia irrilevante. Al contrario.