
Onu, ecco il planisfero più equo voluto dall’Africa
14 Settembre 2026
Sotto il cielo plumbeo del Clare, dove il vento dell’Atlantico scuote i ciuffi d’erba delle dune di Doonbeg, la scena ha il sapore surreale del grande teatro geopolitico americano declinato in salsa pop. Donald Trump, la visiera di un berretto bianco con la scritta USA ben piantata sulla testa, stringe l’impugnatura di un microfono sulla diciottesima buca dell’Irish Open. Intorno a lui, la folla dei tifosi di golf oscilla tra la sbalordita ilarità e l’entusiasmo rurale. Quando il magnate scandisce con il suo ritmo inconfondibile l’intenzione di azzerare i dazi commerciali sul whiskey irlandese, l’aria viene squarciata da un boato di approvazione, una marea di ululati e applausi che fa tremare i bicchieri nei padiglioni VIP. Ma quella che doveva essere una semplice concessione commerciale sul nettare ambrato d’Irlanda si rivela istantaneamente per ciò che è davvero: la miccia, perfettamente calibrata, appiccata sotto le fondamenta già scricchiolanti dell’Unione britannica.
Non solo dazi e whiskey, infatti. Con la consueta disinvoltura da disrupter, nelle stesse ore il Presidente statunitense ha sganciato una bomba diplomatica dalle conseguenze devastanti, definendo la riunificazione tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord come «una delle cose più naturali di sempre», un’evoluzione «inevitabile e fantastica». Dichiarazioni che hanno inviato una scossa sismica direttamente a Londra, dove l’eco delle sue parole è andato a sovrapporsi, in un perfetto cortocircuito temporale, a un evento costituzionale senza precedenti: la firma, a Cardiff, di un memorandum d’intesa congiunto firmato dai Primi Ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Un documento con cui la periferia celtica richiede formalmente a Westminster il diritto di indire referendum di autodeterminazione e indipendenza nei tre Paesi.
Per la prima volta nella storia del Regno Unito, le tre nazioni devolute hanno fatto fronte comune contro l’autorità centrale, certificando una crisi strutturale che non riguarda più soltanto le alchimie partitiche, ma la sopravvivenza stessa dell’Unione. Per comprendere come si sia arrivati a questa tenaglia perfetta occorre arretrare l’obiettivo analitico sul funzionamento dell’architettura istituzionale britannica.
Che cos’è la devolution
Il meccanismo su cui si regge l’assetto contemporaneo è la devolution, l’imponente riforma costituzionale varata nel 1997 dal governo di Tony Blair. Pensata inizialmente come una valvola di sfogo per imbrigliare i nazionalismi periferici concedendo un’ampia autonomia amministrativa e legislativa a Edimburgo (l’Holyrood Parliament), Cardiff (il Senedd) e Belfast (la Northern Ireland Assembly), la devolution ha finito nel lungo periodo per produrre l’effetto opposto. Invece di placare le spinte centrifughe, ha creato veri e propri centri di potere istituzionale e identitario alternativi a Westminster.
Oggi, ciascuna delle tre nazioni vive il sentimento di indipendenza con sfumature e traiettorie storiche proprie.
La Scozia e le spinte secessioniste
La Scozia rappresenta l’avanguardia del processo disintegrativo. Dopo lo storico referendum del 2014, perso dai secessionisti con il 45% contro il 55%, il punto di rottura irreversibile è stato il voto sulla Brexit del 2016, in cui il 62% degli scozzesi ha espresso la volontà di rimanere nell’Unione Europea. Essere stati trascinati fuori dall’UE dal peso demografico dell’Inghilterra ha trasformato la causa dell’indipendenza da rivendicazione romantica a progetto pragmatico di rientro nel mercato unico. Nonostante la sentenza della Corte Suprema britannica del 2022 che vieta a Holyrood di convocare un plebiscito senza il consenso di Londra, la spinta per un “IndyRef2” rimane un’ossessione permanente nella politica scozzese.
Il Galles è indipendentista?
Il Galles è storicamente considerata l’appendice più assimilata della corona e rappresenta pertanto la vera novità assoluta nel panorama indipendentista. La crescita costante del consenso attorno a Plaid Cymru e la radicalizzazione del dibattito sull’autonomia fiscale e linguistica hanno portato la questione secessionista fuori dai circoli culturali per proiettarla al centro del discorso politico mainstream. Il Galles non chiede più soltanto la tutela della propria identità celtica, ma rivendica una parità di status costituzionale che contesta apertamente la centralità inglese.
L’Iralnda del Nord e la voglia di referendum
L’Irlanda del Nord è il nodo più complesso e drammatico. Qui il tema dell’indipendenza non si declina come sovranismo isolato, ma come riunificazione con Dublino (il cosiddetto Border Poll). L’infrastruttura di pace poggia sugli Accordi del Venerdì Santo (Good Friday Agreement) del 1998, che hanno messo fine a trent’anni di sanguinosi Troubles attraverso un sofisticato equilibrio di condivisione del potere tra repubblicani/nazionalisti (cattolici) e unionisti (protestanti). L’accordo stabilisce esplicitamente che spetta al Segretario di Stato britannico indire un referendum sulla riunificazione qualora appaia probabile una maggioranza a favore. Con il sorpasso demografico ed elettorale dei nazionalisti guidati da Sinn Féin, quel momento teorico si sta trasformando in una realtà imminente.
Di fronte a questa scossa coordinata, la reazione del Governo di Londra è stata d’arroccamento. Il Primo Ministro Andy Burnham ha ribadito con fermezza la linea della continuità costituzionale: nessuna concessione a nuovi referendum, considerati divisivi e privi di basi legali, con una netta chiusura nei confronti di qualsiasi revisione dell’Atto di Unione. Burnham, pur essendo una figura storicamente attenta alle istanze delle regioni e teorico di una decentralizzazione verso le grandi aree metropolitane inglesi, si trova costretto ad applicare la dottrina della sovranità indivisibile di Westminster, arrivando a definire le richieste di autodeterminazione delle tre nazioni come temi “fuori discussione”. Un posizionamento che, tuttavia, appare drammaticamente difensivo nel momento in cui l’alleanza celtica tra Edimburgo, Cardiff e Belfast dimostra un livello di coordinamento sistemico mai visto nei trecento anni di storia dell’Unione.
In questo scenario già altamente infiammabile s’innesta il fattore dinamitardo rappresentato da Donald Trump e dagli Stati Uniti.
Cosa vuole Trump dal Regno Unito?
Perché il Presidente americano ha deciso di intervenire a gamba tesa proprio adesso sulla questione della riunificazione irlandese e sul destino istituzionale del Regno Unito? La mossa delle maniche rimboccate sul campo da golf di Doonbeg — con la rimozione mirata dei dazi sul whiskey della Repubblica, lasciando in una posizione di svantaggio competitivo i distillati scozzesi o inglesi — non è un semplice favore personale concesso al mondo del business irlandese. È un calcolato atto di diplomazia coercitiva.
Dal punto di vista squisitamente geopolitico, dietro l’apparente estemporaneità delle esternazioni trumpiane si cela un preciso disegno strategico: intimidire e indebolire Londra per costringerla ad allinearsi alla linea d’azione americana nei teatri di crisi globali, a partire dallo Stretto di Hormuz. Per la Casa Bianca, un Regno Unito distratto da una profonda e paralizzante crisi costituzionale interna è un interlocutore immensamente più fragile e ricattabile. Mettendo in dubbio la tenuta delle frontiere del Regno e soffiando sulle ceneri dell’indipendentismo celtico, Washington invia un segnale inequivocabile al Downing Street: l’appoggio anglo-americano non è più una cambiale in bianco. Se Londra esita a proiettare la propria flotta navale nel Golfo Persico o ad assecondare le manovre di contenimento statunitensi nel Medio Oriente, l’amministrazione USA possiede le leve economiche, mediatiche e diplomatiche per destabilizzare il cortile di casa della Corona.
A completare questa manovra a tenaglia s’inserisce il rinfocolare strategico della questione delle Falkland/Malvinas. L’improvviso riaccendersi delle tensioni o dell’attenzione diplomatica internazionale su quell’arcipelago nell’Atlantico meridionale serve a ricordare a Londra il costo astronomico, economico e militare, del mantenimento delle sue residue ambizioni imperiali e d’oltremare.
Obbligata a dividere le proprie risorse già ridotte tra la presenza nell’Oceano Indiano, la difesa dei territori d’oltremare e la gestione della costante frizione istituzionale ai propri confini nord e ovest, Londra rischia di scivolare in un corto circuito geostrategico.
Indebolire la presa di Londra sui propri territori costitutivi e accelerare, o quantomeno minacciare, la frammentazione istituzionale del Regno Unito rientra dunque in una classica logica di scomposizione delle sfere d’influenza. Un’Inghilterra ridimensionata nei propri confini isolani, spogliata della Scozia e dell’Irlanda del Nord, smetterebbe per sempre di poter ambire al ruolo di potenza globale indipendente per ridursi a un medio attore regionale, irrimediabilmente dipendente dai decreti di Washington.
Il berretto bianco da golf sventolato tra le dune irlandesi non era dunque il cappello di un turista eccentrico, ma il travestimento scenico di un messaggio geopolitico chiarissimo: il futuro dell’Unione britannica si sta giocando ben lontano dai corridoi dorati di Westminster.
Foto @Ue, 2026






