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La casa sull’albero, c’era una volta il villaggio a sei metri da terra

di Dania Ceragioli 

“L’occupazione di un albero è l’ultima spiaggia. Quando vedi qualcuno su un albero per cercare di proteggerlo, capisci che la società ha fallito ad ogni livello. Chi occupa un albero con il suo gesto ti sta comunicando questo: non ho altro modo per fermare quello che sta succedendo, non ho altro sistema per rendere consapevole la gente di cosa c’è in gioco. Ho seguito le regole, ma tutto quello che mi è stato detto di fare ha fallito. Quindi è mia responsabilità fare quest’ultimo tentativo, mettere il mio corpo dove stanno le mie convinzioni”, Julia Butterfly Hill.

C’era una volta un gruppo di amici che amava la natura, la condivisione e soprattutto i boschi. Quello che all’inizio era soltanto un’idea, una visione, a poco a poco prende forma, si concretizza. La realizzazione di un villaggio ecologico in completa armonia con gli alberi, le piante, viene finalmente supportata da ipotesi concrete. Sono gli anni 2000 e non si ha ancora una percezione delle condizioni climatiche, degli impatti ambientali che possono avere certi materiali come il cemento e l’asfalto. Non esiste ancora una coscienza ambientalista, ma l’entusiasmo e la volontà portano alla ricerca di un luogo riparato dal mondo, anche se non distante. Si uniscono le forze vengono raccolti i legni adatti, vengono realizzate delle passerelle sopraelevate necessarie per trasportare i materiali utili alla costruzione delle palafitte. Non saranno usati chiodi perché gli alberi non possono essere offesi, non verrà utilizzata l’intera superficie del bosco, solo una piccola porzione di esso per non alterarne gli equilibri. Lentamente il piccolo villaggio inizia a completarsi a un’altezza di 6-7 metri dal suolo, le prime casette sospese, abbracciate agli alberi di faggio e castagno, collegate fra loro da corridoi comunicanti, si manifestano come fossero sempre state lì. All’interno di ogni costruzione non mancano i confort, dall’energia elettrica, all’acqua calda, alla linea telefonica. Ma i sogni lo sappiamo, spesso si scontrano con la burocrazia, che senza troppe deroghe definisce il villaggio non autorizzato. Dovrà essere smantellato velocemente, per evitare che sanzioni ancora più pesanti si abbattano su chi lo ha ideato. Sono passati oltre venti anni, ma il sogno è rimasto intatto, come la voglia di ricostruire, di tornare a quella dimensione. Gli stessi amici, uniti più che mai, hanno acquistato un nuovo lotto di terre, una cava abbandonata, un altro progetto è stato depositato. Sono pronti a ripartire e noi assieme a loro per documentarne il processo di rinascita, perché la casa sull’albero è un sogno che appartiene ancora al nostro immaginario, consentendoci di coltivare quello spazio d’avventura e di evasione che tutti sentiamo.

Abbiamo rintracciato Lucertola una delle abitanti del villaggio originario che ci ha raccontato quella che fu la sua esperienza.

La vita nel bosco nel nord-est del Piemonte 

“Ho vissuto diversi anni dentro a quel bosco nel nord-est del Piemonte, facevo parte di un gruppo di persone che ha provato a vivere in comunione con la natura, con gli alberi, negli alberi, perché noi dagli alberi veniamo. Ovviamente vivere in una casa su un albero ti offre un punto di vista nuovo, privilegiato rispetto al tronco, alle radici, sei in alto in mezzo alle fronde, nella parte più vitale. A contatto con le piante cambiano le logiche e questo è fondamentalmente quello che più ci ha animati e ci sta animando ancora oggi. Riscoprire le nostre origini comprendendo che l’uomo non è l’unico all’interno di un ecosistema.

Abbiamo sperimentato un’altra realtà, cosa davvero significhi vivere con i piedi per aria. Questo ci ha permesso di spostarci dalle convinzioni abituali. Io ad esempio, mi sono trovata a lavorare con entrambe le mani pur essendo destrimane, questo tipo di esperienza ci ha portati molto vicini alla nostra essenza.

Gli alberi ci mettono almeno 100 volte in più rispetto a noi a realizzare che tu sei lì vicino a loro e, anche tu, rimanendogli accanto, riesci a ottenere la stessa pazienza, a respirare con consapevolezza, alla fine si innesca una comunicazione.

Un giorno mi è capitato di leggere la storia di un architetto che raccontava la costruzione della sua casa sull’albero, avvenuta per caso attraverso un’asse adagiato a terra, è un po’ la nostra storia. Sono bastate poche nozioni, è stato davvero semplice. 

Anche la salute ne giovava, si entrava in contatto con i ritmi biologici. Personalmente non ho mai avvertito in questo modo di vivere qualcosa di minaccioso, anzi la foresta ci proteggeva con le sue temperature ideali, più calde in inverno, più fresche in estate. Purtroppo tendiamo a continuamente a depredare immaginando che tutto quanto la natura ci offra sia a nostra disposizione, ma non è così dobbiamo avere rispetto. Quando ci siamo insediati nel bosco abbiamo tracciato dei sentieri cercando un dialogo reciproco e abbiamo creato uno scambio. Ogni passo che abbiamo fatto lo abbiamo immaginato come un’energia che entrava nella terra e da lì risaliva a noi, questo ha reso possibile la nostra permanenza”.

Foto di Lucertola e Dania Ceragioli


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