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La grande scommessa sui figli. L’assegno universale

di Salvatore Luigi Baldari

Il 31 Marzo 2021 è arrivato il via libera definitivo del Senato al Ddl delega già approvato dalla Camera il 21 luglio 2020. L’assegno unico e universale mensile per i figli under 21, dal valore massimo di 250 euro arriverà a partire dal 1° luglio 2021. L’assegno unico concentrerà in un unico strumento i vari aiuti già previsti per le famiglie che, tra assegni, bonus e detrazioni, negli anni hanno disperso le risorse in troppi rivoli. 

I destinatari 

Stando alle tabelle, le famiglie riceveranno dal settimo mese di gravidanza fino al compimento dei 18 anni di età dei figli (estendibili ai 21 anni, se i figli sono studenti o disoccupati) un importo tra i 50 euro e i 250 euro. Questo nuovo strumento è rivolto a tutti i cittadini italiani, a quelli dell’Unione europea e agli extracomunitari con permesso di soggiorno di lungo periodo, di lavoro o di ricerca, residenti in Italia da almeno due anni anche non continuativi. Tra l’altro non sarà soltanto per i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, ma anche per autonomi, liberi professionisti e disoccupati. L’assegno è riconosciuto ad entrambi i genitori, fra cui viene ripartito in egual misura. Qualora dovesse subentrare separazione o divorzio, viene erogato al genitore affidatario, mentre se l’affidamento è congiunto o condiviso, l’assegno è ripartito tra i genitori.

Andando più nei dettagli della misura, si evince che per la fascia d’età 18-21 il beneficio è ridotto rispetto a quello per i figli minorenni ed è vincolato a specifiche condizioni: il figlio maggiorenne deve essere iscritto all’università o a un corso di formazione scolastica o professionale, oppure deve svolgere servizio civile universale, un tirocinio o anche un’attività lavorativa che assicuri un reddito molto basso (il cui tetto non è però stato ancora fissato). Una nota interessante è che il figlio maggiorenne beneficiario dell’assegno può richiedere che l’importo gli sia corrisposto direttamente, così da favorirne l’autonomia. L’assegno unico sarà aumentato, fra il 30% ed il 50% per ciascun figlio con disabilità, mentre continuerà ad essere corrisposto anche ai figli disabili di età superiore ai 21 anni senza però alcuna maggiorazione. L’assegno aumenta anche dal terzo figlio in poi e se la madre ha meno di 21 anni. L’assegno è calcolato in riferimento alla condizione economica del nucleo familiare, determinato dall’indicatore Isee e può essere liquidato sia come credito d’imposta che come erogazione mensile, a seconda della decisione della famiglia. Il beneficio è compatibile con il reddito di cittadinanza, con la pensione di cittadinanza e con eventuali misure in denaro a favore dei figli a carico erogate dagli enti locali.

Fondi a disposizione 

Ma, adesso, parte una corsa contro il tempo verso la data della sua entrata in vigore, perché la legge delega «Famiglia» impone infatti al Governo di far fronte alla disciplina del nuovo istituto con l’approvazione dei decreti collegati. E soprattutto di individuare le risorse ancora necessarie. Infatti, secondo i primi calcoli, i fondi messi in campo (circa 20 miliardi) permetterebbero di coprire assegni per una media di 150 euro (ben al di sotto dei 250 euro previsti).
In questo senso, potrebbe essere utile richiamare le stime esposte dal Presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, in audizione alla Commissione Affari sociali della Camera. Secondo Blangiardo, ‹‹l’introduzione dell’assegno unico richiederebbe un aumento della spesa di circa il 40% rispetto a quella attualmente destinata alle famiglie con figli a carico››.

Essendo circa l’80% delle famiglie con figli che potranno beneficiare dell’assegno, per ridurre la spesa il Governo potrebbe escludere i figli dai 18 ai 21 anni, facendo scendere l’incremento del 30%.

I numeri

È interessante consultare, inoltre, un documento redatto dall’Alleanza per l’Infanzia, rete che unisce organizzazioni e associazioni per la tutela dei diritti di bambini e genitori, in un cui estratto si legge “le famiglie interessate dalla riforma dovrebbero essere circa 7,63 milioni di unità, all’interno delle quali vivono circa 28,1 milioni di persone, che rappresentano quindi quasi la metà del totale della popolazione residente in Italia”. Fra queste, 10 milioni sono minorenni (di cui 44 mila con disabilità). E costituiscono “la stragrande maggioranza dei potenziali beneficiari”. Mentre sono 2,2 milioni i figli maggiorenni in età 18-21 (di cui 32 mila con disabilità) e 130 mila con età superiore a 21 anni ma ancora a carico perché disabili. I genitori e altri familiari conviventi si attestano sui 15,9 milioni.

L’assegno unico, come detto, ingloberà le agevolazioni attualmente esistenti e sarà legato all’Isee. Secondo una simulazione effettuata Alleanza per l’Infanzia, l’80% delle famiglie italiane prenderebbe (come credito d’imposta o come accredito mensile) 161 euro al mese in media per ogni figlio minore e 97 per ogni figlio tra i 18 e i 21 anni. Il calcolo è legato alla considerazione secondo cui 8 famiglie su 10 hanno l’Isee sotto i 30 mila euro. L’importo dell’assegno diminuisce se si alza l’Isee. Per un Isee sopra i 52 mila euro, il contributo scende a 67 euro mensili medi per i figli minori e a 40 euro per i figli maggiorenni, di età inferiore ai 21 anni.

L’Assegno unico avvantaggerà sicuramente incapienti e lavoratori autonomi, quelle categorie cioè in genere escluse dai bonus. A perderci potrebbero essere i lavoratori dipendenti. Secondo le prime simulazioni, 1,35 milioni di famiglie potrebbero trovarsi con un assegno inferiore alle prestazioni vigenti. La perdita annua sarebbe calcolata in 381 euro.
Nonostante questo, la Ministra per la Famglia, Elena Bonetti ci ha tenuto a rassicurare, annunciando che nei decreti attuativi verrà inserita la clausola di salvaguardia  in base a cui nessuno dovrà perderci e, qualsiasi sia il nuovo calcolo, le famiglie non riceveranno meno di quanto prendono attualmente. Per tamponare però questa disparità, Allenza per l’Infanzia ha precisato che occorrono 800 milioni di euro in più all’anno.

La maternità come investimento sociale

Da quanto si evince il cantiere è ancora in piedi e, soltanto, se inquadrata in una più complessiva riforma fiscale, che metta mano anche alle varie detrazioni Irpef, si potrà avere un’idea più definita della misura. In ogni caso se ci limitassimo solo all’assegno avremmo sbagliato di nuovo strategia, occorre agganciare questa misure ad altre altrettanto rilevanti. Uno degli elementi chiave della denatalità nel nostro Paese è la correlazione tra la libertà delle donne di poter progettare la loro vita e il pieno accesso al mondo del lavoro, anche integrandolo con l’esperienza della maternità.

La soluzione sta nella riduzione delle diseguaglianze nel mondo del lavoro e nelle famiglie, rispetto ai carichi di cura e alle carriere femminili. Per questo motivo occorrerà la revisione dei congedi parentali per garantirli a tutti i lavoratori, autonomi inclusi; incentivi al lavoro femminile; decontribuzione di quello domestico; possibilità di rendere meno costoso per le imprese assumere le donne. La maternità deve essere considerata un investimento sociale. I dati europei indicano chiaramente che laddove aumenta l’occupazione femminile, aumenta anche la natalità. È questa la differenza che passa tra politiche di sola assistenza e politiche di investimento.