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La finanza non è donna

di Giuseppe Perulli

La sostenibilità nella governance delle imprese rappresenta uno degli elementi oggi fondamentali nell’ottica di una gestione efficiente dell’attività di impresa. La circolare della Banca d’Italia n. 285/2013 – tra le altre previsioni – introduce l’obbligo di inserimento di una quota di genere (quello meno rappresentato), introduzione di standard etici, come strumento di misurazione delle performance, oltre alla gestione del dialogo con gli azionisti attraverso presidi o procedure. Di fatto, nella costruzione di una corporate governance sostenibile è necessario che i vari organi societari (tra cui Consiglio di amministrazione, Comitati e consiglieri delegati e management generale) aprano un dialogo costante al fine di creare una “governance cooperativa” come Banca Etica la definisce. Una soluzione pratica può essere quella dell’individuazione di comitati endoconsigliari, cioè comitati inseriti all’interno dei vari consigli al fine di garantire effettivamente l’attuazione dei princìpi etici a cui un’azienda si ispira.

Nel settore bancario, usualmente, il genere meno rappresentato nei Consigli di Amministrazione è quello femminile e i dati Consob riportano che – prima dell’entrata in vigore della circolare – la quota femminile non raggiungeva il 10% negli organi di amministrazione delle banche. La circolare, infatti, riporta che “le banche devono assicurare che la composizione dellorgano con funzione di supervisione strategica e dellorgano con funzione di gestione sia adeguatamente diversificata, anche in termini di genere”.

Tuttavia, in un recente articolo del “The Guardian” si riporta che, in Gran Bretagna, il numero di amministratori donne al FTSE-100 è cresciuto del 50% negli ultimi cinque anni. Di fatto, le donne oggi ricoprono più di 1/3 dei posti nei Consigli di Amministrazione nelle maggiori 350 imprese britanniche. Si tratta di dati certamente positivi ma ancora insufficienti per poter parlare di effettiva parità di genere. Spostandoci negli Stati Uniti, il mercato più grande per numero di società quotate, ci accorgiamo anche perché. Soltanto il 7% dei Ceo delle aziende inserite nel prestigioso listino di Fortune 500 sono donne sulla base di un rapporto firmato McKinsey & Co. Questo è il motivo per cui non parliamo di dati sufficienti.

La finanza non è donna, questo è quello che emerge da questi dati e dal report di Banca Etica. Volendo elencare qualche dato (negativamente) interessante, osserviamo che il 14% delle donne non ha un proprio conto corrente ed il 68% possiede risparmi ma il 56% non sa come investirli, proprio perché le donne italiane si collocano all’ultimo posto nella classifica redatta dall’Ocse in tema di educazione finanziaria. In aggiunta a questi dati assolutamente scoraggianti, l’Italia si colloca al 125º posto (su 153 analizzati) in tema di gender pay-gap, ossia di differenza salariale – a parità di competenze – tra uomini e donne. Cosa significa? Significa che in Italia le donne guadagnano mediamente meno rispetto agli uomini e nel 2020 questa forbice si è allargata ulteriormente a causa delle conseguenze economiche della pandemia.

La questione potrebbe risolversi mediante un processo che prende il nome di engagement. Ed è il Forum per la Finanza Sostenibile che definisce l’engagement, inteso come “il processo attraverso il quale linvestitore avvia un dialogo strutturato con il management dellimpresa partecipata (e/o oggetto di analisi), sulla base del monitoraggio continuo degli aspetti ambientali, sociali e di governance relativi allattività aziendale.” Per esempio, rimanendo a quanto svolge il gruppo Banca Etica, attraverso la controllata Etica SGR, gli investimenti socialmente responsabili (cosiddetti SRI) tengono conto – oltre che dell’impatto ambientale – anche dell’impatto sulla governance, mediante una comunicazione attiva tra investitore ed impresa. Le realtà finanziate vengono accompagnate in “percorsi di miglioramento” per valutarne la sostenibilità aziendale, dal punto di vista ambientale, sociale e di governance (principi ESG), ciò significa che vengono svolte attività di azionariato attivo, parte essenziale dell’attività di engagement che consiste nell’esercizio dei diritti di voto delle azioni delle società in portafoglio e alla partecipazione, anche di persona, alle assemblee degli azionisti delle società in cui investono i fondi.