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Professione: produttore musicale.

Il primo volo artistico di Lorenzo Filippin

Suona, crea, mixa, remixa, masterizza. Fa musica sin da bambino. A soli 19 anni firma il primo singolo con un’etichetta di New York, la Radikal Records. E da lì, è pioggia di brani, affidati a voci estere e nazionali. L’autografo dietro il successo è quello di Lorenzo Filippin, un giovanissimo produttore musicale di un’Emilia in versione davvero post- millennials. Dove i ferri del mestiere sono pc, tutorial e Youtube. Ma per ritrovare la prima radice dei brani made in Filippin bisogna tuffarsi negli anni ‘90, alla punta d’ iceberg della eletronic dance music mondiale.  

Il primo successo, I don’t even care, si fa tra una campanella e l’altra del Liceo scientifico di Carpi. Il featuring alla voce è di Chiara Marcazzan, una compagna di classe e di talento. Il secondo pezzo, Chasing after you, è targato invece Milleville records eindossa le sonorità di Jodie Fitzibbon, una compositrice di Newcastle. Un altro colpo a segno, questo, che lo fa volare fino al palcoscenico dell’ADE (Amsterdam Dance Event) uno dei festival di musica elettronica più importanti, a livello internazionale, per chi naviga nel settore. 

L’ultima canzone, a 21 anni, è appena uscita. Si chiama Disgrace, sempre con la Radikal. E con l’irlandese Runah al microfono. 

Abbiamo voluto chiacchierare con Lorenzo del suo lavoro e dei suoi successi, per capirci un po’ di più della sua professione e del suo file rouge musicale. Che è, da generazione in generazione, sempre la passione, giovane giovanissima, per la musica. 

Lorenzo Filippin, spiegaci sopra ogni cosa che differenza c’è tra un musicista e un produttore musicale. 

Facendo il produttore musicale, lavoro principalmente da computer. Creo la canzone, nella sua completezza. Creo le batterie, le chitarre, il pianoforte: creo tutto da lì. Il lavoro del produttore è mettere insieme tutti i pezzi, creare l’arrangiamento e pensare proprio la canzone nella sua completezza. Devi sapere un po’ di tutto, non devi focalizzarti solo su una cosa. Finita la produzione, io faccio anche il mixering e il mastering, quindi mixo vari strumenti, facendoli suonare bene con equalizzazione. Nel mastering, aggiungi le ultime cose, volumi, frequenze, per poi far sì che la traccia sia completa e che vada bene per essere suonata in radio, essere messa su Spotify, su Apple music. Ti occupi un po’ di tutta la fase, dall’inizio alla fine della canzone. 

Come mai hai deciso di intraprendere la strada della produzione musicale, rinunciando a un percorso più “tradizionale”? 

Uno, perché sono molto molto appassionato della musica. Per me, non è quasi un lavoro, è un divertimento. Quando produco il tempo mi passa velocemente, non me ne accorgo nemmeno. Mi diverte. In più, a me piace molto gestirmi, avere i miei orari, poter lavorare praticamente dovunque. Perché, alla fine, mi basta solo un computer e il programma. Queste sono le motivazioni principali. Poi, dato che io nei miei interessi sono abbastanza eclettico, mi piace un po’ di tutto, non ho mai detto, ad esempio: “voglio fare il medico!” “voglio fare notaio!”. Non avevo queste idee…

Però, l’idea della musica, l’avevi ben chiara!

Sì, è una cosa che mi piace molto. Perché non provare a fare, della mia passione, il mio lavoro? Preferisco fare questo che sono certo che mi piace. Ho detto: perché, questi anni qua, non li investo in ciò che veramente mi piace? Quindi fare quattro, cinque anni di musica. E costruirmi il mio lavoro.

Il primo successo I don’t even care è uscito ad aprile di due anni fa, quando eri uno studente liceale. La voce al tuo brano l’ha data una compagna di classe, Chiara Marcazzan. Nel video al brano che hai tu stesso realizzato per il remix di Maccio Music, il set è la tua città, Carpi. Una Carpi in stile urban. Quanto sei legato alle tue radici e quanto pensi siano state importanti nella tua prima formazione musicale. 

Sono importanti, ma non fondamentali. Sono stato abbastanza fortunato: sono nato in una famiglia di musicisti. Mio padre suonava, cantava. Mia sorella, fin da giovane, era dentro delle band. Quindi, ero sempre in mezzo alla musica. Ho iniziato a suonare la chitarra fin da quando avevo nove anni, più o meno. Molto piccolo. Quindi sono stato sempre in mezzo alla musica, e ognuno ascoltava dei generi diversi. I miei campi musicali variano un po’ dal rock, che è più verso mia sorella, mentre più la pop è di mio padre, così. Ascolto un po’ di tutto. 

Il tuo primo singolo ti ha fatto incontrare New York, attraverso l’etichetta discografica Radikal Records. Com’è, per un ragazzo giovanissimo, lavorare con produttori e professionisti d’oltreoceano, già a 19 anni?

È stato molto bello, una bella esperienza. E, tra l’altro, li ho anche incontrati, quando sono andato ad Amsterdam. Una colazione, con loro: ci siamo conosciuti personalmente. È sempre bello, perché sono persone con molta più esperienza di me. Si imparano sempre tante cose. Tra l’altro, la Radikal Records è un’etichetta che già negli anni Novanta, in ambito della musica dance, pop, ha fatto numerosi successi. Mi ha fatto crescere dal punto di vista artistico. In più, mi ha aiutato anche molto là, in Canada, Stati Uniti, a promuovere canzoni. 

A proposito di Amsterdam. Con il tuo secondo singolo Chasing after you, sei salito sul palco dell’Amsterdam Dance Event (ADE), un appuntamento dei più famosi, ad Amsterdam. Che coinvolge, dal 1996, ogni anno, i più importanti dj di fama internazionale. Raccontaci di questa esperienza di te, giovanissimo produttore artistico, su un palco così importante. 

È stata anche questa una grande esperienza. Perché lì, ci vanno tutti i produttori, dj di tutto il mondo. In quei quattro giorni lì, incontri, conosci tantissime persone. Tutte con la tua stessa passione che, semmai, hanno molta più esperienza di te. Poi, lì, è molto bello: ognuno ha un suo cartellino con su scritto chi è, cosa fa. Io, per esempio, avevo il mio: Lorenzo Filippin, con scritto produttore. E poi, ci incontravamo non so…nei bar, nelle sale. A parlare, appunto, di musica, per possibili collaborazioni o idee. E in più, ci sono pure molte conferenze. Praticamente, lì, la mattina e il pomeriggio fanno le varie conferenze i produttori proprio più famosi, come David Guetta. E, praticamente, ci son proprio loro che parlano e ti insegnano delle loro tecniche. 

L’hai conosciuto, David Guetta? 

A una sua conferenza, dove ha parlato del Music Business. Sì, ha spiegato cose interessanti, su come fare delle hit su delle canzoni.

I tuoi brani sono affidati alla voce di artisti e artiste italiane ed estere. Quale pensi sia la parte più bella del collaborare con loro?

Diciamo, con quelli italiani di più, soprattutto perché vengono proprio in studio da me. Mentre faccio la base, loro scrivono il testo, è proprio un processo che facciamo insieme. Con quelli esteri è un po’ diverso perché, di solito, o mando io una base già fatta e loro ci cantano sopra o, da una demo che mi mandano loro, con una parte vocale, melodica, già fatta, prendo la parte vocale e ci faccio sotto la base. Non son mai venuti a casa mia o, per ora, sono andato io là. Anche perché, poi, da quando ho iniziato, c’è stato il Covid, e non c’è stata possibilità di viaggiare. 

Siamo abituati a pensare al produttore musicale come a un artista con anni e anni di carriera alle spalle. E, magari, anche con mezzi economici importanti. Pensi che, per la tua esperienza, il mondo della musica stia cambiando in questo senso?

Ma no. Adesso, principalmente, chiunque può produrre musica. Le strumentazioni che ti servono sono veramente poche. Adesso con il computer puoi fare veramente tutto. E costano anche non tantissimo, quindi tutti se lo possono permettere. A differenza del passato, in cui ti servivano migliaia, migliaia di euro di investimenti e di studio. Adesso, con veramente poco, ti puoi già arrangiare, fare delle ottime cose. 

Però qual è la differenza qualitativa tra un produttore con la maiuscola e invece un produttore che “improvvisa” il mestiere? 

Diciamo che, secondo me, molto fa la passione. Se uno non ha la passione non si mette lì a voler imparare le minime cose. Butta un po’ giù lì, e dice va bene. Mentre io, non so, nel mio tempo libero, mi guardo mille video su Youtube di persone veramente brave che hanno vinto i Grammy, che ti insegnano. Perché, adesso, vanno molto i tutorial. Ti prendi i loro corsi e proprio tu, in casa tua, te li puoi riguardare. E puoi imparare veramente. Quindi, alla fine, basta che sei appassionato. E che hai voglia di imparare. Cioè, ormai su Google, puoi trovare qualsiasi cosa, quindi…ognuno può riuscirci.

Hai vissuto mai la competizione, oppure, in certi casi, ti sei sentito sottovalutato da altri professionisti del settore musicale che invece erano già navigati?

A dire la verità, no. Sono competitivo, però diciamo che se qualcuno mi critica, la prendo come qualcosa da cui imparare e cerco di migliorarla. Non è che sono permaloso. Ascolto le critiche, e in base a quello che dicono poi vedo se può essere una cosa da cui imparare o se, invece, no. 

Nonostante la pandemia da Covid-19 hai lanciato, in questo tempo, due brani: Bye-bye, sempre con la voce di Chiara Marcazzan; e Disgrace, ultimo singolo, con la voce di Runah music. Quanto l’emergenza sanitaria ha inciso sul tuo lavoro?  

Niente. Zero. Anzi, mi sono ritrovato a produrre di più. Stando più in casa, non avendo tante cose da fare, l’unica cosa che facevo era, appunto, la musica. Anzi, mi ha reso più produttivo in quanto, uscendo meno, e stando in studio, facevo solo musica. Però quelli che fanno i live show sono stati molto più colpiti, non potendo suonare.

Un’ultima domanda. Cosa vedi nel tuo futuro, e cosa auguri a te stesso. 

Vorrei fare tanti successi. Come produttore vorrei, artisticamente parlando, allargare sempre di più la mia fan base, fare più ascolti, creare della musica che trovi riscontri nel pubblico, sempre di più. E poi, anche, quando produco altri artisti, di fare delle canzoni, sempre, che, comunque, piacciano.