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Sfratti, dietro lo sblocco c’è grande allarme sociale

di Silvia Cegalin

Per l’Italia luglio rischia di essere un mese esplosivo dal punto di vista sociale, pochi giorni fa, il primo luglio, era infatti la data del termine del blocco dei licenziamenti e del blocco degli sfratti. Tuttavia, sebbene la prima questione abbia trovato, seppur in parte, una timida soluzione, la problematica degli sfratti resta tutt’ora una controversia ancora aperta e di cui, rispetto ai licenziamenti, si parla poco.

Nonostante la ripresa delle esecuzioni di rilascio degli immobili con inizio il primo luglio riguardi le richieste di sfratto depositate prima del 28 febbraio 2020, ovvero precedenti alla pandemia, se questo mese dovessero ripartire le esecuzioni di sfratto sarebbero all’incirca 80mila le famiglie che si ritroverebbero in seria difficoltà. Senza l’intervento di adeguati ammortizzatori sociali e di un’inclusione assistenziale milioni di famiglie, già compromesse da una situazione economica precaria, rischierebbero così di essere letteralmente abbandonate a loro stesse; condizione che si aggrava ulteriormente se si considera che in molti di questi nuclei famigliari vi sono anche minori o persone che a breve (se non lo sono già state) potrebbero essere licenziate.

La tripartizione stabilita dal decreto Sostegni 1 che ha suddiviso in tre i periodi coincidenti con lo sblocco degli sfratti: primo luglio, primo di ottobre – per le sentenze emesse dal 28 febbraio al 30 settembre 2020, e primo gennaio 2022 – per le sentenze emesse dal primo ottobre 2020 al 30 giugno 2021, per quanto tenti di non risolvere in un’unica data tale questione, non previene di certo i problemi che le famiglie, da qui a breve, si ritroveranno a dover affrontare. Dividere in tre parti le scadenze dei blocchi potrebbe essere anche una soluzione di per sé valida, se a questi fossero però affiancate misure atte a garantire agli sfrattati il passaggio sicuro da una casa a un’altra, evitando l’ondata di un dramma sociale oramai annunciato da tempo.

Per fronteggiare questa emergenza è necessario perciò non soltanto fissare scadenze, ma anche offrire ai soggetti coinvolti alternative che li tuteli e che assicuri una soluzione abitativa così come sancito dal diritto all’abitazione richiamato nel decreto-legge n. 47, ed in particolar modo nella sentenza n. 49 del 1987 che stabilisce: «doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione».

Le agitazioni sindacali contro lo sblocco degli sfratti

Ed è riferendosi soprattutto al diritto all’abitazione che i sindacati di Cgil, Cisl, Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini, in questi giorni, da Nord a Sud, stanno organizzando presidi e manifestazioni nelle piazze delle maggiori città italiane e davanti a Montecitorio per chiedere non solo una nuova proroga allo sblocco degli sfratti, ma anche una programmazione di reinserimento delle famiglie, reinserimento che ad oggi non appare attuabile perché non è mai stato progettato.

Per i sindacati chiedere alle famiglie, la maggioranza delle quali sfrattate per morosità incolpevole, di trasferirsi altrove e di cercarsi un’altra casa è un procedimento privo di alcuna logica e sensatezza: perché come si può pensare che una famiglia che si presentava in difficoltà già prima della pandemia possa, ora che la condizione economica è peggiorata, essere in grado di pagare altrove un canone d’affitto?

Domanda cui la risposta sottintesa delle istituzioni sembra essere: «l’importante è che gli inquilini morosi liberino l’abitazione da dove sono stati sfrattati», la possibilità che i medesimi inquilini usciti da lì se ne vadano a vivere in un’altra casa dove non riescono neanche lì a pagare l’affitto è un’opzione che non viene nemmeno contemplata.

In pratica con tale sistema si sposta semplicemente il problema da un luogo a un altro…nulla più. Il problema resta e non si risolve.

Per questo i sindacati ribadiscono che se non si riesce a trovare una risoluzione soddisfacente e a lungo termine, l’emergenza sfratti rischia, specialmente in questo periodo, di aggravarsi. Per far fronte a questa problematica sono perciò necessari provvedimenti che si situino al di fuori dell’occasionalità e che non risolvano solo parzialmente la questione, al contrario servono politiche abitative pubbliche in cui la casa ritorni ad essere valutata come bene d’uso e non più (o solo) come bene di mercato.

In merito l’organizzazione sindacale Sicet dichiara che per evitare che le famiglie sfrattate finiscano per strada o in situazioni che possono rivelarsi critiche per minori o anziani, è opportuno provvedere a un incremento dell’assegnazione delle case popolari, e migliorare il servizio delle accoglienze provvisorie come i SAT (Servizi abitativi transitori) e le RST (Residenzialità Sociale Temporanea) attualmente gestiti in maniera insufficiente e con tempistiche troppo lente per rispondere alle reali esigenze delle persone. Oltre a questo, inoltre, sarebbero anche utili riqualifiche degli alloggi abbandonati o sfitti per allargare il bacino degli spazi pubblici occupabili.

A unirsi a questo coro di proteste per chiedere che lo sblocco degli sfratti sia gestito con gradualità per garantire il passaggio in nuove abitazioni agli inquilini e ristori ai proprietari che accettano a graduare gli sfratti, è anche Sunia che, come tutte le altre sigle sindacali coinvolte, sollecita le forze politiche e territoriali ad intervenire per l’emanazione di un provvedimento d’urgenza adeguatamente finanziato, in modo che tuteli le famiglie indigenti; perché, ripetono, non è ammissibile che in un periodo segnato dall’emergenza sanitaria vi sia chi rischia di essere lasciato privo di dimora.

Tra gli sfrattati c’è anche chi non ti aspetteresti

Altro problema connesso agli sfratti e a cui non si è ancora trovata una risposta risolutiva è quella inerente il mercato libero degli affitti che ha permesso un aumento sregolato e poco controllato dei prezzi degli affitti. La calmierazione degli affitti attraverso i contratti a canone concordato potrebbe essere tra le possibili vie per permettere agli inquilini una maggiore stabilità ed equità nei pagamenti, eppure anche su questo aspetto si è proceduto poco o niente, e a rimetterci sono stati, come sempre, gli inquilini aventi forti disagi economici.

L’aumento degli affitti infatti è, anche se non sempre, una delle cause per cui non si riesce più a pagare l’affitto, e nel corso di questi due anni i prezzi invece che diminuire sono addirittura aumentati.
Andamento confermato anche dai dati Istat che nel 2021 registrano un innalzamento degli affitti dell’1,1% rispetto al trimestre precedente e dell’1,7% nei confronti dello stesso periodo del 2020 che nel quarto trimestre aveva già assunto un valore di +1,5%.

Ma questi non sono solo numeri, dietro a queste cifre si nascondono dinamiche che coinvolgono e influenzano l’esistenza delle persone, che se private di un’adeguata assistenza potrebbero peggiorare ancora di più la loro situazione, diventando ancora più povere, per questo è fondamentale trovare al più presto mezzi e strumenti che possano aiutare chi ha realmente bisogno. Un dato allarmante che ci comunicano i sindacati è che nel 2020 la povertà ha mutato aspetto, coinvolgendo anche contesti famigliari che prima della pandemia risultavano economicamente stabili. Non a caso tra gli sfrattati del biennio 2020/2021 compaiono figure professionali insospettabili e che precedentemente dell’avvento del covid-19 riuscivano senza fatica a pagare l’affitto, come ad esempio partite Iva, guide turistiche, insegnanti precari o freelance che lavoravano a contatto con il pubblico o nel sociale. Un fattore, questo, che non va assolutamente sottovalutato in quanto un espandersi della crisi economica rischia di generare un conflitto sociale senza precedenti, specialmente tra le parti coinvolte più deboli.

Giudicata illegittima la seconda proroga del blocco degli sfratti

A riaccendere la tensione sociale inoltre potrebbe essere anche la sentenza 128 del 22 giugno 2021 della Corte Costituzionale che ha stabilito illegittima la seconda proroga del blocco degli sfratti (1° gennaio-30 giugno 2021), giudicando non proporzionato il bilanciamento tra tutela giurisdizionale del creditore e i diritti del debitore. La Corte ha valutato che il sacrificio richiesto ai creditori è stato sproporzionato e poco dimensionato rispetto alle reali esigenze di protezione dei debitori.

In pratica, asserisce la Corte, non tutti coloro che hanno giovato del blocco degli sfratti ne aveva effettivo bisogno. Ad appoggiare questa sentenza è ovviamente anche Confedilizia che propone un graduale sblocco degli sfratti soprattutto di quelli emessi prima della pandemia (cosa che dal primo luglio sta già avvenendo) oltre che alleggerire i proprietari togliendoli l’Imu per il 2021 e conferendogli dei risarcimenti.

Se è indubbio che durante la pandemia lo sforzo chiesto ai proprietari è stato elevato, anche a fronte del fatto che parte di essi ha come unico reddito l’affitto che percepiscono, rimediare all’emergenza sfratti facendo sempre appello a sentenze, come già scritto in precedenza, non risolve la questione ma sposta il problema. Questa sentenza infatti causa un danno a chi è davvero in difficoltà e che rischia ora, anche in conseguenza di questo giudizio di illegittimità, di non godere di tutte le tutele necessarie. Perchè se da una parte ci sono i proprietari che hanno diritto a ricevere il canone d’affitto o, in mancanza di esso, rimborsi e risarcimenti, è anche vero che va trovata una sistemazione abitativa agli affittuari incapaci e incolpevoli che non riescono a pagare l’affitto. Pensare di chiudere la questione obbligando gli inquilini morosi a lasciare l’abitazione deresponsabilizzando lo Stato e i Comuni e senza offrire alternative immediate a chi non può permettersi un affitto è un metodo che non può più funzionare. Per affrontare questo tema è necessario cambiare mentalità e incominciare a considerare la povertà non come una colpa, ma come quello che effettivamente è: semplicemente una condizione.