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9 Gennaio 2026
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Somaliland, Israele riconosce lo Stato

L’ombra di un nuovo Stato si allunga sulle acque turbolente del Mar Rosso, scuotendo le fondamenta della diplomazia africana e mediorientale. Il 6 gennaio 2026, il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar è atterrato ad Hargeisa, suggellando un vero e proprio terremoto geopolitico, che sarebbe stato fra le aperture di tutti i notiziari, se non fosse per il susseguirsi di eventi ad alto impatto che hanno caratterizzato questi primissimi giorni del nuovo anno.

Israele riconosce il Somaliland

Israele è diventato ufficialmente il primo Stato membro dell’ONU a riconoscere l’indipendenza del Somaliland. Un gesto che non è solo diplomazia, ma l’ultimo tassello di una strategia che vede Tel Aviv protagonista nel Mediterraneo, nel Golfo e nel cuore dell’Africa.

Mentre Mogadiscio urla all’incursione illegale e l’Unione Africana trema per l’integrità dei confini coloniali, il Somaliland esce dal limbo. Per comprendere cosa sta accadendo bisogna partire dal presupposto che il Somaliland non è la Somalia. Se la Somalia “ufficiale” è stata per decenni il simbolo dello Stato fallito, un buco nero di pirateria e terrorismo targato Al-Shabaab, il Somaliland è l’anomalia funzionale.

Somaliland, che cos’è

Dopo la sanguinosa guerra civile del 1991, il Somaliland ha deciso di fare da sé.

Mentre il resto del Paese sprofondava nel caos, ad Hargeisa si costruivano strade, si batteva moneta e si istituivano elezioni democratiche che, portavano a pacifici passaggi di potere. Oggi il Somaliland è uno Stato che esiste ma non compare sulle mappe ufficiali. Dispone di un esercito, una polizia che funziona, una capitale, Hargeisa.

Una democrazia basata sui clan, dove la saggezza degli anziani si sposa con il voto elettronico. Un miracolo laico e pragmatico nel cuore del Corno d’Africa.

Eppure, nonostante sia una democrazia a maggioranza musulmana, nessun Paese islamico ha mai osato riconoscerla. Israele, invece, ha rotto il tabù. Riconoscendo un’entità che si è auto-governata con successo per un terzo di secolo, lo Stato ebraico colma un vuoto di potere che altrimenti faciliterebbe la diffusione del jihadismo, offrendo al Somaliland quelle tecnologie militari vitali in una regione dove lo Stato Islamico e Al-Shabaab cercano costantemente nuove basi dopo il ritiro delle forze francesi dal Sahel.

Somaliland diventa una portaerei naturale per Israele

Sarebbe ingenuo, naturalmente, inquadrare, il riconoscimento da parte di Israele come un gesto di cortesia diplomatica, si tratta piuttosto di una mossa chirurgica di profondità strategica. Tel Aviv ha bisogno di occhi e orecchie dove il Mar Rosso si tuffa nell’Oceano Indiano. Con gli Houthi che minacciano lo stretto di Bab el-Mandeb e l’Iran che cerca sponde in Africa, il Somaliland diventa una portaerei naturale per Israele.

La profondità strategica di questa operazione si coglie inserendola come il culmine, di un dicembre intenso per la diplomazia israeliana, articolato su tre fronti.

Innanzitutto, in risposta all’espansionismo turco, Israele ha cementato l’alleanza con Grecia e Cipro, sancendo la nascita di una brigata congiunta di 2.500 uomini per proteggere i giacimenti di gas Leviathan e Tamar e i cavi sottomarini.

Sulla scia degli Accordi di Abramo, poi il colosso Elbit Systems ha firmato con gli Emirati Arabi Uniti un maxi-contratto da 2,3 miliardi di dollari.

Non si tratta solo di affari, ma di una fusione tecnologica tra Israele e il mondo arabo sunnita contro le minacce comuni. Prima di dedicarsi al Somaliland, infine, Israele ha blindato il Kenya, consegnando a Nairobi il sistema di difesa aerea SPYDER. Il messaggio è chiaro: Israele è il partner principale per chiunque voglia combattere il terrorismo nel Corno d’Africa.

Dal Somaliland, Israele otterrà un presidio sulla costa per monitorare i flussi di armi iraniane diretti verso lo Yemen. Ma non solo, la fervente democrazia di Hargeisa rappresenterà anche un mercato vergine e affamato di progresso per l’esportazione di prodotti tecnologici israeliani. Non da ultimo, il Somaliland si è già detto pronto a unirsi al blocco dei Patti d’Abramo, spostando l’asse degli accordi ben oltre il perimetro del Golfo.

Da Washington si osserva con un misto di sollievo e preoccupazione. Da un lato, il Somaliland è un baluardo contro il terrorismo e un alleato democratico. Dall’altro, gli Stati Uniti non vogliono far crollare definitivamente il governo di Mogadiscio. Tuttavia, con la presenza israeliana, gli USA possono contare su un proxy che garantisce la sicurezza marittima senza dover inviare truppe proprie. È la strategia del “leadership from behind” applicata al Corno d’Africa. Dove non avranno stappato bottiglie di champagne è sicuramente a Pechino.

I rapporti di Taiwan con il Somaliland

Il Somaliland ha stretto rapporti ufficiali con Taiwan, Taipei ha infatti una rappresentanza ad Hargeisa. Per la Cina, il riconoscimento del Somaliland è un precedente pericoloso che potrebbe legittimare la sovranità taiwanese. Inoltre, il porto di Berbera, gestito dalla DP World di Dubai con la benedizione israeliana, è un concorrente diretto della base cinese a Gibuti, che va sempre ricordato si tratta dell’unica base militare cinese al mondo, insediata fuori dai propri confini.

Gli Emirati Arabi Uniti sono i grandi architetti dietro le quinte: hanno investito massicciamente nel porto di Berbera e vedono nel Somaliland il perno del loro impero marittimo. L’Arabia Saudita, invece, è più cauta: teme che la frammentazione della Somalia possa favorire l’instabilità ai suoi confini meridionali, ma non può ignorare la necessità di contrastare l’Iran nel Mar Rosso.

La condanna della Russia

Anche la Russia ha reagito con una condanna immediata e decisa, forzando di accreditarsi come paladina dei confini post-coloniali per mantenere il supporto dei leader africani. Ciononostante recentemente aveva tentato di installare una propria base navale proprio in Somaliland, a Zeila, salvo poi puntare sul Sudan e su accordi bilaterali con la Somalia.

La Turchia di Erdogan non apprezza il riconoscimento del Somaliland

Lo scacco principale di questa mossa, però, Israele l’ha giocato alla Turchia, il principale alleato della Somalia. Ankara ha investito miliardi a Mogadiscio, gestisce il porto e l’aeroporto della capitale somala e addestra le forze d’élite locali. Per Erdogan, il riconoscimento israeliano del Somaliland è un guanto di sfida. La Turchia vede la sua egemonia nel Corno d’Africa minacciata da un asse Israele-Etiopia-Somaliland che isolerebbe la “sua” Somalia.

Somaliland, qual è la posizione dell’Italia

In questo scacchiere infuocato, l’Europa e l’Italia si muovono come funamboli su un filo sottilissimo. Per Bruxelles, il caso Somaliland è un paradosso vivente: da un lato l’UE è il principale finanziatore dello sviluppo di Hargeisa, riconoscendone nei fatti l’efficienza; dall’altro, rimane ancorata al dogma dell’integrità territoriale somala, terrorizzata dall’idea che questo precedente possa innescare una balcanizzazione dell’intero continente africano, dove le rivendicazioni di indipendenza di territori sono molteplici.

L’Italia, in particolare, vive un conflitto d’identità diplomatica.

Roma, legata a Mogadiscio da una storia coloniale complessa e da una fratellanza politica mai interrotta, è oggi il perno della missione di sicurezza in Somalia. Tuttavia, il “Piano Mattei” lanciato dal Governo Meloni impone pragmatismo: non si può stabilizzare il Corno d’Africa ignorando l’unica democrazia che funziona. La posizione italiana è dunque quella della mediazione nell’ombra: un sostegno formale a Mogadiscio, ma una cooperazione tecnica sempre più stretta con Hargeisa per la sicurezza del Mediterraneo allargato. Se Israele ha abbattuto il muro del riconoscimento, l’Italia e l’UE stanno cercando di costruire una porta secondaria, consapevoli che la stabilità del Mar Rosso non può più permettersi il lusso di ignorare la realtà sulla mappa.

Il Somaliland non è più solo una storia di successo africana ignorata dal mondo.

È diventato il fulcro di una nuova contesa tra democrazie occidentali, potenze emergenti e regimi autoritari. Se il riconoscimento israeliano porterà ad un effetto domino, potremmo assistere alla nascita ufficiale dello Stato più stabile e, paradossalmente, più conteso dell’Africa Orientale. Il non-Stato ha smesso di essere un fantasma. Ora, il mondo deve decidere se accoglierlo al tavolo dei grandi o rischiare che il suo riconoscimento diventi la miccia per un conflitto regionale senza precedenti.