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11 Febbraio 2026In Iraq e Siria, tornano i fantasmi del passato
Il respiro del Levante è un rantolo pesante, un’alternanza di polvere e fumo che si leva tra le rovine di Damasco e i palazzi blindati di Baghdad. Non è più il tempo delle primavere, né quello delle bandiere nere dello Stato Islamico: all’alba di questo 2026, il Medio Oriente ha cambiato pelle, ma le sue cicatrici pulsano con la stessa ferocia. Se Israele e Iran rimangono le polarità di un conflitto infinito, è in Iraq e in Siria che la Storia sta unendo il ritorno di fantasmi del passato alla capitolazione di sogni rivoluzionari.
Nelle strade di Baghdad, l’aria è satura di un’attesa densa. Nouri al-Maliki è tornato. L’uomo che dal 2006 al 2014 aveva incarnato la deriva autoritaria e settaria dell’Iraq è di nuovo il fulcro del potere. Non un’elezione, ma una restaurazione. Sostenuto dal Quadro di Coordinamento sciita, l’alleanza che lega i destini iracheni agli interessi di Teheran, Maliki si riprende la scena mentre il Paese scivola in una sorta di amnesia forzata. Il ritmo della politica irachena è un battito sincopato: alleanze che si stringono a mezzanotte e si rompono all’alba. Ma il ritorno di Maliki non è un dettaglio burocratico; è il segnale che il sistema della muhasasa, la spartizione settaria del potere, ha vinto ancora una volta sulla piazza che chiedeva riforme.
Stati Uniti e Iraq, è crisi?
Per Washington, è un affronto. Il sostegno degli Stati Uniti all’Iraq è appeso a un filo sottile. Maliki rappresenta la stabilità del vecchio mondo: quella dei padroni delle milizie, del controllo capillare e della fedeltà assoluta all’asse sciita. Se a Baghdad torna il vecchio, oltre il confine a nord-ovest tracciato da linee di sabbia e sangue, un esperimento politico sta morendo sotto i colpi di un realismo cinico.
Fine dell’autonomia curda
Il Rojava non esiste più. L’autonomia curda, che per un decennio è stata il faro di un confederalismo democratico, femminista ed ecologista, si è sgretolata pochissimi giorni fa. Un passaggio rapido e brutale, scandito dal rumore dei cingolati dell’esercito regolare siriano che riprendevano possesso di Raqqa e Deir ez-Zor. Il patto è stato siglato tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e il governo di Damasco, oggi guidato da Ahmed al-Sharaa (per gli amici al-Jawlani) dopo la caduta di Assad. Un accordo di sopravvivenza: l’integrazione delle milizie curde nelle forze regolari in cambio di una vaga promessa di diritti culturali. La fine del Rojava è il fallimento dell’utopia contro la necessità geopolitica.
Gli Stati Uniti, con l’inviato Tom Barrack, hanno formalizzato quello che molti temevano: il partenariato strategico con i curdi è scaduto. Per Damasco significa il recupero della sovranità territoriale, per la Turchia una vittoria silenziosa, per i curdi è l’ennesimo capitolo di una storia di tradimenti che si ripete da un secolo.
L’Iraq e la Siria non sono teatri isolati; sono i polmoni attraverso cui respira la tensione regionale. Il ritorno di Maliki è l’assicurazione sulla vita dell’influenza iraniana in Iraq, un corridoio sicuro che permette a Teheran di mantenere il suo ponte terrestre verso il Mediterraneo. Un corridoio sotto il tiro costante di Israele.
La minaccia per Israele
La dottrina israeliana non accetta zone grigie. I bombardamenti sulle infrastrutture legate all’Iran in territorio siriano e iracheno sono diventati quotidiani. Tel Aviv vede nel rafforzamento dei nodi sciiti a Baghdad e nella stabilizzazione di Damasco sotto un governo che, seppur nuovo, deve scendere a patti con le milizie pro-Iran, una minaccia esistenziale. La “Guerra dei Dodici Giorni” della scorsa estate ha mostrato che la distanza tra Tel Aviv e Teheran si è accorciata: i droni e i missili percorrono in pochi minuti la strada che una volta richiedeva diplomazie decennali.
Il panorama internazionale osserva questa metamorfosi con un misto di disincanto e calcolo freddo. La rimozione di inviati speciali e il gelo verso Maliki indicano una stanchezza strategica da parte di Washington che vuole contenere l’Iran, ma non è più disposta a sovvenzionare la democrazia irachena se questa sceglie i suoi nemici.
La Russia come garante
La Russia continua a presentarsi come il garante di ultima istanza di un equilibrio che lei stessa contribuisce a rendere precario. La sua forza non risiede più nel volume di fuoco, notevolmente ridimensionato dalla crisi ucraina, ma nella capacità chirurgica di gestire le contraddizioni altrui. In Siria ha accettato la transizione verso il governo di al-Sharaa, nonostante fosse il principale sponsor degli Assad, per preservare le proprie basi di Tartus e Khmeimim. In Iraq il ritorno del leader sciita è l’occasione di rientrare dalla porta principale nei contratti energetici e di difesa.
Per la Cina nuove opportunità
Ancor di più per la Cina, il ritorno di Maliki a Baghdad e la stabilizzazione di Damasco sotto il nuovo corso non sono nodi ideologici, ma opportunità di sicurezza energetica. Pechino è già il primo partner commerciale di Baghdad. Con il ritorno di Maliki, vede garantita la continuità dei contratti estrattivi. In Siria, la partita è quella della ricostruzione del Paese. Xi Jinping non invia truppe, ma tecnici. Entra nelle infrastrutture digitali e nei porti, offrendo a Damasco ciò che l’Occidente nega: capitali senza precondizioni sui diritti umani, finalizzati a creare un nodo logistico nel Mediterraneo orientale. Fra i principali sponsor della nuova Siria, ci sono le vicine Monarchie del Golfo. Arabia Saudita e Qatar hanno recentemente annunciato finanziamenti miliardari per pagare i salari dei dipendenti pubblici siriani, l’obiettivo è semplice: una via d’uscita economica che non passi per l’Iran.
Il Golfo osserva con sospetto l’Iraq. Il ritorno di Maliki, uomo storicamente vicino a Theran, preoccupa. Le Monarchie stanno cercando di agganciare l’economia irachena alla rete elettrica del Golfo e alle rotte commerciali della penisola, tentando di staccare Baghdad dalla dipendenza energetica iraniana attraverso investimenti in infrastrutture civili.
Il vero vincitore in questo scenario è però sicuramente Erdogan.
Con la fine dell’autonomia curda in Siria, il pericolo terrorista curdo ai suoi confini è stato neutralizzato per via diplomatica e militare. Ankara si pone ora come il garante della ricostruzione, pronto a estendere i propri interessi commerciali in un Iraq e una Siria stabilizzati.
Questo “altro” Medio Oriente, lontano dai riflettori delle coste libanesi o delle spiagge di Gaza, è il vero motore dell’instabilità futura. Iraq e Siria sono diventati laboratori di una post-modernità brutale: dove le utopie cadono e i fantasmi risorgono. È un territorio dove lo Stato non è più un fornitore di servizi, ma una macchina di spartizione gestita da élite che si rigenerano attraverso il conflitto. Il rapporto tra questi due attori si gioca su tre tavoli caldi: sangue, petrolio e prigionieri.
Proprio in questo inizio di 2026, convogli blindati con migliaia di detenuti dell’ISIS dalle carceri del nord-est siriano hanno raggiunto le strutture irachene. La Sira, riprendendo il controllo dei territori curdi, non voleva l’onere di gestire migliaia di bombe a orologeria umane, e Baghdad, sotto la guida di un Maliki che ha fatto della lotta al terrorismo il suo vessillo, ha accettato la sfida, riaffermando la sua sovranità giudiziaria regionale.
Il commercio tra i due Paesi è in ripresa, ma ha un ritmo irregolare. Il valico di Al-Qaim è tornato ad essere l’arteria attraverso cui passano merci e, soprattutto, energia.
Dopo anni di embargo e guerrala Siria ha bisogno di tutto. L’Iraq cerca sbocchi e guarda ai porti siriani come alternativa strategica allo Stretto di Hormuz, costantemente sotto minaccia di chiusura.
L’asse Iraq-Siria?
Il rapporto Iraq-Siria è un asse che poggia su fondamenta fragili, fatte di macerie e di un passato che non concede sconti. Baghdad e Damasco oggi non si guardano con amore, ma con lo specchio: ognuna vede nell’altra il riflesso delle proprie debolezza e la chiave per non affogare nel caos regionale. In una regione dove il passato non passa mai e il futuro viene costantemente sacrificato sull’altare della sicurezza, l’equilibrio non è pace, è solo una tregua armata prima della prossima esplosione.






