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Il principale obiettivo del regime teocratico è impedire che il mondo venga a conoscenza di ciò che sta accadendo nel Paese. Per questo le autorità della Repubblica islamica tentano in ogni modo di occultare la realtà, facendo ricorso a propaganda e censura. In particolare, attraverso il blocco di internet, il regime cerca di oscurare le proteste popolari e la durissima repressione esercitata dalle forze di sicurezza.
Le esperienze passate mostrano come le autorità iraniane abbiano sistematicamente ostacolato la diffusione di informazioni, mentre alle organizzazioni per i diritti umani indipendenti viene impedito di svolgere liberamente le loro indagini. Nonostante il blocco digitale, testimonianze, video e immagini riescono comunque a filtrare, rivelando scene di inaudita crudeltà. Sebbene la propaganda del regime, diffusa anche all’estero, cerchi di minimizzare quanto stia accadendo in Iran, nessuno può negare l’autenticità di queste testimonianze.
Ciò che emerge dalle indagini e dalla documentazione raccolta da organizzazioni, ad esempio come Human Rights Watch e Iran Human Rights Monitor, è che, nel 2025, le autorità iraniane hanno messo in atto una campagna repressiva di portata paragonabile ai massacri del 1988. La risposta alle proteste nazionali si è manifestata attraverso: uccisioni, detenzioni arbitrarie, torture, stupri, sparizioni forzate, deliberata negazione di cure mediche, sepolture segrete e pressioni sistematiche sulle famiglie delle vittime affinché mantenessero il silenzio.
La brutalità assassina delle forze di sicurezza si è espressa attraverso pratiche sistematiche, tra cui: l’uso di puntatori laser per individuare i manifestanti e l’impiego di cecchini per colpirli, il dispiegamento di armi militari pesanti, uccisioni indiscriminate di passanti estranei alle proteste, e colpi d’arma da fuoco contro persone che prestavano soccorso ai feriti o che tentavano di recuperare i corpi. A tutto ciò si sono aggiunte violente irruzioni nelle abitazioni dei manifestanti, condotte soprattutto durante le ore notturne.
Oltre a queste informazioni, stanno emergendo progressivamente video inerenti i primi giorni delle proteste e quelli realizzati dopo il blocco di internet, specialmente riguardanti le giornate dell’8 e del 9 Gennaio, giorni di intensa repressione.
Un video recentemente emerso, girato durante la repressione delle proteste ad Ardabil nel 2025-2026 e diffuso sul portale Iran Human Rights Society, mostra in modo chiaro l’azione intenzionale di un conducente di un veicolo appartenente all’unità speciale affiliato alle forze repressive che investe deliberatamente i manifestanti senza alcun tentativo di fermarsi. Il filmato, registrato sul posto, cattura il momento in cui l’auto accelera a tutta velocità verso una folla in ritirata. Secondo le immagini, quando alcuni manifestanti cercano di allontanarsi dal percorso del veicolo pesante, uno di loro cade e finisce direttamente sotto la traiettoria del mezzo. Mentre due persone cercano di aiutarlo, il conducente non rallenta e passa sopra il corpo del manifestante, senza fermarsi. Iran Human Rights Society informa che: “L’obiettivo degli agenti non era la dispersione dei manifestanti, ma la loro eliminazione fisica. Il veicolo era deliberatamente diretto verso una persona in fuga, e non risultano tentativi di frenata, rallentamento o avvertimento per far spostare i pedoni. Questi veicoli sono progettati per essere usati in situazioni di combattimento e non dovrebbero in alcun modo essere utilizzati in spazi urbani contro i cittadini”.
Oltre Teheran: la repressione più brutale nelle città periferiche dell’Iran
La violenza statale si è espressa soprattutto nelle città più nascoste e piccole dell’Iran. Quanto sta avvenendo nelle aree periferiche è motivo di grave preoccupazione per le organizzazioni dei diritti umani, poiché la situazione potrebbe essere significativamente più drammatica rispetto a quella riscontrabile nei grandi centri urbani.
Center Human Rights in Iran ha documentato che le forze statali hanno, nelle aree più nascoste, operato una campagna coordinata di uccisioni di massa e sparizioni forzate. Queste zone hanno una copertura mediatica minima o inesistente e sono caratterizzate dall’assenza di accesso a Starlink. “CHRI ha condotto interviste approfondite con testimoni oculari in città più piccole e meno note dell’Iran, nelle province di Kerman, Lorestan, Khuzestan, Kurdistan, Razavi Khorasan, Golestan, Kermanshah e Markazi, dove sono emerse pochissime immagini o testimonianze dirette. I racconti raccolti descrivono una campagna di uso indiscriminato della forza letale e di estrema violenza statale, con uccisioni perpetrate dalle forze di sicurezza caratterizzate da un livello di brutalità senza precedenti. A queste uccisioni sono seguiti arresti di massa e un clima di terrore diffuso, che ha ridotto intere comunità al silenzio”.
In queste zone le forze di sicurezza, pesantemente armate, riescono a esercitare un controllo più capillare, che rendono più facile l’identificazione delle persone che in alcuni casi sono state anche costrette a scappare.
Questo isolamento genera un ulteriore problema: l’impossibilità, per la maggior parte dei residenti, di comunicare con l’esterno e far sentire la propria voce. La conseguenza è che la narrazione di quanto sta avvenendo in Iran sia circoscritta e limitata agli eventi delle grandi metropoli, o più precisamente di Teheran. Il rischio concreto è che le voci dei più poveri e delle minoranze vengano sistematicamente escluse dal racconto mediatico.
200 i bambini uccisi durante le proteste
In Iran è in corso un massacro: un massacro in cui nessuno viene risparmiato, nemmeno i bambini.
Sono 200 i bambini uccisi durante queste proteste. E uso consapevolmente il termine “uccisi”, non “rimasti uccisi”, perché le forze di sicurezza hanno agito intenzionalmente, causando la loro morte. Se non fosse stata impiegata una forza brutale e sproporzionata, con l’uso di armi che dovrebbero essere riservate esclusivamente a contesti di guerra, molte vittime innocenti sarebbero state risparmiate e oggi sarebbero ancora in vita.
Melina Asadi, 3 anni di Kermanshah; Bahar Seifi, 3 anni di Neyshabur; Amir Ali Nourizadeh, 9 anni di Hormozgan; Reza Habibi, 10 anni, di Shiraz; Amir Abbas Amini, 12 anni, di Saveh; sono alcuni dei bambini brutalmente uccisi dal regime iraniano. Dietro questi nomi ci sono storie e sogni interrotti, famiglie distrutte: un intero paese è in lutto, e nessuno e nessun luogo è stato risparmiato dalla furia distruttiva degli uomini del regime.
Anche Sina Ashgbousi è stato ucciso.
Sina Ashgbousi è stato assassinato pochi giorni dopo il suo sedicesimo compleanno. Era la sera dell’8 Gennaio quando, mentre si trovava nella Terza Piazza di Teheranpars, a Teheran, è stato colpito dalle forze di sicurezza all’addome e al cuore. Il suo corpo è stato trafitto da munizioni vere. Sina non era armato, non era pericoloso, non era un attentatore, era un semplice adolescente con le sue passioni e la voglia di vivere e scoprire il mondo. Sina è stato ucciso a sangue freddo soltanto perché si trovava in una piazza.
Eppure per il regime teocratico tutto questo ha una logica, una logica sanguinaria ovviamente.
Quando la più alta autorità politica del paese, Ali Khamenei, definisce “terroristi”, “agenti stranieri” e “mercenari del nemico” i manifestanti, concede alle forze di sicurezza margine di manovra per ricorrere a violenza letale anche contro i minori. In una simile logica securitaria, persino bambini molto piccoli o neonati cessano di essere considerati soggetti da proteggere e vengono invece assimilati a un presunto disegno “sovversivo”, con l’effetto di rendere accettabile, e dunque normalizzata, la violazione del loro diritto più elementare: quello alla vita.
Ma in che modo hanno agito le forze di sicurezza nei confronti dei minori?
Secondo quanto riportato da Iran Human Rights Monitor, sulla base della documentazione e dei referti medici raccolti, è stato fatto un uso sproporzionato e letale della forza contro i bambini. I dati emersi nel corso di questa rivolta evidenziano modalità di attacco ricorrenti e particolarmente gravi:
- Fuoco diretto agli organi vitali: Contrariamente alle dichiarazioni ufficiali, la maggior parte degli adolescenti è deceduta a causa di singoli colpi di arma da fuoco alla fronte, al cuore o al collo, suggerendo un fuoco mirato da parte dei cecchini.
- Brutali aggressioni fisiche (manganellate): Numerosi decessi sono stati attribuiti a emorragie cerebrali conseguenti a ripetuti colpi al cranio con oggetti contundenti, avvenuti durante la detenzione o sul luogo della protesta.
- Incendi e attacchi indiscriminati in aree residenziali: I casi dell’uccisione di bambini come Adrina Ghorbani (neonata) e Bahar Hosseini (3 anni) evidenziano l’uso irresponsabile di gas lacrimogeni tossici e sparatorie indiscriminate nei quartieri abitati, con conseguenze mortali.
A denunciare l’uccisione di questi bambini recentemente è intervenuto anche il Consiglio di Coordinamento dei Sindacati degli Insegnanti. In una comunicazione il Consiglio ha pubblicato i nomi dei 200 studenti morti nelle proteste:
“Duecento vite ci sono state strappate via. Vite strappate via dai proiettili, dalla povertà e dalla repressione, secondo un’unica logica; la stessa logica che ha reso l’istruzione pericolosa, trasformato la strada in un poligono di tiro e criminalizzato l’infanzia. E gli uomini del regime non si sono fermati dopo la loro morte: hanno vietato di pronunciare i nomi di queste giovani vittime, ordinato di celebrare i funerali in silenzio e negato che la verità venisse raccontata. La cancellazione, la negazione e la distorsione sono la continuazione della stessa politica che ha già mietuto vite in precedenza. Le aule non sono più quelle di una volta. I banchi vuoti non sono solo un segno di assenza; sono anche un promemoria del crimine che ha raggiunto l’aula; un promemoria della politica che ha mandato il bambino dall’aula al cimitero”.
Nelle carceri torture e abusi per far confessare i manifestanti
Dalla violenza esercitata nelle strade a quella nelle carceri. I massacri compiuti per le vie delle città lasciano un segno e possono essere comunque immortalate attraverso l’uso di cellulari, mentre le violenze che si verificano all’interno delle prigioni nessuno le vede e per questo rischiano di rimanere nascoste e sconosciute.
“Un giorno fui costretto a stare a terra per ore mentre venivo interrogato. Mi hanno fatto pressione per insultare coloro che erano morti durante le proteste. Mi sono profondamente vergognato. Mi mostrarono foto dei cadaveri e mi dissero: ‘Questo sarà il tuo destino se non confessi’. Chi mi interrogava mi ha versato del tè caldo addosso, mi ha sputato in faccia, premendo il piede sul mio volto. Prima della mia liberazione mi hanno costretto a ringraziare l’interrogatrice”.
È questo ciò che riferisce ad Hengaw un prigioniero arrestato durante le proteste. In questo periodo l’Organizzazione per i Diritti Umani Hengaw ha infatti raccolto prove che attestano la tortura sistematica dei detenuti, in particolare dei giovani arrestati durante le recenti proteste. Sulla base di interviste effettuate con diversi detenuti recentemente rilasciati, Hengaw ha rilevato che all’interno delle carceri iraniane sono state messe in atto nuove pratiche di interrogatorio utilizzate principalmente per costringere i prigionieri a confessare.
Tra queste si segnala l’uso intenzionale di interrogatrici donne nei confronti di giovani detenuti maschi come strumento di umiliazione psicologica e sessuale. Sono state inoltre documentate: minacce di esecuzione, processi farsa e l’emissione rapida di condanne in assenza delle garanzie di un giusto processo, nonché l’uso di violenza psicologica, fisica e sessuale.
Per quanto riguarda il ruolo delle interrogatrici donne, un detenuto di 22 anni, ha detto a Hengaw: “Sono stato picchiato e minacciato, ma l’abuso peggiore mi è giunto da un’interrogatrice donna. Questa infatti mi ha costretto a baciarle i piedi, mi ha umiliato ripetutamente e mi ha minacciato che mi avrebbe aggredito sessualmente”.
Un altro detenuto ha riferito che ad interrogarlo c’erano un uomo e una donna. L’interrogatore maschio interpretava il poliziotto buono, mentre l’interrogatrice donna quella del poliziotto cattivo. Anche questo testimone comunica che durante gli interrogatori è stato minacciato che se non avesse confessato la sua colpevolezza gli avrebbero sparato. Varie volte è stata puntata la pistola sulla sua fronte.
Un altro prigioniero di 19 anni ha detto che a condurre gli interrogatori erano due uomini e una donna, tutti e tre gli ripetevano continuamente che lo avrebbero ucciso. Tra di loro l’interrogatrice era estremamente brutale. “Mi hanno persino detto che avevano già informato la mia famiglia della mia morte. Mi hanno messo un cappio al collo e hanno detto che mi avrebbero giustiziato”.
Il profilo dei detenuti intervistati da Hengaw è vario: hanno un’età compresa tra i 18 e i 32 anni, includono individui di generi diversi e provenienti da città e regioni differenti. Sebbene gli arrestati non avessero alcun legame tra di loro sono stati separati, talvolta anche per età. Gli adolescenti invece venivano portati altrove.
Una detenuta ha riferito che era stato arrestato anche un bambino di 12 anni.
Attualmente, informa Hrana, si sono registrati 52.623 arresti.






