Tunisia, diritti calpestati e oppositori in carcere

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26 Maggio 2026

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Dall’inizio della Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia sono passati 15 anni, ma le aspirazioni democratiche fiorite con i moti di allora sono state recise dalle cesoiate dell’attuale Presidente della Repubblica Kais Saied. Con lui, nel quasi totale silenzio dell’UE per il proprio tornaconto, il Paese è sprofondato in una deriva autoritaria. Nel 2021, proclamando lo stato di eccezione ex art. 80 della Costituzione, ha destituito l’allora governo Mechichi e sospeso il Parlamento. Da quel momento, via via la repressione si è fatta sempre più asfissiante: arresti, processi, criminalizzazione del dissenso e restrizioni imposte alla stampa; sono stati colpiti dissidenti, giornalisti, attivisti, ong e membri della società civile. Il 12 marzo, per citare uno degli ultimi casi, è stata respinta la richiesta di rimessa in libertà presentata dall’attivista Saadia Mosbah, presidente dell’associazione antirazzista Mnemty, che era stata arrestata il 6 maggio 2024 e poi posta in stato di detenzione in attesa di indagine per presunti reati finanziari in relazione ai finanziamenti e alle attività dell’associazione. Ma quello dell’attivista 65enne è solo uno degli ultimi episodi in ordine cronologico assieme a quello di metà aprile riguardante l’avvocato Chawki Tabib, accusato di presunti reati finanziari allo scopo di reprimere la sua lotta contro la corruzione. Basta scorrere le cronache internazionali e i rapporti di diverse organizzazioni non governative per rendersi conto di una serialità sinistra: la detenzione arbitraria è diventata un pilastro della politica repressiva di Saied, che ricorre sempre più in modo sistematico a processi iniqui,  detenzioni prolungate, udienze a porte chiuse, testimonianze anonime e condanne fino a 66 anni di carcere. Non è affatto un caso che Amnesty International abbia espresso “profonda preoccupazione per il continuo deterioramento della situazione dei diritti umani”, diversi mesi fa, in occasione dell’anniversario della Primavera Araba, la cui deflagrazione come noto è avvenuta il 17 dicembre 2010, quando a Sidi Bouzid, il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protestare contro il sequestro della sua merce da parte della polizia, e definitivamente compiuta il 14 gennaio 2011 con la caduta del regime di Ben Ali, costretto a dimettersi e fuggire.

La repressione si abbatte su avvocati, oppositori e cittadini comuni

Il punto di partenza non può che essere il famigerato decreto legge 54 sulla divulgazione di fake news del settembre 2022, che secondo Amnesty “viola il diritto alla privacy e introduce pene severe per reati di espressione definiti in modo ampio e vago”. La norma, che punisce con la reclusione fino a 5 anni, addirittura fino a 10 se a danno di pubblici ufficiali, è una clava che Saeid utilizza per reprimere la libertà di espressione, colpendo giornalisti, avvocati e attivisti – oltre ad Amnesty, pure altre ong come Human Rights Watch hanno documentato l’uso del decreto per arrestare e processare voci critiche verso il governo. E non sono esenti i cittadini comuni. Tra i casi emblematici figurano Zied El Heni, Haythem El Mekki, Mohamed Boughalleb, Sonia Dahmani e Mourad Zeghidi, tutti vittime della criminalizzazione della libertà di espressione. Un fatto inquietante ed emblematico della china che ha preso la Tunisia, avvenuto a ottobre del 2025, riguarda la condanna a morte di Saber Chouchen, 56enne giudicato colpevole di tre gravi reati a causa di un post pubblicato su Facebook, in cui avrebbe espresso critiche al presidente e appelli a una protesta pubblica. Insomma, nient’altro che un utente come tanti altri. Un cittadino comune. Per sua fortuna (e del tutto inaspettatamente), l’uomo ha ottenuto la grazia presidenziale ed è stato scarcerato. Il suddetto decreto legge 54 è solo uno dei bastoni nelle mani di Saied. Infatti, quello che sembra essere a tutti gli effetti un giro di vite giudiziario all’indomani della svolta autoritaria del 2021, ha la sua dimostrazione plastica, nel cosiddetto “caso complotto” di aprile 2025: un’ondata di arresti e processi di massa nei confronti di circa 40 persone tra avvocati, attivisti, oppositori politici, accusati a vario titolo di cospirazione contro la sicurezza dello stato. Dopo il primo grado, il 27 novembre successivo la Corte d’Appello di Tunisi ha confermato le condanne nei confronti di 34 imputati, con pene detentive che vanno dai 5 ai 45 anni. In una nota, Amnesty ha sottolineato che sei figure dell’opposizione sono detenute in modo arbitrario addirittura dall’inizio delle indagini, cioè dal febbraio del 2023. Tra gli imputati, figurano pure Rached Ghannouchi, leader storico del movimento islamista Ennahda ed ex presidente del Parlamento sciolto nel 2021, e addirittura il filosofo francese Bernard-Henry Lévy, a cui sono stati affibbiati 33 anni di prigione, seppur in contumacia. Uno degli ultimi casi di arresti ingiustificati, denunciato dall’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani, nato dalla partnership tra la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) e l’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT), riguarda Chawki Tabib, avvocato tunisino ed ex presidente dell’Ordine degli avvocati tunisino e dell’Autorità nazionale anticorruzione (INLUCC) dal 2016 al 2020. Come riporta l’Osservatorio, Il 14 aprile Tabib si è presentato spontaneamente dinanzi al giudice istruttore della Sezione Giudiziaria Economica e Finanziaria del Tribunale di Primo Grado di Tunisi, a seguito di una notifica inviata all’Ordine degli Avvocati di Tunisi che fissava la sua udienza per quella data. Senza nemmeno ascoltarlo, il giudice istruttore ha emesso un mandato di arresto nei confronti del signor Tabib, che da allora è stato incarcerato nel carcere di Mornaguia, a sud-ovest di Tunisi. L’avvocato è accusato di reati finanziari. Ma l’Osservatorio non usa mezzi termini e sottolinea che “il procedimento contro il signor Chawki Tabib si inserisce in un contesto più ampio di crescente restrizione dello spazio civico e di repressione delle voci critiche in Tunisia, caratterizzato dalla moltiplicazione dei procedimenti giudiziari contro giornalisti, avvocati , difensori dei diritti umani e oppositori politici”.

Il decreto 88 del 2011 per reprimere le Ong

Nel mirino ci sono anche le Ong, naturalmente. Saied le teme, è chiaro. Come tutti i regimi, pure quello tunisino, per mantenere saldo il controllo, riduce sempre più la libertà di espressione e di organizzazione. L’accusa propagandata dal Presidente per attaccare le organizzazioni non governative ha a che fare con presunti finanziamenti che queste riceverebbero dall’estero per minare la sicurezza nazionale “Ai sensi del diritto internazionale in materia di diritti umani, le associazioni hanno il diritto di cercare, ricevere e utilizzare finanziamenti, provenienti da fonti nazionali, estere e internazionali”, sottolinea però Amnesty. Secondo la quale, almeno 14 Ong, tra cui l’Associazione tunisina delle donne democratiche e media indipendenti come Inkyfada, Aswat Nissa, FTDES Nawaat e OMCT, tra luglio e novembre 2025, hanno ricevuto ordinanze del tribunale di sospendere le loro attività per 30 giorni. L’ultimo caso, tra i più gravi in assoluto, è accaduto non molti giorni fa. Precisamente la sera del 24 aprile, quando il consiglio direttivo della Lega Tunisina per la Difesa dei Diritti Umani (LTDH), una delle più antiche organizzazioni arabe e africane per i diritti umani già vincitrice del Premio Nobel per la Pace, ha ricevuto un’ordinanza di sospensione delle attività dell’organizzazione per un mese. Per il Presidente del Tribunale di Primo Grado di Tunisi la LTDH non avrebbe rispettato la scadenza per lo svolgimento della sua assemblea generale ordinaria. In realtà, il modus operandi è il medesimo utilizzato con il decreto anti fake news: il decreto 88, adottato dopo la rivoluzione del 2011 per tutelare la libertà, l’autonomia e la trasparenza delle associazioni, viene blandito impropriamente dalle autorità tunisine per mettere a tacere le organizzazioni della società civile ritenute scomode, con il pretesto di “carenze amministrative” o “finanziamenti esteri”. La stessa Lega, il giorno dopo la comunicazione del provvedimento, l’ha definita “una misura arbitraria e grave, che costituisce una flagrante violazione della libertà di associazione e del lavoro delle associazioni e non può essere considerata isolatamente dal contesto generale che il Paese sta vivendo”. Ha parlato anche Bassem Trifi, presidente della LTDH, che ha detto ad Amnesty International: “consideriamo la sospensione una decisione politica mascherata da decisione giudiziaria, in quanto si inserisce in un contesto di restrizione dello spazio civico e di attacco alle organizzazioni indipendenti che lottano per i diritti umani in Tunisia. Oltre a colpire le organizzazioni per i diritti umani, vengono gravemente lesi i diritti umani e le libertà fondamentali, in particolare il diritto alla libertà di espressione, di associazione e di riunione”. Ed è proprio in questo preciso solco che si inseriscono tutti gli ordini di sospensione per trenta giorni delle attività per almeno 25 ong emessi dai tribunali amministrativi tunisini nell’ultimo anno, come conferma in una nota Amnesty lo scorso 11 maggio. La degna chiusura è rappresentata dalle parole di Sara Hashash, vicedirettrice regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International: “Il diritto internazionale in materia di diritti umani è chiaro: le restrizioni alla libertà di associazione devono essere legittime, necessarie, proporzionate e strettamente limitate a obiettivi legittimi in una società democratica. L’utilizzo di misure amministrative e giudiziarie per sospendere, criminalizzare o sciogliere organizzazioni per la loro legittima attività a tutela dei diritti umani e per il loro impegno civico mina alla base gli obblighi della Tunisia”.

Immagine 1: Ritratto di Kaïs Saïed.jpg creative commons attribution 4.0