Burkina Faso, eliminati i partiti con un colpo di sciabola

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Burkina Faso, eliminati i partiti con un colpo di sciabola

In un’epoca di frammentazione globale, il Burkina Faso ha deciso di procedere per sottrazione. Con un tratto di penna che sa di sciabola, la Giunta militare guidata dal Capitano Ibrahim Traoré ha cancellato l’intero spettro partitico del Paese. Non una sospensione, come già avvenuto all’indomani del golpe del settembre 2022, ma una rimozione chirurgica dell’architettura normativa: il 9 febbraio 2026, l’Assemblea Legislativa di Transizione ha adottato la legge che abroga la Carta dei partiti e i testi sul loro finanziamento. Siamo di fronte a una operazione radicale che trasforma la “Terra degli uomini integri” in un laboratorio di sovranità post-democratica.

La decisione non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma come l’ultimo atto di una sinfonia autoritaria giustificata dall’urgenza bellica. Per il Ministro dell’Amministrazione Territoriale, Émile Zerbo, la proliferazione dei partiti (oltre un centinaio prima della stretta) era diventata un cancro che alimentava divisioni interne, distogliendo energie vitali dalla lotta contro il jihadismo.

I partiti politici sono stati cancellati

L’abrogazione della legge sui partiti non è solo un atto repressivo; è un atto fondativo. Senza partiti, il potere si condensa in un’unica direzione, eliminando il rumore di fondo del dissenso istituzionale. Il termine usato dalla giunta suggerisce un ritorno a una forma di democrazia diretta o consultiva, mediata dai corpi militari e dalle organizzazioni della società civile fedeli al regime. Il vuoto lasciato dai partiti potrebbe essere colmato non dall’unità nazionale, ma da una clandestinità politica esplosiva o da una totale dipendenza dal carisma del leader.

Il Burkina Faso oggi è un organismo che respira al ritmo del fronte. Dal 2015, l’insurrezione legata ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico ha eroso il controllo territoriale, costringendo milioni di persone allo sfollamento.

Chi è Ibrahim Traoré

Ibrahim Traoré, salito al potere a soli 34 anni, ha trasformato questa crisi nel carburante della sua legittimazione. Si definisce la reincarnazione dell’eroe nazionale Thomas Sankara, da cui ha preso in prestito anche il celebre motto: «O la patria o la morte, noi vinceremo!». Traoré ama presentarsi come leader dell’antimperialismo panafricano, non mancando di bacchettare élite di potere e politicanti del suo continente. Di Sankara ricalca l’iconografia, il basco rosso e la retorica della dignità africana. Tuttavia, c’è una differenza fondamentale: se Sankara puntava alla mobilitazione delle masse attraverso i CDR (Comitati di Difesa della Rivoluzione) per una trasformazione sociale, la giunta attuale sembra concentrata su una sopravvivenza securitaria pura. Il Burkina Faso di oggi è una versione più cupa e militarizzata del sogno sankarista, dove la lotta al jihadismo ha sostituito quella per l’autosufficienza agricola.                                                                                  

L’oro

Nonostante la povertà statistica, il sottosuolo burkinabè scotta. Il Paese è uno dei principali produttori di oro in Africa, una risorsa che funge da benedizione e maledizione: finanzia lo Stato ma è anche l’obiettivo primario dei gruppi armati che controllano le miniere artigianali. Oltre all’oro, il Burkina Faso possiede significativi giacimenti di manganese, zinco e fosfati, essenziali per la transizione tecnologica globale.

Intriso di socialismo economico, il golpista Traoré ha lanciato dei programmi di imprenditoria comunitaria, ampliando le attività di tre miniere e di due stabilimenti di salsa di pomodoro. Il Burkina Faso ha un potenziale agricolo ancora poco sfruttato e riserve minerarie inesplorate, nonostante questo la povertà estrema è dilagante.             

Geograficamente, è il perno del Sahel. Se crolla Ouagadougou, l’instabilità scivola verso i paesi del Golfo di Guinea (Ghana, Togo, Benin). Per questo, la sua scelta di campo è decisiva per l’intero continente.

Il Burkina Faso ha guidato, insieme a Mali e Niger, una vera e propria secessione diplomatica: i tre paesi hanno abbandonato l’ECOWAS (la comunità economica dell’Africa occidentale) per formare una confederazione propria. L’obiettivo? Difesa reciproca e sovranità totale, con l’idea di creare una moneta comune per sganciarsi dal Franco CFA.

L’espulsione delle truppe francesi e il supporto di Mosca

Uno dei primi atti della giunta militare è stata l’espulsione delle truppe francesi e il tappeto rosso alla Russia, tramite l’Africa Corps, ex Wagner. Mosca fornisce armi, istruttori e supporto politico in cambio di accesso minerario e influenza strategica. Alla fine di Luglio 2023, il giovane militare è stato uno dei più attenti e disponibili fra gli ospiti di Putin, che nella sua San Pietroburgo ha celebrato la seconda edizione del forum Russia-Africa, nel corso del quale sono state gettate le basi per un accordo, poi formalizzato, riguardante la costruzione di una centrale nucleare per mano della holding moscovita Rosatom. Al ritorno dal summit, Traoré venne accolto dal suo popolo in festa, fra caroselli e bandiere russe sventolate per aria.   

Il regime guarda con crescente interesse a partner come la Turchia, l’Iran e la Cina, cercando un modello di sviluppo che prescinda dai diktat di Washington o Bruxelles. Le alleanze strategiche, diplomatiche e militari del nuovo Burkina Faso contemplano l’intero assortimento di Stati ostili all’Occidente.

Tutto questo mentre il Paese ha registrato un incremento di attentati terroristici, che nel 2024 e 2025, lo ha posizionato al 1° posto nel Global Terrorism Index stilato dal think tank  internazionale Institute for Economics and Peace, superando in questa drammatica graduatoria Afghanistan e Iraq.

Nel Nord-Est del territorio, ormai milioni di persone vivono in villaggi conquistati da Al-Qaeda ed Isis.           

Adesso arriva l’abolizione dei partiti. Traoré scommette che la popolazione preferisca la sicurezza e l’orgoglio nazionale alla pluralità politica. Una scommessa brutale nella sua semplicità: scambiare la libertà con la sopravvivenza. Il Burkina Faso è ora un Paese in cui la politica si fa solo in uniforme o nelle piazze inneggianti. Se l’oro e il sostegno del Cremlino basteranno a fermare l’avanzata jihadista, il modello senza partiti potrebbe diventare un virus contagioso per l’intera regione. Ma se la sicurezza continuerà a latitare e l’economia dovesse soffocare sotto il peso dell’isolamento internazionale, quel tratto di penna che ha cancellato i partiti potrebbe finire per scrivere l’ennesimo capitolo di una tragedia saheliana senza fine.