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Ex Ilva, il Consiglio di Stato respinge la sentenza del TAR: lo stabilimento può continuare a produrre

Di Salvatore Luigi Baldari

Acciaierie d’Italia, la newco formata pochi mesi fa da Am InvestCo Italy per conto degli industriali Mittal e da Invitalia per conto dello Stato italiano, potrà proseguire la sua attività produttiva. La quarta sezione del Consiglio di Stato, con firma del Presidente Raffaele Greco, ha respinto la sentenza con cui il 13 febbraio il tribunale amministrativo (TAR) di Lecce aveva stabilito lo spegnimento dell’area a caldo dell’acciaieria ex-Ilva di Taranto, entro 60 giorni, perché continuava a inquinare. 

Il pronunciamento del Consiglio di Stato è quello definitivo da parte della giustizia amministrativa.

Il gruppo ArcelorMittal, che gestisce gli stabilimenti, aveva impugnato l’ordinanza del TAR davanti al Consiglio di Stato, che il 19 febbraio aveva respinto la richiesta della multinazionale di sospendere la decisione di spegnere l’area a caldo dell’acciaieria. La decisione del Consiglio di Stato che avrebbe dovuto confermare o meno la sentenza del TAR era attesa per il 13 Maggio, tuttavia quel giorno era stato annunciato che l’organo giudiziario avrebbe necessitato di altro tempo per esaminare la questione, rimandando il tutto di alcune settimane. E così è stato.

La sentenza del Tar arriva al culmine di un lungo intreccio, partito da un’ordinanza del Sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, sulle emissioni inquinanti. Melucci, col suo provvedimento, aveva disposto che ArcelorMittal Italia e Amministrazione Straordinaria dovessero determinare le fonti inquinanti e rimuoverle. Il provvedimento era stato impugnato, ma il TAR aveva in sostanza convalidato le ragioni di fatto e di diritto dell’ordinanza.

I giudici di Palazzo Spada, invece, hanno ritenuto che il potere di ordinanza del Sindaco fosse stato esercitato in assenza dei presupposti di legge, non comparendo la sussistenza di «fatti, elementi o circostanze tali da evidenziare e provare adeguatamente che il pericolo di reiterazione degli eventi emissivi fosse talmente imminente da giustificare l’ordinanza contingibile e urgente, oppure che il pericolo paventato comportasse un aggravamento della situazione sanitaria in essere nella città di Taranto, tale da indurre ad anticipare la tempistica prefissata per la realizzazione delle migliorie» dello stabilimento, come si legge testualmente, fra le 60 pagine della sentenza.

Questa pronuncia del Consiglio di Stato non è tuttavia di pertinenza di un’altra richiesta di spegnimento dell’ex Ilva, avanzata invece dalla Corte d’Assise di Taranto il 31 maggio, nell’ambito delle sentenze di primo grado del processo “Ambiente svenduto”, in merito alle irregolarità nel controllo ambientale dell’acciaieria. La Corte d’Assise aveva disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’acciaieria, che però per ora resteranno operativi sino al giudizio finale della Corte di Cassazione.

La sentenza era attesa per dare impulso all’ingresso dello Stato nel gruppo siderurgico. 

E non si è fatta attendere, a tal proposito una nota del Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti: «Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone. L’obiettivo è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del Pnrr recentemente approvato». 

L’accordo siglato il 14 Aprile fra Invitalia, società controllata dal ministero dell’Economia, e Am InvestCo Italy, holding della multinazionale ArcelorMittal, aveva creato una partnership pubblico-privato per il rilancio del gruppo siderurgico. L’intesa si è perfezionata con la sottoscrizione di un aumento di capitale per 400 milioni di euro da parte di Invitalia, che diventa così socio con una partecipazione del 38% del capitale azionario e con  il 50% dei diritti di voto. Entro maggio 2022 ci sarà un secondo investimento nel capitale fino a 680 milioni sempre da parte di Invitalia, portando la partecipazione della società pubblica nel capitale di Acciaierie d’Italia al 60%, mentre Arcelor Mittal dovrà investire fino a 70 milioni per mantenere una partecipazione pari al 40%, con il controllo congiunto sulla società. 

L’accordo accennava ad un assetto ibrido della produzione, introducendo, accanto agli altiforni, un’acciaieria elettrica, operativa nella metà del 2024. Si raggiungerà, per quella data, una produzione complessiva di 7 milioni di tonnellate/anno di acciaio, di cui 2,5 milioni sviluppate con il ciclo elettrico. Nel 2025 è programmata una produzione complessiva di 8 milioni di tonnellate che ne rappresenterà l’assetto stabile. 

Ma, fino ad allora, le sorprese sono dietro l’angolo, c’è da scommetterci.

https://espresso.repubblica.it/economia/2021/06/14/news/ilva_dati_nascosti_e_conti_segreti_cosi_il_governo_ha_comprato_al_buio-305966373/

https://espresso.repubblica.it/inchieste/2021/06/11/news/ilva_perche_rischia_di_saltare_il_salvataggio_miliardario_a_spese_dello_stato-305309643/