La Redazione https://www.laredazione.net/inchieste/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Fri, 04 Sep 2026 18:10:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.1 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png La Redazione https://www.laredazione.net/inchieste/ 32 32 Polinesia Francese: un sogno ormai infranto? https://www.laredazione.net/polinesia-francese-un-sogno-ormai-infranto/ Fri, 04 Sep 2026 13:47:48 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12358 Ecco il reportage, realizzato pochi giorni fa dalla fotoreporter Dania Ceragioli, negli arcipelaghi dell’Oceano Pacifico Meridionale. Dietro le immagini digitali e le fotografie patinate che immortalano […]

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Ecco il reportage, realizzato pochi giorni fa dalla fotoreporter Dania Ceragioli, negli arcipelaghi dell’Oceano Pacifico Meridionale.

Dietro le immagini digitali e le fotografie patinate che immortalano bungalow sospesi su lagune trasparenti, la Polinesia Francese custodisce una dimensione quotidiana radicalmente diversa, lontana dai cliché del paradiso tropicale intatto. L’arcipelago, trainato dall’isola principale di Tahiti, accoglie ogni anno flussi considerevoli di viaggiatori: i bollettini ufficiali dell’Istituto di Statistica della Polinesia Francese (ISPF) documentano che nel corso del 2025 il territorio ha registrato oltre 281.000 turisti, segnando un incremento del 6,6% rispetto all annualità precedente. Tuttavia, questa imponente macchina economica convive con profonde faglie sociali che emergono con evidenza nei sobborghi della capitale Papeete. 

Contraddizioni urbane emarginazione, salute e disuguaglianze 

Esplorando il tessuto urbano periferico, l’idillio lascia spazio a criticità strutturali rilevanti. Nei quartieri meno frequentati dai vacanzieri si osserva una progressione allarmante di individui senza fissa dimora, una problematica un tempo marginale nelle comunità tradizionali fondate sulla fitta rete della solidarietà parentale. Accanto a tale disagio abitativo si staglia l’emergenza sanitaria legata alle dipendenze: sebbene le sostanze stupefacenti di sintesi rappresentino una minaccia mondiale monitorata con apprensione nei territori d’oltremare, la popolazione locale fa i conti con l’abuso di alcol e con un’incidenza dell’obesità tra le più elevate del pianeta. Le rilevazioni mediche territoriali indicano che oltre il quaranta per cento degli adulti soffre di sovrappeso grave, un paradosso alimentare causato dall’importazione massiccia di generi industriali a basso costo che hanno progressivamente soppiantato la dieta autoctona a base di risorse marine e vegetali fresche.

Nuovi residenti e il caro-affitti: l’esperienza dei pensionati francesi

Il mito polinesiano attrae però anche chi decide di compiere una scelta radicale di vita a lungo termine. Alcuni cittadini francesi incontrati sul posto, desiderosi di abbandonare la frenesia metropolitana europea, hanno scelto di trascorrere qui gli anni della pensione, coronando il sogno di una vecchiaia esotica. Le loro testimonianze confermano comunque una realtà economica complessa e caratterizzata da costi esorbitanti: il costo della vita è elevatissimo a causa della fortissima dipendenza dalle importazioni dalla madrepatria, e gli affitti per le abitazioni stabili arrivano a toccare e superare la soglia di circa 1.600 euro al mese persino per soluzioni abitative non lussuose. 

Mercato – Papeete

Il modello in crisi: flussi in calo e prospettive future 

In aggiunta alle tensioni interne, il modello economico basato unicamente sul turismo d’élite manifesta evidenti segnali di vulnerabilità. Negli ultimi mesi il comparto ha accusato una flessione sensibile dei mercati storici: i turisti europei, stretti nella morsa dell’inflazione e del caro-voli, insieme a quelli americani, tradizionalmente il bacino principale per i resort di lusso a Bora Bora e Moorea, riducono la durata dei soggiorni o preferiscono mete alternative. La distanza geografica siderale e la congiuntura internazionale impongono pertanto una riflessione profonda: l’arcipelago fatica a reggere uno sviluppo sbilanciato che arricchisce pochi operatori esterni lasciando irrisolti i divari interni, trasformando il sogno del Pacifico in un severo banco di prova per la sostenibilità futura.

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Pablo Escobar: Medellín sceglie il silenzio https://www.laredazione.net/pablo-escobar-medellin-sceglie-il-silenzio/ Wed, 02 Sep 2026 14:35:15 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12340 L’ordine non scritto si diffonde tra i tornanti delle comunas con la forza di una legge di Stato: il nome del “patron del male” non deve […]

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L’ordine non scritto si diffonde tra i tornanti delle comunas con la forza di una legge di Stato: il nome del “patron del male” non deve più salire alle labbra di chi guida un taxi o accompagna un visitatore. A Medellín, chi chiede di raggiungere il piccolo museo privato e – illegale-  gestito da Roberto Escobar, fratello maggiore del boss Pablo Emilio Escobar Gaviria, ed ex contabile del cartello, incrocia lo sguardo severo del conducente e riceve un netto rifiuto. La metropoli colombiana sceglie di chiudere i conti con la propria ombra, e trasforma il rifiuto della memoria in una strategia di sopravvivenza collettiva.

La svolta di una metropoli che rifiuta il proprio spettro

Nelle stazioni della metropolitana e lungo i viali di El Poblado, la parola d’ordine resta una sola: smantellare l’industria della nostalgia criminale. Le agenzie turistiche istituzionali hanno depurato gli itinerari da ogni tappa legata alle gesta del narcotrafficante, mentre le autorità municipali hanno incrementato i controlli sulle attività clandestine che speculavano sul mito del bandito generoso.

I conducenti di auto pubbliche rappresentano la prima linea di questa resistenza culturale. Gran parte della categoria ricusa apertamente le corse dirette ai luoghi di pellegrinaggio del narco-turismo, come la tomba del “barone della droga”. Chi cerca gadget, magliette con il volto del boss o aneddoti sulla latitanza incrocia una barriera d’orgoglio e un silenzio ostinato, interrotto soltanto dal desiderio di mostrare il nuovo volto industriale e tecnologico della regione.

Il Messia del terrore: la figura del Patrón e gli anni di piombo

L’atteggiamento della metropoli riflette l’eredità ingombrante di Pablo Emilio Escobar Gaviria: un personaggio oscuro e complesso che ha lastricato la propria ascesa con una scia di sangue rimasta impressa nella storia della Colombia. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta, il Cartello di Medellín arrivò a controllare fino all’80% del traffico internazionale di cocaina, e accumulò una ricchezza stimata in circa 30 miliardi di dollari al culmine del proprio potere. Escobar non fu un semplice narcotrafficante, ma l’architetto di una narco-politica spietata: edificò il quartiere Pablo Escobar donando oltre 400 abitazioni ai senzatetto della discarica di Moravia per garantirsi omertà e consenso sociale, mentre sul fronte opposto scatenava una guerra feroce contro lo Stato colombiano.

I primi anni Novanta rappresentarono l’apice degli “anni di piombo” sudamericani. Escobar inventò il fenomeno dei sicarai reclutando oltre 6.000 giovani nelle periferie svantaggiate, mise una taglia sulla testa di ogni agente di polizia e piazzò centinaia di autobombe in piazze, centri commerciali e sedi di giornali. Nel 1991, anno di massima violenza prima della sua resa temporanea nella prigione-dorata de La Catedral, Medellín toccò il tragico record mondiale di 381 omicidi ogni 100.000 abitanti, con una scia di circa 7.500 vittime in soli dodici mesi. Un massacro quotidiano che ha spezzato una generazione di colombiani.

Demolizioni simboliche e riscatto sociale

La reazione della città ha intrapreso una strada drastica nel febbraio del 2019, con la demolizione dell’Edificio Mónaco, la storica residenza bunker del boss nel quartiere Santa María de los Ángeles. Le cariche di tritolo hanno sbriciolato l’immobile per fare spazio al Parque Inflexión, un parco della memoria dedicato unicamente alle vittime e alle forze dell’ordine cadute nella lotta al cartello.

L’operazione di pulizia d’immagine punta a valorizzare le opere di rigenerazione urbana che hanno reso Medellín un modello globale di struttura sociale: le funivie del Metrocable che collegano le zone collinari al centro cittadino, le scale mobili della Comuna 13 e i parchi biblioteca edificati nei quartieri un tempo inaccessibili. La convivenza con il passato rimane tuttavia un equilibrio fragile tra la volontà delle istituzioni di dimenticare e la presenza di sacche di marginalità dove la figura del Patrón riceve ancora qualche isolata idealizzazione.

Il peso invisibile dei ricordi

Mentre le guide autorizzate mostrano con orgoglio i murales della rinascita e i laboratori di artigianato locale, tra le mura domestiche la memoria resta una questione intima e dolorosa. Per chi ha vissuto gli anni dei sequestri e dei lutti, il riscatto della città passa dal rispetto delle vittime, non dalla curiosità dei turisti.

Tra i vicoli dove un tempo regnava la paura, un anziano venditore di frutta riassume la convinzione di un popolo intero con poche parole pronunciate a voce bassa:

“Medellín no es Escobar”.

Il rilancio di Medellin non si misura nei decreti di divieto o nella demolizione dei palazzi del potere criminale, ma la si può trovare negli sguardi fieri dei ragazzi che oggi camminano per strada senza un’arma in pugno, determinati a dimostrare che la loro storia merita un finale diverso da quello scritto con il sangue.

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La macchina della morte del regime iraniano contro il dissenso https://www.laredazione.net/la-macchina-della-morte-del-regime-iraniano-contro-il-dissenso/ Wed, 12 Aug 2026 07:54:05 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12284 Un cuore disegnato con le mani prima dell’impiccagione. Non ci sono parole per descrivere il coraggio di Abolfazl Sepahi. Pochi istanti prima di essere impiccato, si […]

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Un cuore disegnato con le mani prima dell’impiccagione. Non ci sono parole per descrivere il coraggio di Abolfazl Sepahi. Pochi istanti prima di essere impiccato, si è tolto la benda dagli occhi e sollevando le mani ha formato un cuore. Un gesto silenzioso diventato simbolo di dignità e onore di fronte alla repressione. È il 28 luglio. In piazza Alikhani, a Isfahan, il regime della Repubblica islamica si prepara a eseguire la condanna a morte di due giovani detenuti, Abolfazl Sepahi (23 anni) e Amirhossein Safari (29 anni), arrestati in relazione alle proteste del gennaio 2026.

Già nella notte la gru destinata all’esecuzione pubblica era arrivata in piazza Alikhani. Per gli iraniani, questi mezzi rappresentano un simbolo ormai tristemente familiare. Quando una gru viene posizionata di notte in un luogo simbolo delle proteste o teatro di arresti, il suo significato è inequivocabile: qualcuno sta per essere impiccato. I cittadini però non sono rimasti inermi. Non appena hanno visto arrivare il mezzo, sono scesi coraggiosamente in strada per protestare contro le esecuzioni.

Il regime, riconfermando la sua natura repressiva, ha provato a soffocare anche quella protesta dispiegando una massiccia presenza di forze di sicurezza nella piazza fin dalle ore precedenti all’esecuzione. Un clima di pesante militarizzazione, documentato anche dai video raccolti e diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani, tra cui Hrana.

Nonostante la massiccia presenza delle forze di sicurezza, i cittadini sono rimasti. Mentre Amirhossein Safari e Abolfazl Sepahi venivano impiccati, dalla folla si sono levate grida di protesta. Per disperdere i manifestanti gli agenti sono intervenuti, dando luogo a violenti scontri. Dai filmati diffusi si vedono le forze di sicurezza inseguire i cittadini anche nei vicoli circostanti la piazza e sparare. Le organizzazioni per i diritti umani riferiscono che gli agenti hanno represso con violenza i cittadini riuniti, causando numerosi feriti e procedendo a diversi arresti.

Queste violenze e aggressioni contro cittadini inermi mostrano come il regime iraniano abbia ormai superato ogni limite. Ed è difficile sostenere il contrario. Dopo il massacro di gennaio, in cui migliaia di persone sono state coinvolte nella repressione e numerosissimi civili hanno perso la vita durante le proteste, quali misure realmente incisive sono state adottate dai Paesi, ad esempio, dell’Unione Europea? La percezione, per molti iraniani anti-regime, è che la sistematica violazione dei diritti umani continui a non trovare una risposta internazionale proporzionata alla sua gravità.

Perfino gli appelli di qualche giorno prima dell’ONU e della relatrice speciale Mai Sato, sono stati inascoltati. Perché? Il 23 luglio, la Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite per l’Iran ha urgentemente chiesto alle autorità iraniane di fermare immediatamente tutte le esecuzioni, e di istituire una moratoria sull’uso della pena di morte. La Missione ha esortato inoltre le autorità a fermare l’imminente esecuzione di 10 giovani condannati a morte per il loro presunto coinvolgimento nelle proteste dell’8 gennaio a Isfahan. Il 27 luglio, in un messaggio pubblicato su X, invecela Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, Mai Sato, aveva lanciato un allarme sul rischio imminente di esecuzione per gli imputati del caso di piazza Alikhani. Il giorno successivo, l’avvertimento si è tragicamente concretizzato con l’impiccagione dei due giovani detenuti.

Questa critica è, in qualche modo, contenuta anche nel comunicato di Amnesty International pubblicato il giorno dopo le esecuzioni di Sepahi e Safari. «Le autorità iraniane stanno scatenando un’orribile ondata di esecuzioni e condanne a morte per punire e reprimere il dissenso e proiettare un’immagine di forza e controllo assoluto dopo la rivolta popolare di gennaio e in mezzo agli attacchi in corso da parte delle forze statunitensi e israeliane. […] La risposta contenuta della comunità internazionale incoraggia le autorità iraniane a continuare la loro devastazione mortale. Gli Stati membri dell’ONU devono intraprendere un’azione diplomatica coordinata e urgente per spingere le autorità iraniane a fermare ulteriori esecuzioni. Devono porre la crisi dei diritti umani e dell’impunità dell’Iran in cima alla loro agenda, sostenere la creazione di un meccanismo internazionale di giustizia indipendente per l’Iran ed esortare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a sottoporre la situazione in Iran alla Corte Penale Internazionale».

Tra il 19 marzo e il 5 agosto, sono almeno 56 le persone giustiziate con l’accusa di reati legati alla sicurezza nazionale di cui 27 in casi connessi alle proteste antigovernative che hanno attraversato il Paese nel mese di gennaio. A riferirlo è stato Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Questi dati mostrano come il regime stia potenziando la repressione per soffocare ogni forma di dissenso, fino a colpire un’intera generazione nel tentativo di preservare il proprio potere. Già la scorsa estate Iran Human Rights Monitor, attraverso il report Is a Human Catastrophe Unfolding in Iran’s Prisons? aveva avvertito come al termine del conflitto di Giugno del 2025, il regime della Repubblica islamica avesse intensificato l’eliminazione fisica dei detenuti. Secondo gli esperti, la dittatura teocratica starebbe appunto adottando un modus operandi analogo a quello impiegato durante il massacro del 1988, quando migliaia di prigionieri politici, perlopiù membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano, furono impiccati in meno di tre mesi, in segreto e senza aver avuto accesso a un’adeguata assistenza legale.

La pedagogia della paura: il regime iraniano e le esecuzioni pubbliche davanti ai bambini

È la fine di agosto del 2013. In un villaggio di Kelashlulem, Mehran, un bambino di appena 12 anni decide di imitare un’impiccagione pubblica. Quella che doveva essere una simulazione fatta per gioco si trasforma in una tragedia. Mehran stava giocando con il fratellino di 8 anni e aveva deciso di inscenare un’esecuzione. Bastarono pochi minuti: una corda lanciata oltre un lampione, un piccolo carrello usato come pedana, il cappio stretto attorno al collo. Il fratellino, ignaro delle conseguenze, spostò il carrello. Mehran morirà poco dopo.

Quando la pena di morte diventa uno spettacolo, il suo linguaggio finisce per insinuarsi perfino nei giochi dei bambini, ed è proprio questo lo scopo del regime: normalizzare la violenza. Circa dieci anni prima, il 26 marzo 2002, nel centro di Isfahan, un uomo viene impiccato in pubblico: il luogo dell’esecuzione è situato nei pressi di una scuola primaria. Ad assistere alla scena sono circa 250 bambini, tra i 7 e gli 11 anni. Non si tratta di una tragica coincidenza, ma dell’ennesima dimostrazione di una strategia deliberata del regime: infondere la sua cultura violenta nei bambini e trasformare la morte in uno spettacolo pubblico per farne uno strumento di intimidazione.

«Ricordi intrusivi e angoscianti dell’evento, incubi ricorrenti, forte disagio di fronte a situazioni che richiamavano l’esecuzione, evitamento di luoghi e pensieri associati al trauma, perdita di interesse per le attività quotidiane, difficoltà nelle relazioni, irritabilità, ipervigilanza e reazioni di allarme accentuate» questi i principali sintomi che si sono manifestati nei bambini che hanno assistito all’impiccagione. A rivelarlo è stato uno studio pubblicato nel 2006 sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD), condotto su 200 bambini di età compresa tra 7 e 11 anni che avevano assistito all’impiccagione pubblica vicino alla loro scuola. Gli effetti sui bambini della morte in diretta è una tra le più tragiche conseguenze della cultura delle impiccagioni pubbliche che continua a permeare la Repubblica islamica.

Il terrore non si diffonde soltanto attraverso la violenza delle esecuzioni, ma anche tramite i simboli che le accompagnano. Oggetti apparentemente ordinari, nel contesto di un’impiccagione, assumono un significato completamente diverso e finiscono per diventare richiami permanenti al trauma. La loro presenza nella vita quotidiana può riattivare ricordi dolorosi e alimentare un senso costante di paura.

È il caso della gru. In Iran, infatti, per molte impiccagioni pubbliche viene utilizzata una gru da cantiere. In un recente filmato diffuso sui social da NCRI Women’s Committee e girato in Iran, una ragazza riprende una gru che attraversa una strada trafficata. Al suo passaggio si sentono donne piangere e urlare. La giovane spiega il motivo di quella reazione: «Questa è la stessa gru che ieri il regime dei mullah ha usato per impiccare pubblicamente Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari, due giovani che avevano preso parte alla rivolta del gennaio 2026». Poi aggiunge:

Se da un lato il regime ricorre alle esecuzioni pubbliche per terrorizzare la popolazione, trasformando le impiccagioni in uno strumento di intimidazione e di controllo, dall’altro ne nasconde la reale portata attraverso le esecuzioni segrete. In questi casi i familiari non vengono informati, viene loro negato l’ultimo saluto e spesso non viene nemmeno rivelato il luogo di sepoltura. Secondo il diritto internazionale queste pratiche costituiscono gli elementi essenziali del reato di esecuzione segreta. È anche per questo che la reale dimensione della repressione resta in gran parte invisibile: nel 2025 almeno 1.526 esecuzioni, pari a oltre il 93% del totale documentato, non sono mai state annunciate dalle autorità iraniane, ha informato Iran Human Rights.

Questa sistematica segretezza rende impossibile conoscere il numero reale delle persone impiccate. La verifica viene inoltre ostacolata dal rigido controllo e censura esercitato dalle autorità iraniane sui media e dal rischio di persecuzione per chi denuncia violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, le organizzazioni indipendenti (come ad esempio Iran Human Rights), riescono a documentare le esecuzioni attraverso una verifica di due o più fonti autonome e, quando possibile, anche mediante prove fotografiche.

Il “caso di Piazza Alikhani”.

È l’8 Gennaio 2026 migliaia di persone si radunano nell’area di Piazza Alikhani per protestare contro il regime. La risposta delle forze di sicurezza è immediata: aprono il fuoco sui manifestanti, uccidendo diversi residenti della città e dando avvio a una vasta operazione repressiva che porta all’arresto di decine di persone. Secondo quanto riportato da Iran Human Rights Society, la repressione segue la morte di quattro membri del Basij avvenuta nella stessa notte a Isfahan. Per questo episodio vengono arrestate almeno 59 persone, accusate di reati quali moharebeh (“inimicizia contro Dio”), efsad-fil-arz (“corruzione sulla Terra”) e coinvolgimento in un omicidio. Tra gli arrestati figurano anche dodici giovani, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, che al termine delle indagini verranno condannati a morte, mentre gli altri ventitré imputati riceveranno pene detentive comprese tra cinque e dieci anni. Le accuse e le condanne sono state emesse al termine di procedimenti definiti da numerose organizzazioni per i diritti umani come “processi farsa”, caratterizzati da gravi violazioni delle garanzie fondamentali, tra cui il diritto all’assistenza legale, alla difesa e a un giusto processo.

«Molti degli imputati coinvolti in questo caso non hanno nemmeno beneficiato di un processo equo. Le udienze, svolte per telefono o in videoconferenza direttamente dal carcere, si sono tenute senza la presenza di un avvocato, né di fiducia né d’ufficio. Gli imputati si trovavano soli in una stanza, sorvegliati da due guardie, mentre il giudice era collegato da remoto», ha riferito una fonte informata a Iran Human Rights. IHRNGO comunica inoltre che i detenuti sarebbero stati sottoposti a interrogatori e torture per periodi compresi tra uno e tre mesi.

La mattina del 18 luglio 2026, con un pretesto ingannevole, i 12 detenuti di questo caso sono stati prelevati dal reparto generale del carcere di Dastgerd, a Isfahan, e messi in isolamento. Un provvedimento di questo tipo è spesso considerato un segnale che può precedere un’esecuzione imminente. Purtroppo, quei timori si sono rivelati fondati.

Il giorno dopo, il 19 luglio, Erfan Esfandiari (19 anni) e Gol-Mohammad Mohammadi (23 anni), sono stati impiccati. Meno di dieci giorni dopo, all’alba di martedì 28 luglio, le autorità del regime iraniano hanno giustiziato pubblicamente Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari; ricordiamo che quest’ultimo aveva una disabilità a una mano. Un dettaglio tutt’altro che marginale, che mostra come la repressione del regime non risparmi nessuno, colpendo indiscriminatamente anche le persone più vulnerabili.

Quel giorno ad essere impiccato doveva essere anche Alireza Sepahi, 25 anni e cugino di Abolfazl. Un improvviso malore ha però costretto le autorità a interrompere l’esecuzione e a trasferirlo in ospedale. L’organizzazione Hrana ha comunicato che ha subito un ictus poco prima di essere trasferito per l’esecuzione della condanna a morte, altri, tra cui Iran Human Rights, riferiscono invece che sarebbe stato colpito da un infarto. Dopo aver ricevuto le cure mediche in ospedale è stato ricondotto nel carcere di Dastgerd. Il ritorno in prigione di Alireza Sepahi ha intensificato le preoccupazioni della sua famiglia sia sulla sua condizione fisica che sul suo destino.

Gli altri detenuti coinvolti nel “caso di Piazza Alikhani” si trovano tuttora nel braccio della morte e rischiano di essere giustiziati da un momento all’altro. Come abbiamo scritto nel nostro appello de LaRedazione, non possiamo dimenticarci di loro. Sono: Shervin Bagherian (19 anni), Abolfazl Ebrahimi (19 anni), Amirhossein Maleki (20 anni), Ali Dashti (20 anni), Amirhossein Ebrahimi Analoujeh (20 anni), Ghaem Hosseini (21 anni), Alireza Raeisi (22 anni).

La macchina della pena di morte contro il dissenso: altre storie di detenuti e detenute a rischio

Il caso Alikhani non è l’unico procedimento in cui più individui imputati in un medesimo caso sono a rischio esecuzione. Tra i casi che destano maggiore preoccupazione vi è quello dei giovani arrestati in seguito alle proteste avvenute nella città di Shandiz tra l’8 e il 9 gennaio 2026. Secondo Iran Human Rights Society i procedimenti giudiziari nei confronti di almeno otto giovani arrestati durante quelle manifestazioni sono entrati in una fase critica. Mehdi Zarif è già stato condannato a morte, mentre Ali Zaghi rischia di ricevere a breve una sentenza capitale.

Mehdi Zarif, residente a Shandiz, è stato condannato per moharebeh e accusato anche in base alla legge contro lo spionaggio e la cooperazione con Stati ostili. Secondo IHRS, tuttavia, la sentenza non presenta prove di contatti con governi stranieri o attività di spionaggio e si basa principalmente sulla sua partecipazione alle proteste. A destare particolare allarme è ora la convocazione della famiglia per una “visita finale”, che fa temere un’esecuzione imminente e senza preavviso. Come già avvenuto per altri casi, le autorità di sicurezza del regime hanno esercitato forti pressioni affinché il caso non ricevesse attenzione mediatica.

Il medesimo ricatto al silenzio è stato imposto anche alla famiglia di Mahnaz Chardoli, giovane detenuta nel carcere di Evin arrestata e condannata in relazione alle recenti proteste. Chardoli è stata condannata a morte dalla Sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran, presieduta dal giudice della morte Abolghassem Salavati, insieme al suo fidanzato, Mehdi Nazer. Il caso di Chardoli richiama l’attenzione su un fenomeno sempre più evidente: il crescente numero di donne nel braccio della morte. Le autorità iraniane sembrano considerare il protagonismo femminile nel movimento di protesta e di opposizione una minaccia diretta al regime. Oltre a Chardoli, tra le detenute condannate a morte in relazione alle manifestazioni di gennaio, ci sono Maryam Hodavand, 45 anni e madre di due figli e Bita Hemmati, arrestata con il marito Mohammadreza Majidi Asl: sebbene la Corte Suprema abbia annullato la loro condanna a morte, il processo è stato rinviato e la coppia continua a rischiare una nuova sentenza capitale.

A queste si aggiungono altre prigioniere politiche attualmente a rischio di esecuzione. Tra i casi che destano maggiore allarme vi è quello di Arghavan Fallahi, 25 enne sostenitrice dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Era il 25 gennaio 2025 quando Arghavan fu arrestata dalle forze di sicurezza nella sua abitazione a Parand e trasferita nei reparti di massima sicurezza del carcere di Evin, inclusi il 209 e il 241. Secondo quanto riferito dai suoi familiari, quel periodo è stato segnato da interrogatori ripetuti, torture fisiche e psicologiche, privazione di ogni comunicazione e pressioni costanti affinché rilasciasse confessioni forzate da utilizzare contro di lei nel processo. Oltretutto, durante la detenzione, Fallahi sarebbe stata privata dei farmaci necessari per curare e trattare la patologia cronica di cui soffre. È il 1° luglio 2026 quando viene condannata a morte con l’accusa di baghy (“ribellione armata”) per appartenenza ai PMOI/MEK. La sua condanna si inserisce nella repressione che dal 2022 colpisce la famiglia Fallahi, iniziata con l’arresto di Arghavan, del padre Nasrollah Fallahi (già prigioniero politico negli anni ’80), del fratello e di Parvin Mir’asan. Tra le donne condannate a morte vi è anche Zahra Shahbaz Tabari, ingegnera di 67 anni, residente a Rasht. Arrestata nell’aprile 2025 dopo che gli agenti di sicurezza fecero irruzione nella sua abitazione senza alcun mandato, la casa fu perquisita e le vennero sequestrati i telefoni e il computer portatile di un familiare. Accusata di baghy per appartenenza ai Mojahedin del Popolo Iraniano, è stata condannata a morte nell’ottobre 2025 al termine di un processo durato appena dieci minuti, avvenuto in videoconferenza e senza la presenza del suo avvocato di fiducia. Zahra Shahbaz Tabari è stata nuovamente condannata a morte a fine maggio 2026.

Nasimeh Eslamzehi, appartenente all’etnia baluca, era incinta quando è stata arrestata. Sua figlia Tasnim è nata in carcere e dopo 40 giorni di isolamento sono state separate. Nasimeh, che ha un altro figlio, è stata condannata a morte nel 2025 con accuse di moharebeh e presunta appartenenza allo Stato Islamico. Il caso di Nasimeh Eslamzehi è considerato emblematico della repressione esercitata dal regime contro le minoranze etniche e religiose, una persecuzione denunciata recentemente anche dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite, Mai Sato. La stessa strategia repressiva colpisce anche i curdi. Ne sono un esempio i casi di Varisheh Moradi e Pakhshan Azizi: Moradi, attivista politica curda, impegnata nella lotta contro l’ISIS nel Kurdistan siriano (Rojava) e sostenitrice dei diritti delle donne, rischia una nuova condanna a morte dopo che la Corte Suprema ha disposto un nuovo processo; Azizi, invece, resta tuttora nel braccio della morte.

“Sono stata impiccata molte volte dagli interrogatori”, così scriveva Pakhshan Azizi in una lettera dal carcere. Giornalista, assistente sociale e attivista kurda, Pakhshan Azizi è detenuta nella prigione di Evin dall’Agosto 2023. Durante la detenzione, denuncia nella lettera, è stata sottoposta a continui interrogatori, molestie e torture fisiche e psicologiche. Per lunghi periodi le è stato inoltre impedito qualsiasi contatto con la famiglia e con i propri avvocati, aggravando ulteriormente il suo isolamento. A fine luglio 2024 le è stata notificata la sentenza di condanna a morte con l’accusa di baghy. Negli anni precedenti al suo arresto, Azizi aveva dedicato la propria vita all’assistenza delle vittime dei conflitti. Aveva operato nel Kurdistan iracheno e in quello siriano, offrendo sostegno ai rifugiati e alle comunità devastate dalle violenze dell’ISIS.

Ma non serve essere oppositrici politiche per essere condannate a morte in Iran. Dall’inizio dell’anno almeno 20 donne, molte delle quali al di sotto dei 30 anni, sono state giustiziate dalle autorità della dittatura della Repubblica islamica.

Tra gli le ultime esecuzioni vi è quella di Marzieh Nayyeri, di appena 24 anni, giustiziata all’alba dell’8 agosto nel carcere centrale di Qazvin. Marzieh Nayyeri proveniva da un villaggio situato tra Qazvin e Karaj. Sei anni prima, quando aveva solo 17 anni, fu costretta al matrimonio. Secondo le informazioni disponibili, il marito faceva spesso uso di droghe e alcol. Cinque anni fa, all’inizio di ottobre, quando Marzieh aveva 18 anni, suo marito e un suo socio in affari tentarono di aggredirla. Marzieh, per difendersi, li accoltellò, uccidendo il marito: per questo è stata condannata per “omicidio premeditato” e alla pena capitale. Al momento della stesura di questo articolo i media statali iraniani e le autorità giudiziarie non hanno annunciato pubblicamente l’esecuzione. Una settimana prima, nel carcere di Yasuj, era stata giustiziata Mahtab Shir-Mohammadi, una madre di 32 anni. La donna, originaria di Tabriz, era stata arrestata tre anni fa con l’accusa di omicidio e successivamente condannata a morte.
Voglio qui ricordare anche, Meysam Irandegani, un giovane di etnia baluca di 18 anni, e che aveva 14 anni al momento del presunto reato. La sua esecuzione è stata eseguita all’alba del 21 luglio, a dimostrazione di come, nella repressione del regime, neppure la minore età costituisce una tutela dalla pena capitale.

Oltre il rischio di esecuzione, nelle carceri iraniane la violenza contro i prigionieri politici continua a essere accompagnata da isolamento, trasferimenti arbitrari e sparizioni di cui le autorità non forniscono spiegazioni. La mattina dell’8 agosto, circa 50 agenti delle guardie hanno fatto irruzione nella sala 4 del reparto 7 del carcere di Evin, picchiando diversi prigionieri e distruggendo o confiscando parte dei loro effetti personali. Durante l’incursione, i prigionieri politici Amir Hossein Moradi e Hassan Amidi sono stati prelevati e trasferiti in un luogo sconosciuto. Qualche giorno prima, il 1° agosto, sempre nello stesso reparto, gli agenti aggredirono sei prigionieri politici (tra cui il fratello di Mohammad Taghavi Sangdehi) trasferendoli in un luogo non noto.

Nonostante la macchina della repressione del regime iraniano sia brutale e sanguinaria, non è riuscita a cancellare la richiesta e sete di libertà che attraversa il Paese. Le proteste nelle piazze, gli scioperi dei lavoratori e dei pensionati, le famiglie che continuano a denunciare le ingiustizie e a chiedere la restituzione delle salme dei propri cari uccisi e impiccati, i prigionieri che ricorrono allo sciopero della fame contro le esecuzioni: sono tutti segnali che dimostrano come il terrore non abbia prodotto la resa. Al contrario, la resistenza del popolo iraniano non si è mai spenta.

(Messaggio audio dal carcere di Amir Mohamad Ahmadi, 19 anni, detenuto dall’inizio di gennaio 2026 e condannato a cinque anni di carcere in relazione alle recenti proteste).

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Ucraina: il racconto della dottoressa di Mediterranea https://www.laredazione.net/ucraina-il-racconto-della-dottoressa-di-mediterranea/ Sat, 08 Aug 2026 07:54:01 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12266 In Ucraina si continua a morire per pochi metri di terreno. Dopo oltre quattro anni di guerra, la linea del fronte cambia sempre più lentamente mentre […]

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In Ucraina si continua a morire per pochi metri di terreno. Dopo oltre quattro anni di guerra, la linea del fronte cambia sempre più lentamente mentre la vita di milioni di persone è cambiata ormai per sempre.
Come accade in ogni conflitto che si protrae nel tempo, l’attenzione internazionale è diminuita e quello che resta a far notizia sono per lo più i bombardamenti e i salotti diplomatici nei quali si susseguono promesse di negoziati che faticano a decollare.
Molto meno si racconta, invece, di ciò che la guerra lascia inevitabilmente dietro di sé: milioni di sfollati, vite stravolte, bambini che crescono conoscendo la violenza della guerra, quotidianità sospese. Sono questi gli effetti che ricadono su chi viveva in quelle case, in quei territori dei quali oggi non resta che una linea rossa su una cartina militare.

Perché le guerre non si misurano soltanto osservando una mappa. I loro effetti più profondi raramente coincidono con quella linea del fronte.

Oggi, dopo 1625 giorni, il conflitto è ormai in una fase diversa. Le grandi offensive hanno lasciato spazio al logoramento, lento e costoso e a crescere sono invece gli attacchi contro infrastrutture strategiche e città.

Sono circa 3,7 milioni le persone sfollate all’interno del Paese e quasi 5,8 milioni vivono da rifugiati all’estero. Più di 10 milioni di ucraini continuano ad aver bisogno di assistenza umanitaria e, a giugno, è stato registrato il numero più alto di vittime civili dall’aprile 2022.

Ma dopo oltre quattro anni di conflitto, si può davvero ancora parlare di rifugiati? Dopo quanti giorni è ancora possibile parlare di emergenza e dopo quanti sarebbe più corretto iniziare a parlare di nuova realtà?

“La prima vittima di ogni guerra è la popolazione civile. In Ucraina come in mare il nostro obiettivo è soccorrere le persone” questa la frase che si legge sul sito di Mediterranea Saving Humans ed è da questa visione di continuità che parte la nostra riflessione con la Dottoressa Vanessa Guidi, medica specializzata in Medicina d’Emergenza e Urgenza e responsabile sanitaria del coordinamento Ucraina di Mediterranea.

Nata nel 2018, in un momento di forte scontro politico sulle migrazioni, esattamente cinque anni dopo il tragico anniversario del naufragio di Lampedusa dove 368 persone persero la vita, la Mare Jonio di Mediterranea – prima nave di soccorso civile battente bandiera italiana – salpa per la sua prima missione di monitoraggio e soccorso. Oggi Mediterranea conta oltre quaranta gruppi territoriali e opera, oltre che in mare, anche con equipaggi di terra alle frontiere italiane, in Cisgiordania e in Ucraina.

“Esattamente, cambia il contesto ma non la missione” ci dice la Dottoressa Guidi che porta l’attenzione a come, mentre si urlava all’invasione nel Mediterraneo, in Europa arrivavano 4 milioni di Ucraini in appena 5 settimane. Ci viene spiegato che in quel momento si creò, però, una enorme disparità tra chi veniva fatto entrare e chi no, tra chi aveva un modo per scappare e chi non aveva questa possibilità. “Le frontiere erano aperte ma non per chiunque, è in quel momento che nacque il progetto Safe Passage con l’obiettivo di arrivare in Ucraina con aiuti di diverso tipo e tornare indietro offrendo un passaggio sicuro, appunto, a queste persone. Parallelamente iniziammo a fare pressioni sulle istituzioni politiche italiane ed europee”

Questo era il 2022. In questi anni è cambiato il progetto? Come?

“Si, per diverse ragioni: da una parte perché divenne sempre più difficile far uscire persone dal Paese in quanto aumentarono controlli e restrizioni, dall’altra perché la gente non solo non voleva più uscire ma anzi iniziò una dinamica di rientro. Il grande spostamento è poi diventato quello dalle zone di conflitto verso est, facendo di Leopoli una enorme città rifugio. Il progetto doveva cambiare inevitabilmente”

Nasce così “Med Care”, ci viene raccontato, “con un ambulatorio stabile in città per oltre due anni che poi è diventato un ambulatorio medico mobile. Un progetto che prevede una turnazione di medici, infermieri, psicologi e attivisti. Ogni due mesi facciamo rifornimento di farmaci e beni di vario tipo e partiamo”. La responsabile sanitaria del coordinamento Ucraina prosegue raccontandoci come oggi il lavoro dell’Associazione vada ben oltre il rifornimento di beni e le visite mediche:

“quello che facciamo oggi è una attività sulla società a 360 gradi: dalla salute mentale alla prevenzione passando per la componente sociale. Abbiamo portato con noi la musicoterapia di Music&Resilience e la serigrafia sociale Beeink di Belluno. Facciamo monitoraggio dei campi e il nostro obiettivo è certamente portare aiuti e offrire prestazioni mediche di base e salvavita ma anche creare consapevolezza nelle persone del proprio diritto alla salute cercando di fare da ponte tra loro e un sanitario complesso ma che c’è”.

“Si è creata una vera e propria relazione di fiducia. Le persone ci aspettano e sono stimolate a prendersi cure di sé”
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Come si organizza una missione nel concreto? Dove prendete gli aiuti e quali sono le principali criticità organizzative?

“Prendiamo tutto quello che riusciamo. Van e furgoni ci vengono gentilmente dati in prestito da associazioni locali come parrocchie, Caritas, associazioni. Facciamo cene e incontri per raccogliere fondi e chiediamo a imprese locali di aiutarci con il cibo o quello che serve.”

“Alla fine di ogni missione facciamo il passaggio di consegne dove chi è appena rientrato dice cosa è stato fatto e quello che ha notato che può essere utile per la prossima missione”.

Ovviamente, tra le principali criticità ci sono le due facce di una stessa medaglia: i fondi, sempre più difficili da trovare e i costi sempre maggiori “ad esempio quando è esplosa la crisi in Iran e il costo del carburante è salito notevolmente, per noi è stato un grande problema”.

Con il passare del tempo non è cambiata soltanto la guerra. È cambiato anche il modo in cui viene percepita all’esterno e all’interno. Per questo chiediamo alla Dottoressa se la diminuzione dell’attenzione mediatica sul conflitto ha avuto conseguenze sul progetto.
“Si molto” ci dice lei, continuando “con il calo dell’attenzione è calato anche l’aiuto; si fa più fatica oggi. Un chiaro esempio sono le realtà informali, come alcuni campi profughi nei quali siamo sempre andati e andate per fornire beni e aiuto. Oggi sono costretti a chiudere perché non ci sono più fondi: mancano proprio i pasti”

E sulle persone?

“Decisamente ed è una delle cose più tristi”. Missione dopo missione, Mediterranea ha assistito al passaggio di una popolazione che all’inizio era convinta che la guerra sarebbe finita presto e con una vittoria, oggi, ci racconta la Dott.ssa Guidi, il sentimento dominante è la disillusione.

“Sanno che non torneranno mai più a casa loro, perché non esiste più casa loro. Quello che si percepisce è un senso di abbandono e solitudine. Oramai possiamo parlare di una cronicità della situazione. Potremmo dire che queste persone non sono più profughi di guerra ma i nuovi poveri di Leopoli”.

Anche il rapporto con il pericolo è, ovviamente, cambiato. Le sirene antiaeree, che nei primi mesi svuotavano le strade, oggi vengono spesso ignorate ci racconta Mediterranea.
“Nei rifugi, molte volte, ci siamo soltanto noi che ovviamente lasciamo immediatamente qualunque cosa stiamo facendo per metterci al riparo. Le persone scendono solo quando hanno la percezione che l’attacco sarà particolarmente grave. La guerra è del tutto normalizzata purtroppo”.


“Questo lo si nota molto facilmente nei bambini. Si tratta di bambini che sono cresciuti vedendo solo violenza praticamente e di conseguenza conoscono quello: giocano alla guerra. Quando arriviamo vogliono giocare con noi e ci assaltano facendo finta di spararci. Anche nei loro disegni si vede molto spesso il fuoco o le armi. Li vediamo sempre più agitati. Noi cerchiamo di mostrare loro che esiste una realtà diversa: gli strumenti non sono armi, ma si suonano”

Sostieni le missioni di Mediterranea Saving Humans in Ucraina

Se desideri contribuire concretamente al progetto raccontato in questo articolo, puoi farlo attraverso la raccolta fondi dedicata realizzata in collaborazione con LaRedazione.net:

👉https://donate.mediterranearescue.it/mediterranea-x-redazione-net/

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Dal 2% al 5%. Come funziona la spesa per la difesa https://www.laredazione.net/dal-2-al-5-come-funziona-la-spesa-per-la-difesa/ Sat, 25 Jul 2026 12:54:16 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12238 Prima il 2%, poi il 3,5%, ora è il 5% la quota del PIL destinata alla difesa. Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere un […]

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Prima il 2%, poi il 3,5%, ora è il 5% la quota del PIL destinata alla difesa.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere un vertice NATO dopo l’altro concludersi con un nuovo obiettivo di spesa, puntualmente più ambizioso del precedente. Una percentuale del PIL che i Paesi membri si impegnano a destinare a difesa e sicurezza. Questo trend si è accentuato dal 2022, anno dell’invasione russa in Ucraina.

Quante volte abbiamo sentito parlare di queste percentuali che dividono l’opinione pubblica, accendono proteste e alimentano il confronto politico?

Ma, nel concreto, cosa significano questi numeri e soprattutto, a chi sono destinati questi soldi e di che cifre stiamo parlando?

La richiesta di aumentare la spesa militare europea viene spesso attribuita a Donald Trump. Eppure, questa rappresenta una lettura solo parzialmente corretta del fenomeno. Se è vero che l’attuale presidente degli Stati Uniti ha trasformato il tema in uno dei cardini della propria politica estera, la pressione esercitata sugli alleati europei affinché questi investissero maggiormente nella difesa nasce ben prima del ritorno del Tycoon alla Casa Bianca. Quello che sicuramente è imputabile a Trump è l’aver portato la questione su un nuovo piano, quello dello scontro politico pubblico.

Vi era però un dato che ha reso difficile le contestazioni da parte dei leader europei: nel 2015 gli Stati Uniti sostenevano oltre il 71% della spesa militare complessiva della NATO.

Già prima, quindi, la questione era arrivata ai vertici dell’agenda politica della Casa Bianca e di Bruxelles. Per comprenderne le origini bisogna tornare al 2014, anno dell’annessione della Crimea da parte della Russia. L’episodio segnò una profonda rottura nei rapporti con il Cremlino e spinse la NATO a rafforzare la propria postura sul fianco orientale.

Fu proprio al successivo vertice NATO del Galles, a settembre dello stesso anno, che gli Alleati si impegnarono a destinare quell’ormai famoso 2% del PIL alla difesa.
Nello Studio Ovale sedeva Barack Obama che sostenne apertamente la decisione e lo stesso valse per molti leader europei.

Ma nel concreto, dove finiscono questi soldi?

È qui che potrebbe nascere il primo equivoco. Quando si parla di destinare quote di PIL nazionale alla difesa si potrebbe pensare che gli stati versino quei soldi nelle casse della NATO. Non è così.

L’obiettivo del 2% o del 5% riguarda infatti la spesa nazionale per la difesa. Ogni governo finanzia autonomamente il proprio comparto militare attraverso il Ministero della Difesa. Ma chi riceve realmente questi soldi? Il percorso seguito da queste risorse è molto più articolato di quanto si possa immaginare.

Sono i singoli Paesi a individuare le capacità militari da rafforzare e una volta definite le priorità strategiche vengono avviati programmi di acquisizione pubblica, spesso del valore di miliardi di euro.

È a questo punto che entrano in gioco le grandi industrie della difesa.

Tra i principali beneficiari figurano gruppi europei come Leonardo, Rheinmetall, Airbus Defence & Space, MBDA e Thales, mentre sul versante americano dominano colossi quali Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman e General Dynamics.

Attorno a queste aziende gravita un vero e proprio “ecosistema” di proporzioni enormi che comprende migliaia di piccole e medie imprese, università e centri di ricerca.

Un programma come l’F-35 coinvolge centinaia di fornitori distribuiti in diversi Paesi.

Di quanti soldi stiamo parlando?

Secondo i dati NATO relativi al 2025, i trentadue Paesi dell’Alleanza hanno speso complessivamente circa 1.400 miliardi di dollari in difesa. Con gli USA che hanno continuato a rappresentare la quota maggiore – circa 845 miliardi di dollari – e gli alleati europei assieme al Canada che hanno sfiorato i 560 miliardi.

Le stime pubblicate nel luglio 2026 indicano un’ulteriore crescita della spesa. L’Italia, nello specifico, lo scorso anno ha raggiunto e superato per la prima volta la soglia del 2% del PIL, con circa 45 miliardi di euro investiti. Il governo ha dichiarato che per l’anno in corso, invece, la spesa nazionale destinata alla difesa dovrebbe raggiungere circa il 2,8% del PIL.

Ma questa enorme mole di denaro sta rafforzando davvero l’industria europea?

Ed è proprio qui che emerge uno dei principali paradossi del riarmo europeo.

Negli ultimi anni Bruxelles ha moltiplicato gli strumenti per rafforzare la base industriale della difesa europea, promuovendo acquisti congiunti e incentivando produzione e ricerca. Quando parliamo di autonomia strategica facciamo riferimento al rafforzamento della capacità dell’Europa di produrre autonomamente e di essere, quindi, sempre meno dipendenti da industrie e governi extraeuropei. La realtà, tuttavia, appare più complessa.

L’urgenza di ricostituire rapidamente gli arsenali dopo anni di sotto-investimenti e di sostenere militarmente l’Ucraina ha spinto i governi europei a privilegiare sistemi già disponibili sul mercato ovvero quelli statunitensi arricchendo, quindi, proprio quelle industrie dalle quali cerchiamo di allontanarci per una maggiore autonomia.

Secondo l’analisi della stessa Commissione europea, tra il giugno 2022 e il giugno 2023 circa il 78% degli investimenti per nuovi appalti della difesa effettuati dagli Stati membri è stato destinato a fornitori extra-UE e, di questi, circa il 63% è confluito verso aziende statunitensi.

Bisogna però sottolineare come la dinamica sia in piena evoluzione.

Le aziende europee del settore stanno infatti registrando un aumento senza precedenti.

Gli effetti sono già visibili nei bilanci di questi grandi gruppi. Leonardo, per citare il colosso italiano, ha chiuso il 2024 con 20,9 miliardi di euro di nuovi ordini e un portafoglio commesse superiore ai 44 miliardi, mentre la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un record di 55 miliardi di euro di ordini.

Proprio questi due hanno dato vita, nel 2024, alla joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles (LRMV), partecipata in egual misura da ciascuna azienda, con l’obiettivo di sviluppare e produrre i nuovi veicoli destinati all’Esercito italiano. Si tratta di uno dei più grandi programmi di ammodernamento delle forze terrestri italiane, dal valore stimato di oltre 20 miliardi di euro. Secondo i documenti del progetto, almeno il 60% del valore aggiunto della produzione dovrà essere realizzato in Italia.

Più spesa o più autonomia?

Perché esiste una differenza sostanziale tra aumentare la spesa militare e costruire una vera politica industriale comune della difesa. È proprio su questo terreno che si misurerà il successo o il fallimento del riarmo europeo. Punto centrale resta capire se si continuerà a finanziare le capacità produttive extraeuropee alimentando un paradosso senza pari.

Perché senza una strategia condivisa, miliardi di euro di risorse pubbliche rischiano di tradursi in un semplice aumento della spesa che non si traduce in un reale aumento di quell’autonomia strategica tanto ricercata.

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Contro l’oblio: le storie degli atleti uccisi in Iran dal regime https://www.laredazione.net/contro-loblio-le-storie-degli-atleti-uccisi-in-iran/ Thu, 16 Jul 2026 08:39:26 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12176 Dal calciatore Habib Khabiri al lottatore Navid Afkari, fino ai giovani atleti uccisi nelle proteste del 2026: il volto meno raccontato della repressione del regime della […]

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Dal calciatore Habib Khabiri al lottatore Navid Afkari, fino ai giovani atleti uccisi nelle proteste del 2026: il volto meno raccontato della repressione del regime della Repubblica islamica.

C’è un’immagine che rimarrà sempre impressa nella memoria di chi si occupa di Iran. E non è certo quella della bara del dittatore Khamenei, esibita nell’ennesimo spettacolo propagandistico di un regime che, per restare in piedi, è costretto a reprimere e uccidere ogni forma di dissenso. Le immagini che restano impresse sono altre: le strade e i marciapiedi avvolte nel sangue, con gli schizzi che imbrattano perfino le saracinesche abbassate dei negozi, e le file di sacchi neri contenenti i corpi di chi è stato ucciso per aver gridato alla libertà.

C’è infatti un limite, e c’è una scelta che ogni giornalista può compiere. Una di queste è decidere di non scrivere un pezzo, rifiutarsi di diventare il megafono della propaganda di un regime. O, ancora, scegliere di non fare il reporter in un luogo in cui l’informazione è fortemente sorvegliata e censurata e che impone cosa si può raccontare e cosa, invece, deve essere taciuto e dove gli stessi giornalisti nazionali indipendenti vengono incarcerati o addirittura uccisi. Scegliere cosa raccontare e a cosa dare spazio sono scelte che chiunque si definisca giornalista fa. Ora chi ha dato rilevanza ai funerali show di un dittatore che in decenni ha mandato sulla forca migliaia di cittadini, ma non ha dedicato la stessa attenzione ai massacri, alle esecuzioni e alle torture che il popolo iraniano subisce da oltre 45 anni, è di sicuro un giornalista diverso da coloro che danno voce al popolo: sotto lo stesso nome di giornalismo si celano metodi diversi.

Io, in questo pezzo, scelgo di ricordare altro. Se l’evento funerario di Khamenei è stato usato dal regime iraniano per distogliere l’attenzione sui suoi crimini e rimandare un’immagine di unità inesistente, per rispetto alle sue innumerevoli vittime, personalmente ho scelto di dedicare questo pezzo ai tanti atleti/e uccisi dal regime: cittadine e i cittadini che sono stati arrestati, assassinati e impiccati per il solo fatto di aver espresso un’opinione. Persone che il regime ha cercato di cancellare due volte: prima togliendo loro la vita, poi consegnandole all’oblio. Il fatto di non dimenticare queste vittime e cittadini è il segnale che anche il giornalismo può essere un atto di Resistenza.

Ieri e Oggi: gli atleti perseguitati dal regime della Repubblica islamica

È il 1982: prima di una partita della nazionale iraniana, tutti i giocatori esibiscono il ritratto dell’Ayatollah Khomeini. Tutti, tranne un calciatore: Habib Khabiri. È un gesto silenzioso, ma potente che al regime giunge come uno schiaffo.

Nel Luglio del 1984 Khabiri verrà giustiziato; impiccato dopo un anno di carcere durante il quale il procuratore e i dirigenti della prigione cercarono di costringerlo a rinnegare le proprie idee e le proprie scelte politiche. Khabiri avrebbe potuto salvarsi, ma la “salvezza” aveva un caro prezzo: ripudiare pubblicamente le proprie convinzioni, dichiarare fedeltà alla Repubblica islamica e condannare l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK/PMOI). Khabiri non cedette, e fu ucciso. Aveva 29 anni.

Per anni il regime tentò di cancellarne la memoria, di infangarne la reputazione come aveva fatto (e fa tuttora) con i tanti altri sostenitori del MEK. Eppure Habib Khabiri è sopravvissuto all’oblio, diventando il simbolo dell’atleta che sceglie di non piegarsi e di non mettere il proprio nome al servizio della propaganda di Stato. La sua esecuzione racconta molto della natura della Repubblica islamica: un regime disposto a eliminare chiunque rappresenti una voce libera pur di preservare il proprio potere. La storia di Khabiri dimostra che, per il regime teocratico iraniano, neppure gli atleti e le eccellenze sportive sono al riparo dalla repressione.

È il 19 Marzo del 2026, da poco era trascorso il suo compleanno in cui aveva compiuto 19 anni, quando Saleh Mohammadi, campione iraniano di lotta greco-romana e vincitore di una medaglia di bronzo alla Coppa Internazionale Saytiev di Krasnoyarsk, in Russia, viene impiccato pubblicamente nella città di Qom. Mohammadi viene impiccato per aver partecipato alle proteste nazionali di Gennaio. In quel Paese dove oggi alcuni colleghi ritengono importante assistere e raccontare il funerale di Khamenei, i prigionieri vengono condannati a morte nel giro di poche ore o al massimo settimane. Sono esecuzioni ordinate dagli uomini del dittatore defunto e in nome di un sistema che ha fatto della repressione uno strumento di governo.

Tra le migliaia di corpi avvolti in sacchi neri, simbolo del massacro di Gennaio, vi era anche quello di Zahra Azadpour, calciatrice professionista ed ex compagna di squadra di alcune giocatrici della Nazionale iraniana, uccisa il 9 Gennaio durante le proteste. L’elenco degli atleti uccisi e perseguitati dal regime in questi 47 anni è lunghissimo. La loro sorte non è il risultato di episodi isolati, ma si inserisce in una più ampia strategia di repressione del dissenso, finalizzata a proiettare l’immagine di un Paese compatto, forte e privo di opposizione. Nella Repubblica islamica lo sport funge da vetrina del regime, alimentando il racconto di una nazione unita.

Lo sport in Iran: uno strumento di controllo

Non esiste regime dittatoriale che non utilizzi lo sport come strumento di soft power, sia per consolidare il consenso interno attorno alla propria ideologia, sia per promuoversi e glorificarsi sulla scena internazionale; nel medesimo modo agisce la Repubblica islamica. All’interno di questo sistema, gli atleti vengono ridotti a pedine del potere, costretti a conformarsi ai dettami del regime clericale, pena l’incarcerazione o l’uccisione.

Iran Human Rights Monitor in un recente studio ha rivelato che in Iran lo sport è progressivamente diventato uno strumento di controllo politico, ideologico e securitario, più che un’istituzione autonoma fondata sui principi dell’indipendenza e del merito sportivo. Negli ultimi quarant’anni numerosi atleti sono stati vittime di: esecuzioni, arresti arbitrari, torture, obbligo di confessioni pubbliche, esclusioni dalle competizioni e termine della carriera professionale, tutto questo come conseguenza per aver espresso opinioni politiche o per aver sostenuto i movimenti dissidenti.

Per comprendere il sistema del regime iraniano, dunque, bisogna uscire da un certo romanticismo e ingenuità che pervadono alcune narrazioni. Per il regime un atleta in Iran non è soltanto uno sportivo, ma un rappresentante del Paese. Per questo è sottoposto a un rigido sistema di controllo. Nel corso degli anni, informa IHRM, numerosi atleti hanno subito pressioni per ritirarsi da competizioni contro avversari israeliani, restrizioni che hanno limitato la partecipazione delle donne allo sport, esclusioni dalle squadre nazionali, sanzioni disciplinari, divieti di espatrio, sospensioni dalle competizioni, allontanamenti dalle strutture sportive, licenziamenti arbitrari e continue intimidazioni affinché non denunciassero le diffuse violazioni dei diritti umani nel Paese. Allo stesso modo, anche le federazioni sportive sono sottoposte a un costante controllo e non godono, perciò, di una reale autonomia.

Un ruolo centrale di sorveglianza è svolto dall’IRGC, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che negli anni ha consolidato una presenza capillare ai vertici di numerosi club e federazioni sportive iraniane, seppur queste figure in relazione ai pasdaran siano prive di esperienza e competenza è chiaro che il fine non è esclusivamente sportivo. Attraverso questo controllo, l’IRGC non solo beneficia di ingenti risorse economiche, ma orienta lo sport in funzione delle priorità del regime, promuovendo l’ideologia ufficiale e rafforzando il controllo sulla società.

Ad esempio Mehdi Taj, Presidente della Federazione calcistica dell’Iran, è egli stesso un ex comandante dell’intelligence dei Pasdaran, mentre alcune squadre di calcio sono direttamente legate agli apparati militari del regime. È il caso del Fajr Shahid Sepasi di Shiraz, che nel 2006 passò dall’IRGC alla forza paramilitare Basij. In seguito al trasferimento di proprietà, tutte le squadre con il nome Fajr furono ribattezzate Moghavemat: il club assunse così la denominazione ufficiale Moghavemat Shahid Sepasi Shiraz, anche se continua a essere comunemente conosciuto come Fajr Sepasi. Anche il Malavan Bandar Anzali è legato alle forze armate: il club è infatti di proprietà della Marina militare della Repubblica Islamica. E questi sono solo alcuni esempi.

In questo contesto, gli atleti che scelgono di vivere secondo i propri principi, rivendicando libertà e indipendenza nelle proprie scelte, vanno incontro a pesanti conseguenze. In Iran, anche la semplice partecipazione a una manifestazione può costare la libertà o la vita. «La rivolta nazionale del 2026 ha segnato un altro momento decisivo nel rapporto tra la comunità sportiva iraniana e il più ampio movimento nazionale per i diritti civili e le libertà democratiche. Durante questo periodo, numerosi atleti, allenatori e campioni nazionali, come milioni di altri cittadini iraniani, si sono schierati al fianco del pubblico in proteste pacifiche ed espressioni di solidarietà » si legge nel report di IHRM.

«Come conseguenza della loro partecipazione o sostegno a queste manifestazioni» prosegue IHRM, «molti sportivi furono soggetti a gravi ritorsioni, tra cui arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, procedimenti politici, lunghe pene detentive e, in diversi casi documentati, esecuzioni. Tra le vittime delle proteste del 2026 vi sono stati numerosi atleti di successo i cui successi professionali avevano precedentemente portato distinzione allo sport iraniano. Il loro status sportivo, tuttavia, non offriva alcuna protezione contro la violenza statale. Al contrario, molti divennero diretti bersagli della campagna delle autorità per reprimere il dissenso».

La lista degli sportivi uccisi o arrestati durante queste ultime proteste è così lunga da rendere complicato ricordarli tutti. Dietro ogni nome c’è una vita spezzata, una carriera interrotta, una famiglia distrutta. Cercherò qui di ricordarne alcuni per far sì che la loro storia non venga dimenticata.

Sasan Azadvar aveva soltanto 21 anni. Era un atleta di karate, viveva a Isfahan e aveva avuto il coraggio di partecipare alle manifestazioni contro il regime. Per questo è stato condannato a morte. Il 30 Aprile è stato impiccato con l’accusa di moharebeh, “inimicizia contro Dio”. Chi oggi, nelle nostre città e in molte capitali europee, sfila con le bandiere della Repubblica Islamica e presenta l’Iran come un modello di resistenza dovrebbe come minimo conoscere la storia di Sasan. Dovrebbe chiedersi che cosa significhi avere ventun anni e finire sul patibolo per aver reclamato i diritti più elementari.

Chi non è stato impiccato è stato ucciso direttamente durante le manifestazioni. Il 9 Gennaio 2026 Mehdi (Masoud) Zatparvar, ex campione di bodybuilding di 39 anni, è stato ucciso dai colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze governative durante le proteste a Rasht. Zatparvar aveva iniziato ad allenarsi nel sollevamento pesi quando aveva appena tredici anni e, tra il 2011 e il 2014, aveva conquistato titoli nazionali e internazionali nel powerlifting e nel sollevamento pesi. Anni di sacrifici, disciplina e successi cancellati in pochi istanti.

Non è un’esagerazione affermare che nel mese di Gennaio un’intera generazione di giovani è stata sepolta sotto i colpi delle armi delle forze di sicurezza.

Tra loro c’è chi è stata colpita direttamente al cuore come Arnika Dabbagh. Arnika aveva solo 15 anni: campionessa di nuoto di Gorgan era una delle promesse più brillanti dello sport iraniano. Aveva vinto una medaglia d’argento e due di bronzo ai campionati nazionali, oltre a 7 titoli conquistati nel festival nazionale femminile Under 13. Arnika sognava di diventare campionessa del mondo e, oltre al nuoto, si distingueva anche in altre discipline sportive. Secondo le testimonianze diffuse dal portale NCRI Women’s Committee, unità armate in motocicletta aprirono il fuoco a distanza ravvicinata lungo Golshahr Boulevard, a Gorgan. Arnika si trovava accanto alla madre quando gli assalitori le si avvicinarono alle spalle e le spararono. Perse una quantità enorme di sangue e morì poco dopo per la gravità delle ferite. A rendere ancora più tragica la sua morte fu il blackout totale delle comunicazioni imposto dalle autorità: l’impossibilità di contattare i soccorsi le negò ogni possibilità di essere trasportata in tempo in ospedale. Un’altra vittima della repressione è stata Sakineh Akbari, istruttrice di alpinismo e soccorritrice di 35 anni. Sakineh aveva dedicato la propria vita alla montagna e al salvataggio degli altri.

Questi atleti e atlete non sono morti per una gara, né per un incidente. Sono stati uccisi perché hanno scelto di non tacere. I loro nomi non appartengono soltanto alla storia dello sport iraniano: appartengono alla storia di un popolo che continua a pagare con il sangue il prezzo della libertà.

Atleti e atlete del calcio vittime del massacro di Gennaio

La partecipazione dell’Iran ai Mondiali è stata avvolta dal sangue. Tra coloro che sono rimasti uccisi nelle recenti proteste figurano anche molti giocatori del calcio e sue giovani promesse, strappati alla vita nel pieno del loro percorso sportivo.

“Colpito alle spalle da distanza ravvicinata”: così è stato ucciso Rebin Moradi talento calcistico di 17 anni. Secondo quanto riferito dal padre, le autorità forensi avrebbero confermato che il ragazzo è stato raggiunto da un proiettile esploso da dietro, a breve distanza. L’Organizzazione Hengaw per i Diritti Umani ha comunicato che Moradi militava nella Premier League giovanile di Teheran e, al momento della morte, giocava nelle giovanili del Saipa Club. È stato ucciso l’8 Gennaio 2026 durante le proteste nella capitale. Alla stessa tragica sorte è andato incontro Amir Mohammad Kouhkan, allenatore e arbitro di futsal (calcio a 5), colpito a morte durante le proteste di strada il 3 Gennaio a Niriz, nella provincia di Fars. Dopo la sua uccisione, il corpo sarebbe stato prelevato dalle forze dall’IRGC. I ripetuti tentativi della famiglia di recuperarne la salma per la sepoltura sono risultati vani.

A Teheran è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco anche Mehdi Lavasani, allenatore di calcio di 35 anni. Aveva dedicato la propria carriera alla crescita dei giovani talenti, accompagnandoli nei primi passi del loro percorso sportivo. Conosciuto e stimato anche per il suo impegno nel sociale, utilizzava il calcio come strumento per sostenere i bambini delle comunità più svantaggiate. Padre di un bambino di appena due anni, è stato ucciso durante la repressione delle proteste l’8 Gennaio.

Sempre quel giorno, a Rasht, è stato ucciso anche Mohammad Hajipour, ex portiere della nazionale iraniana di beach soccer e residente a Shiraz. Hengaw riferisce che le autorità avrebbero subordinato la restituzione della salma alla famiglia all’accettazione di una versione falsa dei fatti, imponendo che nel certificato di morte fosse indicato un incidente stradale. Hajipour aveva da poco rinnovato il contratto con la squadra di calcio Shahin Khoshkbijar.

A Isfahan, è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco Sahba Rashtian, 23 anni, assistente arbitro nel calcio femminile. «Siamo uscite di casa alle 20:00, e alle 20:10 lei era già stata colpita. L’ho portata io stessa in ospedale. Cercavo di farla respirare e di controllarle il polso. Quando siamo arrivate e l’abbiamo messa sul letto, ho visto che avevo le mani coperte di sangue. Fu allora che mi resi conto che il proiettile le aveva colpito il fianco destro. Le hanno drenato sangue dai polmoni. Mi ha detto di non avere paura, che stava bene. Mi ha stretto la mano. Quelle furono le sue ultime parole. È stata portata in rianimazione e non è mai più tornata» ha riferito la sorella che quel giorno era con lei, riferisce l’articolo di NCRI Women’s Committee.

Questi sono solo alcuni dei nomi di atleti legati al calcio (o a sport similari) che, per il semplice fatto di aver rivendicato il diritto di vivere in libertà, sono stati uccisi nelle ultime proteste da un regime che da oltre quarant’anni non tollera il dissenso né l’espressione del pensiero libero.

Esecuzioni capitali e incarcerazioni arbitrarie: strumenti per reprimere il dissenso

Le principali armi di repressione utilizzate dal regime per ridurre al silenzio gli atleti sono le stesse impiegate contro il resto della popolazione: pena di morte e arresti illegittimi. Deve essere chiaro a tutti che il regime non risparmia nessuno.

Come già evidenziato in precedenza nei miei articoli, l’esecuzione capitale è divenuta uno strumento sistematico per reprimere il dissenso. Nel caso degli atleti, come di altre figure pubbliche, la loro popolarità rende queste condanne uno strumento di intimidazione ancora più efficace; in quanto il regime le usa per lanciare un messaggio agli altri sportivi: chiunque si opponga allo Stato o chieda maggiore libertà rischia di fare la stessa fine.

«Negli ultimi quattro decenni, le autorità iraniane hanno ripetutamente usato la pena capitale contro gli atleti in relazione a casi politici, proteste nazionali e accuse di sicurezza nazionale» informa IHRM. Seguendo il medesimo modello di ritorsione che si usa per gli altri prigionieri e condannati, numerosi atleti durante questo regime sono stati vittime di tortura, confessioni forzate, negazione di accesso a un avvocato di loro scelta e gravi violazioni degli standard internazionali in materia di equo processo.

Navid Afkari

Il campione di lotta greco-romana Navid Afkari di 27 anni fu arrestato il 17 Settembre 2018 per aver partecipato alle proteste antigovernative. Accusato dell’uccisione di un funzionario dell’intelligence a Shiraz, fu condannato a morte due volte: da un tribunale penale, secondo il principio del qisas (“ritorsione in natura”), e da un tribunale rivoluzionario con l’accusa di moharebeh (“inimicizia contro Dio”). Le condanne si basavano su confessioni che Afkari denunciò ripetutamente come estorte sotto tortura. Pochi giorni prima dell’esecuzione, la televisione di Stato trasmise un video con la sua presunta confessione. Nonostante gli appelli di governi, esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani, del Comitato Olimpico Internazionale e di numerosi campioni di lotta, Navid Afkari fu impiccato il 12 Settembre 2020 nel carcere di Adel-Abad. La pena di morte, che inizialmente avrebbe dovuto essere eseguita dopo 74 frustate e una pena detentiva di sei anni e mezzo, era stata applicata con sorprendente rapidità, a rendere ancora più drammatca una situazione già tragica fu che la famiglia non poté partecipare al funerale, celebrato sotto stretta sorveglianza. Il suo caso è diventato uno tra i più noti della repressione contro gli atleti in Iran. Prima della sua esecuzione, fu trasmessa un’altra registrazione vocale dalla prigione, in cui disse: «Se verrò giustiziato, voglio che sappiate che un uomo innocente, sebbene abbia lottato con tutte le sue forze per farsi sentire, è stato giustiziato». Alla sua memoria, l’artista Reza Olia, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), scomparso lo scorso 9 Luglio, aveva dedicato una statua in suo onore.

Oltre le esecuzioni, il regime ha provato a silenziare gli atleti tramite arresti arbitrari. Negli ultimi anni, riporta l’analisi di IHRM, numerosi atleti e allenatori sono stati vittime di arresti arbitrari, caratterizzati da lunghe detenzioni, torture e altre gravi violazioni dei diritti umani per aver preso parte a manifestazioni pacifiche, espresso opinioni critiche nei confronti del regime o rifiutato di adeguarsi alle direttive imposte dallo Stato.

A imminente rischio di esecuzione si trova Mohammad Javad Vafaei Sani, campione di pugilato di 30 anni, oltre che sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano. Arrestato nel 2020 per aver partecipato alle proteste nazionali del 2019, le accuse a suo carico riguardano il reato di efsad-fil-arz (“corruzione sulla terra”). Javad Vafaei Sani ha trascorso oltre cinque anni in carcere, di cui 65 giorni in isolamento, durante i quali, secondo testimonianze di persone vicine alla sua famiglia, sarebbe stato sottoposto a gravi torture fisiche e psicologiche: percosse, privazione del sonno, minacce contro i familiari e la firma forzata di dichiarazioni già predisposte. Durante il processo, Vafaei Sani ha più volte denunciato che le confessioni utilizzate contro di lui erano state ottenute sotto tortura e che, per questo motivo, non potevano essere considerate valide. Il suo caso è diventato emblematico delle gravi violazioni dei diritti denunciate nei confronti di numerosi manifestanti arrestati in Iran.

Tra gli atleti arrestati recentemente c’è Benyamin Naqdi, 26 anni, campione di kickboxing e Muay Thai di Shiraz, è stato condannato a morte dal Tribunale rivoluzionario di Shiraz dopo essere stato arrestato il 3 Gennaio durante le proteste. Secondo l’Organizzazione Hengaw, Naqdi è stato condannato con l’accusa di efsad-e fel-arz e rischia l’esecuzione. Dopo l’arresto sarebbe stato sottoposto a torture e pressioni per costringerlo a confessare. Poco dopo, i media statali hanno diffuso un video con quella che viene descritta come una confessione estorta.

Una delle forme più concrete di Resistenza che noi giornalisti possiamo praticare è impedire che queste vittime e questi prigionieri cadano nell’oblio. Ricordarne i nomi, raccontarne le storie e denunciare senza tregua i crimini del regime iraniano significa opporsi al tentativo di cancellarne la memoria e restituire voce a chi è stato messo a tacere.

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Iran: Intervista all’ex prigioniero politico Nasrollah Marandi. “Sopravvissuto al massacro del 1988: oggi temo che possa accadere di nuovo” https://www.laredazione.net/iran-intervista-allex-prigioniero-politico-nasrollah-marandi/ Tue, 16 Jun 2026 09:38:28 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12066 Nasrollah Marandi nasce nel 1960 a Teheran. È attivo nell’opposizione al regime dello Scià dal 1977 e sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Nel […]

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Nasrollah Marandi nasce nel 1960 a Teheran. È attivo nell’opposizione al regime dello Scià dal 1977 e sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Nel 1981 fu arrestato, torturato e inizialmente condannato a morte, pena poi commutata a 15 anni di carcere. Trascorse dieci anni tra le prigioni di Ghezel Hesar, Gohardasht ed Evin, sopravvivendo anche al massacro dei prigionieri politici del 1988.

Proprio quell’anno fu detenuto con Mohammad Taghavi, un prigioniero politico sostenitore dei (PMOI/MEK), impiccato il 30 marzo.

È il 1991 quando Nasrollah Marandi esce dal carcere di Evin; dopo anni di prigionia, soprusi e torture. Oggi vive in Svezia e, attraverso la sua testimonianza racconta la brutale repressione messa in atto dal regime iraniano contro gli oppositori politici negli anni Ottanta, con particolare riferimento agli arresti, alle persecuzioni e alle esecuzioni che colpirono i membri PMOI/MEK. Una politica di repressione che continua a segnare la storia della Repubblica Islamica ancora oggi.

«Sono stato imprigionato esclusivamente a causa delle mie convinzioni politiche, del mio sostegno all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano e della mia opposizione sia alla dittatura dello Scià sia al regime della Repubblica Islamica.

Oggi desidero lanciare un avvertimento» afferma Marandi «dopo i recenti sviluppi e le tensioni tra gli Stati Uniti e il regime iraniano, esiste il rischio concreto che si verifichi un nuovo massacro di prigionieri politici, in particolare tra i membri dei MEK, e gli attivisti arrestati durante le più recenti ondate di protesta. Lo stesso capo della magistratura del regime iraniano, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha dichiarato apertamente che si dovrebbe ricorrere ancora di più alle esecuzioni».

Marandi ci può raccontare come e perché ha iniziato la lotta contro il regime dello Scià, l’impegno con i MEK e il contesto storico di quegli anni?

«Nel 1976 uno studente che conoscevo fu arrestato dalla SAVAK, la polizia segreta del regime dello Scià. All’epoca ero un adolescente e mi posi una domanda: perché una persona capace, altruista e vicina al popolo, doveva essere arrestata?

In quegli anni appresi che questa persona aveva contatti con i Mojahedin del Popolo Iraniano e che era stato arrestato per aver letto i loro scritti e le difese dei membri MEK giustiziati dal regime tra il 1972 e il 1976.

All’epoca, in Iran esisteva un unico partito legale, il Partito Rastakhiz, controllato dallo Scià e dalla SAVAK. Tutti gli altri partiti, compresi quelli che in qualche modo erano legati al sistema monarchico, erano proibiti e chi non accettava il sistema era invitato a lasciare il Paese. Parallelamente, gran parte della popolazione viveva in condizioni di povertà e profonda disuguaglianza, soprattutto nelle zone rurali.

Fu proprio questo contesto di repressione e ingiustizia sociale a farmi avvicinare alla politica e a spingermi ad approfondire lo studio su queste questioni.

Negli anni 1977 e 1978 partecipai attivamente alle manifestazioni che portarono alla caduta del regime dei Pahlavi; e in diverse occasioni fui aggredito e picchiato dagli agenti della SAVAK proprio per il mio coinvolgimento in queste attività di protesta».

Perché e in che contesto nasce l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK)?

«Il nucleo iniziale dei membri e delle forze dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che fondarono l’organizzazione nel 1965, era composto da persone istruite, con formazione accademica e pienamente consapevoli della realtà sociale dell’Iran.

I tre fondatori principali — Mohammad Hanifnejad, Saeed Mohsen e Asghar Badizadegan, erano attivi nel sostegno al governo popolare di Mohammad Mossadeq, rovesciato nel 1953 a seguito di un colpo di Stato organizzato con il coinvolgimento della CIA e dell’MI6, e realizzato con il supporto di settori dell’esercito iraniano e dello Scià, che portò al ritorno a un regime monarchico autoritario.

La loro esperienza mise in evidenza la necessità di creare un’organizzazione strutturata, professionale e dedita al sacrificio, che in seguito si sviluppò progressivamente.

In quegli anni di forte repressione, i loro ideali — libertà, difesa degli interessi del popolo, eliminazione delle disuguaglianze sociali e libertà di pensiero — erano incompatibili con il regime autoritario dello Scià. Questo portò alla loro persecuzione: furono arrestati, sottoposti a torture e infine giustiziati nel 1972».

All’inizio mi ha citato la SAVAK. Riesce a descriverci il suo ruolo e le sue funzioni repressive?

«La SAVAK, il famigerato servizio segreto del regime dello Scià, impiegava strumenti di repressione estremamente sofisticati con l’obiettivo di eliminare qualsiasi forma di pensiero non conforme all’egemonia della dinastia Pahlavi. Persino uno studente poteva essere condannato a lunghe pene detentive — anche superiori ai dieci anni — semplicemente per aver letto un libro considerato sovversivo.

La repressione della SAVAK portò inoltre all’eliminazione dei membri dei Mojahedin del Popolo Iraniano e dell’Organizzazione dei Fedayin del Popolo (Marxista-Leninista), tra le principali forze progressiste attive negli anni ’60 e ’70. L’eliminazione di questi movimenti offrì ad alcuni ambienti religiosi l’opportunità di giustificare la dittatura dello Scià e di collaborare, in diversi modi, con il regime e con la stessa SAVAK».

Dopo aver delineato il contesto storico e politico in cui si era sviluppata la lotta contro il regime dello scià, arriviamo al 1979: che ricordi conserva di quel periodo così cruciale per la storia dell’Iran?

«Dopo la caduta del regime dello Scià, per la prima volta in Iran si aprì uno spazio relativamente libero, segnato dalla fine della repressione sistematica che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Diversi partiti politici, sia di sinistra sia di destra, poterono aprire sedi e svolgere pubblicamente le proprie attività. Fu un periodo eccezionale per il popolo iraniano, in cui le energie collettive sembravano orientate verso la libertà e la ricostruzione del Paese.

Tuttavia, Khomeini forte della legittimità religiosa e politica acquisita, iniziò rapidamente a reprimere e a colpire i sostenitori della libertà e le diverse componenti sociali oppresse del Paese. Già pochi mesi dopo la caduta dello Scià si verificarono dure repressioni e massacri, tra cui quelli in Kurdistan, a Gonbad e nelle regioni arabe del sud dell’Iran. Successivamente, questa repressione si intensificò ulteriormente e, nel 1981, si tradusse in una vasta ondata di arresti e persecuzioni contro i MEK e altre forze favorevoli alla libertà».

Quali furono le prime impressioni dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica? In che modo la lotta politica dei MEK cambiò dopo il 1979 e come si riorganizzò il movimento nel nuovo contesto?

«I MEK, sulla base della loro conoscenza della natura reazionaria di Khomeini, non lo consideravano un leader realmente popolare né orientato alla libertà. Tuttavia, nei primi anni della Rivoluzione cercarono comunque di influenzarne la direzione, orientandola verso le richieste popolari e tentando di preservare lo spazio politico appena conquistato, evitando che venisse nuovamente chiuso. L’obiettivo era anche quello di scongiurare una deriva verso lo scontro armato tra, da un lato, i Mojahedin del Popolo Iraniano e le forze popolari e, dall’altro, Khomeini e il clero a lui vicino.

In quel contesto, grazie alle loro posizioni progressiste e alla difesa dei principi di libertà, giustizia sociale e partecipazione politica, i MEK conobbero una rapida crescita del consenso. Il loro giornale, Mojahed, circolava nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche e persino nei villaggi più isolati del Paese, diventando in breve tempo una delle pubblicazioni più lette in Iran. Questo crescente sostegno popolare suscitò la preoccupazione di Khomeini. Di conseguenza, il conflitto tra Iran e Iraq — che i MEK consideravano contrario agli interessi nazionali — fu utilizzato dal regime per consolidare il proprio potere e come copertura per giustificare un’ulteriore stretta repressiva contro l’organizzazione e gli altri sostenitori della libertà».

Nel Novembre del 1981 viene arrestato. Ci racconta cosa è successo?

«Il 20 Giugno 1981 i Mojahedin del Popolo Iraniano riuscirono a mobilitare a Teheran circa 500.000 persone riunitesi in una grande manifestazione pacifica. L’imponente partecipazione confermò la crescente influenza dell’organizzazione in ampi settori della società iraniana. Quella stessa giornata segnò però una svolta drammatica: su ordine di Khomeini, le Guardie Rivoluzionarie aprirono il fuoco contro i manifestanti. L’intervento provocò numerosi morti e feriti.

Ricordo che il giorno successivo a quella giornata, i quotidiani del regime, tra cui il Kayhan, pubblicarono le fotografie di giovani ragazzi e ragazze tra i 12 e i 15 anni, giustiziati nella prigione di Evin. Al momento dell’esecuzione non si conoscevano nemmeno i loro nomi. I giornali chiesero alle famiglie di recarsi a identificare i corpi dei propri figli e portarli via.

Dopo questi eventi, una vita normale non era più possibile. Per continuare la mia lotta e sfuggire all’arresto, scelsi con determinazione la strada della resistenza e della clandestinità. In quei giorni ricevevo continuamente notizie dell’arresto e dell’esecuzione di amici e compagni: Mostafa Marandi, Alireza Marandi, Houri Alaeini, appena quindicenne, Habib Khodaverdi e molti altri, i cui nomi e fotografie apparivano regolarmente sulla stampa del regime. Molti erano stati impiccati prima del mio arresto. Io stesso, nel novembre del 1981, fui identificato per strada da una guardia rivoluzionaria. Nel tentativo di non essere catturato vivo cercai di resistere, ma fui colpito ad una gamba e persi conoscenza. Mi risvegliai circa quarantotto ore dopo nella prigione di Evin, ferito ma ancora vivo.

Non appena ripresi conoscenza, fui condotto nelle sale di tortura e sottoposto a sevizie estremamente brutali: frustate con cavi, sospensione per le braccia, e altre forme di violenza. Il proiettile era ancora conficcato nell’osso della mia gamba destra, e persi conoscenza più volte.

Gli interrogatori avevano un unico obiettivo: ottenere informazioni sui miei amici, sui miei contatti con i MEK e sulle mie attività politiche. Nonostante le torture, trovai la forza di resistere, ispirato dal coraggio e dalla determinazione di molti altri detenuti. Nella prigione di Evin, un intero piano era dedicato alle torture, con circa sette stanze appositamente attrezzate. In quei locali uomini e donne di ogni età — dai ragazzi di appena dodici anni fino ad anziani di settanta o ottant’anni — venivano sottoposti a violenze e sevizie nel tentativo di spezzarne la volontà. Molti di loro, pur sotto pressione estrema, rifiutavano di rivelare informazioni. Anch’io, con lo stesso spirito e con orgoglio, non fornii alcuna informazione sui miei compagni.

Dopo un lungo periodo di torture, fui portato in tribunale su una barella, senza alcuna assistenza legale. Dopo poche domande, fui inizialmente condannato a morte; successivamente, in un secondo processo, la pena fu commutata in 15 anni di carcere. Nel dicembre del 1982, con la notifica ufficiale della sentenza, fui trasferito nella prigione di Ghezel Hesar».

Com’è stata la detenzione a Ghezel Hesar?

«Nella prigione di Ghezel Hesar, Unità 1, fui assegnato a un reparto composto da 24 stanze e circa 500 detenuti, la maggior parte dei quali sostenitori dei MEK. All’interno del carcere esisteva una forte coesione tra i prigionieri, sia sul piano politico sia su quello organizzativo. Molti di noi si definivano “sar-e moze”, cioè persone che rimanevano salde nelle proprie convinzioni e continuavano la lotta fino alla fine.

Nonostante la repressione sistematica all’interno delle carceri e la totale assenza di libri o materiali, tra detenuti riuscivamo a condividere conoscenze ed esperienze accumulate nel tempo. Questo scambio continuo alimentava e rafforzava la resistenza collettiva. Per noi, il carcere non rappresentava soltanto un luogo di detenzione, ma un’ulteriore frontiera della lotta: uno spazio di resistenza e di fermezza contro il regime e i suoi aguzzini.

Nel 1986 i prigionieri politici_ in gran parte appartenenti o vicini ai MEK_furono trasferiti dalla prigione di Ghezel Hesar a quella di Gohardasht. Tra loro c’ero anch’io».

Ci racconta di quel trasferimento, e di come si intensificò la repressione verso i MEK?

«Il trasferimento di molti membri e sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano da Ghezel Hesar a Gohardasht fu una scelta deliberata e pianificata, funzionale a preparare il terreno per successive azioni repressive. Gohardasht era infatti un carcere di massima sicurezza, caratterizzato da una struttura estesa e da condizioni estremamente dure. Durante il trasferimento collettivo, fin dal nostro arrivo fummo accolti con violenze, percosse e minacce. In quel periodo, in molte carceri di Teheran, i detenuti politici avevano intrapreso scioperi della fame e rivendicavano apertamente la propria identità politica come sostenitori dei Mojahedin (sar-e moze).

Tra il 1986 e il 1988 fummo sottoposti a torture particolarmente brutali. Tra queste, la cosiddetta “camera a gas”, che provocava il soffocamento collettivo, e il “corridoio della morte”, dove le guardie si disponevano lungo il passaggio colpendo senza sosta i detenuti con cavi mentre lo attraversavano. Vi erano inoltre lunghi periodi di isolamento, la totale sospensione delle visite familiari e l’impossibilità di accedere all’aria aperta. Oltre a ciò: il responsabile della sicurezza del carcere, Davood Lashgari, entrava frequentemente nella nostra sezione minacciandoci apertamente, esclamando: “Stiamo aspettando l’ordine di Khomeini; vi giustizieremo tutti”.

Il 27 luglio 1988 segnò l’inizio delle esecuzioni di massa nella prigione di Gohardasht. Fu l’avvio di una delle pagine più tragiche della storia contemporanea dell’Iran, ricordata come il massacro del 1988».

«Ricordo che, fin dalle prime ore del mattino, i detenuti venivano condotti a gruppi di 10 o 12 persone nella cosiddetta “stanza della morte”. Le esecuzioni iniziavano all’alba e proseguivano ininterrottamente fino a tarda notte.

Io stesso fui portato una volta davanti alla cosiddetta “Commissione della morte”, composta da:

Questi membri, insieme a funzionari del carcere come Mohammad Moghiseh e Hamid Nouri, decidevano la sorte dei detenuti senza tener conto delle loro sentenze precedenti, inviandoli direttamente all’esecuzione.

Le cosiddette “udienze” davanti alla Commissione della morte duravano appena 3-5 minuti. Ci interrogavano brevemente, con domande secche e senza possibilità di difesa, poi ci spingevano nel “corridoio della morte”. Lì, una volta riuniti in gruppi di 10-12 persone, venivamo trasferiti nella sala delle esecuzioni, senza sapere se e quando avremmo fatto ritorno.

Tra le vittime di quel massacro ci furono molti dei miei amici più cari. Qanbar Nemati, a cui mancavano solo pochi mesi alla fine della pena, fu giustiziato il 16 agosto 1988. Altri, come Asghar Masjedi, Reza Zand, Taher Bazzaz, Mohammad Nouri e Mehrdad Ashtari, furono impiccati tra la fine di luglio e l’inizio di settembre. Ogni nome, ogni volto, rimaneva impresso nella mente, a testimoniare la crudeltà di quei giorni e il prezzo terribile della nostra resistenza.

È importante ricordare che oltre il 90% delle vittime del massacro del 1988 erano membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano».

C’è qualcosa del massacro del 1988 che ritiene importante raccontare o denunciare?

«Nelle due principali prigioni di Teheran, Gohardasht ed Evin, nel 1988 furono giustiziati quasi tutti i detenuti politici, tranne circa 350-370 persone. Tra loro c’erano uomini e donne che avevano già scontato la loro pena, come Farzin Nosrati, ma venivano tenuti in carcere solo perché non avevano mai rinunciato alle proprie convinzioni, i cosiddetti sar-e moze. Nell’estate del 1988 furono ugualmente giustiziati.

Un caso particolarmente toccante fu quello del mio caro amico Nasser Mansouri, paralizzato e ricoverato nell’infermeria del carcere. Lo portarono davanti alla commissione su una barella e lo giustiziarono lo stesso giorno. Io stesso fui testimone diretto di quegli eventi. Seduto nel corridoio della morte, con la benda sugli occhi, riuscivo a percepire e, a tratti, vedere ciò che accadeva intorno a me.

Il massacro del 1988 non fu un episodio improvvisato, ma un’operazione pianificata in anticipo da Khomeini e dal suo regime, attuata sotto la copertura della fine della guerra tra Iran e Iraq e dell’accettazione del cessate il fuoco. Come ha affermato nel 2024 Javaid Rehman, ex Relatore Speciale delle Nazioni Unite, il massacro del 1988 deve essere riconosciuto come un atto di genocidio e un crimine contro l’umanità».

Tra i funzionari della Commissione della morte cita anche Hamid Nouri, rilasciato dalla Svezia nel giugno 2024 in uno scambio che ha suscitato grande indignazione tra dissidenti ed esuli iraniani. Può raccontarci quale ruolo ha avuto Hamid Nouri durante il massacro del 1988?

«Nel 2019 Hamid Nouri, noto nel carcere di Gohardasht come Hamid Abbasi, è stato arrestato a Stoccolma. All’epoca del massacro del 1988 ricopriva il ruolo di vice procuratore del carcere ed era direttamente coinvolto nelle esecuzioni di massa dei prigionieri politici.

Durante il processo, durato dal 2019 al 2023, hanno testimoniato oltre 80 persone, tra ex detenuti provenienti da diversi Paesi. In quanto cittadino svedese e testimone diretto, sono stato tra i principali querelanti, partecipando attivamente sia alle indagini sia al procedimento giudiziario.

Nel 2023 Hamid Nouri è stato condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità, sia in primo grado sia in appello. Tuttavia il governo svedese, nel giugno 2024, lo ha successivamente rilasciato nell’ambito di uno scambio di prigionieri con la Repubblica Islamica dell’Iran, consentendogli di fare ritorno in Iran».

Come sono stati i mesi e gli anni successivi al 1988?

«Dal 1988 al 1991 fui detenuto nel carcere di Evin. In quel periodo, chi era rimasto in vita viveva ogni giorno nell’angoscia e nell’attesa costante dell’esecuzione.

Anche dopo la fine delle esecuzioni di massa, il responsabile del carcere, Mohammad Moghiseh (noto con lo pseudonimo di Naserian) continuava a ripeterci: “Anche la sentenza per coloro che non sono stati ancora giustiziati è la morte; stiamo solo aspettando il momento opportuno per eseguirla”.

Già nel settembre 1988, Massoud Rajavi, leader della Resistenza, scrisse al Segretario Generale delle Nazioni Unite denunciando le esecuzioni in corso. Allo stesso tempo, in molti Paesi europei, negli Stati Uniti e in Canada, si svolsero sit-in e manifestazioni per denunciare la brutalità del regime.

Sotto pressione internazionale e grazie all’azione dei MEK, a partire dal 1991 il regime fu costretto a rilasciare una parte dei detenuti politici rimasti. Nonostante la pressione internazionale, la repressione non si fermò nemmeno al di fuori delle prigioni. Il regime continuò le uccisioni del 1988 con omicidi mirati contro ex prigionieri politici. Molti dei miei compagni, con i quali avevo condiviso anni di detenzione, furono assassinati poco dopo la liberazione, tra cui Amir Ghaffouri, Mahmoud Meydani, Abbas Navaei, Siavash Varzesh-Nama e Behzad Hajian.

Anch’io una volta rilasciato fui vittima di un tentativo di rapimento a Teheran, dal quale riuscii a salvarmi solo grazie all’intervento tempestivo delle persone presenti. La paura e la costante minaccia di morte ci accompagnavano ovunque, anche dopo essere usciti dal carcere».

Ad oggi, c’è qualcosa che vorrebbe denunciare affinché quanto accaduto in quel periodo non venga dimenticato o distorto dalla propaganda del regime?

«Per quanto riguarda le esecuzioni, esse riflettono la natura intrinseca del regime dei mullah. Per anni, i MEK e la Resistenza iraniana hanno sollecitato la comunità internazionale a condannare e isolare il regime, chiedendo che qualsiasi relazione politica o economica fosse subordinata alla cessazione delle esecuzioni e delle torture.

Tuttavia, per motivi economici e politici, molti governi hanno preferito adottare una politica di appeasement. Nonostante ciò, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato il regime più di 59 volte, sebbene le reazioni concrete degli Stati siano rimaste spesso limitate o passive. Dalla mia esperienza diretta, il massacro del 1988 fu orchestrato con l’obiettivo di prevenire qualsiasi possibile rivolta popolare a seguito del cessate il fuoco e della fine della guerra Iran-Iraq».

Qual è la sua valutazione sull’uso sistematico della pena di morte e sulle esecuzioni di prigionieri politici da parte della Repubblica Islamica?

«Dal 1981 a oggi, sulla base di ciò che ho vissuto personalmente e delle esperienze condivise dai miei compagni, la vera natura di questo regime si è manifestata attraverso le esecuzioni, la repressione e il terrorismo. Eppure, nonostante tutto, la lotta non si è mai fermata. Per evitare che una tragedia come quella del 1988 possa ripetersi, ritengo indispensabile un’azione ferma e concreta della comunità internazionale nei confronti del regime iraniano.

Tra le vittime più recenti vorrei ricordare in particolare Mohammad Taghavi, con il quale condivisi la prigionia nel 1988. Allora aveva appena ventun anni: era pieno di energia, di speranza e si trovava alla sua prima detenzione. Dopo essere stato rilasciato nel 1989, continuò il suo impegno nella resistenza. Il 30 marzo 2026 è stato giustiziato nel carcere di Ghezel Hesar.

Quando penso a lui, sono convinto che oggi esistano ancora molti giovani animati dallo stesso coraggio e dalla stessa determinazione, impegnati nelle strutture organizzate della resistenza. È anche per questo che il regime teme profondamente le nuove generazioni e le future proteste popolari che, a mio avviso, porteranno inevitabilmente alla sua caduta.

Ancora oggi, migliaia di iraniani e sostenitori della libertà in diversi Paesi cercano di far sentire al mondo la voce dei prigionieri politici e delle vittime delle esecuzioni. In questo contesto, la grande manifestazione del 20 giugno 2026 a Parigi, alla quale si prevede la partecipazione di oltre 100.000 persone, rappresenta un’importante occasione per richiamare nuovamente l’attenzione internazionale sulla situazione dei diritti umani in Iran».

Foto di copertina concessa gentilmente da Nasrollah Marandi.

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Iran: il ruolo del blackout digitale nella sopravvivenza del regime https://www.laredazione.net/iran-il-ruolo-del-blackout-digitale-nella-sopravvivenza-del-regime/ Sat, 06 Jun 2026 21:52:02 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12032 “Bentornato Iran” compariva scritto su un post di NetBlocks del 26 Maggio, mostrando i primi segnali di ritorno della connettività in Iran. Quel “Bentornato Iran” è […]

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“Bentornato Iran” compariva scritto su un post di NetBlocks del 26 Maggio, mostrando i primi segnali di ritorno della connettività in Iran. Quel “Bentornato Iran” è poi rimbalzato in vari articoli e post mostrando un facile e prematuro entusiasmo, per un ripristino parziale e fragile.

Dopo 88 giorni di totale blackout, durante i quali un’intera popolazione è stata isolata dal resto del mondo e sottoposta a una repressione sistematica e violenta_ tuttora in corso e spesso ignorata o sottovalutata da ampi settori dell’opinione pubblica internazionale_ la possibilità di ricevere un messaggio o una chiamata da familiari e amici in Iran che non si sentivano da mesi e di cui non si avevano notizie ha rappresentato un momento di sollievo e comprensibile emozione.

Al tempo stesso, però, alcune narrazioni hanno contribuito a restituire un’immagine distorta della realtà, come se la situazione fosse tornata alla normalità e l’accesso alle comunicazioni fosse pienamente ristabilito per tutti i cittadini. In realtà, la riapertura della rete rimaneva, e in parte rimane, diseguale, controllata e tutt’altro che completa.

In un’analisi Filterwatch – organizzazione specializzata nei diritti digitali, sottolineava: «Poiché questi cambiamenti sono iniziati solo oggi, il processo di riconnessione rimane altamente frammentato, e molti utenti continuano a segnalare che parte di questi servizi resta completamente inaccessibile. È troppo presto per prevedere la traiettoria definitiva di questo restauro».

È importante chiarire che il ritorno della connettività non si è tradotto immediatamente in un’esperienza reale e uniforme per gli utenti. Nelle fasi iniziali, infatti, il cambiamento è emerso soprattutto nei dati di rete e nei sistemi di monitoraggio, più che nella quotidianità delle persone, dove l’accesso rimaneva ancora intermittente e diseguale. L’apparente aumento del traffico dati è infatti altamente disomogeneo e sempre più influenzato da un modello di accesso a livelli.

Mentre la maggior parte dei cittadini resta sottoposta a severe restrizioni, alcuni utenti autorizzati – funzionari e persone legate al regime – possono usufruire di “SIM bianche” (linee che eludono il sistema di filtraggio nazionale) e del servizio governativo “Internet Pro” (una connessione premium, fortemente sorvegliata e riservata a una ristretta categoria di utenti). Grazie a tali strumenti, questi utenti privilegiati e selezionati riescono in molti casi ad aggirare il firewall nazionale e ad accedere ai servizi internazionali con poche interruzioni, evidenziando così una crescente disuguaglianza digitale tra la popolazione.

«Internet in Iran è ancora lontano dal tornare completamente alla normalità. Per questo motivo gli sviluppi degli ultimi giorni non dovrebbero essere visti come la fine della crisi di internet nel paese. Piuttosto, potrebbero segnare l’inizio di una nuova fase nella relazione in evoluzione tra lo Stato, le infrastrutture di comunicazione e il diritto degli utenti iraniani di accedere a internet globale» informa Filterwatch.

La paura del regime dietro il blackout

Un assedio digitale durato tre mesi. Dal 28 Febbraio al 26 Maggio milioni di cittadini in Iran sono stati privati di comunicare con il mondo esterno e di avere libero accesso alle informazioni. In questi mesi anche le organizzazioni per i diritti umani e i giornalisti all’estero hanno avuto enormi difficoltà per ricavare qualche dato e testimonianza di ciò che stava accadendo. Un report di Amnesty International parla chiaro: «Il blackout di internet imposto dalle autorità iraniane ha gravemente ostacolato la documentazione approfondita delle violazioni dei diritti umani», e aggiunge «Il blackout ha funzionato come pilastro centrale della strategia repressiva delle autorità, creando condizioni in cui crimini diffusi ai sensi del diritto internazionale possono essere compiuti impunemente».

La censura e l’autoritarismo digitale costituiscono alcuni tra i principali strumenti attraverso cui la Repubblica islamica mantiene il proprio controllo e garantisce la propria sopravvivenza. Non sorprende, quindi, che la limitazione dell’accesso internazionale a Internet in Iran sia iniziata già nei primi giorni delle proteste nazionali. Nel tentativo di impedire la diffusione di informazioni sulle manifestazioni e di ostacolare il coordinamento delle proteste, il regime iraniano ha progressivamente limitato le comunicazioni con l’esterno. Questa strategia ha evidenziato il timore delle autorità nei confronti della mobilitazione popolare. Con lo scoppio della guerra, il 28 Febbraio, tali restrizioni si sono trasformate in un blackout digitale totale.

Come già sottolineato, questa interruzione delle comunicazioni non solo ha impedito ai cittadini di coordinarsi per rovesciare il regime, ma ha anche facilitato la diffusione della narrativa propagandistica della Repubblica islamica attraverso i suoi proxy, sia all’interno del Paese sia all’estero. Approfittando della difficoltà di accesso alle notizie, il regime ha sfruttato il blackout per diffondere versioni distorte e false degli eventi, distogliendo l’attenzione dalle violenze in corso, dalle esecuzioni, dagli omicidi di Stato e dalla repressione, e legittimando così la continuazione dei propri crimini.

Per questo, denuncia Amnesty, le autorità iraniane hanno attivamente criminalizzato gli sforzi dei cittadini per accedere a internet. La polizia (FARAJA), il Ministero dell’Intelligence e l’IRGC, hanno inviato messaggi di testo intimidatori a persone identificate per aver aggirato le restrizioni su internet tramite VPN, proxy o connessioni satellitari. Nei messaggi, tali pratiche venivano descritte come una minaccia alla sicurezza nazionale; i destinatari erano accusati di aver commesso reati e minacciati di sanzioni che includevano il blocco delle linee telefoniche e delle SIM, il sequestro di beni e il deferimento alle autorità giudiziarie. Le comunicazioni avvertivano inoltre che eventuali presunti collegamenti con “Stati ostili” o con il “regime sionista” avrebbero potuto comportare procedimenti ai sensi della Legge sullo spionaggio, che in Iran prevede anche la pena di morte.

La timida riapertura interpretata quindi come un cedimento del regime o un atto di clemenza verso la popolazione è un grave errore e può portare a una distorsione della realtà. A spiegarci questo è Shahrzad Sholeh, Presidente di ADDI – Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia: «Il ripristino di Internet dopo 88 giorni di soffocamento non nasce affatto dalla compassione. Al contrario, questa ritirata è un segnale della massima disperazione del regime e manda tre messaggi chiari:

Di crisi all’interno della struttura politica al potere fa riferimento anche un’analisi di Iran Focus, in cui si spiega che molti osservatori hanno interpretato la decisione del “ripristino” non come un reale cambio di rotta, ma come una concessione imposta dalle circostanze e dalla crescente pressione sociale. Secondo questa lettura, non vi sarebbe stata alcuna revisione sostanziale delle politiche di controllo della rete, ma una ritirata forzata sotto la pressione sociale. Per questo, numerosi attivisti impegnati nella difesa della libertà di Internet ritengono che l’apparato di censura e sorveglianza costruito negli anni sia rimasto sostanzialmente intatto. A loro avviso, il regime sarebbe stato costretto ad allentare alcune restrizioni per far fronte alle crisi interne ed esterne, senza però rinunciare agli strumenti necessari per reintrodurle in qualsiasi momento.

Non a caso questo processo di ripristino ha mostrato tensioni interne tra diverse istituzioni statali: una commissione speciale “Quartier Generale Speciale per l’Organizzazione e la Direzione del Cyberspazio”, ha votato per riaprire l’accesso a Internet, mentre la Corte amministrativa ha tentato di bloccarne le decisioni.

Le ripercussioni economiche del blackout, a rischio aziende ed imprenditoria digitale al femminile

Ancora una volta, il regime iraniano ha mostrato la propria natura, anteponendo la conservazione del potere, agli interessi della popolazione. Insieme agli effetti economici della guerra, l’isolamento digitale ha prodotto un impatto profondamente negativo sulla società, con conseguenze economiche gravi per migliaia di imprese. Da un lato, i cittadini – in particolare quelli che potevano permetterselo – sono stati costretti a ricorrere a strumenti costosi per comunicare e accedere alle informazioni, esponendosi al rischio di essere individuati e arrestati. Dall’altro, le aziende del settore tecnologico, le piattaforme di e-commerce e i professionisti del digitale hanno dovuto affrontare una diffusa crisi finanziaria.

«Sebbene il regime dia priorità alla censura per la propria sopravvivenza, questa paranoia ha devastato l’economia. Il Ministro delle Comunicazioni ha ammesso che la chiusura di internet ha inflitto perdite giornaliere di 5 trilioni di rial all’economia digitale, con perdite economiche giornaliere complessive che raggiungono i 50 trilioni di rial. Secondo l’Associazione E-commerce di Teheran, l’80% delle aziende ha registrato un calo delle vendite superiore al 50%. Poiché il 70% delle comunicazioni business-client si basava su piattaforme bloccate come Instagram, WhatsApp e Telegram, le aziende sono state decimate. Questa perdita catastrofica di ricavi ha scatenato un’enorme ondata di licenziamenti, con aziende tecnologiche e grandi rivenditori online che hanno licenziato tra il 30% e il 50% della loro forza lavoro» riporta un articolo pubblicato sul portale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano.

Mantenere Internet chiuso per un periodo così prolungato equivale, di fatto, a paralizzare attività economiche e portare alla chiusura di numerose imprese. Significa alimentare la disoccupazione e privare del lavoro freelance, operatori del settore e giornalisti. A pagare un prezzo particolarmente alto, tuttavia, sono state anche le donne.

In un Paese in cui il mercato formale applica politiche discriminatorie nei confronti delle donne, molte professioniste hanno trovato nel mondo digitale un’opportunità per bypassare le barriere imposte dal mercato del lavoro tradizionale, basato su stereotipi di genere, costruendo così la propria identità lavorativa e professionale. Piattaforme come Instagram, ad esempio, si sono rivelate strumenti ideali per avviare attività commerciali online senza sostenere costi proibitivi. Tuttavia, queste opportunità sono state spezzate dalle politiche di censura e dal controllo autoritario esercitati dal regime.

Per queste ragioni, NCRI Women’s Committee, definisce il blocco anche come una misura di repressione economica e di genere. «L’esito di questo blocco di tre mesi è stato la soppressione deliberata dell’indipendenza finanziaria e dell’agenzia sociale delle donne, in particolare nelle regioni marginalizzate e di confine». Nelle aree rurali, molte donne curde e baluche traevano il proprio reddito dalla vendita online di manufatti artigianali. Con l’avvio del programma “Internet Pro”, il governo ha instaurato una nuova apartheid digitale, colpendo direttamente l’autonomia economica di queste comunità.

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India, il movimento degli “Scarafaggi” https://www.laredazione.net/india-il-movimento-degli-scarafaggi/ Sat, 06 Jun 2026 18:25:30 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12026 L’India contemporanea si muove su due binari paralleli e drammaticamente divergenti. Da un lato c’è la narrazione ufficiale della superpotenza economica, il gigante del Sud globale […]

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L’India contemporanea si muove su due binari paralleli e drammaticamente divergenti. Da un lato c’è la narrazione ufficiale della superpotenza economica, il gigante del Sud globale che corre verso traguardi record di crescita del PIL; dall’altro c’è una polveriera demografica generazionale che ha appena trovato il suo innesco in un paradosso politico senza precedenti: la nascita e la fulminea ascesa della Cockroach Janta Party (CJP), letteralmente il Movimento degli Scarafaggi. Nato a metà maggio 2026, questo fenomeno transumato in pochissimi giorni dai pixel dei social network alle strade di Nuova Delhi, rappresenta la più innovativa e imprevedibile forma di dissenso giovanile che il governo di Modi si sia trovato ad affrontare negli ultimi anni.

Le immagini di questo cortocircuito sono nitide. Solo pochi giorni fa, il Primo Ministro Modi volava a Roma per un cruciale bilaterale con la Premier italiana Giorgia Meloni e una visita al Quirinale a Sergio Mattarella, volto a elevare le relazioni tra i due Paesi a “partenariato strategico speciale”. Di quel vertice, oltre agli accordi economici da 20 miliardi di euro, l’opinione pubblica globale ha trattenuto soprattutto la rassicurante cornice pop: la piantumazione congiunta di un albero di gelso nero nei giardini di Villa Pamphilj come simbolo di amicizia e, soprattutto, il video-selfie, con i due leader sorridenti che scherzano mostrando un pacchetto di storiche toffee indiane, cavalcando l’hashtag di tendenza #Melodi. Ma mentre i telefoni dei due Premier registravano milioni di visualizzazioni celebrando la dolcezza delle relazioni bilaterali, in patria gli smartphone di milioni di giovani indiani vibravano per motivi opposti. Sotto la patina dei contenuti virali di Stato, l’algoritmo indiano veniva sommerso dal rumore di fondo di una protesta che ha ironicamente eletto lo scarafaggio a proprio vessillo.

Il Movimento degli Scarafaggi

Per comprendere la scintilla del movimento bisogna entrare nelle aule giudiziarie della Corte Suprema indiana. Il 15 maggio 2026, durante un’udienza, una delle massime cariche dello Stato, lo Chief Justice Surya Kant pronuncia una frase infelice, stigmatizzando i giovani disoccupati e i neolaureati con titoli considerati non validi come «scarafaggi» e «parassiti della società», incapaci di trovare un ruolo produttivo nel Paese. La reazione del web indiano non si fa attendere, ma anziché scivolare nella classica indignazione retorica, sceglie la strada del subversion-marketing.

Il giorno successivo, Abhijeet Dipke, trentenne stratega della comunicazione politica ed ex membro del dipartimento social del Partito-Anticorruzione, lancia su X una provocazione: creare una piattaforma per tutti gli “scarafaggi” d’India. I requisiti d’iscrizione sono dichiaratamente ironici: essere disoccupati, pigri, perennemente connessi e capaci di protestare per professione.                                                                         

Cockroach Janta Party, che cos’è e come nasce

Nasce così la Cockroach Janta Party, un gioco di parole che parodizza direttamente il potente partito di governo, il Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi. Quella che era nata come una satira pungente creata con l’ausilio di chatbot di intelligenza artificiale per redigere manifesto e sito web, si trasforma istantaneamente in una valanga.            

L’arma dell’ironia degli Scarafaggi

L’algoritmo di Instagram impazzisce: la CJP supera i 3 milioni di follower in 78 ore e abbatte il muro dei 20 milioni in meno di una settimana, surclassando i canali social ufficiali del governo. Dai meme si passa rapidamente alle strade: volontari travestiti da blatte giganti iniziano a ripulire i quartieri o a presidiare gli uffici pubblici, ribaltando lo stigma dell’insetto infestante in un simbolo di resilienza.

Se la società li considera invisibili e indesiderati, i giovani indiani scelgono di essere scarafaggi: gli unici esseri in grado di sopravvivere a un’esplosione nucleare. E, forse, alla crisi economica.

Dietro lo scudo dell’ironia digitale, la CJP sta portando avanti istanze strutturali drammaticamente serie. Il focus originario sulla disoccupazione si è rapidamente saldato con la rabbia collettiva per il collasso del sistema educativo pubblico. Nelle ultime settimane, l’India è stata scossa da scandali legati a giganteschi leak di tracce d’esame, errori macroscopici nei sistemi di correzione digitale del Comitato centrale dell’istruzione secondaria e l’annullamento dei test di ammissione alla facoltà di medicina, che hanno lasciato nel limbo oltre 2,3 milioni di studenti. La CJP ha saputo incanalare questa frustrazione generazionale, trasformando il movimento in un sindacato informale degli studenti. Un limite intrinseco nell’evoluzione del movimento, cruciale per mapparne le prospettive di diffusione reale, risiede nella sua stessa struttura comunicativa. Il sito ufficiale della CJP e i canali social principali comunicano quasi esclusivamente in lingua inglese. Per quanto l’inglese sia la lingua dell’amministrazione e della classe media scolarizzata, esso taglia fuori le immense aree rurali dell’India profonda, l’elettorato di lingua hindi o dei dialetti regionali del Sud e dell’Est.                    

Questo posiziona gli “scarafaggi”, almeno per ora, come un movimento prettamente urbano e sub-urbano. Se la CJP vuole diventare una reale minaccia nazionale per il BJP, dovrà necessariamente tradurre la propria interfaccia satirica nelle lingue vernacolari. Senza questo passaggio, rimarrà un’avanguardia iper-connessa e metropolitana, incapace di penetrare le fasce rurali della popolazione indiana, dove il consenso di Modi è blindato da welfare di base e nazionalismo religioso.                                                                                   

La crisi economica dell’India

La parabola degli scarafaggi acquisisce un ritmo ancora più incalzante se proiettata sullo sfondo della congiuntura socio-economica che l’India sta attraversando. Nelle ultime settimane, il Paese è piombato in una severa crisi energetica a causa delle tensioni geopolitiche internazionali che hanno portato al blocco dei flussi nello Stretto di Hormuz. L’India, che importa circa l’85% del proprio fabbisogno di idrocarburi, ha subito uno shock violentissimo: penuria di bombole di GPL, rincari alla pompa, mancanza di fertilizzanti, razionamenti della corrente e mercati neri.                                         

La risposta del Primo Ministro Narendra Modi è stata un accorato appello patriottico al Paese, chiedendo ai cittadini di ridurre drasticamente i consumi, tagliare gli spostamenti superflui, limitare l’uso di benzina e persino congelare i viaggi all’estero, richiamando alla memoria le restrizioni dell’era Covid. È proprio in questa fessura della retorica governativa che il movimento degli scarafaggi si inserisce. Ai giovani che si sentono chiedere sacrifici-patriottici per la crisi energetica, la CJP risponde ricordando che il loro principale consumo è già ridotto a zero: non hanno un lavoro, non hanno un reddito e non hanno prospettive. La richiesta di austerità statale cozza frontalmente con la rabbia di una generazione che si sente tradita dalle promesse di sviluppo. 

La crescita a livello macroeconomico, il paradosso

Eppure, dal punto di vista macroeconomico puro, l’India continua a presentare dati macroeconomici invidiabili, con proiezioni di crescita del PIL che oscillano tra il 6,5-7% annuo, posizionandola come locomotiva della crescita globale. Questo paradosso si spiega con la natura stessa della crescita indiana: una crescita trainata dai servizi ad alto valore aggiunto (IT, finanza, tech), ad alta intensità di capitale ma a bassissimo assorbimento di manodopera non specializzata. L’India cresce, la borsa di Mumbai festeggia, i grandi conglomerati industriali fatturano, ma la base demografica resta esclusa dai benefici.

L’India è oggi il Paese più popoloso del mondo e possiede il dividendo demografico più imponente del pianeta: oltre il 65% della popolazione è sotto i 35 anni e la stragrande maggioranza è rappresentata da “Under 30” scolarizzati.

Il paradosso indiano è che il tasso di disoccupazione cresce all’aumentare del titolo di studio: i laureati hanno tassi di disoccupazione tripli rispetto a chi possiede solo l’istruzione primaria. Questa massa di giovani istruiti, dotati di smartphone, frustrati nelle proprie aspirazioni e definiti “scarafaggi” dalle istituzioni, costituisce una faglia sismica sociale imprevedibile.                      

Questo scenario non è isolato, ma si inserisce in un quadro regionale altamente instabile. Negli ultimi mesi, l’Asia meridionale è stata attraversata da una fiammata di movimenti giovanili di eccezionale intensità: in Bangladesh, le proteste degli studenti contro le quote nei posti di lavoro pubblici hanno innescato una crisi politica senza precedenti, in Nepal, movimenti spontanei guidati da giovani nati sulle piattaforme digitali hanno sfidato i partiti tradizionali, accusati di gerontocrazia e corruzione. La rivolta degli scarafaggi in India è la versione locale, adattata all’ecosistema digitale di internet, di questa medesima insofferenza regionale.

La reazione del governo Modi di fronte alla crescita della Cockroach Janta Party ha ricalcato lo schema classico della gestione del dissenso nell’India contemporanea. Inizialmente ignorato come una goliardia da tastiera, il movimento è stato oggetto di tentativi di contenimento digitali non appena ha annunciato il passaggio alle manifestazioni di piazza.

I cyber-attacchi ai profili del movimento Cockroach Janta Party

Il fondatore Abhijeet Dipke, intervistato oltreoceano prima del suo imminente rientro a Nuova Delhi per guidare le proteste, ha denunciato cyber-attacchi ai propri profili, tentativi di blocco degli account ufficiali del movimento tramite ordini di sicurezza nazionale e minacce dirette.                                                                       

Nel frattempo, la diplomazia indiana tenta di mantenere ferma la postura internazionale del Paese, muovendosi con disinvoltura su un doppio binario geopolitico. Se il recente e bilaterale in Italia ha confermato la centralità di Nuova Delhi nelle rotte della cooperazione con l’Occidente, dei corridoi energetici alternativi e dei mercati europei, proprio pochissimi giorni prima, l’India aveva ospitato con successo il vertice dei Ministri degli Esteri dei Brics, riaffermando il proprio ruolo di pivot insostituibile nel cuore del blocco delle economie emergenti. Questa doppia anima permette al governo di Nuova Delhi di giocare costantemente una sofisticata partita di equilibrio tra le istanze occidentali e le spinte “anti-Occidentali” del Sud globale. Una strategia deliberata per blindare la propria credibilità estera, attrarre investimenti da ogni emisfero e garantire la stabilità delle partnership commerciali, nel tentativo di puntellare l’immagine della superpotenza proprio mentre, sul fronte interno, le crepe sociali si fanno sempre più profonde.

Le prospettive di evoluzione della CJP dipenderanno esclusivamente dalla capacità di compiere la transizione definitiva da “partito dei meme” a soggetto politico sindacale strutturato. Se il movimento degli scarafaggi riuscirà a sopravvivere alla censura digitale, a superare la barriera della lingua inglese e a legare la protesta degli esami universitari con la crisi del costo della vita generata dallo shock energetico, Modi si troverà davanti a un’opposizione molecolare, fluida e ironica, impossibile da schiacciare con i vecchi metodi della politica tradizionale. Perché, come la storia biologica insegna, gli scarafaggi sanno come resistere a tutto.

Le foto sono del profilo Instagram cockroachjantaparty

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Medici e burnout: l’analisi di un fenomeno sistemico negli Stati Uniti https://www.laredazione.net/medici-e-burnout-lanalisi-di-un-fenomeno-sistemico-negli-stati-uniti/ Thu, 28 May 2026 15:07:30 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12003 “Il punto di non ritorno è arrivato nel pieno della pandemia. Erano giorni che non dormivo e, probabilmente, non mangiavo in modo adeguato. Mentre guidavo verso […]

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“Il punto di non ritorno è arrivato nel pieno della pandemia. Erano giorni che non dormivo e, probabilmente, non mangiavo in modo adeguato. Mentre guidavo verso casa, ho avvertito un impulso improvviso, al tempo stesso assurdo e agghiacciante: l’idea di dirigere la mia auto giù dal ponte che stavo attraversando”. A raccontare la sua esperienza drammatica è una dottoressa del HNYC Health + Hospitals/Bellevue, uno degli ospedali pubblici di New York, che tuttora preferisce mantenere l’anonimato. “Era come se un malessere profondo e generalizzato mi stesse trascinando verso il suicidio. In quel momento ho capito che dovevo chiedere aiuto, seppure allo stesso tempo, ero assalita da un senso di vergogna. Non volevo prendere un congedo dal lavoro, non volevo spiegare ai colleghi ciò che mi stava accadendo. Avevo paura dello stigma e temevo che, al mio ritorno, non sarei più stata accolta allo stesso modo, soprattutto che fosse il mio lavoro a perdere autorevolezza. Alla fine sono riuscita a trovare la forza di confidarmi con la mia famiglia, ho cercato supporto psicologico e ho intrapreso un percorso terapeutico e di coaching. Da allora ho scoperto che la mia esperienza non è un caso isolato, ma è condivisa da moltissimi altri sanitari, in particolare donne. Non è facile uscire dal burnout ma nemmeno così impossibile come può sembrare, quando lo si vive da dentro”.

La testimonianza di questa professionista introduce un argomento in passato stigmatizzato e molto preoccupante: circa il 76% dei medici riporta sintomi, che possono andare da moderati a gravi, di quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce una “sindrome occupazionale.”

Negli ultimi anni, il sistema sanitario statunitense è stato al centro di un crescente interesse scientifico per l’elevata diffusione di burnout e disagio morale tra i sanitari. Questi due fenomeni, pur essendo concettualmente distinti, rappresentano oggi una delle principali criticità della medicina contemporanea, poiché incidono non solo sul benessere dei professionisti, ma anche sulla qualità dell’assistenza e sulla sostenibilità dell’intera rete.

Il burnout viene definito come una sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione professionale, conseguente a stress cronico sul luogo di lavoro. Il disagio morale, invece, si verifica quando il medico è consapevole della corretta azione etica da intraprendere, ma non può attuarla a causa di vincoli istituzionali, organizzativi o sistemici. È proprio questa impossibilità di agire secondo i propri valori professionali a generare un conflitto interno profondo, che può evolvere in sofferenza psicologica persistente.

Una testimonianza ricorrente della pratica clinica

Sebbene ogni esperienza sia individuale, numerosi medici descrivono situazioni ricorrenti che aiutano a comprendere la natura del fenomeno. Un medico può trovarsi, ad esempio, a dover continuare trattamenti di supporto vitale su pazienti in condizioni terminali, pur ritenendo clinicamente e umanamente che tali interventi non apportino benefici reali. In altri casi, la decisione clinica viene rallentata o modificata da procedure amministrative, linee guida rigide o vincoli assicurativi, che impediscono al dottore di agire secondo il proprio giudizio professionale.

Questa discrepanza tra ciò che il medico ritiene giusto e ciò che può effettivamente fare genera una forma di frustrazione costante. Nel tempo, questa condizione non si limita a produrre stress, ma evolve in un senso di impotenza, perdita di significato del lavoro e progressivo distacco emotivo dal paziente. È in questo spazio emotivo che il disagio morale si trasforma spesso in burnout.

Dimensione del fenomeno: i dati epidemiologici

I dati confermano un quadro diffuso. Uno studio nazionale pubblicato su JAMA Network Open, condotto su 5.741 medici statunitensi, indica un livello medio di disagio morale pari a 3,29 su 10, con il 39,1% dei professionisti che presenta valori elevati. Sul fronte del burnout, le stime restano altrettanto significative: negli ultimi anni hanno oscillato tra il 45% e il 60%, superando questa soglia durante la pandemia di COVID-19.

L’elemento centrale emerso dalla letteratura è la forte associazione appunto tra disagio morale e burnout. Le analisi statistiche mostrano una correlazione significativa con l’esaurimento emotivo (R = 0,55) e con la depersonalizzazione (R = 0,50), indicando una relazione solida tra i due costrutti.

Inoltre, la prevalenza di burnout varia drasticamente tra i medici con basso disagio morale circa il 30,7% presenta burnout, mentre tra quelli con alto disagio morale la percentuale sale fino al 75%. Questo dato evidenzia come il disagio morale non sia un fattore secondario, ma un elemento fortemente predittivo del deterioramento psicologico professionale.

Intenzioni professionali e impatto sulla forza lavoro

Questi fattori non si limitano agli aspetti psicologici, ma influiscono direttamente sulle decisioni lavorative. Tra coloro interessati dai fattori, il 34,5% dichiara l’intenzione di lasciare la professione (ITL) o la volontà di ridurre le ore di lavoro clinico (ITR) manifestato dal 33,9%.

Tali dati mostrano chiaramente come il fenomeno contribuisca alla riduzione della forza lavoro sanitaria, aggravando la carenza di personale e aumentando la pressione su chi rimane attivo.

Cause strutturali del fenomeno

Le cause principali del burnout sono profondamente radicate nell’organizzazione del sistema sanitario. Una quota significativa degli operatori sanitari statunitensi lavora oltre 60 ore settimanali, e il carico amministrativo è estremamente elevato, con un rapporto che può arrivare a due ore di lavoro burocratico per ogni ora di attività clinica.

A ciò si aggiungono la crescente digitalizzazione inefficiente dei sistemi sanitari, la ridotta autonomia decisionale e una cultura organizzativa fortemente orientata alla produttività. In questo contesto, il medico si trova spesso a operare in un sistema che privilegia l’efficacia economica rispetto alla qualità etica della cura.

Conseguenze individuali e sistemiche

Le conseguenze di questo processo sono rilevanti e multilivello. A titolo individuale, i medici sperimentano esaurimento emotivo, perdita di motivazione, distacco dai pazienti, isolamento sociale e, nei casi più gravi, sintomi di ansia, depressione e pensieri autolesivi. Tuttavia, solo una minoranza (circa il 18%) cerca supporto psicologico, a causa del pregiudizio ancora presente nella professione medica.

Sul piano personale, il disagio si riflette anche nella sfera familiare. Molti professionisti riportano difficoltà nel mantenere relazioni stabili, riduzione del tempo di qualità con i congiunti e incapacità di separare la dimensione lavorativa da quella privata, con un conseguente aumento dello stress domestico e del senso di isolamento.

A livello sistemico, il fenomeno comporta un aumento degli errori, una riduzione della qualità delle cure e costi economici stimati in circa 4,6 miliardi di dollari l’anno tra turnover e perdita di produttività. Inoltre, la progressiva riduzione della forza lavoro medica contribuisce ad aggravare le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Possibili risposte al problema

Le strategie di intervento non possono limitarsi alla sfera individuale, ma devono agire su più strati, a partire dall’organizzazione del lavoro. Ridurre il carico burocratico, migliorare l’efficienza dei sistemi informatici e restituire autonomia decisionale ai medici rappresentano passaggi centrali. A questo si affianca un tema sempre più discusso: la necessità di rivedere i carichi orari, per ristabilire un equilibrio sostenibile tra attività clinica e vita privata.

Accanto agli interventi strutturali, resta fondamentale il piano individuale. Le ricerche evidenziano come fattori personali – come tratti di personalità, esperienza professionale e motivazioni influenzino la vulnerabilità al burnout. In questo contesto, strumenti come la gestione dello stress, le strategie di coping e il problem solving diventano risorse decisive per contenere l’impatto del disagio.

Sul piano organizzativo, il miglioramento delle condizioni di lavoro passa anche da una maggiore chiarezza dei ruoli, da un rafforzamento del supporto tra colleghi e da percorsi formativi mirati. Allo stesso tempo, creare spazi di confronto sui dilemmi etici consente di affrontare il disagio morale prima che si trasformi in logoramento psicologico.

Il burnout, infatti, emerge più frequentemente quando si crea uno squilibrio tra richieste lavorative e risorse disponibili. Sovraccarico, ambiguità di ruolo, e carenza di strumenti adeguati rappresentano fattori ambientali che amplificano il problema.

L’obiettivo, indicano diverse ricerche, non è solo ridurre il disagio, ma invertire la traiettoria: trasformare l’esaurimento in coinvolgimento, recuperando motivazione, senso del lavoro e soddisfazione professionale.

Il ruolo dell’ambito familiare nella mitigazione del burnout

L’ambito familiare emerge come uno dei principali fattori di contenimento del danno psicologico, anche se raramente viene considerato come parte integrante delle politiche sanitarie. Le evidenze scientifiche indicano che il supporto del partner e della rete familiare ha un effetto misurabile sulla riduzione dell’esaurimento emotivo e sul miglioramento dell’equilibrio tra vita professionale e privata. In uno ulteriore ricerca pubblicata su JAMA Network Open, un buon supporto coniugale risulta associato a minori tassi di burnout e a una maggiore capacità di mantenere stabilità emotiva nel lungo periodo.

La famiglia agisce soprattutto come spazio di decompressione psicologica. Dopo giornate caratterizzate da carichi decisionali intensi, vincoli amministrativi e frequenti situazioni di conflitto etico, la possibilità di elaborare esperienze difficili in un contesto relazionale stabile riduce la tendenza alla ruminazione e al distacco emotivo. Questo processo è particolarmente rilevante nel caso del disagio morale. La letteratura evidenzia che la possibilità di condividere le tensioni in ambito domestico contribuisce a ridurre la sensazione di isolamento e impotenza decisionale, attenuando l’impatto psicologico dell’esperienza clinica.

Tuttavia, il ruolo dei congiunti non è unidirezionale né privo di rischi. Diversi studi sullo stress secondario mostrano che i familiari dei sanitari possono a loro volta essere esposti a forme di affaticamento emotivo indiretto, soprattutto quando il medico vive condizioni di burnout prolungato. In questo senso, l’ambito casalingo funziona efficacemente solo se non diventa il solo luogo di convergenza del carico emotivo, ma se è sostenuto da un ecosistema più ampio di supporto, che include supervisione clinica, programmi di benessere organizzativo e riduzione dei fattori strutturali di stress.

Nel complesso, l’evidenza suggerisce che la famiglia non rappresenta una soluzione al burnout medico, ma un elemento di modulazione della sua gravità e della sua evoluzione nel tempo. La sua efficacia dipende dalla qualità delle relazioni, dalla capacità di mantenere confini emotivi sani e dalla presenza, accanto ad essa, di interventi sistemici capaci di agire sulle cause organizzative del fenomeno.

Conclusione

Il burnout e il disagio morale rappresentano oggi una delle principali sfide della sanità americana. I dati mostrano una diffusione ampia e costante della tendenza, con conseguenze significative sia sul piano individuale che organico. La loro interconnessione evidenzia come il problema non sia semplicemente psicologico, ma profondamente strutturale ed etico. Per questo motivo, affrontarlo richiede un ripensamento complessivo dell’organizzazione sanitaria, capace di ristabilire l’equilibrio tra efficienza, etica e benessere professionale.

1 Foto di Vladimir Fedotov su Unsplash

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