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16 Febbraio 2026La battaglia Lively-Baldoni riaccende il dibattito su #MeToo
Screenshot del trail di presentazione del film It Ends With Us, distribuito da Sony (da YouTube)
In queste settimane l’attenzione americana è catalizzata non solo dai nuovi sviluppi sui file legati a Jeffrey Epstein, ma anche da un’altra vicenda giudiziaria che agita Hollywood: lo scontro legale tra Blake Lively e Justin Baldoni. Una causa che riapre il dibattito sul #MeToo, sul potere della comunicazione e sul prezzo spesso altissimo, pagato da accusati e accusatrici.
Al centro il film It Ends With Us, adattamento del bestseller di Colleen Hoover, incentrato sulla violenza domestica. Un paradosso potente: mentre la pellicola incassava quasi 350 milioni di dollari nel mondo, dietro le quinte si consumava una frattura che oggi approda in tribunale.
Le accuse e la controffensiva mediatica
Secondo quanto emerso dal reclamo presentato al Dipartimento dei Diritti Civili della California, Lively avrebbe denunciato comportamenti inappropriati durante le riprese da parte del co-protagonista e regista: invasioni della privacy, commenti sessuali, baci improvvisati, senza consenso. Wayfarer Studios, fondato e guidato dal produttore Jamey Heath e dallo stesso Baldoni, di fronte alle lamentale avrebbe accettato di introdurre nuove misure di tutela sul set, tra cui un coordinatore dell’intimità e l’impegno a non esercitare ritorsioni.
Con l’avvicinarsi dell’uscita del lungometraggio, la preoccupazione però si sarebbe concentrata sulla possibilità che le accuse venissero rese pubbliche. Migliaia di messaggi e email, acquisiti dal New York Times attraverso modalità non del tutto chiarite mostrerebbero dinamiche interne e strategie comunicative adottate dalla casa di produzione e dal team del divo, che sembrerebbero delineare una strategia comunicativa volta ad arginare il danno reputazionale.
Wayfarer Studios e Baldoni hanno respinto ogni addebito, e definito le contestazioni “completamente false” sostenendo di non aver orchestrato alcuna campagna diffamatoria come di non aver preso parte o agevolato condotte improprie durante la lavorazione del film.
Il peso dell’opinione pubblica nell’era digitale
Il caso mette in luce un fenomeno più ampio: la gestione algoritmica della fama. Secondo un’analisi commissionata da consulenti di marketing, nelle settimane successive alla première la quota di contenuti negativi associati all’attrice sarebbe cresciuta in maniera anomala. Un altro report avrebbe stimato un crollo fino al 78% delle vendite della sua linea hair-care a causa dell’ondata social.
In questo contesto la causa promossa da Lively non riguarda solo la tutela della sua sicurezza in ambito professionale, ma include anche una richiesta di risarcimento economico pari a circa 161 milioni di dollari, legata ai danni subiti dalla presunta perdita di opportunità, contratti e ricavi derivanti dalla compromissione dell’immagine.
Lively però rispetto a Baldoni può contare su di un seguito molto più ampio, oltre 40 milioni di follower, sui principali social network e una presenza costante sulle testate internazionali, rispetto ai 4 milioni dell’attore. Questo significa che ogni sviluppo legale, indiscrezione o dichiarazione a lei collegata raggiunge rapidamente il pubblico. Il suo profilo è ulteriormente rafforzato dalle relazioni con altre celebrità di grande richiamo, come Taylor Swift, tutti tasselli che possono contribuire a condizionare e orientare la narrativa in un’unica direzione.
Dopo essere rimasto inizialmente ai margini della tempesta mediatica, Baldoni noto per il suo impegno pubblico contro la “mascolinità tossica”, attraverso il podcast Man Enough. e i libri Man Enough: Undefining My Masculinity e Boys Will Be Human. ha deciso di reagire anche sul piano legale, pur mostrando coerenza con i principi che da sempre promuove.
Nel gennaio 2025, assieme alla società Wayfarer ha inoltrato una controcausa da 400 milioni di dollari verso Lively, suo marito Ryan Reynolds e altre persone coinvolte, sostenendo che la loro condotta avrebbe danneggiato intenzionalmente la loro reputazione e interferito con la promozione e la gestione del progetto. Baldoni ha anche presentato una causa separata da 250 milioni di dollari contro Il Times, accusando il quotidiano di diffamazione per aver pubblicato l’articolo basato su “unverified and self‑serving narrative” una versione non verificata e favorevole alle parti avverse in cui sarebbero stati ignorati elementi contraddittori degli scambi riportati.
Tuttavia, entrambe le cause promosse da Baldoni sono state respinte dal tribunale. Nel giugno 2025, un giudice federale ha rigettato con un provvedimento sia la controcausa ai coniugi Reynolds sia l’azione per diffamazione al Times, ritenendo che molte delle affermazioni contestate rientrassero nei privilegi legali riconosciuti alle istanze formali e al reportage giornalistico su atti giudiziari. Il giudice ha inoltre stabilito che non fosse stata dimostrata la presenza di “actual malice”, ossia l’intento consapevole di diffondere informazioni false o gravemente distorte.
È importante precisare, che la decisione non stabilisce chi abbia ragione sui fatti contestati; riguarda esclusivamente la soglia legale necessaria per configurare la diffamazione secondo il diritto statunitense, non l’accertamento definitivo delle condotte oggetto delle accuse. In seguito, Baldoni ha deciso di non ripresentare il contenzioso né di tentare un appello, rendendo definitivo il rigetto dei reclami nell’ottobre 2025. Questi sviluppi legali mostrano quanto sia difficile anche per chi rivendica un ruolo di alleato o promotore di consapevolezza districarsi tra battaglie e denunce quando la disputa coinvolge non solo persone ma anche media influenti.
Nonostante la conclusione di questa fase giudiziaria, la controversia non si è esaurita: la complessità delle accuse, ha portato le parti a confrontarsi ancora in tribunale per cercare soluzioni extragiudiziali. La prima udienza di conciliazione, prevista dall’ordinamento americano, si è quindi tenuta l’11 febbraio 2026. In quell’occasione, i querelanti hanno tentato di raggiungere un accordo senza ricorrere al processo completo, già fissato il 18 maggio 2026. Tuttavia, le discussioni non hanno portato a risultati concreti.
Mentre Lively è apparsa piuttosto tesa, Baldoni si è presentato davanti ai giornalisti sorridente e rilassato, tenendo per mano la moglie Emily, che indossava un ciondolo raffigurante il simbolo di Venere, associato alla femminilità e utilizzato nei movimenti per i diritti e l’uguaglianza di genere. Un gesto che evidenzia come, nonostante la complessità della vicenda, la coppia intenda rafforzare la tutela e la centralità delle donne, considerandola una priorità fondamentale nelle loro azioni e nelle scelte pubbliche.
Il 12 febbraio, sempre presso il Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti di New York, una seconda udienza ha interessato un’altra battaglia legale collegata ma distinta da quella di Lively. In discussione vi era il contenzioso che contrapponeva Baldoni e Wayfarer alla ex addetta stampa e responsabile delle pubbliche relazioni, Stephanie Jones.
Jones, che nel 2024 aveva rappresentato il regista e la società, ha presentato per prima una causa contro gli ex clienti che a suo avviso avevano violato il contratto e agito in modi tali da danneggiare lei e la sua agenzia.
Nel marzo 2025, Baldoni e una delle sue ex collaboratrici, Jennifer Abel, hanno risposto a loro volta con un’azione legale, accusando Jones di aver violato obblighi di riservatezza contrattuale consegnando messaggi ed email private che sarebbero poi confluite nel contenzioso principale. Secondo la loro ricostruzione, la diffusione di tali comunicazioni avrebbe contribuito ad alimentare le accuse e a rafforzare la narrazione pubblica a loro sfavore, incidendo direttamente sulla reputazione professionale e sull’andamento dell’opera cinematografica.
Jones, sostiene invece di aver consegnato i documenti esclusivamente in risposta a un mandato di comparizione e non per iniziativa personale; i suoi legali negano con decisione che vi sia stata una diffusione volontaria o strategica alla stampa. Anche in questa fase procedurale non è stato raggiunto alcun accordo, lasciando aperti nodi giuridici e interpretativi che continuano a intrecciarsi con la disputa originaria.
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#MeToo, da rivoluzione culturale a terreno di scontro
Nato nel 2006 su iniziativa dell’attivista Tarana Burke e divenuto mondiale nel 2017 dopo le rivelazioni sull’ex produttore cinematografico Harvey Weinstein, il movimento #MeToo ha cambiato il panorama culturale e giuridico. Milioni di testimonianze online, centinaia di procedimenti disciplinari, carriere interrotte. In base a un’analisi del New York Times tra il 2017 e il 2022, oltre 200 figure pubbliche negli Stati Uniti hanno perso incarichi in seguito ad accuse di molestie. Seppure solo una parte di questi casi si è tradotta concretamente in condanne giudiziarie definitive.
I costi per tutti
Quando le accuse sono fondate, l’iniziativa ha dimostrato di rompere silenzi granitici e proteggere vittime vulnerabili. Malgrado ciò, la multiformità delle vicende e la diffusione digitale delle informazioni hanno introdotto rischi importanti per tutti i soggetti coinvolti.
In alcuni casi, la difficoltà di accertare i fatti in tempi rapidi genera una discrepanza tra percezione pubblica e approfondimento giudiziario. In questi casi, gli effetti sulla reputazione e sulla carriera possono essere immediati e devastanti con opportunità economiche compromesse, e una perdita di autorevolezza difficile da recuperare. Anche le presunte vittime non sono immuni dai danni: campagne di delegittimazione, isolamento professionale, crolli finanziari e stress psicologico possono colpire chi ha sollevato denunce legittime, rendendo il percorso di giustizia più doloroso.
Il caso Lively-Baldoni è un esempio emblematico. Le narrazioni sul web hanno amplificato tensioni e sospetti, trasformando una controversia giudiziaria in uno scontro permanente di versioni contrapposte. Nell’era digitale, infatti, il conflitto non si consuma soltanto nelle aule di un tribunale, ma si sviluppa parallelamente sui media tradizionali e sulle piattaforme social, dove frammenti di conversazioni, possono essere estrapolati, reinterpretati o enfatizzati, influenzando rapidamente il consenso generale. La reputazione di una persona può subire conseguenze immediate, ben prima che i fatti vengano accertati in sede giudiziaria. In contesti come questo, l’interpretazione sommaria rischia di precedere la prova, e l’opinione pubblica può formarsi su basi incomplete, parziali o distorte.
Rimane quindi una domanda cruciale: come garantire che la lotta contro gli abusi resti uno strumento essenziale di tutela e protezione, senza trasformarsi in meccanismo capace di compromettere dignità e reputazione in presenza di elementi fragili o ancora da verificare?






