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Pomodoro raccolto con le pillole di “droga del combattente”

Ecco l’inchiesta nel ghetto di Borgo Mezzanone, otto anni di scatti

di Alessandro Zenti

Foggia – Questo lavoro differisce da altri che finora hanno denunciato che la grande distribuzione schiaccia l’agricoltore e, in ultimo, il migrante vittima del caporalato. Nessuno ha raccontato che il migrante, per reggere la fatica dei campi, assume tramadolo*, la “droga del combattente” o “delll’Isis”, tiene in tasca fino a quattro pezzetti di carta con all’interno tramadolo sbriciolato, da sniffare all’occorrenza.

Il contesto nel quale ho scattato per circa 8 anni è il ghetto di Borgo Mezzanone in territorio di Manfredonia, Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. Nell’ultimo periodo oltre al tramadolo (Tamol x, farmaco contenente tramadolo), pillola rossa, e il Rivotril**, è da notare la presenza importante di MDMA Ecstasy e farmaci venduti di contrabbando. Da diversi anni documento la realtà del ghetto di Borgo Mezzanone di cui ho raccolto materiale video e fotografico. La baraccopoli – ghetto di Borgo Mezzanone è situata tra Foggia e Manfredonia. A pochi chilometri da Foggia, appunto, vi è la baraccopoli europea più grande, dopo lo smantellamento de La giungla di Calais, in uso da gennaio 2015 ad ottobre 2016.

È situata sulla pista di atterraggio dell’ex aeroporto militare e viene denominato appunto “La Pista”. È a pochi passi da un C.A.R.A. (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) gestito dai militari. Non mancano le tensioni giornaliere tra italiani e migranti sui pochi autobus che collegano Foggia a Borgo Mezzanone, tensioni aumentate in questi giorni, per via dei posti limitati a causa del distanziamento sociale.

Dal 2003 ad oggi il ghetto ha visto una crescita esponenziale. Conta numerose baracche, disseminate lungo tutta la vecchia pista di atterraggio; ci vivono circa 1500 migranti, con punte massime di 5000 persone nei mesi di raccolta del pomodoro. Il ghetto è diviso in etnie e ognuna di esse occupa uno spazio ben definito. I nigeriani spesso si scontrano con i ghanesi, c’è da sempre una tensione tra le due etnie.

Esistono locali di intrattenimento, ristoranti, bar, minimarket. Alcuni locali sono gestiti dalle madame nigeriane che procurano ai clienti droga, prostitute e altro. È fiorente oltre il mercato della prostituzione anche quello degli stupefacenti: marijuana, hashish, cocaina, tramadolo, Rivotril, Anafranil (quest’ultimo, antidepressivo, venduto come potenziatore sessuale) MDMA Ecstasy e farmaci come Letap ampicillina, venduti di contrabbando. Frequente anche l’uso e l’abuso di alcol e di birra doppio malto, ad elevata gradazione alcolica. Non di rado le serate terminano con accoltellamenti.

All’interno del ghetto, si trova una chiesa pentecostale detta “églises de réveil” situata nella zona nigeriana ed esistono anche le confraternite, che vengono definite gang.

Tutt’intorno discariche a cielo aperto da cui non è raro vedere svilupparsi roghi tossici. Ovunque allacci abusivi alla rete elettrica, con cavi improvvisati su pali fatiscenti che spesso fanno scaturire incendi. Diversi gli immobili rasi al suolo. Circa un anno fa è stato raso al suolo un immobile, denominato ‘casa verde’, dove era segnalata prostituzione. Successivamente, sono state demolite anche strutture “trasformate in officine improvvisate (per smontare e far sparire veicoli rubati) e dove venivano venduti alcolici e droga”. E, poi, un altro manufatto adibito a discoteca. Le abitazioni sono costruite quasi in prevalenza in legno e spesso prendono fuoco. Solo negli ultimi mesi del 2020 ci sono stati 4 incendi.

Il 4 febbraio 2020 muore una ragazza nigeriana in un rogo. La donna era finita in rianimazione al Policlinico di Bari, con profonde ustioni sul 90% del corpo. Il 28 marzo un incendio ha avvolto non meno di 15 baracche, nessuna vittima. Nella notte tra 31 maggio e 1 giugno un altro incendio ha distrutto altre baracche. Nessuno ferito. Il 12 giugno muore Mohamed Ben Alì, bracciante di 37 anni.

Ad aggravare le condizioni di vita è l’acqua non potabile e solo da pochi rubinetti, nonché la totale assenza di servizi igienici. I bisogni fisiologici di giorno all’aperto, ogni migrante si allontana dalle abitazioni portando con sé una bottiglietta d’acqua per potersi lavare. Di notte, invece nei secchi della propria baracca. La doccia solo all’aperto e in strutture di legno improvvisate.

Per quanto riguarda il lavoro, tutti i migranti vengono selezionati da un caporale, che viene definito “capo nero”. Al caporale vengono versati giornalmente 5€ a cui vanno aggiunti 50 centesimi a cassone e 400€ quando il migrante prende lo stipendio. Se non versa i 400€ non lavorerà più. Spesso i migranti senza documenti utilizzano i documenti degli altri migranti per lavorare. Lo stipendio viene versato dalle aziende direttamente ai migranti che possiedono un conto corrente, mentre quelli sprovvisti vengono pagati in contanti dal caporale, a cui l’azienda ha affidato i soldi. In tal modo il caporale può decidere in maniera arbitraria lo stipendio da versare al lavoratore, spesso, con questo sistema, il lavoratore non riceve alcunché. A testimonianza il recente racconto di un migrante che, andato a parlare con il figlio del titolare dell’azienda, si è sentito dire ridendo: “l’Italia è mafia”.

* Un oppioide sintetico
** Benzodiazepina usata anche come antiepilettico

Le foto di questo articolo sono di proprietà di Alessandro Zenti. Ogni tipo di utilizzo e diffusione è vietata.

Il ghetto di Borgo Mezzanone


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