Proteste in Iran. Tra propaganda e violenze i cittadini resistono

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Proteste in Iran. Tra propaganda e violenze i cittadini resistono


Le proteste si sono estese in oltre 90 città. Almeno 34 i manifestanti identificati rimasti uccisi durante i dieci giorni di proteste, mentre gli arrestati sono circa 2.076

Tutto è iniziato domenica 28 Dicembre al Bazar di Teheran: quando un gruppo di commercianti e negozianti di Teheran ha scioperato e indetto manifestazioni di protesta contro l’esasperante condizione economica. Come si vede dai filmati i bazarì hanno invaso le strade e i centri commerciali cercando il sostegno degli altri commercianti e invitandoli a chiudere i negozi e unirsi allo sciopero intonando “Chiudete! Chiudete!”. In questi anni l’Iran ha vissuto una profonda crisi economica, crisi che si è esacerbata in questi ultimi mesi. L’intensificarsi delle sanzioni internazionali, l’inefficienza strutturale del regime dominato da corruzione, clientelismo e incompetenza, e l’escalation delle crisi energetiche e idriche, hanno esercitato una forte pressione sui settori produttivi del paese, in particolare agricoltura e industria.

L’emergenza economica è segnata inoltre dall’aumento del tasso di cambio del dollaro statunitense, dalla drastica svalutazione della moneta nazionale e da un‘inflazione dilagante che a Dicembre ha raggiunto il 52,6%, indicando un aumento del 3,2% rispetto a Novembre. In questi anni il costo del cibo, specialmente del pane, è salito considerevolmente assieme a quello degli affitti e delle medicine.

La popolazione iraniana è allo stremo e non ce la fa più a sopravvivere in queste condizioni instabili e di repressione sistematica (ricordiamo che nel 2025 le esecuzioni capitali sono state oltre 2.000). I lavoratori, esattamente come i cittadini, ad ogni loro raduno e sciopero per chiedere maggiori diritti, sicure condizioni lavorative e un miglior stipendio, vengono repressi e minacciati di licenziamento.

La protesta di fine Dicembre partita dai bazar è quindi in qualche modo significativa. I bazarì rappresentano da sempre uno dei pilastri tradizionali dell’economia urbana, svolgendo un ruolo decisivo nella stabilità economica e sociale.

«All’interno di questo contesto è importante ricordare che storicamente i bazar erano un pilastro di sostegno per il clero e il regime islamico» spiega Jalal Saraji, presidente e portavoce dell’Associazione democratica degli iraniani in Italia – Venezia e oppositore sia contro il regime dello scià sia contro il regime teocratico, che ci guiderà con alcune sue considerazioni in questo articolo.

«I bazar furono alleati fondamentali del clero durante la Rivoluzione del 1979, offrendo supporto economico e conferendo legittimità alla nascente Repubblica Islamica e a Khomeini. Ovviamente la crisi da te descritta prima (sanzioni, corruzione e una gestione economica inefficace) hanno colpito duramente anche i bazarì, inducendoli a percepire il regime come un ostacolo alle loro attività economiche. Quando sono iniziate queste proteste infatti alcune persone non si fidavano di come sarebbero proseguite e hanno atteso un po’ prima di unirsi, questo proprio per il ruolo storico che hanno avuto i bazar in Iran.

Queste ondate di manifestazioni nascono, come appunto ricordato, per il rincaro del dollaro. Attualmente il prezzo del dollaro statunitense nel mercato iraniano è intorno a 1.450.000 rial, e ciò ha messo in ginocchio i settori che lavorano con il commercio estero, in particolare con la telefonia mobile. I negozianti si vedevano aumentare di giorno in giorno il costo della merce che acquistavano e di conseguenza sono stati costretti a smettere di vendere» asserisce Saraji.

Questa azione di sciopero dei bazarì è perciò indicativa che il malessere sociale e lavorativo si è esteso, e ad esserne indenni solo soltanto gli uomini del regime. Mentre il popolo è ridotto alla fame e non può permettersi nemmeno le medicine per curare i propri figli e comprare i beni necessari, i clerici, i pasdaran e i governanti, si riempiono le tasche.

Era quasi naturale dunque che gli scioperi e le proteste si allargassero. Nei giorni successivi le proteste si sono estese in oltre 90 città, sino a giungere alle piccole città di montagna, ad esempio nelle località sui monti Zagros. Area quest’ultima segnata da una profonda crisi idrica e da una pesante povertà dovuta alla disoccupazione; e il malcontento, già presente, è stato amplificato dalle proteste dei bazarì.

Alle proteste dei commercianti hanno aderito successivamente anche i movimenti studenteschi. Al nono giorno, riporta Hrana, si sono contati raduni in ben 17 università. La prima Università a scioperare è stata quella di Teheran, e a seguire si è aggiunta l’Università di Tecnologia di Isfahan. Il dissenso si è poi velocemente esteso anche per le strade coinvolgendo cittadini di qualsiasi età. Al sesto giorno di proteste scene di dissenso si sono verificate anche nei cimiteri, dove i cittadini hanno intonato slogan durante le cerimonie di sepoltura di persone rimaste uccise nelle proteste. Tutti questi momenti di raduno sono caratterizzati dalla presenza di slogan che combinano richieste economiche e per avere una vita migliore a slogan politici, contro la dittatura e contro le restrizioni delle libertà individuali. Tra i motti intonati si sono ripetuti: Morte al dittatore, Donna – Vita – Libertà, Non aver paura, siamo tutti insieme, Libertà ed Uguaglianza, Khamenei è un assassino

La questione degli slogan non è secondaria, rimanda infatti un ritratto del sentire della società iraniana, è necessario quindi controllare sempre l’autenticità dei video e degli audio diffusi, perché alcuni gruppi potrebbero manipolarli in loro favore.

La diffusione capillare e la reiterazione di questi slogan in numerose città rivelano l’intreccio tra questioni lavorative e rivendicazioni politiche, mettendo in risalto la profondità dei risentimenti stratificati nella società iraniana. La protesta da economica si è trasformata in politica.

A tal proposito chiedo a Saraji come si posiziona la sua associazione all’interno di queste proteste.

«Come Associazione democratica, che da anni si batte per la democrazia nella compagine politica iraniana, non accettiamo che una dittatura venga sostituita da un’altra dittatura basata su di un potere ad personam e priva di reali garanzie per il popolo.
Non vogliamo sostituire un regime clericale (gli ayatollah con turbante) con un regime “civile” (oppure un regime “borghese”) di stampo monarco-dittatoriale che persegua la stessa politica; cambiando solo padrone e campo di appartenenza. Crediamo che, se il regime iraniano cadrà per mano del popolo, coloro che hanno guidato la rivolta e la rivoluzione dovranno dar vita a un’assemblea rappresentativa che, nel rispetto dei principi democratici riconosciuti a livello internazionale, promuova un referendum attraverso il quale i cittadini possano decidere liberamente quale sistema politico desiderano.

Per quanto riguarda un possibile intervento esterno, come Associazione siamo fortemente contrari. In nessuna parte del mondo gli interventi esterni hanno portato la democrazia; si pensi all’Afghanistan, alla Siria, all’Iraq. Nessuno di questi popoli vive infatti in condizioni facili e pacifiche. Chi investe uomini e denaro lo fa per un ritorno economico e personale, e non certo per solidarietà o per liberare la popolazione. Sono soltanto i popoli stessi che devono decidere del loro destino. Il popolo iraniano non ha bisogno di attori esterni per fare la rivoluzione e far cadere il regime, però gli Stati che si autodefiniscono democratici se ci vogliono aiutare devono smettere di stringere rapporti economici e diplomatici con il regime della Repubblica islamica. Un’azione concreta e simbolica che da anni noi esuli chiediamo è che l’Unione Europea designi l’IRGC (Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche) come organizzazione terroristica, cosa che anche l’Italia non ha ancora fatto. Oltre questo bisognerebbe impedire ai gerarchi iraniani legati al regime di depositare il loro denaro nelle banche europee e internazionali, mentre gli studenti iraniani non possono nemmeno aprirsi un conto bancario. Questo ad esempio sarebbe un segnale» .

La risposta degli agenti di sicurezza: quando la violenza contro chi protesta diventa sistematica

Alla storia passeranno le immagini di questi giorni di resistenza pacifica dei cittadini iraniani che disarmati affrontano le forze di sicurezza. Nessuno potrà dimenticare il ragazzo seduto da solo di fronte alle forze di sicurezza a Teheran, o la coppia ad Hamedan, che insieme, quasi abbracciandosi, sono posizionati davanti gli agenti: a far da unico scudo il loro corpo. Mentre però questi fotogrammi hanno fatto il giro del mondo, meno eco nei nostri giornali ha avuto invece la reazione repressiva degli agenti. Per dare una lettura completa di ciò che sta avvenendo per le strade delle città iraniane è invece necessario affrontare questo tema, perché ogniqualvolta che un cittadino in Iran protesta è sottoposto sistematicamente a qualsiasi tipo di repressione.

Hrana comunica che almeno 34 persone sono rimaste uccise durante questi dieci giorni di proteste (di cui 4 sotto i 18 anni). Gli arrestati sono circa 2076, anche se si stima che il numero effettivo di detenuti sia significativamente più alto.

«Questi numeri possono considerarsi incerti» dichiara Saraji. «Sebbene provengano da organizzazioni attendibili e non affiliate al regime, è molto probabile che sia le vittime che i feriti siano di più. Ad essere riportati in questi report sono infatti solo i numeri dei morti e dei feriti identificati. Nelle aree rurali e piccoli centri urbani dove si registrano anche lì delle manifestazioni, come quella di Fars o del Lorestan ad esempio, è possibile che le famiglie, onde impedire che le salme delle vittime venissero sequestrate dalle autorità come successo in passato, abbiano provveduto alla sepoltura, talvolta nel giardino di casa, del loro caro senza denunciarne la morte. Ovviamente questo vale anche per i feriti: sono parecchi coloro che per non essere identificati non si recano negli ospedali.

Ci tengo a ricordare che durante la rivoluzione Donna – Vita – Libertà molti dei feriti preferiva, onde evitare arresti o denunce, non andare negli ospedali ma curarsi a casa o nelle residenze private di medici e infermieri che avevano trasformato la loro abitazione in ambulatori. Molti dei medici e infermieri che prestarono loro soccorso sono stati uccisi» ricorda Saraji.

In questi giorni in svariate città e provincie dell’Iran si sono registrati scontri violenti tra la polizia e i manifestanti. In molti casi è stata segnalata la presenza di agenti in tenuta antisommossa, oltre che in borghese, e l’uso di gas lacrimogeni, di armi da fuoco e arresti violenti che indicano l’uso della forza fisica. In alcuni casi, come puntualizzava anche Saraji, i cittadini si sono rifiutati di recarsi nei centri medici per timore di essere arrestati: le loro preoccupazioni erano fondate.

Dai filmati diffusi in queste ore dalla BBC persian e Hrana confermano come a Ilam nella serata di domenica 4 Gennaio le forze di sicurezza abbiano fatto irruzione nei locali dell’ospedale Imam Khomeini per sequestrare i corpi delle vittime e rapire i manifestanti feriti. Gli scontri sono continuati anche fuori e intorno all’ospedale, dove le forze di sicurezza per reprimere i manifestanti sono ricorsi a una crescente violenza, tra cui l’uso di gas lacrimogeni e armi da fuoco. Attraverso un comunicato l’organizzazione Iran Human Rights riporta che il 3 Gennaio diversi manifestanti a Malekshahi sono stati uccisi da munizioni vere sparate dalle forze di sicurezza; fonti informate hanno riferito dell’uso di armi, tra cui fucili AK47.

Parallelamente agli eventi di Ilam, martedì 6 Gennaio, le forze di sicurezza sono entrate nell’ospedale Sina di Teheran, creando momenti di tensione e paura.

Nei giorni precedenti invece alcuni scontri armati sono avvenuti nella città di Fasa, nella provincia di Fars. Il 31 Dicembre le forze di polizia e di sicurezza si sono scontrate con i manifestanti davanti alla sede del governatore. I filmati diffusi dalle organizzazioni umanitarie in quella giornata mostrano gli agenti aprire il fuoco contro i manifestanti nel tentativo di disperderli. Il 1 Gennaio a Nahavand, nella provincia di Hamedan, da un video diffuso da Hrana, si vede un agente delle forze dell’ordine sparare proiettili veri contro i manifestanti. La ripresa mostra anche un altro gruppo di agenti che lancia pietre contro i cittadini e si lancia contro di loro. Sempre quel giorno a Lordegan invece le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni contro un raduno di cittadini tra la piazza comunale e davanti l’ufficio del governatore.

Tale violenza repressiva si è verificata anche in motissime altre città, e questo spiega il numero dei feriti e dei morti. Ciò dimostra che la risposta delle forze di sicurezza alle proteste non ha riguardato il solo controllo del territorio e il mantenimento dell’ordine pubblico; l’obiettivo delle autorità e degli agenti era reprimere le proteste e i dissidenti.

Abdorrahman Boroumand Center ha così sintetizzato la strategia del regime a queste proteste:

1. Forza bruta: fuoco diretto e arresti di massa.

2. Chiusure forzate: per nascondere gli scioperi dei mercati le autorità hanno usato il pretesto del “freddo” per ordinare le chiusure delle attività.

3. Intimidazione: invio di SMS minacciosi dall’IRGC ai cittadini per impedire la loro partecipazione ai raduni di protesta.

Ma la repressione passa anche per la tecnologia per impedire la diffusione di notizie ed il coordinamento tra i manifestanti, le autorità hanno rallentato e interrotto la connessione internet in numerose zone, ma non in maniera omogenea. Il risultato è stata una forte limitazione nella circolazione di video e messaggi.

La narrazione propagandistica del regime

Oltre all’uso brutale della forza, il regime della Repubblica islamica per giustificare tali aggressioni e uccisioni ha minimizzato le azioni degli agenti rimarcando più volte come i manifestanti siano dei rivoltosi e come in più occasioni abbiano provato a colpire la polizia. Dai video emerge invece un’altra narrazione, e le asserzioni degli uomini del regime possono senza mezzi termini essere definite: propaganda.

Una propaganda che colpisce anche i morti. Amir-Hessam Khodayarifard, 22 anni, è uno dei manifestanti uccisi durante le proteste a Kuhdasht, nelle provincia di Lorestan. L’IRGC lo aveva identificato falsamente come un basiji ucciso dai manifestanti. Secondo le informazioni ricevute dall’Abdorrahman Boroumand Center da una fonte informata, la famiglia Khodayarifard è stata sottoposta a forti pressioni affinché accettassero la versione statale e un funerale sponsorizzato dallo Stato. La famiglia, composta da agricoltori, non è caduta nel ricatto e durante la cerimonia di commemorazione il padre di Amir-Hessam ha dichiarato pubblicamente che suo figlio non era un basiji. La versione delle forze di sicurezza iraniane però è circolata anche qui in Italia, rendendo la narrazione inerente queste proteste alquanto imprecisa.

In merito Saraji aggiunge: «Questa narrazione da parte del regime iraniano non è nuova. Durante le proteste del Novembre di sangue contro il caro benzina del 2019 gli agenti uccisero uno studente curdo; le autorità al momento dell’annuncio della sua morte dissero che era un membro dei pasdaran, cosa che poi è stata smentita. La Repubblica islamica vuole passare per vittima e per questo manipola le informazioni. Spesso, ad esempio, il regime dichiara che le uccisioni di civili e manifestanti sono incidenti o suicidi (pensiamo alla vicenda di Nika Shakarami) oppure fa credere che ad essere deceduti siano membri dei basij o dei pasdaran. A tal proposito i casi di insabbiamento della verità che si potrebbero citare sono tantissimi, e sono ferite ancora aperte nella società iraniana».