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Jago, le sculture di marmo con il cuore che batte

In visita alla mostra dell’artista paragonato a Michelangelo

È una mostra potente. Di una potenza che trasuda dal marmo. “Jago The exhibition” è una straordinaria esposizione di sculture. La più bella che abbiamo visitato in questi mesi del 2022, senza dubbio. 

Entriamo a Palazzo Bonaparte e ci accoglie in video Maria Teresa Benedetti, la curatrice della mostra, elegante e agée. Parla del giovane Jago, nato a Rieti nel 1987, ora uno scultore di fama internazionale. È bello vedere una donna matura parlare con tanto entusiasmo e, al tempo stesso, in modo tanto puntuale e competente, di un giovane scultore. È proprio lei a presentarlo quando, all’età di 24 anni, è stato selezionato da Vittorio Sgarbi per partecipare alla Biennale di Venezia con il busto in marmo di Papa Benedetto XVI. 

A riceverci è la scultura Excalibur, un kalashnikov piantato nel marmo. Ed è la prima scarica di adrenalina. Un’opera che parla un milione di parole in un secondo. Boom.

Excalibur

Poi, il Benedetto XVI, l’ Habemus Hominem. Non si può non essere percorsi da un brivido improvviso, dal collo alla mano e dalla mano al collo. 

Habemus Hominem

Le spalle e le braccia nude del pontefice sono la vecchiaia, quella che muove forti sentimenti personali e universali. Potremmo scomodare Anchise ed Enea, ma in realtà vediamo semplicemente nostro padre. Se da giovane era pieno di vigore, la vita gli ha poi sottratto muscolo, materia, ma non è di certo finita. Sotto le pieghe della pelle cattura i nostri istinti più umani. Lì sotto c’è un’energia vulcanica. La vita, nonostante tutto.

Gli occhi del pontefice sono vividi, ci tengono lì. Non ci mollano. È come se si prendesse gioco del tempo, come il gatto con il topo: il corpo lo vuole lasciar correre il tempo, forse lasciare andar via, ma la mente lo acchiappa e lo trattiene, intensamente.

“Jago deve averlo visto bene e a lungo un vecchio”, commenta chi ci sta accanto ad osservare il busto, ironizzando sulla capacità unica di mostrare membra stanche da un pezzo di marmo di Carrara. Quei grandi sassi li raccoglie sul greto del fiume alle pendici delle Alpi Apuane.

Lo raccontiamo a modo nostro. È una scultura pazzesca.

La Pietà, scolpita lo scorso anno, ci attende nella sala accanto. È un’opera impossibile da descrivere, va solo vista. Riprende la foto di un padre che piange la morte del figlio, ad Aleppo nell’ottobre 2012. Il marmo è fatto di cellule che piangono schizzi di disperazione. A tal riguardo è stato scomodato anche Michelangelo, da parte di alcuni critici. Io non lo so, so solo che è un’altra emozione importante, fortissima. È un’opera che sta sola, in una stanza.

Pietà

In quella accanto c’è un altro capolavoro, il Figlio velato. Proviene dalla Cappella dei Bianchi, adiacente alla Basilica di San Severo fuori le mura, a Napoli. In realtà, non nasce a Napoli, ma vi arriva in nave: l’antico blocco di marmo proviene dal Vermont ed è stato scolpito a New York.

Figlio velato

Arriviamo così al The first baby, la piccola scultura che fu affidata alla cura dell’astronauta Luca Parmitano. Fu portato nello spazio nel 2019, per tornare sulla Terra l’anno dopo. È forse l’unica scultura ad avere varcato i confini del pianeta. Almeno fisicamente.

The First Baby

Sito della mostra

https://www.mostrepalazzobonaparte.it/mostra-jago.php