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Anche il pavone a disturbare i diritti sociali, al summit europeo, tra paghe dignitose e 700 mila senzatetto europei da includere

di Salvatore Luigi Baldari

Del Social Summit di Porto, tenutosi la scorsa settimana nella capitale lusitana, ricorderemo sicuramente gli striduli paupuli del pavone che si è divertito ad interrompere diverse volte la conferenza stampa di Mario Draghi. 

Il rischio così è che passino in fondo alle pagine dei giornali e nelle diapositive dei talkshow i temi e gli obbiettivi  del vertice. Lavoro, inclusione e uguaglianza sono state le questioni principali del Social Summit di Porto, l’incontro dell’ultimo weekend fra i leader europei che dovrebbe partorire la politica sociale dell’UE del prossimo decennio. Sovrastato mediaticamente dal dibattito sui brevetti dei vaccini e dalla concomitanza temporale con la Conferenza sul Futuro dell’Europa, oltre che dalle simpatiche irruzioni del pavone durante la conferenza stampa di Draghi, il vertice è un tassello necessario per dare concretezza al “Pilastro europeo dei diritti sociali”, un documento adottato nel 2017 e non ancora tradotto in policies e in risultati. La mancanza di diritti sociali rappresenta del resto un problema per due europei su tre, come ha sottolineato nel suo discorso inaugurale il Commissario Schmit. Anche per questo, combattere la povertà e ridurre le disuguaglianze è una sfida che non può più essere rimandata per le istituzioni comunitarie. 

Antonio Costa, il Primo Ministro del Portogallo che detiene la presidenza di turno dell’Unione, dell’Europa sociale ne intende fare il tratto distintivo del proprio mandato.

Cercando sponde negli altri governi socialisti dell’UE e nelle capitali mediterranee, Costa intende accelerare sui principi contenuti nel “Pilastro Europeo dei diritti sociali”: pari opportunità per tutti i cittadini europei, condizioni di lavoro adeguate e protezione sociale.

Non manca neanche la predisposizione del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che chiamato in causa persino Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sebbene in una accezione contraria rispetto a quanto accade di solito. «Serve che tutto cambi perché tutto resti com’è», dice, riferita a un’Unione che deve mantenersi al passo con i tempi. Il modello di welfare europeo, celebrato e forse invidiato in tutto il mondo, altrimenti, rischia di diventare obsoleto: «Siamo qui per costruire un’Europa sociale adatta ai giorni nostri». Così come il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha esortato a recuperare lo spirito dei Trattati fondativi del progetto comunitario.

Nel piano d’azione della Commissione, infatti, spiccano tre obiettivi concreti per il 2030: avere il 78% degli adulti europei occupati, il 60% a cui vengono garantiti in corsi di apprendimento o perfezionamento e 15 milioni di cittadini riscattati dalle attuali condizioni di povertà. Se il summit di Göteborg del 2017 è dove i principi sociali sono stati elaborati, quello di Porto del 2021 sarà tutto incentrato sull’azione, ha promesso von der Leyen. Piena comunanza d’intenti arriva dal Consiglio europeo: sviluppo economico e coesione sociale andranno di pari passo, secondo il presidente Charles Michel, nella nuova Europa sociale.

Non in tutti i settori è facile, però, passare dalle parole ai fatti, anche perché la pandemia da Covid19 ha alterato il contesto rispetto a quattro anni fa e le statistiche recenti dicono che le disuguaglianze sono aumentate sia fra Paesi che fra classi sociali dello stesso Paese. 

Il vertice è cominciato venerdì con una conferenza di alto livello, dove politici ed esperti della società civile hanno discusso i temi sul tavolo, e si è concluso con l’adozione della Dichiarazione di Porto: una definizione nero su bianco della visione europea per un’equa transizione ecologica e digitale.

Si parte dalle sfide relative al mercato del lavoro, stravolto negli ultimi 12 mesi: educazione professionale, pari opportunità d’accesso e uguaglianza di genere sembrano ancora più lontane. Il tasso di occupazione complessivo, secondo Eurostat è al 72,4% nel 2020, ancora lontano dall’obiettivo del 78% auspicato per il 2030. Il gap occupazionale di genere, poi, si attesta all’11,3% in media europea e circa al doppio in alcuni paesi, come l’Italia. 

Quando anche il lavoro c’è, spesso è precario, sproporzionato o mal retribuito. Il secondo capitolo del Pilastro riguarda gli stipendi dei lavoratori europei, le condizioni di impiego, il corretto bilanciamento con il tempo libero. Sul primo tema, in particolare, sarà molto difficile trovare una quadra: la Commissione europea ha presentato a fine 2020 un’iniziativa per il salario minimo, ostacolata da alcuni Stati, per motivi diversi. Svezia e Danimarca, ad esempio, non vogliono rinunciare ai propri efficaci modelli di contrattazione collettiva, che garantiscono paghe dignitose ai lavoratori; Austria, Polonia e Ungheria sono restie a cedere sovranità su un tema così rilevante per l’economia nazionale. 

In questo modo però è difficile livellare le disuguaglianze. Il quadro attuale infatti presenta una differenza spropositata nel costo orario del lavoro, che va dai  45,8 euro della Danimarca ai 6,5 della Bulgaria. Un tema da approfondire è anche quello della cosiddetta cassa integrazione europea, che nel fondo Sure degli ultimi mesi ha trovato un valido modello pionieristico.

Nella terza parte si trovano i diritti relativi all’inclusione sociale, che passa attraverso la lotta alla povertà: assistenza medica, attenzione ai bambini, accesso agli alloggi (sono quasi 700mila gli europei senzatetto) e anche il diritto a un reddito minimo, che potrebbe suonare radicale ad alcune orecchie del continente. Anche su questi problemi, l’Unione appare abbastanza indietro complessivamente e soprattutto molto diseguale. Il 21,1% degli europei rischia povertà ed esclusione sociale, secondo gli ultimi dati Eurostat: ma il dato sale a oltre il 30% per Bulgaria, Romania e Grecia e sfiora il 50% in alcune regioni europee, come Campania e Sicilia. 

Quella verso un’Europa più equa non sarà una strada in discesa, anche perché ogni misura pensata a livello comunitario dovrà inevitabilmente passare per il confronto fra gli Stati: 11 di loro hanno già paventato resistenza nel garantire più poteri a Bruxelles sulle politiche sociali, sottolineando in un documento informale che la responsabilità principale in quest’ambito ricade sui singoli governi nazionali. 

Dal vertice di Porto usciranno sicuramente belle parole e arrembanti dichiarazioni d’intenti: la bozza parla di «ripresa inclusiva e sostenibile», di un «impegno a ridurre le disuguaglianze, combattere povertà ed esclusione sociale» e di «un’economia competitiva e che non lasci nessuno indietro». Ma ciò che serve sono probabilmente misure stringenti, che obblighino gli Stati Membri a perseguire i principi del Pilastro sociale. Ad esempio quella avanzata dalla Commissione di una direttiva che assicuri la trasparenza retributiva, favorendo così uguali livelli salariali fra uomini e donne. Una proposta chiara e specifica arriva, fra gli altri, anche dal Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, per cui bisogna inserire gli obiettivi sociali nel Semestre Europea, in modo da garantire un monitoraggio costante della Commissione sulle politiche economiche dei Paesi. In ogni caso per entrambe le soluzioni pare difficile immaginare un consenso unanime da parte delle capitali. Bisognerà lavorare molto con lo spirito del compromesso che ha condotto alla storica condivisione del debito, da cui ha avuto origine il programma Next Generetion Eu. E soprattutto occorrerà far leva su quello che insieme ai valori del mercato e della concorrenza è un tratto identitario dell’Ue.

L’Unione Europea, infatti, a fronte del suo 7% della popolazione del mondo, produce il 25% del Pil mondiale e allo stesso tempo, però, è il 50% del welfare di tutto il mondo! Questo significa che la più grande risposta di civiltà la possiamo indicare noi, valorizzando il terzo settore, l’assistenza, la scuola e la formazione, ma questo potrà essere possibile soltanto se a volerlo saremo in tanti, senza tentennamenti, perché il passato lo abbiamo ereditato, ma il futuro lo possiamo ancora costruire, rielaborando le culture socialiste e liberali su cui il progetto europeo si fonda, oltre a quella ambientalista ormai sempre più pregnante ed imprescindibile.

Pavone permettendo, naturalmente.

Una coincidenza però, che diventa significativa se colleghiamo al pavone i vari significati simbolici e sacrali che un po’ tutte le tradizioni del mondo gli attribuiscono, da secoli.

Resurrezione, rinascita, universalismo.