Armi e truppe europee in Ucraina: ecco il nodo

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Armi e truppe europee in Ucraina: ecco il nodo

Da Bruxelles qualcosa, lentamente, si muove ma nulla è ancora deciso. E Soprattutto, nulla è semplice.
La guerra in Ucraina – che tra poche settimane compirà il suo triste quarto anno – è entrata in una nuova fase decisiva.
Mentre continuano i raid incessanti di Mosca sulle principali città ucraine, la questione “pace” torna al tavolo diplomatico, ma accompagnata da una consapevolezza brutale: qualsiasi negoziato reale partirà da una linea del fronte che difficilmente tornerà indietro.

Washington e Mosca lo hanno sempre saputo e ormai anche Kyiv lo comprende.

È in questo contesto che l’Europa si trova oggi a fare i conti con una domanda che è, bene o male, sempre la stessa ma che giorno dopo giorno si fa sempre più concreta: cosa è disposta a fare davvero per garantire la sicurezza dell’Ucraina? E soprattutto: è pronta a farlo senza Washington?

La coalizione dei volenterosi, ovvero l’intesa tra Kyiv e alcuni Paesi europei, si è riunita l’ultima volta martedì interrogandosi su come garantire la sicurezza ucraina nel dopoguerra anche con l’invio di soldati. Per Mosca si tratterebbe di un’“escalation distruttiva” e non di un progetto di pace.

Garanzie di sicurezza: il vero cuore del negoziato

Il nodo centrale non è più tanto se e quali territori Kyiv dovrà cedere o la quantità di armi e munizioni, ma la natura delle garanzie di sicurezza. Zelensky sa che una eventuale pace negoziata comporterebbe, con ogni probabilità, concessioni territoriali e per questo il focus è il bisogno di garanzie. Garanzie credibili e concrete capaci di assicurare la sicurezza ucraina dopo la fine del conflitto, evitando che l’eventuale accordo non diventi solo una pausa operativa per la Russia.

Da qui, la richiesta di una presenza militare internazionale sul territorio ucraino: non deve trattarsi di una missione NATO – mai accettabile per Mosca – ma una forza multinazionale in grado di fungere da deterrente. Con la Casa Bianca sempre più distante e impegnata in ben altro, è qui che entra in gioco l’Europa.

Stabilizzazione o minaccia?

Il problema è che, quando si passa dalla retorica alla sostanza, l’Unione europea mostra tutte le sue fratture storiche, soprattutto sul terreno della difesa comune. Il percorso di integrazione europea lo dimostra chiaramente: mentre su piani come quello economico gli Stati membri hanno compiuto passi da gigante verso una dimensione sovranazionale, su altri fronti – primo fra tutti quello militare – hanno sempre frenato, bloccando di fatto qualsiasi avanzamento significativo e rimanendo inchiodati alle logiche nazionali.

Oggi non solo non esiste una posizione comune sull’invio di truppe o una catena di comando europea ma non esiste nemmeno un consenso politico sul significato stesso di “presenza militare”.

Alcuni governi vedono una missione europea come uno strumento di stabilizzazione post-bellica. Altri la considerano una provocazione diretta a Mosca. Altri ancora – Germania in testa – temono l’escalation e le ripercussioni interne, consapevoli della fragilità del consenso pubblico.

Queste divisioni non sono una novità, la guerra alle sue porte ha semplicemente reso visibile una contraddizione dell’UE che esiste da decenni.

C’è da dire, però, che sul piano materiale gli Stati europei hanno già compiuto un salto importante dimostrando, soprattutto agli inizi del conflitto, unità, e quindi forza, che non si vedevano da anni. Superando gli Stati Uniti negli aiuti a Kyiv, anche attraverso una quota crescente di contratti industriali, il sostegno europeo è oggi strutturale.

Eppure oggi, a quasi quattro di guerra, e con quella che sembra una fioca luce in fondo al tunnel – sperando non sia solo il bagliore di un’ennesima esplosione in lontananza – questo non basta più.

Truppe sì, truppe no: il dilemma europeo

L’idea di inviare contingenti europei in Ucraina resta fortemente divisiva.
Marija Zacharova, direttrice del dipartimento stampa di Mosca, ha chiarito senza lasciare dubbi che qualsiasi presenza militare occidentale in Ucraina sarebbe considerata dalla Russia come una minaccia diretta nei suoi confronti e che i militari sul territorio ucraino sarebbero, per loro, obiettivi legittimi.

Alcuni governi europei temono che una missione “di sicurezza” possa trasformarsi rapidamente in un coinvolgimento diretto nel conflitto.

Altri, come la Spagna di Pedro Sànchez che segue Francia e Regno Unito, si sono detti disponibili all’invio di truppe in Ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco. Anche i Paesi nordici hanno aperto spiragli, seppur con molte cautele.

Ipotesi categoricamente negata dalla Premier Giorgia Meloni e da Donald Tusk che però sarebbe pronto a fare della Polonia il paese guida per quella che sarebbe la supervisione del supporto logistico in Ucraina.

È questo il paradosso davanti al quale si trova l’Europa: è chiaro che senza una qualche forma di deterrenza sul terreno, le garanzie promesse a Kyiv rischiano di rimanere vuote e tutti ne riconoscono la necessità ma quasi nessuno vuole assumersi il costo politico e strategico.

Il punto per Bruxelles resta uno: un’Europa divisa è un’Europa debole.

Foto: Riunione della Coalizione dei Volenterosi a livello Leader

Parigi, 06/01/2026 – Foto ufficiale Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri, Immagini messe a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT – Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso parte alla riunione della Coalizione dei Volenterosi a livello Leader, che si è tenuta presso il Palazzo dell’Eliseo.