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Biodiversità, come mettere i semi nella cassaforte del mondo

Nuovi consorzi ad hoc e prezzare (dare un valore in soldi) alla tutela delle risorse naturali

di Simone Cataldo

Luce puntata sulla biodiversità. A fornire dati importanti su questo fattore in “via d’estinzione” ci ha pensato Coldiretti. Dal drastico calo delle varietà di cibi presenti sul mercato, alle avances cinesi verso il colosso che prende il nome di Verisem. Nel frattempo Germania e Inghilterra si muovono per tutelare, anch’esse, una biodiversità che sempre più non si conferma tale.

Trattando proprio il tema della biodiversità, a cui è dedicata la giornata del 22 maggio, Coldiretti ha dato vita a manifestazioni all’interno di agriturismi e mercati contadini lungo tutta la Penisola e ha fornito qualche dato e informazioni. Il numero di varietà di frutta presenti oggigiorno sul mercato presenta una differenza abissale confronto al Novecento: un passaggio che ha visto l’Italia passare da circa 8.000 varietà differenti disponibili sul mercato alle poche meno di 2.000 attuali. Di queste, 1.500 sono quasi destinate a sparire totalmente. La causa di tale declino sono i neo-sistemi di distribuzione commerciale che privilegiano quantità e come metodo di lavoro la standardizzazione, al contrario di altri processi che andrebbero a favorire la qualità del prodotto e, di conseguenza, la maggiore tutela dei consumatori. In tutto questo è poi spuntata nell’ultimo biennio la pandemia da Covid-19 che ha letteralmente posto dei blocchi alle piccole-medie imprese contadine, amplificando ancor di più la tecnica di commercio moderna.

Numeri certamente non edificanti, ma senza ombra di dubbio modificabili se dovessero essere attuate delle normative per preservare la biodiversità e i prodotti tipici delle nostre terre. In questa fase, in realtà, si sta verificando un cambiamento di assetto che potrebbe andare sempre più nella direzione dell’ulteriore riduzione delle tipicità e del prodotto di nicchia, con le multinazionali straniere, in particolar modo quelle di origini cinesi, che sempre più acquisiscono le nostre produzioni. L’ultimo caso, secondo quanto riportato su la Repubblica.it, sarebbe quello del colosso cesenate Verisem il quale sembrerebbe esser finito nel mirino di una multinazionale orientale. Fondata nel 1974 da Antonio Suzzi nelle medesima zona in cui situa oggi, partì come piccolo produttore di semi per frutteti, salvo in vent’anni conquistare la scena internazionale divenendo una vera e propria istituzione facendo leva sulla varietà e qualità della sua frutta, verdura ed erbe aromatiche.

Anche nel caso in cui non dovesse materializzarsi il passaggio di testimone dell’azienda citata, i numeri attestano come si stia andando sempre più incontro a un monopolio mondiale: già 2 semi su 3 (66%) nostrani sono in mano a multinazionali. Per quanto riguarda l’azienda romagnola (Verisem), questa vanta dalla sua parte 2200 produttori, confermandosi leader mondiale con 6 siti produttivi di cui 3 in Italia, 1 in Francia e 2 negli Stati Uniti, distribuendo la sua produzione in 117 Paesi, realizzando il 54% del fatturato europeo, il 20% delle Americhe, il 19% di Asie e Pacifico e il restante 6% in Medio Oriente. Occupa 284 dipendenti tra le varie sedi illustrate pocanzi. Numeri non di poco conto che, dunque, dovrebbero portare a serie riflessioni sull’importanza dei futuri posizionamenti delle nostre produzioni. È per tale motivo che molti enti stanno forzando sull’applicazione da parte dello Stato del Golden Power per mantenere sotto il controllo italiano la Verisem. Il valore di Verisem è stimato, ad oggi, intorno ai 150 milioni di euro, pertanto sarà fondamentale non svendere agli stranieri un pezzo del patrimonio genetico nazionale di biodiversità. In ultimo, Coldiretti denuncia quanto influiscano le difficoltà economiche e occupazionali sulla perdita di potere contrattuale. In tal senso si richiama l’importanza della nascita di nuovi Consorzi agrari così da rafforzare la struttura agricola nazionale per competere anche con i grandi produttori globali.

In tutto ciò, se mai dovesse essercene bisogno, potrebbero intervenire a soccorso le banche dei semi, ovvero il deposito che si pone come scopo la preservazione della varietà biologica e la sicurezza alimentare, tramite lo stoccaggio di un’adeguata quantità di specie alimentari, pronte alla semina nell’eventualità di una catastrofe biologica che comporti delle scorte di semi obbligatorie all’interno degli Stati. Inoltre, proprio nel corso delle manifestazioni andate in scena il 22 maggio, Coldiretti ha tenuto a sottolineare come all’interno di esse si siano presentati alcuni prodotti che da centinaia di anni fanno parte della nostra cultura alimentare, riproponendoli ai tanti e permettendo dunque anche una conoscenza maggiore della nostra produzione agricola. Naturalmente la situazione risulta analoga anche negli altri Paesi, ed è proprio per tale motivazione che la Commissione europea ha recentemente adottato una nuova e globale strategia “Dal produttore al consumatore” per un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Essa è stata affiancata dalla strategia per la biodiversità della natura ed entrambe si rafforzano a vicenda per favorire i rapporti tra natura, agricoltori, industria e consumatori affinché tutte le componenti lavorino insieme per un futuro competitivamente sostenibile. Tale iniziativa è in linea con il Green Deal europeo e propone azioni e impegni ambiziosi da parte dell’Ue per arrestare la perdita di biodiversità in Europa e nel mondo e trasformare i nostri sistemi alimentari in standard di riferimento per la sostenibilità a livello globale, la protezione della salute umana e del pianeta. Nello specifico la pandemia da Covid-19 ha dimostrato quanto la crescente perdita di varietà ci renda vulnerabili e come il buon funzionamento del sistema alimentare sia essenziale per la società. Nello specifico la strategia alimentare si pone come obiettivo quello di proporre regimi alimentari sani provenienti da un pianeta sano, riducendo così l’impronta ambientale e climatica. Gli obiettivi principali sono quelli della riduzione del 50% dell’uso di pesticidi, almeno del 20% l’uso di fertilizzanti e del 50% le vendite di antimicrobici utilizzati per gli animali d’allevamento e l’acquacoltura e, infine, si cercherà di destinare il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica.

Per capire bene quanto detto in precedenza, basti pensare che in Inghilterra, a febbraio 2021, si è concluso uno studio del Ministero delle Finanze il quale specifica che bisognerà “guarire” l’economia delle biodiversità. Un documento di 600 pagine che riassume tutte le premesse che descrivono lo stato di salute del pianeta e gli impatti principali dell’attività dell’uomo. In tutto ciò il dato che più spicca contesta il fatto che al giorno d’oggi la popolazione umana consuma risorse naturali ad un ritmo del 50% più veloce di quello con cui la natura riesce a ripristinarle. Inoltre, lo stesso evidenzia l’importanza di agire al più presto ed in modo incisivo per evitare scossoni economici di portata difficile da stimare. Nella sua parte conclusiva, il documento, si concentra sull’impegno che dovrà esser profuso per risolvere la problematica, tanto da essere addirittura paragonato al piano Marshall attuato nel post seconda guerra mondiale. Il rapporto propone una rivoluzione copernicana delle neo-economie, parlando del PIL come uno strumento difettoso e dannoso, in quanto tiene conto solo dei flussi di denaro e degli stock, senza dar importanza al capitale naturale. Pertanto la proposta definitiva è quella di assegnare un valore monetario non solo alle risorse, ma anche al loro uso e la loro tutela.

Ovviamente in tutto ciò non poteva starsene in silenzio la Germania, con i titoli di giornale che nel periodo pre Covid sottolineavano come nel Paese si fosse avviato un vero e proprio processo di erosione della biodiversità. In tal senso pochi giorni fa lo stato tedesco ha avviato un progetto che si pone alla sua base un finanziamento a lungo termine per salvare la biodiversità in tre continenti. L’iniziativa prende il nome di Legacy Landscapes Fund, e punta sulla collaborazione di donatori (finanziatori) pubblici e privati per migliorare la tutela di tale ramo territoriale. Trenta saranno gli hotspot suddivisi tra Africa, Asia e America Latina, con lo scopo di creare un finanziamento stabile, continuo e assicurato per almeno 15 anni.

Queste le maggiori iniziative del 2021 che, per fortuna, sfociano anche in altre zone del mondo, con un unico obiettivo comune.