Caporalato in Piemonte: i casi di Carmagnola e Asti

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Caporalato in Piemonte: i casi di Carmagnola e Asti

Carmagnola di Torino è famosa per i suoi peperoni, ed è tristemente nota per essere terra di ‘ndrangheta come hanno dimostrato i diversi processi che ci sono stati come quello relativo all’operazione Factotum e al processo Carminius-Fenice del 2022.

Ma nello specifico come arrivano i peperoni sulle nostre tavole e gli altri ortaggi?   Il 17 luglio 2015 un fatto svegliò (o avrebbe dovuto) la comunità di Carmagnola: la morte in una serra nelle campagne di Carmagnola del bracciante rumeno Ioan Puscasu. Ioan lavorava in nero sottopagato senza nessuna tutela per la sicurezza, quando è morto aveva 46 anni, lavorava a Carmagnola dal 2008 presso l’azienda agricola di Renato Gambino.

Ne abbiamo parlato con Alessandro Stella della Flai Cgil di Torino

Potrebbe raccontare del caporalato a Carmagnola?

“Il caporalato al nord assume forme diverse, generalmente lo si trova nelle “cooperative senza terra” soprattutto nella filiera zootecnica, ortofrutticola e in alcuni casi avicola. Il fatto è che non si tratta di singole mele marce ma di tutto un sistema che fa anche sì, ad esempio, che la verdura come i peperoni arrivi sottocosto. Nello specifico ci sono aziende che assumono i braccianti di solito immigrati, formalmente in maniera legale con un compenso minimo, poi andando a vedere si scopre che i giorni pagati sono in verità molto minori di quelli effettivamente di lavoro. Il lavoro nero corrisponde inoltre statisticamente a un maggiore quantità e gravità di incidenti; infatti, la sicurezza è generalmente minima e carente su tutti i fronti”.

Cosa mi sa dire sul processo per l’omicidio di Ioan Puscasu?

“Vi sono state tre condanne, la morte di Ioan Puscasu è passata quasi inosservata e sotto un silenzio assordante a Carmagnola. Ioan lavorava in una serra particolarmente bassa dove faceva molto caldo, la fatica era molta e le condizioni igieniche e di sicurezza pressoché assenti. Dopo che si è sentito male anziché chiamare i soccorsi il datore di lavoro e sua madre hanno cercato di nascondere il tutto portandolo in casa e cercando di farlo riprendere, infine un’amica di Ioan, saputo delle sue condizioni, ha allertato i carabinieri, ma i sanitari successivamente non hanno potuto che constatare il decesso.

Se possibile sottolineerei che il cognato, che lo aveva trovato e aveva aiutato il datore di lavoro a lavarlo e vestirlo per poi metterlo a sedere sotto la tettoia per sviare le indagini dal rapporto di lavoro si era già messo d’accordo con l’azienda per rimpatriare il corpo e per un risarcimento di 5000 euro. Solo grazie al coraggio di una donna, Lucica è stato possibile avviare le indagini e arrivare alla verità”.

Cosa si può fare per prevenire casi simili in futuro?

Bisogna attivare le sezioni territoriali del lavoro agricolo di qualità, in Provincia di Torino la FLAI lo ha richiesto più volte, che mediante l’unione fra istituzioni, organizzazioni datoriali e dei lavoratori e forze dell’ordine permetterebbero di fronteggiare meglio sfruttamento e caporalato. Inoltre, bisogna attuare efficacemente la legge 199/2016 istituita appositamente contro lo sfruttamento, mentre da un punto di vista legale (delle politiche migratorie) la Bossi-Fini e la politica dei flussi è controproducente. I suoi meccanismi innescano un’intermediazione, sia in Italia sia nei Paesi d’origine dei migranti da parte della criminalità organizzata, che fa sì che i lavoratori paghino agli intermediari nel loro Paese, cifre importanti ( tra i 7000 e i 15000 euro) per procurarsi un contratto di lavoro “regolare”, mentre al momento dell’arrivo in Italia frequentemente il lavoro non esiste. Pertanto i migranti si trovano privi di lavoro regolare, in condizione di fragilità e di bisogno e finiscono nelle mani dei caporali che li sfruttano come manodopera (in nero) a basso costo, diventando inesorabilmente irregolari, quindi invisibili, senza possibilità né di denunciare né di attivare percorsi legali per  la regolarizzazione sul nostro territorio.

La Bossi Fini andrebbe abrogata, servirebbero vere politiche migratorie per rispondere alla sempre più grande richiesta di manodopera da parte del nostro sistema produttivo. La migrazione regolare è una risorsa indispensabile per il Paese, l’Italia è un Paese con una denatalità importante, il rapporto morti/nascite è in calo da decenni, senza i migranti in un decennio o forse meno, non ci sarà più equilibrio tra chi lavora e versa i contributi all’INPS e chi è in pensione, mettendo a serio rischio la tenuta del sistema pensionistico.

Noi come Cgil facciamo il sindacato di strada per andare incontro ai migranti che si trovano in condizioni di sfruttamento. Servono altresì più controlli sulle aziende e più “ispettori della sicurezza sul lavoro”.

Nell’astigiano sono stati rilevati diversi casi di lavoro nero e di sfruttamento, con paghe misere, umiliazioni psicologiche e alloggi inadeguati.

Intervista a Letizia Capparelli segretaria generale della Flai Cgil Asti

 Come funziona il caporalato ad Asti?

“C’è un sistema che porta i migranti dal loro Paese di origine a pagare per venire in Italia ed essere sfruttati da società che operano illegalmente dandogli paghe irrisorie e senza nessun sistema di sicurezza e di igiene. I migranti, molto spesso vengono reclutati nei Cas da caporali per essere portati nelle vigne e nei campi nel periodo della raccolta o in allevamenti del territorio per farli lavorare senza contratto regolare e pagati con cifre irrisorie ben al di sotto del limite dall’essere considerate dignitose. Ed a fine giornata o a fine stagione vengono riportati nei centri di accoglienza. Questa è una tratta di esseri umani.Un caso è quello della San Pol azienda avicola di Calliano che sfruttava questi lavoratori pagandoli 5 euro a tir caricato, ma da dividere per il numero di persone impiegate a farlo. Ed ufficialmente non figuravano dipendenti.

Vi sono anche casi di aziende vinicole molto note che producono Barolo o Barbera di alto livello e costo, ma che nel subappaltare la manodopera a cooperative senza scrupoli finiscono per ritrovarsi ignari nei propri terreni, lavoratori sottopagati, sfruttati e/o senza le giuste tutele contrattuali”.

Cosa fate per contrastare la piaga del caporalato?

“Intanto rappresentiamo un punto di riferimento per il territorio dove i lavoratori sanno di potersi rivolgere per denunciare o raccontare situazioni di sfruttamento. Invece nei periodi topici dell’anno, dove soprattutto in agricoltura si fa maggior ricorso a manodopera per la raccolta, andiamo fisicamente nei campi per intercettare direttamente i lavoratori, cercando di farci raccontare le difficoltà che loro stessi spesso vogliono nascondere per paura di ripercussioni e di perdere anche quel poco che gli verrà riconosciuto a fine giornata.

In questi casi lasciamo tutti i nostri riferimenti e volantini, nelle varie lingue per farci capire dalle diverse etnie che ad oggi sono presenti sul territorio astigiano.

Una delle cause principali della paura a denunciare da parte di questi lavoratori è spesso rappresentata dalle leggi che invece dovrebbero tutelarli, parlo della Bossi Fini, che più volte abbiamo chiesto di superare perché dà spazio all’insinuarsi di organizzazioni malavitose che si occupano del traffico di esseri umani da un paese all’altro. Al contrario la L. 199, tanto sostenuta e voluta dal sindacato, invece, se regolarmente applicata, consentirebbe l’emersione del malaffare punendo i trasgressori”.

Le istituzioni vi aiutano?

“Se parliamo di quelle regionali o comunali, almeno nelle dichiarazioni ci provano, ma ovviamente non è sufficiente.

Se parliamo invece delle forze dell’ordine, abbiamo in loro un prezioso alleato ma nella maggior parte dei casi solo dopo una denuncia da parte nostra. i casi di intervento preventivo non sono sufficienti a risolvere il problema non certo per loro volontà, ma per la ridotta quantità di risorse messe a loro disposizione per contrastare questo fenomeno. Certo sarebbe opportuno coordinarsi tra istituzioni, forze dell’ordine, associazioni sindacali, datoriali e umanitarie affinché si possa congiuntamente provare a sopperire a quelle mancanze che oggi riscontriamo”.