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Carceri, l’infanzia in cattività

di Marco Moretti

Quando si parla di carceri in Italia, i temi che subito vengono in mente riguardano il sovraffollamento degli istituti penitenziari, le condizioni igienico sanitarie dei detenuti, soprattutto in questo periodo di pandemia, la (presunta) folta presenza di stranieri o il reinserimento sociale e lavorativo a fine pena. Se la pena detentiva ha come scopo finale la riabilitazione sociale e non una funzione punitiva, allora dobbiamo mettere al centro del dibattito i temi legati allo sviluppo della persona. Le presenze in carcere, in continuo aumento negli ultimi anni, non riguardano solo piccoli o grandi criminali, c’è infatti chi vive, o addirittura nasce, in strutture detentive senza averne alcuna colpa. Stiamo parlando dei bambini e delle bambine, figli di detenuti (in particolare madri) che sono costretti a passare i loro primi anni di vita tra le mura di una cella. Questo è un tema cruciale per i diritti dei minori. Da un lato si cerca di riabilitare le mamme e dall’altro si costringono minori innocenti a vivere gli anni fondamentali per la loro crescita, come dimostrato dallo sviluppo delle neuroscienze, in contesti del tutto inadeguati. Secondo i dati pubblicati dal ministero della Giustizia, aggiornati al 31 ottobre 2020, nel circuito penitenziario risultano presenti 31 detenute madri con 33 figli al seguito. 

Gli istituti penitenziari in Italia: la situazione

Gli istituti penitenziari si distinguono nelle tre principali tipologie previste dall’art. 59 della Legge n. 354/1975 e sono distribuiti nel territorio sotto la competenza dei rispettivi Provveditorati regionali.

Istituti di custodia cautelare: Case circondariali, imputati e condannati ad una pena non superiore a 5 anni. Istituti per l’esecuzione delle pene: Case di reclusione, detenuti con pena definitiva e condannati per pene superiori a 5 anni. Istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza, internati nelle case di lavoro. I Provveditorati regionali sono organi periferici di livello dirigenziale generale e sono distribuiti nel territorio in undici sedi:

 Fonte: dipartimento dell’amministrazione giudiziaria, anno 2019

Al 31/12/2019 il numero delle presenze dei ristretti negli Istituti penitenziari è stata pari a n. 60.679, confermando il graduale trend in aumento di presenze (nel 2018 erano 59.655 e nel 2017 contavano 57.608 presenze). Per questo da quando è esplosa la pandemia da coronavirus in Italia abbiamo dovuto nuovamente fare i conti con il problema del sovraffollamento delle carceri: si stima in un 10% in più il numero dei detenuti rispetto alla capienza delle carceri. La paura del contagio ha scatenato delle rivolte nel corso del 2020, in ben 21 strutture detentive in tutta Italia, con centinaia di feriti tra gli agenti della polizia penitenziaria e i carcerati, senza contare gli ingenti danni riportati dalle strutture per quasi 10 milioni di euro. La magistratura ad oggi sta indagando su come siano state sedate queste rivolte e se ci siano stati abusi da parte delle forze dell’ordine. Proprio alla luce delle condizioni in cui versano oggi le carceri italiane, si rende ancora più necessario valutare misure detentive alternative per le fasce più fragili della popolazione carceraria, come le madri con al seguito i figli.

Maternità e reclusione, due condizioni in conflitto tra loro

Rispetto alla detenzione femminile, le donne rappresentano il 4,38% delle presenze totali, per un valore assoluto di 2663 detenute. Si segnala che presso gli Istituti dove sono ospitate gestanti e madri con bambini dovrebbero essere organizzati per legge appositi asili nido in cui vengano assicurate attività formative e ricreative in funzione dell’età dei bambini. La possibilità di tenere in cella le detenute madri con i loro figli risale a una legge del 1975, varata con lo scopo di evitare o comunque ritardare il distacco del piccolo dalla mamma, ma rischia adesso di avere effetti devastanti a lungo termine. Quello dei “bambini detenuti”, costretti a convivere assieme alla mamma periodi più o meno lunghi della loro vita dietro le sbarre, è un problema ancora irrisolto. 

Secondo alcuni studi, la condizione di reclusione condiziona il linguaggio e la capacità di movimento dei bambini che si trovano a vivere in cella assieme alle loro mamme. Le quattro mura della cella finiscono per diventare un mondo dove lo spazio, non solo quello fisico, è limitato. In carcere non c’è possibilità per i bambini di esplorare il mondo e fare piccole e grandi scoperte, come sarebbe normale nei primi anni di vita di ogni essere umano. Sono lontani da tutti gli affetti familiari, non ci sono passeggiate o corse spensierate all’aria aperta, se non in minima parte. 

Recenti ricerche sociologiche dimostrano quanto il rischio di devianza sia più alto per quei bambini che hanno vissuto l’esperienza del carcere nei primissimi anni di vita a seguito dell’arresto o della condanna della mamma. Una soluzione sperimentale adottata in Italia è quella degli ICAM (Istituto a custodia attenuata per detenute madri), cominciata nel 2006 e stabilita giuridicamente dalla legge n. 62/2011 per evitare di separare la mamma condannata per un reato non grave dal suo bambino con una età compresa tra 0 e 6 anni.Questo provvedimento afferma che le madri detenute con prole inferiore ai sei anni debbano usufruire di trattamenti alternativi alla detenzione, volti a non traumatizzare eccessivamente i figli, che fino a quell’età devono in ogni caso rimanere sotto la tutela del genitore di sesso femminile se è quest’ultima a chiederlo espressamente. Questi trattamenti alternativi riguardano infatti il soggiorno in reparti particolari a custodia attenuata, meno duri rispetto al carcere vero e proprio: l’ambiente deve essere accogliente e più simile ad una vera casa, proprio per evitare che i bambini soffrano l’esperienza della carcerazione forzata. I bambini in carcere si trovano in pratica in istituti a custodia attenuata o in asili nido allestiti presso la struttura penitenziaria. In Italia, esistono attualmente pochi centri a custodia attenuata. Lo stesso Ministero di Giustizia individua le ICAM presenti sul territorio italiano:Milano San Vittore Francesco Di Cataldo; Venezia Giudecca; Lauro  (provincia di Avellino); Torino Lorusso e Cotugno; Cagliari Uta Ettore Scalas. L’ICAM è una struttura che può contare su una serie di servizi integrativi che alleggeriscano il periodo di detenzione delle madri e dei bambini: camere confortevoli e luminose, ambienti personalizzati, infermeria, ludoteca, biblioteca e aula formativa per le donne, concepiti per consentire alle madri detenute con bambini piccoli una vita più dignitosa. In ogni caso si tratta comunque di strutture a stretto contatto con quelle carcerarie  e nelle quali la mancanza di mezzi di sostegno è avvertita come la primaria necessità. La normativa esistente pur lacunosa e incompleta consente di poter in parte preservare il minore, terzo e incolpevole, e consentirgli di subire un trauma più lieve dalla permanenza in carcere.

L’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna ha affrontato il problema proprio a inizio 2021 in un seminario online svoltosi il 13 gennaio. Sono dieci le madri che nel 2020 hanno scontato periodi di detenzione in strutture carcerarie della regione con al seguito i propri bambini, mentre nel 2019 sono state 15 in tutta le Regione Emilia Romagna. Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria dell’Emilia-Romagna e delle Marche, Gloria Manzelli rileva quanto in Italia il problema sia ancora marcato: “Un bambino che entra in un istituto penitenziario avrà traumi per sempre, in molte regioni non esistono ancora soluzioni alternative”. E allora il tema diventa dove accogliere le madri detenute e come tutelare i diritti del bambino. Diventa fondamentale ricercare soluzioni alternative alle canoniche strutture di detenzione, luoghi che siano compatibili con la crescita dei bambini e delle bambine, e che non ostacolino i compiti della maternità. 

“Il bambino va sempre protetto (cosa che non accade in carcere)” dice la garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Clede Maria GaraviniIl bambino che vive nel carcere deve fare i conti con un quotidiano che presenta evidenti limitazioni: ci sono regole precise da rispettare, manca la libertà di movimento, è assente la socialità con i coetanei, il bambino non può sperimentare, non può investire nel suo futuro. La madre a sua volta, riferimento del bambino, appare in tutti i suoi limiti, la sua autorevolezza viene ridimensionata”. Garavini sollecita quindi soluzioni diverse alla detenzione in strutture penitenziarie, affermando che è un diritto del minore essere accolto in strutture idonee, dove possano ricevere un’adeguata educazione. Mentre alla madre deve essere data la possibilità di esercitare la genitorialità, favorendo anche il suo reinserimento sociale.

Per la Regione Emilia-Romagna è fondamentale attivare programmi che consentano di evitare da subito la reclusione delle donne con bambini al seguito e rendere realmente praticabili le misure alternative. La soluzione avanzata è quella della casa famiglia protetta, esterna al carcere. Anche la normativa nazionale sta andando in questa direzione, stabilendo che il ministero possa stipulare intese con gli enti locali per individuare le strutture idonee a essere utilizzate come case famiglia protette, favorendo dunque la diffusione sul territorio di strutture idonee a questo scopo. Inoltre lo scorso dicembre è stato approvato dal Parlamento un emendamento di modifica alla legge di bilancio che prevede la creazione di un fondo per l’accoglienza di genitori detenuti con i propri figli al di fuori delle strutture carcerarie. L’emendamento, sottoscritto dall’On.le Paolo Siani (PD) quale primo firmatario, prevede l’istituzione di un fondo dedicato che garantisca le risorse necessarie all’inserimento dei nuclei mamma-bambino all’interno di case famiglia e comunità alloggio idonei ad ospitarli. La presenza di bambini nelle strutture detentive rappresenta un paradosso del nostro sistema, che compromette la salute psico-fisica dei minori in un’età fondamentale per sviluppo, per di più l’attuale emergenza sanitaria li espone ad ulteriori rischi per la salute. È quindi indispensabile individuare misure volte a consentire la collocazione delle madri detenute assieme ai loro bambini al di fuori degli istituti penitenziari, anche quelli a custodia attenuata (ICAM). L’emendamento alla legge di Bilancio ha riscontrato un sostegno trasversale tra tutte le forze politiche e i gruppi di maggioranza, ed in particolare dai capogruppo in Commissione Affari Sociali del PD, M5S, LEU e IV.

Sulla stessa linea la presidente dell’Assemblea legislativa regionale, Emma Petitti: “Le strutture per accogliere madri in misura alternativa al carcere rappresentano non solo una soluzione abitativa ma anche l’inizio di un percorso per raggiungere un’autonomia economica: la ricerca di un impiego, il reinserimento in società guardando al futuro con maggior fiducia. In queste strutture i bambini possono trovare la percezione di una vita che si avvicina molto a quella di una famiglia normale. E per le madri, che alla sofferenza della pena devono aggiungere quella di una maternità ‘mutilata’, credo che la dimensione della casa famiglia permetta di affrontare la situazione con maggiore serenità”.

Grazie all’attenzione posta su questo cruciale tema per le carceri italiane ad oggi i bambini presenti negli istituti penitenziari sono comunque molto pochi e la loro presenza è in decremento, principalmente come conseguenza dell’applicazione di particolari misure alternative alla carcerazione di cui le donne possono usufruire.