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Culle vuote e la speranza di vita degli uomini crolla sotto gli ottanta anni

Un nuovo Paese è quello che ci riconsegna la pandemia, con 7 nati e 13 decessi ogni mille abitanti. Si acuisce il calo demografico, i nuovi nati sono ormai un terzo in meno rispetto a dodici anni fa.

di Roberta Caiano

Dall’avvio dell’epidemia nel marzo 2020, sono stati numerosi gli studi effettuati sugli impatti socio-economici che hanno coinvolto gli italiani e la loro vita. Soltanto un mese fa, i dati Istat riscontravano una perdita di un milione di posti di lavoro in questo anno pandemico. Tanti aspetti della quotidianità sono mutati, ma altrettanti sono i fattori influenzati da questi trend negativi. Un dato tra tutti è quello che segna il 2020 come l’anno in cui si registra l’ennesima riduzione delle nascite e il massimo di decessi: 7 neonati e 13 decessi per mille abitanti. Negli ultimi dodici anni il calo demografico era già evidente con un picco relativo di 577mila nati agli attuali 404mila, ovvero il 30% in meno. Come sottolinea l’lstituto nazionale di Statistica, la diminuzione della natalità interessa tutte le aree del Paese, da Nord a Sud, salvo rare eccezioni. Sul piano regionale le nascite, che su scala nazionale risultano inferiori del 3,8% sul 2019, si riducono dell’11,2% in Molise, del 7,8% in Valle d’Aosta, del 6,9% in Sardegna. Come testimonianza di un quadro generale piuttosto critico, tra le province soltanto 11 su 107 rilevano un incremento delle nascite: Verbano-Cusio Ossola, Imperia, Belluno, Gorizia, Trieste, Grosseto, Fermo, Caserta, Brindisi, Vibo Valentia e Sud Sardegna. Il record di tasso più basso dal 2003 va anche a quello di fecondità totale sceso nel corso dello scorso anno a 1,24 figli per donna contro l’1,27 del 2019 e l’1,40 nel 2008.

Alla luce di questi dati che coprono l’anno scorso, se le nascite sono pari a 400mila, i decessi raggiungono la soglia record di 746mila corrispondenti al 18% in più di quelli rilevati nel 2019. A riprova di questi numeri, ne consegue una dinamica naturale di nascite e decessi negativa nella misura di 342mila unità, oltre che la speranza di vita alla nascita scesa a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019. L’eccesso di mortalità dovuto al Covid rispetto al livello atteso non è, però, di per sé in grado di rallentare la crescita dell’invecchiamento, che infatti prosegue portando l’età media della popolazione da 45,7 anni a 46 anni tra l’inizio del 2020 e l’inizio del 2021. La popolazione degli over 65 anni, 13 milioni 923mila individui a inizio 2021, costituisce il 23,5% della popolazione totale contro il 23,2% dell’anno precedente. Nel caso specifico dei più colpiti dalla super-mortalità, ovvero gli ultra ottantenni si riscontra comunque un incremento che li porta a 4 milioni 480mila, rappresentando il 7,6% della popolazione totale. Al contrario, risultano in diminuzione tanto gli individui in età attiva quanto i più giovani: i 15-64enni scendono dal 63,8% al 63,7% mentre i ragazzi fino a 14 anni passano dal 13% al 12,8% del totale. In qualche realtà locale e nelle aree di maggior impatto pandemico, la super-mortalità ha determinato un momentaneo rallentamento del processo di invecchiamento. Anche se le situazioni dove si possa parlare di arretramento del processo di invecchiamento sono limitate e, dove ciò accade, le riduzioni non superano il decimo di punto percentuale.

Un dato sbalorditivo è quello che riguarda la provincia di Bergamo, che ha pagato un prezzo alto in termini di vite umane per la pandemia, dove la popolazione degli over 65 anni cresce dal 21,4% al 21,5%, quella ultra ottantenne si ferma al 6,4% e l’età media dei suoi residenti passa da 44,5 a 44,7 anni. Come spiega l’Istat, ciò si attribuisce al fatto che, analizzando l’invecchiamento della popolazione in termini relativi, risulta decisivo il peso decrescente delle generazioni giovani e giovanissime, in un contesto come quello italiano, in cui la fecondità risulta anno dopo anno sempre più contenuta. Con l’eccezione del Trentino-Alto Adige, dove si registra una variazione annuale della popolazione pari a +0,4 per mille, tutte le regioni sono interessate da un decremento demografico. Infatti l’Istituto precisa che il fenomeno colpisce maggiormente il Mezzogiorno rispetto al Centro e al Nord. Molise e Basilicata sono le regioni più colpite; la provincia di Isernia è quella che evidenzia la situazione maggiormente critica, per via di un tasso di variazione che in un anno le sottrae circa l’1,5% della popolazione. Mentre tra quelle del Nord spiccano Piemonte, Valle d’Aosta e soprattutto Liguria. 

Nel report sui dati demografici, l’Istat sottolinea anche come l’incremento assoluto dei decessi per tutte le cause di morte sull’anno precedente è stato pari a +112 mila. Così, se da un lato è possibile ipotizzare che parte della mortalità da Covid-19 possa essere sfuggita alle rilevazioni, dall’altro è anche concreta l’ipotesi che una parte ulteriore di decessi sia stata causata da altre patologie letali che, nell’ambito di un Sistema sanitario nazionale in piena emergenza, non è stato possibile trattare nei tempi e nei modi richiesti”. Ciò significa che “se, ad esempio, nel corso del 2020 si fossero riscontrati i medesimi rischi di morte osservati nel 2019 (distintamente per sesso, età e provincia di residenza e applicati ai soggetti esposti a rischio di decesso) i morti sarebbero stati 647mila, ossia soltanto 13mila in più rispetto all’anno precedente, invece dei 112 mila registrati. Ne consegue che la mortalità indotta direttamente/indirettamente da Covid-19 ammonta a 99mila decessi, un livello che può considerarsi come limite minimo”. Infatti, nei primi due mesi del 2020, in una fase antecedente alla diffusione del virus, i decessi sono stati 6.877 in meno rispetto agli stessi mesi del 2019. Per l’Istat “è dunque lecito ipotizzare che senza la pandemia i rischi di morte sarebbero stati inferiori e non, come qui è ipotizzato ai fini del calcolo, precisamente eguali”. Delle 99mila unità stimate come eccesso di mortalità, 53mila sono uomini e 46mila donne, a riprova che la pandemia ha prevalentemente colpito il genere maschile. La speranza di vita alla nascita degli uomini scende a 79,7 anni, ossia 1,4 anni in meno dell’anno precedente, mentre per le donne si attesta a 84,4 anni, un anno di sopravvivenza in meno. In questo caso tutte le regioni, nessuna esclusa, subiscono un abbassamento dei livelli di sopravvivenza. Tra gli uomini la riduzione della speranza di vita alla nascita varia da un minimo di 0,5 anni riscontrato in Calabria, a un massimo di ben 2,6 anni in Lombardia.

Se teniamo conto delle perdite umane in base all’età, si concentrano tutte dopo i 50 anni e risultano maggiori all’avanzare del tempo. Fino a sotto i 50 anni, infatti, l’ipotesi di rischi di morte costanti nel 2020 sui livelli espressi nel 2019 produce un numero di decessi atteso in ogni caso superiore, di circa 1.500 unità, a quello realmente osservato nonostante la pandemia. “Ciò avvalora non solo la tesi che la letalità del virus sia di fatto irrilevante nelle classi di età più giovani, ma anche quella che senza la pandemia il 2020 avrebbe potuto essere un buon anno per le prospettive di sopravvivenza nel Paese”, spiega l’Istat. Si registra invece un eccesso di mortalità nelle età più fragili, che per gli uomini interessa soprattutto le classi 80-84 e 85-89 anni (circa 22mila decessi in più) mentre per le donne, in ragione di una presenza più numerosa, l’eccesso prevale nella classe 90-94 anni (oltre 15mila decessi in più). Su base provinciale la correlazione tra la mappa della diffusione della pandemia e quella della sopravvivenza persa in base ad anni vissuti è ancora più netta che su scala regionale. Emerge la specificità di alcune aree del Paese, più colpite dalla pandemia nella sua fase di esplosione iniziale. Tra queste, la provincia di Bergamo, dove per gli uomini la speranza di vita alla nascita è più bassa di 4,3 anni rispetto al 2019, e le province di Cremona e Lodi, entrambe con 4,5 anni in meno. In queste tre specifiche realtà sono cospicue anche le variazioni riscontrate tra le donne con una diminuzione di 3,2 anni per Bergamo e 2,9 anni per Cremona e Lodi.

Ma tra gli effetti della pandemia Covid-19 troviamo anche dati interessanti sulla mobilità residenziale interna e con i Paesi esteri, arrivando a incidere persino sui comportamenti riproduttivi e nuziali. Infatti nel 2020 si segnala un’ulteriore riduzione della popolazione residente in Italia, scesa al 1° gennaio 2021 a 59 milioni 258mila. Ininterrottamente in calo da 7 anni consecutivi, e specificamente dal 2014 quando raggiunse la cifra record di 60,3 milioni di residenti, l’ammontare della popolazione registra nel 2020 una riduzione di 384mila unità sull’anno precedente. In Italia le iscrizioni all’anagrafe dall’estero per trasferimento di residenza si sono ridotte del 34% rispetto al 2019, così come le cancellazioni ridotte del 21%. Anche per quanto riguarda la mobilità interna la riduzione è significativa, avendo avuto luogo il 12% in meno di trasferimenti di residenza tra Comuni. Nonostante le limitazioni dipese dallockdown, anche nel 2020 si registrano movimenti migratori interni sfavorevoli al Mezzogiorno. In tale ambito nel corso dell’anno circa 364mila individui hanno lasciato un Comune quale luogo di residenza per trasferirsi in un altro Comune italiano, mentre sono circa 317mila quelli che hanno eletto un Comune del Mezzogiorno quale luogo di dimora abituale. Tuttavia, le dinamiche di queste due ripartizioni risultano tendenzialmente alterne e condizionate dagli aspetti legati alla diffusione della pandemia. Nel Centro, meno colpito dal virus, il saldo migratorio interno è in crescita mentre nel Nord la riduzione è più che evidente, soprattutto nelle regioni più segnate dalla pandemia.