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Il Filo di Arianna nel labirinto del Next Generation EU

Non c’è traccia dei Livelli essenziali di prestazione, come garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti i territori d’Italia: è già un’occasione persa per il Sud Italia?

di Salvatore Luigi Baldari (riceviamo e volentieri pubblichiamo)

Quando alcuni mesi fa, esponenti politici e autorevoli commentatori parlavano del Piano di spesa per il Next Generation Eu, il filo di Arianna un po’ per tutti, era quello di non disperdere le risorse in tanti rivoli e di concentrarsi con efficacia su poche priorità.

Per tutta risposta, la prima bozza di Settembre del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (Pnrr) si presentò con quasi 600 progetti, riesumati dai cassetti dei Ministeri e forse anche dalle videocassette degli archivi televisivi. Il mese di Dicembre è stato caratterizzato da una nuova bozza più aggiornata e decisamente più scremata della precedente, che fra i suoi pochi pregi aveva quello, per lo meno, di manifestare i saldi di spesa dedicati a ciascuna misura. Arriviamo allora, ai giorni nostri, con un ultima versione della bozza. A dir il vero, è ancora eccessivo chiamare questo documento, Piano di Spesa, dal momento che in un Piano di Spesa di una Paese del G7 mi aspetterei scritto, per ciascuna misura: un obbiettivo, una descrizione dell’implementazione, la previsione del suo impatto anche territoriale, un metodo di valutazione del suo eventuale successo.  

Se si vuole che l’effetto del Next Generation EU sia duraturo e non limitato agli anni in cui arriveranno i finanziamenti, bisogna innanzitutto considerare i fondi come un’opportunità di investimento, per innescare dinamiche di crescita, delle quali il nostro Paese ha in questo momento un bisogno estremo. Negli ultimi venti anni la crescita media in Italia è stata nulla (parliamo dello 0,2% con alcune eccezioni fra il 2015 e il 2017) e le due crisi che si sono susseguite hanno azzerato i pochi progressi realizzati.

Diventa decisamente spiazzante, in questo senso, leggere come ben 88 miliardi del Pnrr vadano a finanziare progetti di altre epoche, promessi, annunciati, mai cantierizzati e soprattutto con stanziamenti già impegnati in altri bilanci. Dimostriamo, così, di non aver imparato una lezione fondamentale dalle esperienze passate con i Fondi Strutturali Europei, ovvero quella della addizionalità. Siamo al paradosso della sostituzione totale di fonti di finanziamento, forse per eccessiva prudenza (abbassando il costo del debito) o forse per insicurezza nell’efficacia dei progetti individuati?  E con quegli 88 miliardi svincolati dai vecchi impegni di spesa, nella migliore delle ipotesi, rischieremo di ritrovarci con tanti investimenti in meno, nella peggiore, di vedere questa porzione di risorse, distribuita secondo le consumate tradizioni politiche italiane. Sarebbe stato fondamentale spenderli nelle modalità già impegnate, responsabilizzando i soggetti esecutori, attivando cabine di monitoraggio per l’avanzamento della spesa e commissariando, dove necessario. In tal caso avremmo dato una vera e propria scossa.

Tra l’altro non si può non considerare il fatto che, l’Italia uscirà dalla crisi pandemica con un debito pubblico superiore al 160% del Pil, insostenibile con dei tassi di crescita simili a quelli attuali e simili anche a quelli pre-Covid, se proprio vogliamo dirla tutta.

Accanto agli investimenti mirati, dovranno essere necessariamente portate a compimento, tutte quelle riforme di cui abbiamo bisogno, per vestire il Paese con un equipaggiamento completamente nuovo, in grado di calarlo, pienamente, nella grande sfida della società globale, che ancora dopo tre decenni non abbiamo compreso e imparato ad approcciare. Penso alla giustizia civile, al diritto amministrativo, al superamento degli status quo e all’architettura istituzionale.

Costi storici

Una delle più ataviche incongruenze d’Italia è la drammatica disparità fra il Nord e il Sud del Paese, provocata senz’altro da un serie imperdonabile di errori, inanellati dalle classi dirigenti meridionali, ma anche da un sistema perverso di trasferimento di risorse dal centro alla periferie, che attraverso il sistema dei costi storici, ha quasi valorizzato, nei decenni, le inadeguatezze di quelle classi dirigenti, sentenziando una sorta di doppia condanna ai danni dei cittadini da Roma in giù. Per intenderci, costi storici, sarebbe schematicamente sintetizzabile nel “quanto hai speso sino ad ora, quello ti do, senza alcuna valutazione.”

Dopo la riforma costituzionale del 2001, la Legge n.42 del 2009 aveva stabilito la definizione dei Livelli Essenziali di Prestazione (Lep), che avrebbero dovuto stabilire le garanzie dei fondamentali diritti di cittadinanza, valide per tutti i territori d’Italia. In loro assenza, ci ritroviamo col paradosso di città del Nord, che rispetto a città del Sud di simile popolazione e dimensione, ricevono trasferimenti in misura anche tripla, se non quadrupla, per spese dedicate a istruzione, assistenza sociale, mobilità. Ci ricordiamo tutti un caso recente, secondo cui le tabelle dei costi storici riconoscevano in maniera formale l’esigenza di zero asili nido in alcune città della Campania.

Costi standard 

È stato nel 2015, che il sistema ha iniziato a intravedere un piccolo cambiamento, con l’introduzione dei costi standard e della capacità fiscale, portando da zero al 45% la quota di risorse trasferite secondo questo nuovo metodo. Il percorso è stato poi interrotto nel 2018 e ripreso nel 2019, con una previsione del 50% a salire in maniera molto graduale per i prossimo 10 anni.

Non può esistere un investimento migliore, a mio avviso, di uno che preveda di portare i cittadini del Sud Italia a un livello di opportunità pari a quello del resto del Paese. Questo sarebbe un investimento ad alto rendimento, parafrasando una recente riflessione di Mario Draghi sul Corriere della Sera. Per questo mi sono stupito di come nella bozza del Pnrr per il Next Generation Eu, al capitolo della Coesione Sociale e Territoriale, non siano stati previsti la definizione e il sovvenzionamento dei Lep, la copertura del 100% dei fabbisogni standard (quel 45% di cui parlavamo qualche rigo sopra) e, più in generale, un sistema di perequazione aderente alla realtà. Poco sarebbe stato più impattante. E mi stupisco anche del fatto che Governatori e grandi Sindaci del Sud non si impuntino su queste decisioni. Fa piacere la recente presa di posizione del Presidente De Luca, sottoscritta dagli omologhi delle Regioni meridionali. Mi auguro che i contenuti siano altrettanto puntuali. Anche se il loro appunto, parte dalla rivendicazione di una quota del Piano di Spesa, che a loro avviso, dovrebbe essere superiore al 34% del totale delle risorse disponibili, per il Mezzogiorno d’Italia. È un approccio questo difficilmente condivisibile, in quanto esprime una distorta valutazione di quale è la vera funzione del Next Generation Eu. Non è un “super fondo strutturale”, ma uno sportello cui attingere per disegnare il piano industriale di ristrutturazione dell’economia italiana. E con questo approccio va affrontato. Per questo ritengo decisivo lanciare la sfida sul finanziamento dei Lep, che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria riforma organica.

Fino ad appena un anno fa, nel pieno del dibattito sulle autonomie richieste da alcune Regioni, il tema dei Lep era tornato alla ribalta e, stando alle dichiarazioni, persino i Governatori del Nord erano concordi sul loro finanziamento. L’unico ostacolo annunciato era la scarsità di risorse. Un ostacolo che oggi, il Next Generation Eu ci permetterebbe di superare.        

Combattere le disparità territoriali è l’investimento migliore da realizzare, cui affiancare una riforma efficace del Titolo V, più che mai necessaria. Il federalismo tanto decantato si è rivelato una moltiplicazione dei centralismi. L’architettura dello Stato è conflittuale e non corrisponde all’iperterritorialismo che lo contraddistingue. Gli sprechi, le inadempienze e i conflitti sono tanti e troppi. Una revisione netta dell’attuale disegno dovrebbe superare la distinzione fra competenze esclusive e concorrenti; dovrebbe abolire statuti speciali, comunità montane e similari; dovrebbe accorpare gli enti molto piccoli; dovrebbe avere il coraggio di ripensare i confini regionali intorno a distretti omogenei di popolazione, il tutto conferendo responsabilità e poteri agli amministratori locali. Dovrebbe ripartire dai Comuni, incentivando la loro possibilità di stringere patti territoriali più ampi in grado di dare una prospettiva di sviluppo e di benessere ben definita.

Non so come andrà a finire la vicenda della cabina di regia e del Pnrr, ma nulla mi impedisce di immaginare, che di qui alle prossime settimane,  ci saranno delle discussioni in Parlamento, in Conferenza Stato-Regioni e in Anci, per definire un assetto finale dei progetti. Mi auguro che il dibattito possa interessare anche il finanziamento dei Lep. Il rischio, in caso contrario, è che per il Sud Italia, il Next Generation Eu, rimarrà un occasione persa.