L’America e il ghiaccio: perché gli americani ne usano tanto

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L’America e il ghiaccio: perché gli americani ne usano tanto

Negli Stati Uniti una bevanda senza ghiaccio non è una svista, ma un’anomalia. Dietro pellet e sfere trasparenti c’è una storia di business, consumo e identità: infatti i cubetti non accompagnano solo le bibite, le definiscono. Acqua, cola, cocktail, tè freddo e perfino caffè arrivano al tavolo carichi di materiale refrigerante come fosse una regola non scritta.

Essere serviti senza ghiaccio, in molti ristoranti americani, è percepito come un segno di scortesia.

I numeri confermano che non si tratta di un’impressione culturale. Secondo un sondaggio condotto dalla società di mercato OnePoll, per la multinazionale tecnologica Bosch, su 2.000 consumatori statunitensi, il 51% degli intervistati si definisce “ossessionato dal ghiaccio”.

In media, ogni americano consuma fino a 116 bicchieri di “cristalli” al mese, pari a circa 16 kg, superando i 181 kg all’anno a persona. Un’abitudine che influenza direttamente il modo in cui si beve: il 56% dichiara di non assumere acqua se non è fredda, mentre il 53% ammette di bere meno quando il ghiaccio non è disponibile.

Questa ossessione ha effetti concreti sul mercato domestico: negli angoli cottura a “stelle e strisce”, la macchina per tritare questo “solido” è diventata uno degli elettrodomestici più desiderati, spesso più del forno.

Oggi quasi l’80% delle cucine di fascia medio-alta integra un produttore di ghiaccio indipendente. La priorità non è più il marchio, ma il risultato: forma, dimensione, densità e velocità di scioglimento. Quello a pellet è considerato il massimo del comfort quotidiano, mentre per cocktail e distillati dominano sfere e cubi trasparenti, pensati per abbassare la temperatura senza diluire.

Non è sempre stato così, fino all’Ottocento, le bevande fredde erano un privilegio riservato alle élite. La svolta arriva nel 1806, quando Frederic Tudor, passato alla storia come l’“Ice King” di Boston, avvia un commercio sistematico di ghiaccio naturale dal New England verso i Caraibi e l’Asia. All’inizio l’impresa è un disastro: carichi che si sciolgono, perdite economiche, scetticismo generale. Ma l’introduzione di tecniche migliori, segatura al posto della paglia per l’isolamento, aratri trainati da cavalli per il taglio dei blocchi, trasforma il “prodotto” in un bene globale.

È in quel momento che il ghiaccio smette di essere solo un mezzo di conservazione e diventa un prodotto di consumo. Tudor intuisce che raffreddare i liquidi crea dipendenza e inizia a distribuirlo gratuitamente per educare il gusto. Una volta adattati, i clienti non tornano indietro. Come scrisse lui stesso: “Se le persone si abituano alle bevande fredde, non puoi più servirgliele calde.”

Nel corso del XIX secolo il ghiaccio diventa quindi una necessità quotidiana. I giornali parlano di “carestie” durante gli inverni miti, mentre i raccoglitori arrivano a spingersi fino all’Artico per soddisfare la domanda. Parallelamente cresce l’uso del “bene naturale” nella produzione, nello sviluppo dei drink e nella conservazione degli alimenti, favorendo l’espansione delle città e dei mercati alimentari.

Il vero cambiamento, però, avviene quando i blocchi entrano in casa. Nel 1844 il medico John Gorrie realizza una delle prime macchine capaci di produrre ghiaccio artificiale. Ma è nel Novecento che la tecnologia diventa accessibile: nel 1930 Lloyd Copeman inventa il vassoio flessibile per cubetti, perfezionato poco dopo da Guy Tinkham, rendendo il particolare “alimento” domestico semplice, immediato e quotidiano. Negli stessi anni, la diffusione dei frigoriferi e il successo dei surgelati, rilanciati negli anni Venti da Clarence Birdseye, consolidano l’associazione tra modernità e freddo artificiale.

Negli anni Cinquanta i cubi sono ormai parte integrante dello stile di vita statunitense. Dai freezer pieni di cene pronte ai bicchieri colmi nei diner, il freddo diventa sinonimo di comfort, progresso e abbondanza. Un modello che resiste ancora oggi, nonostante l’evoluzione industriale e il confronto con altre culture, spesso incredule dalla quantità di cubetti serviti oltreoceano.