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7 Gennaio 2026
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Venezuela, che cosa succederà?

Venezuela crocevia di crisi politica e scontro tra potenze

“Le istituzioni del multilateralismo funzionano sempre meno efficacemente. Ci stiamo avviando verso un mondo di grandi potenze con una reale tentazione di spartirsi il pianeta. Noi rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo, ma rifiutiamo anche il vassallaggio e il disfattismo”.

Le parole di Emmanuel Macron, pronunciate giovedì di fronte agli ambasciatori francesi fotografano un sistema internazionale in cui le regole comuni perdono forza e lasciano spazio a rapporti di potenza sempre più diretti. Il Venezuela è l’esempio più eloquente di questa trasformazione: un Paese al centro di una crisi interna profonda, interessato da uno scontro geopolitico che coinvolge direttamente gli Stati Uniti, la Russia e, più in generale, l’assetto dell’ordine globale.

Il chavismo

Per comprendere ciò che accade oggi nella Nazione sudamericana bisogna partire dalla sua struttura economica. Il territorio possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo e ha costruito per decenni un’economia quasi esclusivamente dipendente dalla rendita energetica. Questo condizionamento rappresenta il primo fattore di vulnerabilità. Quando, alla fine degli anni Novanta, Hugo Chávez arriva al potere, utilizza le entrate petrolifere per finanziare un vasto programma di riforme sociali e consolidare consenso politico. Il chavismo nasce come progetto di redistribuzione, sovranità nazionale e rottura con l’influenza statunitense in America Latina.

Dal 2013 Nicolàs Maduro

Tuttavia, quel modello non diversifica l’economia, non rafforza le istituzioni e concentra progressivamente il potere nell’esecutivo. Alla morte di Chávez, nel 2013, la situazione è già fragile. Nicolás Maduro, suo successore, vince le elezioni con un margine ridottissimo e senza il carisma del leader storico. Da quel momento, l’apparato statale si regge sempre meno sul consenso e sempre più sul controllo.

La presidenza viene caratterizzata da una progressiva concentrazione autoritaria e da una crescente centralizzazione del controllo delle istituzioni, con restrizioni sulla libertà di stampa e una repressione diffusa dell’opposizione.

Dal 2013 il PIL si riduce di oltre il 70% e oltre sette milioni di venezuelani lasciano il Paese. È una crisi di dimensioni paragonabili a quelle di Stati colpiti da conflitti armati. Mentre a partire dal 2014, con il crollo del prezzo dell’”oro nero”, l’economia venezuelana implode. La produzione petrolifera si dimezza, l’iperinflazione diventa incontrollabile, il sistema sanitario e alimentare collassa.

Sul piano internazionale, Maduro resta al centro di una forte contrapposizione con gli USA e altre potenze occidentali, che non hanno riconosciuto alcune delle sue rielezioni, considerate né libere né trasparenti, contestatain modoparticolare quella del 2024.

Chi è Cilia Flores

All’interno di questo sistema di potere si colloca anche la figura di Cilia Flores, moglie del Presidente. Definirla first lady sarebbe riduttivo: il titolo che le viene attribuito è “first combatant”, combattente politica. Avvocata, figlia di un attivista sindacale, entra nel cuore del chavismo difendendo Hugo Chávez dopo il fallito golpe del 1992. È in quel periodo, nelle prime mobilitazioni degli anni Novanta, che si rafforzano sia il legame personale sia la convergenza politica tra Maduro e Flores, un’intesa che li porterà a diventare partner inseparabili nel progetto rivoluzionario e poi nel governo.

Flores diventa così una delle figure più influenti del regime: deputata, presidente dell’Assemblea nazionale, dirigente del Partito socialista, procuratrice generale. In uno schema dominato da uomini, emerge come perno centrale della supremazia, soprattutto nella fase di transizione post-Chávez. Anche quando riduce la propria esposizione pubblica, resta parte del nucleo decisionale ristretto.

Il suo nome resta legato anche alle ombre del regime: accuse di nepotismo, il caso dei nipoti condannati negli Stati Uniti per traffico di sostanze, le sanzioni internazionali per violazioni dei diritti umani. La Casa Bianca la descrive come parte del “cerchio ristretto” su cui Maduro fa affidamento per restare al potere.

La posizione Usa nei confronti del Venezuela dal 2015 ad oggi

In questo contesto, e in maniera sempre più diretta si afferma il ruolo dell’America che considera il Venezuela un regime autoritario e una minaccia alla stabilità regionale. A partire dal 2015, e con particolare aggressività durante la prima amministrazione Trump, vengono imposte sanzioni economiche e finanziarie sempre più dure, in particolare contro il settore petrolifero e contro i vertici del governo. L’obiettivo dichiarato è indebolire il leader chavista e favorire una transizione politica. L’effetto concreto, però, è anche quello di aggravare una crisi economica già devastante.

Lateralmente, gli Usa costruiscono una narrazione securitaria del regime venezuelano. Maduro e i suoi collaboratori vengono accusati di far parte di un cosiddetto “narco-Stato”. Nel 2020 il Dipartimento di Giustizia statunitense incrimina il politico e altre figure di spicco per narcotraffico e terrorismo, offrendo ricompense milionarie per informazioni che portino al loro arresto. Il governo, avrebbe utilizzato il traffico di droga come strumento di finanziamento e come arma contro gli Stati Uniti stessi.

Lo scontro non resta solo diplomatico o giudiziario, ma assume anche una dimensione militare e marittima. Negli ultimi mesi si moltiplicano gli incidenti in mare: pescherecci ritenuti “corrieri” sequestrati o attaccati, con conseguenti vittime, navi fermate con l’accusa di violare sanzioni internazionali, operazioni nel Mar dei Caraibi giustificate come missioni anti-narcotici. Il controllo delle rotte navali diventa uno degli strumenti di pressione sul regime di Caracas.

Operation Absolute Resolve

Ma è nel gennaio del 2026, che la crisi raggiunge una svolta completamente inattesa e senza precedenti: le forze armate americane conducono un’operazione bellica su larga scala all’interno del territorio venezuelano, con l’obiettivo di catturare il presidente Maduro e sua moglie. L’azione identificata ufficialmente come Operation Absolute Resolve, inizia nelle ore più buie del mattino con attacchi mirati su infrastrutture strategiche e la neutralizzazione delle difese intorno alla capitale.

In base alle ricostruzioni, la coppia viene intercettata nella loro residenza e trasferita rapidamente negli Stati Uniti, dove viene formalmente incriminata all’interno di un’aula di un tribunale di New York per una serie di reati federali, tra cui narco-terrorismo, traffico di droga, e cospirazione.

Questa operazione ha rappresentato una rottura drastica delle pratiche diplomatiche e del diritto internazionale consueto. Non esiste infatti alcun mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzi un attacco su territorio sovrano, né un chiaro fondamento di autodifesa previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. Per molti analisti, l’azione ha sollevato serie questioni legali e costituzionali, configurandosi come una violazione dei principi che disciplinano le relazioni tra Stati.

In tale scenario, si inserisce anche l’episodio che ha coinvolto, in questi giorni, una petroliera russa, fermata a causa della cooperazione energetica tra Mosca e Caracas. La Russia, assieme alla Cina, rappresenta uno dei principali alleati internazionali del Venezuela, considerato il supporto finanziario, tecnico e politico. Il blitz ai danni della nave legata a interessi del Cremlino assume quindi un significato che travalica la singola circostanza: diventa il simbolo di uno scontro tra sfere di influenza, esattamente quello scenario “di grandi potenze” evocato da Macron.