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Alla Corte di Calabria, i conti non tornano

La Corte sfata diverse leggende metropolitane, in terra calabra, che si sono radicate anche di più con la pandemia. A partire da quella che non si possano fare nuovi bilanci seri e credibili perché c’è un debito gravissimo a monte e un affastellamento di vecchi bilanci non veritieri. E lo fa senza ombra di dubbio perché è la magistratura contabile e perché usa parole nette. La Corte dei Conti fa pulizia di fiumi di parole spese anche attraverso i media. A premessa, ricorda che, oltre ai fondi destinati alla Sanità con il “Cura Italia”, nel 2020 si è pensato ai Comuni in situazione più disastrosa: il fondo di 12 miliardi per le anticipazioni di liquidità per pagare i debiti scaduti e altri 300 milioni per i Comuni in piano di equilibrio finanziario pluriennale. 

Vediamo nello specifico cosa è successo in Calabria.

Nel 2019 e nel 2020 tutti i Comuni della Calabria (e non a campione) sono stati raggiunti da richieste istruttorie specifiche sulla gestione, da parte della Corte dei Conti. A 220 Comuni, sui 409 della stessa regione sono state impartite misure correttive dei bilanci. In alcuni casi è stato deciso il blocco delle spese. 

Focus sanità 

La Regione Calabria dal 2009 è in condizione di piano di rientro sanitario, “un documento varato senza neppure riuscire a quantificare correttamente il disavanzo a causa di un contesto di assoluta inattendibilità delle scritture contabili”. Passati dieci anni, nel 2019, il disavanzo sanitario è passato da 104 milioni a 98, 6 milioni in dieci anni, i debiti scaduti verso i fornitori del servizio sanitario regionale calabrese superano i 604 milioni di euro (dati peraltro non completi); “tali passività generano interessi e oneri accessori per circa 45,6 milioni di euro; è che a tali oneri straordinari devono poi aggiungersi le passività potenzialmente derivanti dal contenzioso, pari a 686 milioni di euro. Cifre importanti che, nel caso del valore dei contenziosi, fanno girare la testa, ma non abbastanza da impedirci di intravvedere il triplo danno. Il primo: il debito che di per sé significa non aver utilizzato bene i soldi pubblici. Il secondo: l’avere sottratto quei denari ai fornitori e a un sistema che produce. Il terzo: l’aver oliato, in parallelo, un sistema di tutele legali e consulenze che corrobora quei bacini di consenso, utili a perpetuare l’esistente.

Che cosa ha fatto lo Stato

Di fronte a questa situazione, i decreti legge ci hanno messo non la toppa, ma un bello zampino, eliminando l’unico articolo che avrebbe consentito di non nascondere tutta la polvere sotto il tappeto. L’art. 5 del decreto legge 35 del 2019, battezzato “decreto Calabria”, in effetti sembrava non aver prodotto l’efficientamento atteso nei diciotto mesi di durata. Ed ecco che senza attendere un solo giorno in più è sparito. La sostituzione del decreto del 2019, con il d.l. 10 novembre 2020 n. 150, ha spazzato via l’articolo che prevedeva “per gli enti del servizio sanitario che presentassero gravi e reiterate irregolarità nella gestione dei bilanci, la possibilità di attuare una gestione straordinaria alla quale fossero imputate, con bilancio separato rispetto a quello della gestione ordinaria, tutte le entrate di competenza e tutte le obbligazioni assunte fino al 31 dicembre 2018”. 

“La previsione di una gestione straordinaria per le partite residuali maturate a tale data, con estensione della disciplina prevista per il dissesto degli Enti locali, rappresentava un’occasione unica per evitare ulteriori penalizzanti aggravi debitori sulla collettività in termini di assistenza ai malati”, sottolinea Ida Contino, Presidente Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Calabria. 

Cosa succede ora? 

Se l’azienda sanitaria non corregge spontaneamente il proprio bilancio secondo le indicazione delle Corte dei Conti, l’unica conseguenza può essere il blocco di spesa. In teoria. Molto in teoria: infatti, si tratta di “conseguenza invero di difficile concretizzazione attesa la natura incomprimibile del diritto alla salute”, conclude Contino. Come dire, impossibile bloccare la spesa per la salute anche in circostanze di totale disfatta o giungla.

Cos’altro è accaduto? 

Il “decreto semplificazioni” ha previsto la sospensione fino al 30 giugno 2021 dell’avvio della procedura di “dissesto guidato” per gli enti che abbiamo presentato un piano di riequilibrio tra il 2017 e il 2020. Tale moratoria è perciò prevista laddove ci siano almeno questi atti che attestino l’impegno al rientro, ma non ci pare questo il caso. In talune situazioni si è in totale assenza di bilancio: per esempio per la Gestione Sanitaria Accentrata non vi sono bilanci dal 2014, lo stesso per alcune aziende sanitarie. Come dire che si usano i soldi pubblici, così, ad umore, come ci si alza al mattino. 

Va anche ricordato che la spesa sanitaria impatta sul bilancio della Regione Calabria per il 76% e proprio per questo rappresenta il principale ambito di verifica. 

Controlli sull’operato del Consiglio regionale

La Corte dei Conti, sezione Calabria, ha anche esaminato 62 leggi regionali approvate nel corso del 2019 e “ha stigmatizzato come troppe volte la copertura delle leggi di spesa avvenga mediante mero rinvio al bilancio regionale, con pregiudizio della trasparenza e della certezza e accountability delle coperture”. Il governo ne ha impugnate dodici davanti alla Corte costituzionale. 

Consulenze dei Gruppi consiliari regionali 

Manca una specifica regolamentazione che consenta la verifica sui criteri di scelta del consulente, sulla modalità di erogazione della prestazione e sul monitoraggio dell’attività svolta. Per questo le consulenze rimangono un terreno da indagare bene. 

Stazione radar fantasma e lasagne all’istituzionale

Tra le sentenze di condanna da parte della Corte dei Conti, nel corso del 2020, si va dai responsabili di procedimento per la realizzazione di una stazione radar con fondi europei, mai realizzata perché il sito era inadeguato, ai dirigenti di un ente in house che avevano investito i tfr dei dipendenti in operazioni finanziarie a rischio, passando per alcuni consiglieri regionali che hanno utilizzato fondi pubblici senza documentare correttamente le spese: scontrini e ricevute essenziali, senza attestare il fine istituzionale, ma semplicemente a riprova che si era mangiata una buona lasagna in compagnia.