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Arabia Saudita, la storia di Loujain al-Hathloul e dei diritti negati alle donne

di Coraline Gangai

Le “politiche riformiste visionarie” messe in campo dal principe ereditario Mohammad bin Salman (MBS) avevano fatto pensare che l’Arabia Saudita sarebbe andata incontro a grandi cambiamenti, soprattutto nell’ambito dei diritti umani.
Il cambiamento tanto auspicato, però, è stato soltanto di ‘facciata’. All’abolizione del divieto di guida per le donne (giugno del 2018) si contrappongono, ancora oggi, le continue violazioni dei diritti umani e delle libertà individuali di pensiero ed espressione.

Ad essere più colpite sono le donne, soprattutto se attiviste.
Ogni tentativo di riformare il paese con leggi che propongano una maggiore inclusione femminile nel sistema, nonostante sulla carta venga decantato come uno dei presupposti cardine per far sì che si possa parlare di un Paese civile e all’avanguardia, viene punito con la repressione e la violenza. Sebbene l’Arabia Saudita sia stata recentemente definita “culla del Rinascimento”, il caso di Loujain e di altre migliaia di attiviste ingiustamente arrestate, sottoposte a torture e costrette al silenzio, dimostrano il contrario.

Chi è Loujain al-Hathloul

Loujain al-Hathloul rappresenta un vero e proprio simbolo in tutta l’Arabia Saudita.
Trentun’anni, di origine saudita è una delle attiviste più conosciute nel paese perché da anni si batte per i diritti delle donne.
Dal 2013 è entrata a far parte di Women to Drive, il movimento delle donne saudite nato agli inizi degli anni ’90 per chiedere l’abolizione del divieto imposto alle donne di guidare. È stata una delle prime battaglie per cui è scesa in campo, insieme ad altre giovani e coraggiose donne, e che le è costato il suo primo arresto, avvenuto il 4 giugno 2017 all’aeroporto internazionale di Dammam. L’accusa era quella di aver provato, il 30 novembre 2014, ad entrare alla guida della sua auto inArabia Saudita dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) e di aver sfidato il divieto di guidare imposto alle donne. Dopo 73 giorni di carcere era stata rilasciata.
Il secondo arresto arriva la notte tra il 14 e il 15 maggio maggio del 2018. Un gruppo di uomini armati della Sicurezza di Stato fa irruzione in casa della sua famiglia a Riyadh, capitale saudita, e la porta in carcere. I crimini che le vengono imputati sono: spionaggio in favore di una potenza straniera, cospirazione contro il regime saudita, l’aver chiesto l’abolizione del sistema del ‘guardiano maschile’ e aver manifestato per i diritti delle donne (considerato un crimine nel paese ed equiparato ad un atto terroristico).
Un mese dopo il suo arresto, il 24 giugno 2018 il divieto per le donne di guidare viene abolito.

I processi

Il processo contro Loujain e altre 11 attiviste arrestate con lei per le manifestazioni in favore dei diritti delle donne è iniziato il 13 marzo 2019.
Svoltosi presso il Tribunale penale speciale nella capitale Riyadh, a cui sono demandati i casi di terrorismo, si è concluso con la liberazione di tre attiviste, mentre per Loujain e le altre sono state confermate le accuse e la permanenza in carcere.

Le udienze si sono svolte tutte a porte chiuse. A diplomatici e giornalisti è stato proibito di entrare. Dopo quasi due anni dall’arresto, Loujain è tornata in aula il 18 marzo 2020.
A seguito di un processo definito farsa da famigliari e sostenitori, messo in piedi dal Tribunale penale speciale il 28 dicembre 2020, nonostante le venga concesso uno sconto della pena di due anni e dieci mesi a seguito di quelli già trascorsi in carcere, viene condannata a cinque anni e otto mesi.

La detenzione e la liberazione

Dal giorno del suo secondo arresto, Loujain ha potuto rivedere i suoi genitori solo dopo tre mesi. A partire da gennaio 2020 è stata sottoposta a diversi periodi di isolamento e questo, insieme alle torture subite, l’ha provata molto. A dichiararlo è la sorella Lina in un’intervista esclusiva rilasciata alla CNN in cui ha raccontato il momento dell’incontro tra i genitori e Loujain e rivelato dettagli sulla sua detenzione: “Non abbiamo avuto sue notizie per oltre tre settimane. Successivamente ci hanno chiamati dicendoci che era stata portata in una prigione non ufficiale, presumibilmente un palazzo privato, ma fino ad agosto 2018 non abbiamo saputo dove si trovasse. Quando i miei genitori hanno finalmente potuto rivederla lei tremava, aveva lividi su tutto il corpo e segni rossi sul collo.

I mesi successivi, a seguito dell’omicidio di Jamal Khashoggi (giornalista saudita ucciso al Consolato Saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018 da agenti del governo saudita) e dopo i report sulle torture avvenute all’Hotel Ritz Carlton, i miei genitori hanno capito… Loujain ha detto loro che era stata trattenuta in una prigione non ufficiale chiamata palazzo, termine utilizzato per indicare una struttura di tortura, non una prigione ufficiale quindi, dove è stata sottoposta a elettroshock, frustata, picchiata e abusata sessualmente. Ma c’è una cosa molto importante, di cui siamo venuti a conoscenza soltanto tempo dopo, ovvero che una delle persone che ha supervisionato le torture inflitte a mia sorella è il braccio destro del nostro principe ereditario MBS, Saud al-Qahtani. Ecco perché inizialmente non aveva detto nulla ai nostri genitori, perché aveva paura di confessare il coinvolgimento del principe e la sua complicità nei processi di tortura”.
Il governo saudita ha sempre negato il suo coinvolgimento e le accuse.
Dopo 1001 giorni di carcere, il 10 febbraio 2021 Loujain è tornata libera.
Ad annunciarlo per prima è stata Lina sul suo account Twitter, pubblicando una foto della sorella accompagnata dalla scritta “Loujain è a casa!!!!!!”.

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Qualche giorno dopo è arrivato anche il tweet di Loujain, che in un post ha scritto: “ Sono tornata con il cuore pieno di gratitudine, ma ferito da 1001 delusioni ”

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In realtà Loujain è sottoposta ad un regime di libertà condizionata. Poco prima del rilascio – ha fatto sapere la sorella Lina – “le hanno fatto firmare dei documenti in cui si impegnava a non festeggiare sui social la sua liberazione, a non viaggiare per cinque anni e a sottostare al regime di libertà vigilata, della durata di tre anni, durante i quali promette di non commettere di nuovi i crimini per i quali è stata arrestata.

Abbiamo pubblicato i capi d’accusa e chiunque voglia può leggerli. È stata accusata di essere una terrorista per il suo attivismo (in Arabia Saudita viene considerato come un atto eversivo nei confronti del Paese), di aver parlato con i giornalisti e di aver manifestato per i diritti delle donne. Se commetterà di nuovo anche uno solo di questi reati verrà nuovamente arrestata.

Nei documenti che la Sicurezza di Stato le ha fatto firmare, prima di essere rilasciata, Loujain prometteva anche di non parlare delle condizioni a cui era stata sottoposta durante quasi tre anni di prigionia. È evidente che questo sia un chiaro segnale che abbiano qualcosa da nascondere e che non vogliano che parli pubblicamente delle torture che ha subito, avendone le prove”.

Le “politiche riformiste visionarie” del principe ereditario Mohammad bin Salman

Tra le varie accuse rivolte a Loujain, rientra anche quella di aver richiesto l’abolizione del’guardiano maschile’.

Si tratta di un sistema complesso che permea interamente la vita delle donne in Arabia Saudita. Lo Human Rights Watch ha spiegato nel dettaglio il suo funzionamento: “In Arabia Saudita la vita delle donne, dalla nascita alla morte, è controllata sotto ogni aspetto dagli uomini. Ognuna di loro deve avere un tutore maschio, solitamente il padre o il marito, ma anche un fratello o un figlio, che ha il potere di prendere le decisioni per lei. Per dozzine di donne saudite questo sistema rappresenta l’ostacolo più significativo alla realizzazione dei loro diritti nel paese, rendendo le donne adulte minorenni legali che non possono prendere decisioni importanti per la loro vita da sole. Per viaggiare, sposarsi, uscire di prigione, lavorare o accedere all’assistenza sanitaria devono ottenere il consenso del tutore maschio. Le donne incontrano regolarmente difficoltà a condurre una serie di transazioni senza un parente maschio, dall’affitto di un appartamento alla presentazione di reclami legali. L’impatto che queste politiche restrittive hanno sulla capacità di una donna di intraprendere una carriera o prendere decisioni sulla vita varia, ma dipende in gran parte dalla buona volontà del suo tutore maschio. In alcuni casi, gli uomini usano l’autorità che il sistema di tutela maschile concede loro per estorcere le donne a carico. I tutori hanno condizionato il loro consenso affinché le donne lavorino o viaggino con loro, pagandogli ingenti somme di denaro”.

Le attiviste per i diritti delle donne in Arabia Saudita hanno ripetutamente chiesto al governo di abolire questo sistema. Sebbene la loro richiesta fosse stata accettata, la prima volta nel 2009 e la seconda nel 2013, i cambiamenti realizzati sono stati considerati insufficienti.

Una piccola inversione di tendenza sembrava essere arrivata con l’adozione delle cosiddette “politiche riformiste visionarie” attuate dal Principe ereditario Mohammad bin Salman. Un giovane alla guida del Paese aveva fatto pensare che l’abolizione di questo sistema sarebbe stato il primo passo verso la ristrutturazione di un Sistema Paese fondato su antichi costrutti sociali.

Nell’agosto del 2019 Salman ha introdotto importanti riforme con lo scopo di eliminare alcune delle principali limitazioni imposte alle donne, a partire dal sistema di tutoraggio maschile: “Le donne di età superiore ai 21 anni avranno il diritto di ottenere un passaporto, utile per viaggiare senza il permesso del tutore maschio, potranno poi registrare matrimoni, divorzi, nascite e decessi e ottenetre certificati di famiglia o altri tipi di documentazione”.

Sono ancora tante le attiviste rinchiuse in carcere con l’accusa di aver messo a repentaglio la sicurezza dello Stato, quando chiedevano solamente il rispetto dei diritti umani e l’abolizione di alcune pratiche, oggi concesse dal principe bin Salman.

È per questa contraddizione interna al Paese che si è parlato di un cambiamento ‘farsa’. Gli attivisti continuano a rimanere in carcere e le donne ad essere private delle loro libertà, nonostante i loro diritti siano stati inseriti in cima all’agenda del B20 o nel programma Vision 2030 (Piano di sviluppo socioeconomico approvato dal Consiglio dei Ministri del Regno il 25 aprile 2016 e che pone l’accento sulle riforme strutturali, le privatizzazioni e lo sviluppo delle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di diversificare l’economia, creare nuove opportunità di lavoro e innalzare la qualità della vita nel paese), dove le donne vengono definiti come una “grande risorsa per il Paese”.

Sebbene l’Arabia Saudita sia uno dei paesi tecnologicamente ed economicamente più avanzati, i diritti umani continuano ad essere al secondo posto, quando in una dovrebbero occupare il primo.

Nonostante gli arresti e le violenze siano all’ordine del giorno, centinaia di attiviste non si piegano alle minacce del potere, ma continuano a far sentire la propria voce e a chiedere uguaglianza sociale e il rispetto dei diritti umani.