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La politica del chicken-game e il carro-attrezzi Draghi

Le riforme per cambiare il finale degli ultimi decenni

di Salvatore Luigi Baldari

Capelli ingelatinati, giubbini di pelle e sigaretta fra le mani, seduti al volante delle loro auto, pronti a premere l’acceleratore al segnale della giunonica fanciulla con i capelli vaporosi e una lunga gonna azzurra. È una delle scene più famose del film cult degli anni Cinquanta, Gioventù Bruciata, di Nicholas Ray, inserito dall’American Film Institute, fra i migliori 100 film statunitensi di tutti i tempi. Nella scena descritta, i due giovani, si stanno sfidando al chicken-game, una prova per decretare agli occhi della comitiva chi fra i due è il più coraggioso. La prova è semplice: sfrecciare con la macchina verso un burrone e gettarsi fuori dallo sportello, appena prima che questa precipiti. Per vincere, devono aspettare il più possibile ad abbandonare l’auto, anzi devono accelerare ancora di più, ma più accelerano e più il burrone si avvicina e, più il burrone si avvicina, più il valore del premio diminuisce. 

Tu che starai leggendo e immaginando la scena o che magari avrai visto il film, starai probabilmente pensando che il chicken-game è una vera idiozia, un gioco pericoloso senza senso. Eppure, chissà come reagiresti, se qualcuno venisse a dirti che al chicken-game, ci hai giocato e ci stai giocando un po’ anche tu, anche io, un po’ tutti noi, vestendo i panni di almeno uno dei nostri protagonisti. 

Proviamo a sostituire la giunonica fanciulla dai capelli vaporosi e la gonna azzurra, interpretata nel film da Natalie Wood, con l’opinione pubblica. Sostituiamo, poi, i due giovani ingelatinati alla guida delle automobili, con i partiti politici e i vari numerosi portatori di interesse particolari. Le automobili rappresentano l’Italia; il premio consiste nel consenso e nel “potere per il potere”. 

Il burrone…beh, il burrone c’è poco da immaginare! 

I nostri protagonisti al volante del Paese, dopo il periodo del Miracolo Italiano, guidando le vetture fra prati fioriti e ruscelli zampillanti, hanno iniziato, intorno agli Anni Settanta, ad imboccare la via del burrone. Incitati dall’opinione pubblica, iniziarono ad accelerare, ricorrendo alle droghe della svalutazione, dell’inflazione e del debito pubblico. Fra prepensionamenti, assunzioni pubbliche di massa, veti incrociati e scontri ideologici, il burrone era sempre più vicino, fino all’arrivo del carro-attrezzi, tempestivo nel trarre in salvo le macchine e riportarle su strade più sicure. 

Ma, per l’opinione pubblica la colpa non era degli autisti che andavano verso il burrone, ma sempre di qualcun altro più in alto. Dell’Unione Europea, della globalizzazione, delle banche, dei poteri forti. La colpa era del carro-attrezzi. La colpa era del burrone che veniva verso di noi. 

E, per questi motivi, una volta riposizionate a terra le auto, data giusto una regolata alle gomme e iniettata un po’ di benzina, i nostri protagonisti si sonno rimessi a giocare al chicken-game. 

Andare così vicino al burrone non li ha indotti a smettere di giocare, non ha responsabilizzato nessuno dei due, anzi li ha spronati a ricominciare, fomentati dall’azzardo morale che il burrone non esistesse. 

Il carro-attrezzi in Italia è arrivato nel ’93 con la crisi della lira, guidato da Ciampi; è tornato nel 2011 con la crisi dello spread, guidato da Monti ed è tornato tre settimane fa, guidato da Draghi. 

Il carro-attrezzi Draghi non è arrivato questa volta per salvarci da una crisi finanziaria, né per stringere le cinghie con l’austerità. È arrivato con la licenza di spendere. È arrivato per dar vita a un nuovo Piano di Spesa dei fondi del Next Generation Eu. Ma, delimitare l’impegno di questo Governo alla sola capacità di spesa delle risorse comunitarie, sarebbe un errore che ci renderebbe nuovamente protagonisti del chicken-game fra qualche anno. 

Dalla banca dati della Commissione Europea, infatti, si può calcolare come soltanto in investimenti privati nel periodo 2020-2022 l’Italia perda 140 miliardi rispetto all’era pre-Covid. Un buco che da solo vale più dell’aumento netto di investimenti pubblici previsti con il Recovery fino al 2026. La vera missione del Governo Draghi non sarà soltanto spendere i soldi europei, ma farlo bene, al punto da riattivare almeno altrettanti investimenti privati. La vera missione sarà creare i presupposti perché ciò avvenga. Sarà vestire il Paese con un equipaggiamento completamente nuovo, in grado di calarlo, pienamente, nella grande sfida della società globale, che ancora dopo tre decenni non abbiamo compreso e imparato ad approcciare. 

La vera missione del Governo Draghi sarà realizzare quelle riforme così scomode e sgradite ai portatori d’interesse particolari e ai partiti, che la politica le ha sempre spazzate più in là. Riformare, in un Paese corporativo come il nostro è una missione mitologica. L’interesse del Paese non è la somma delle richieste delle corporazioni fra veti e minacce. È il momento del confronto delle realtà, della responsabilità. È il momento di smettere di giocare al chicken-game. L’unità non deve essere soltanto un dovere, come ha affermato il Presidente Draghi nel suo discorso di fiducia, ma dovrà rappresentare anche un’occasione irripetibile per una evoluzione, per cambiamenti rigeneratori. 

Nel suo discorso al Senato, il Presidente Draghi ha annunciato almeno tre riforme: pubblica amministrazione, nell’ottica della lotta alla burocrazia e della maggiore connettività, del fisco con la revisione delle aliquote Irpef preservando la progressività, della giustizia civile, con lo smaltimento degli arretrati e una migliore efficienza dei tribunali. 

Qui ci sono alcune umili idee a riguardo, di chi ha una tremenda paura del chicken-game e con la macchina preferisce andare in una strada che costeggia il mare, piena di autovelox, magari in dolce compagnia.

La riforma della pubblica amministrazione. Snellire la burocrazia e digitalizzare sono le priorità. Ma va fatto un ragionamento più profondo. Il funzionamento della macchina pubblica va ritoccato dal modo in cui si accede (i concorsi), al modo in cui si fa carriera (le progressioni orizzontali e verticali), sono organizzati uffici e competenze, si viene retribuiti, si viene formati per entrarci (la Scuola Nazionale di Amministrazione), sino alle capacità di interazione con le carriere nel mondo privato. Emblematico, in questo senso la vicenda di pochissimi giorni fa, di una dirigente di Rimini, finita nell’occhio del ciclone dei sindacati, per non aver assegnato a tutti i dipendenti il massimo del punteggio nelle valutazioni.

La riforma dell’Irpef. Come si evince da uno studio di Itinerari Previdenziali, l’Irpef italiana pesa il 30% in più rispetto alla media dell’Area Euro, a parità di retribuzione. La sua complessità è affiancata da una evidente prerogativa anti-crescita, se consideriamo come già nei redditi intorno ai 20 mila euro la media delle aliquote marginali è sul 40%. Significa che guadagnando 1400 euro lordi al mese, se hai la possibilità di guadagnarne 100 in più, dovrai tener conto che almeno 40 non ti resteranno in tasca.

Draghi ha fatto riferimento all’esperienza della Danimarca, che nel 2008 nominò un gruppo di esperti fiscali, da cui scaturì un progetto di riforma, che portò ad una diminuzione di 2 punti percentuali della pressione fiscale. Da Gennaio 2021, le Commissioni Finanze di Camera e Senato, guidate dai Presidenti Marattin e D’Alfonso, hanno iniziato un lavoro simile, ovvero una indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef, ascoltando  e altri aspetti del sistema tributario con istituzioni, corpi sociali, organizzazioni nazionali e internazionali e i migliori esperti del settore. Dopo mezzo secolo è arrivato il momento di un fisco più moderno, più semplice, più leggero e che incentivi a lavorare di più.

La riforma della giustizia civile. L’Italia è il paese dell’Unione Europea con la maggior durata dei contenziosi civili e commerciali in tutti i gradi di giudizio. Dopo decenni in cui la giustizia è stata segregata a dispute sloganistiche, occorre considerarla una volta per tutte come uno dei maggiori freni alla competitività del Paese e all’equità sociale. 

Ma ci sono almeno altrettante riforme necessarie per tarare il Paese al mondo del 2030, che questo Governo, sicuramente, non avrà il tempo di realizzare. Anche perché a bordo del carro-attrezzi non si possono fare così tanti chilometri.

Una riforma del fisco più ampia. Il fisco non va cambiato un pezzo alla volta, lo ha ricordato lo stesso Draghi. Per questo motivo, accanto ad una ristrutturazione dell’Irpef, sarà auspicabile intervenire sul livello di tassazione dell’impresa che oggi in Italia è 8 punti superiore alla media dei Paesi Ocse. Sono frequenti, inoltre, gli appelli a spostare il carico fiscale verso le rendite, piuttosto che sul lavoro. Questa è una discussione che andrebbe fatta, seriamente, prima o poi.

Una riforma della concorrenza. A partire dalla messa a gara delle concessioni balneari, delle forniture di servizi di rete a livello locale fino all’apertura delle attività dove oggi alcuni ordini professionali fanno severamente la guardia. 

Una riforma del welfare. Bisogna stabilizzare definitivamente il cantiere pensionistico, aperto da quasi trent’anni  e ri-orientare il nostro welfare verso la crescita e verso i giovani: dai servizi all’infanzia e alle agevolazioni del lavoro femminile, alla scuola e alla formazione continua, sino alle politiche attive del mercato del lavoro e ad un sistema di ammortizzatori sociali  universale che tenga conto anche dei lavoratori autonomi. Il reddito di cittadinanza andrebbe riformulato per le situazioni di vera marginalità, introducendo, invece, per chi è abile al lavoro, meccanismi più incentivanti, come l’imposta negativa.

Una riforma dei sistemi di perequazione territoriale. Dopo la riforma costituzionale del 2001, la Legge n.42 del 2009 aveva stabilito la definizione dei Livelli Essenziali di Prestazione (Lep), che avrebbero dovuto stabilire le garanzie dei fondamentali diritti di cittadinanza, valide per tutti i territori d’Italia. In loro assenza, ci ritroviamo col paradosso di città del Nord, che rispetto a città del Sud di simile popolazione e dimensione, ricevono trasferimenti in misura anche tripla, se non quadrupla, per spese dedicate a istruzione, assistenza sociale, mobilità. 

È stato nel 2015, che il sistema ha iniziato a intravedere un piccolo cambiamento, con l’introduzione dei costi standard e della capacità fiscale, portando da zero al 45% la quota di risorse trasferite secondo questo nuovo metodo. Il percorso è stato poi interrotto nel 2018 e ripreso nel 2019, con una previsione del 50% a salire in maniera molto graduale per i prossimo 10 anni. 

Non può esistere un investimento migliore di uno che preveda di portare i cittadini del Sud Italia a un livello di opportunità pari a quello del resto del Paese. Superare i costi storici, definire e finanziare i Lep, portare al 100% i trasferimenti secondo i costi standard sono tre direzioni giuste. 

Le riforme Istituzionali. È il momento di scegliere verso quale modello orientarci, il maggioritario o il proporzionale, uscendo da questo ibrido tutto italiano che serve soltanto ad esaltare i difetti di ciascuno dei due. È il momento di chiederci qual è la funzione oggi del bicameralismo, con voti di fiducia e provvedimenti blindati all’ordine del giorno, che di fatto lo hanno abolito. Serve mettere mano al Titolo V. Il federalismo tanto decantato si è rivelato una moltiplicazione dei centralismi. L’architettura dello Stato è conflittuale e non corrisponde all’iperterritorialismo che lo contraddistingue. Gli sprechi, le inadempienze e i conflitti sono tanti e troppi. Una revisione netta dell’attuale disegno dovrebbe superare la distinzione fra competenze esclusive e concorrenti; dovrebbe abolire statuti speciali, comunità montane e similari; dovrebbe accorpare gli enti molto piccoli; dovrebbe avere il coraggio di ripensare i confini regionali intorno a distretti omogenei di popolazione, il tutto conferendo responsabilità e poteri agli amministratori locali. Dovrebbe ripartire dai Comuni, incentivando la loro possibilità di stringere patti territoriali più ampi in grado di dare una prospettiva di sviluppo e di benessere ben definita. 

Queste sono alcune delle cose che ci ripetiamo negli ultimi tre decenni e che, mai abbiamo avuto la forza di realizzare. Tu che starai leggendo, probabilmente, già da diversi minuti, ti sarai chiesto come sia andato a finire il chicken-game di Gioventù Bruciata. Jim (uno dei due ragazzi ingelatinati) dopo diversi metri comprese che il valore del premio non valeva un’altra attesa e si ritirò dal gioco, gettandosi dallo sportello. Buzz (l’altro ragazzo gelatinato) quando decise di trarsi in salvo, restò con la manica della giacca impigliata nella maniglia e precipitò nel burrone. Non sempre arriva il carro-attrezzi. Il burrone esiste. Almeno Jim si salvò la vita, è vero. Ma la sua macchina, anche senza di lui a bordo, precipitò nel burrone, insieme a quella di Buzz.