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Cerotti per la scuola pubblica. Tra abbandoni, meno preparazione e disuguaglianze

di Giuseppe Greco

Il dibattito parlamentare sulla scuola pubblica è divenuto una ricorrenza settimanale, se non giornaliera, che accoglie sempre più voci, sempre più opinioni, sempre più tensioni, e pochissime proposte strutturali riguardanti un’augurabile inversione di tendenza in grado di dare il la ad una ripartenza pianificata più che necessaria in questo momento storico. Se è vero, infatti, che la decostruzione della scuola italiana ha una lunga storia, che non comincia certo con il governo attuale, le strade percorse nel campo dell’istruzione pubblica durante gli ultimi tempi hanno ampliato le criticità di un sistema le cui falle gravano interamente sulle spalle degli studenti, delle famiglie e dei docenti. 

Le devastazioni sociali, umane ed economiche della pandemia hanno, poi, peggiorato la situazione, contribuendo a scoperchiare le contraddizioni, ormai radicate, presenti nella gestione degli investimenti della classe politica e gli squarci, rattoppati alla meglio, di un’istituzione preziosa, la cui salvezza non sembra interessare concretamente né i governi né le opposizioni. 

Gli studenti che maggiormente sono oppressi dalla concatenazione di eventi che da marzo scorso costringono al congelamento la scuola, hanno cominciato una comprensibile mobilitazione per rivendicare il diritto all’avvenire, allo studio e alla didattica in presenza; consapevoli d’essere al margine dei reali programmi politici, sebbene costantemente al centro delle promesse pre-elettorali. Stanchi delle privazioni sociali e dell’anormalità di quelli che sono, a diritto, anni cruciali per il loro futuro e che dovrebbero essere tra i migliori delle loro vite, hanno dato vita, in queste settimane, a manifestazioni, occupazioni e scioperi in centinaia di scuole italiane.

La frustrazione delle nuove generazioni per la condizione in cui evidentemente versa l’istruzione pubblica, non è affatto indolore. La percentuale degli studenti che abbandona la scuola è salita negli anni scorsi al 14% (dato del 2018) ben quattro punti in più rispetto alla media europea, e prosegue la sua ascesa. La situazione si presenta ancora più negativa se si guarda alla percentuale dei laureati nostrani, in età compresa fra i 30 e i 34 anni, e la si confronta con la media del continente: il 27,6% contro il 40,7%. 

Se, a onor del vero, alle cause propriamente istituzionali devono essere aggiunte le circostanze economico-sociali dei singoli soggetti, è quanto mai opportuno sottolineare che l’abbandono precoce del percorso formativo influisce sensibilmente sul futuro tenore di vita dei giovani, condannati spesso all’emarginazione e alla povertà; povertà che rischia di divenire un enorme problema per il paese, se si aggiungono questi dati a quelli della crisi economica dovuta al COVID-19, palesatasi ulteriormente attraverso le numerosissime richieste di aiuti per gli alimenti pervenuti durante il periodo natalizio. Elemento molto preoccupante della crisi citata, i cui effetti si aggiungono a quelle delle altre ciclicamente patite in passato, è l’influenza che essa con ogni probabilità avrà proprio sui giovani, sempre più inevitabilmente indirizzati al precariato e all’incertezza.

Il disinnamorarsi progressivo verso l’istruzione è, nell’ultimo anno, amplificato dalla DaD e dall’impossibilità di coltivare quei rapporti umani, quella socialità, che da sempre, per la scuola e l’università, sono stati elementi essenziali ed immancabili. Da non sottovalutare, però, è anche l’incrementata percezione delle disuguaglianze sociali, che separa chi può permettersi una connessione internet efficiente ed i relativi strumenti necessari per la didattica a distanza (tablet e PC), da chi, invece, non può.

Testimone impeccabile di tale disamore e delle sue conseguenze è l’associazione non-profit Save the Children. Secondo i dati raccolti nelle scuole superiori italiane dalla ONG, ben Il 35% (oltre un terzo) degli studenti avverte un maggior grado di impreparazione rispetto agli anni scorsi, mentre una eguale percentuale dichiara di avere, e sembra una logica conseguenza, più materie da recuperare rispetto al 2019-2020. L’abbandono scolastico, inoltre, stando ai dati sopra citati, sta incrementando la sua minacciosità: almeno un loro compagno, sostiene il 28% degli studenti intervistati, in seguito al lockdown e ai decreti di chiusura delle scuole emanati con la prima ondata di marzo, ha smesso di frequentare le lezioni.

Viene da chiedersi se, a seguito della riapertura “parziale” delle scuole superiori, la situazione descritta conoscerà effettivi miglioramenti. L’Istituto Superiore di Sanità, in data 30 dicembre 2020, ha classificato le scuole come “relativamente sicure”, fermo restando le precauzioni igienico-sanitarie ormai, si spera, ben fisse nella coscienza collettiva; ma vi sono opinioni contrarie e in alcuni casi autorevoli, provenienti da altre fonti italiane ed internazionali. Saranno giorni decisivi per capire se tornare in classe influenzerà negativamente l’andamento dei contagi, soprattutto date le richieste di rientro in sicurezza rilanciate dagli studenti durante le accese contestazioni di queste settimane (proprio per avere la certezza che il rientro non sia di effimera durata) e la richiesta di dati scientifici specifici sul contagio in aula da parte dell’opinione pubblica, la cui assenza preoccupa e non poco.

Dopo l’amaro in bocca lasciato dall’approvazione della Legge di Bilancio dello scorso dicembre, che aveva visto ancora una volta la scuola ottenere molto meno rispetto a quanto era stato discusso, è stato approvato il Recovery Plan, che destina circa 27 miliardi all’istruzione pubblica. Una cifra indubbiamente considerevole, ma è sufficiente per risollevare l’istituzione scuola?

Non tutti ne sono certi. Stando ad una stima della FLC CGIL, ad esempio, servirebbero circa 19 miliardi per la sola messa in sicurezza degli edifici scolastici e la conseguente creazione di spazi maggiormente adeguati. Inoltre, parte corposa dei fondi sono stati destinati alla voce Dalla ricerca all’impresa, inasprendo un dibattito aperto da tempo, fin dall’ormai rinomata Alternanza scuola-lavoro, che verte sulla volontà di certe parti politiche di trasformare la scuola e le università, istituzioni di formazione culturale, sociale, individuale e umana, in anticamere funzionali al mondo del lavoro.

In seguito alle carenze organizzative e decisionali di cui siamo stati spettatori e alle manovre correttive sperimentate nei mesi e negli anni scorsi, si resta ancora in attesa di segnali incoraggianti, che in molti avrebbero voluto già vedere quest’estate, invece dei tanti, troppi cerotti estemporanei e traballanti posti periodicamente su di una ferita evidentemente seria e profonda.