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Giganti del web, nani delle tasse

Oggi partiamo con la pubblicazione della Trilogia della rete: le piattaforme.
1) Giganti del web, nani delle tasse
2) Girogirotondo del pacco
3) Grandi parallelepipedi a tante bocche

Articolo di Giuseppe Perulli

La pandemia da Covid-19 ha inevitabilmente accelerato quel processo attraverso cui i consumatori incontrano i venditori in un mercato virtuale, detto e-commerce, per mezzo di una piattaforma chiamata Internet. L’impossibilità di recarsi fisicamente presso negozi di diverso genere ha reso irrimediabilmente necessario il ricorso all’acquisto sul web. È evidente che l’e-commerce così come lo conosciamo noi oggi (vedi Amazon o eBay), è un qualcosa che già esisteva prima dell’avvento del virus. Di fatto, le statistiche riportate dall’UNCTAD (Ente per il Commercio e lo Sviluppo delle Nazioni Unite) stimano il valore dell’e-commerce (2018) in 25,6 trilioni di dollari, in aumento rispetto al dato del 2017. In termini percentuali, trattasi del 30% del PIL globale. Nella top 5 mondiale – tuttavia – il nostro Paese non è presente ma vedono gli Stati Uniti al primo posto (con 8,6 bilioni di dollari), i tre Paesi asiatici (Giappone, Cina e Corea del Sud) complessivamente con 6,8 bilioni di dollari ed infine al quinto posto, troviamo la Gran Bretagna con un valore dell’e-commerce stimato in 918 miliardi di dollari. 

È evidente che tra le prime della classifica globale siano presenti le sedi delle principali aziende operanti sul web. Gli USA e la Gran Bretagna con la presenza di Amazon di Jeff Bezos e le asiatiche con il competitor Alibaba del cinese Jack Ma. I dati sopra riportati fanno riferimento ad un contesto classico, senza tener conto di elementi esogeni come pandemie, guerre o altri eventi di caratura internazionale. Seppur tali fattori non si siano presentati – salvo le crisi finanziarie del 2008 e del biennio 2011/12 – i dati dimostrano una crescente tendenza e convergenza della domanda di beni e servizi verso i canali (all’epoca) meno tradizionali. La crisi economica attuale non ha natura né finanziaria (2007) né industriale (1929) e questo lo si evince dal fatto che la catena produttiva sia stata interrotta da un nemico impredicibile (o imprevisto) che ha paralizzato le economie mondiali, non tanto per una ridotta capacità di spesa degli individui (conseguente ma non preesistente) ma da una necessità di chiusura immediata e forzata delle attività economiche da parte delle autorità governative di tutto il mondo, mediante i lockdown generalizzati. 

Basando la nostra analisi su dati concreti ed evidenti – come riporta Nielsen – il mondo dell’e-commerce ha trovato nella pandemia globale, il momento giusto per poter definitivamente decollare. Considerando la settimana dell’8 marzo come momento dell’”esplosione” della pandemia in Italia, i dati di Nielsen (i quali tracciano il trend dell’e-commerce) sottolineano un’impennata dall’81% (24 febbraio – 1 marzo) ad un 142,3% rilevato nella settimana tra il 23 e il 29 marzo). Se per i Millenials, già abituati al World Wide Web, non si sono riscontrate evidenti modifiche, l’incipiente esigenza di effettuare acquisti ha, invece, modificato integralmente le abitudini del 75% degli utenti – secondo i dati Ipsos – più grandi (dai 50 ai 75 anni). In altri termini, quasi 8 persone su 10 hanno dichiarato di aver acquistato online per la prima volta nella propria vita. 

TASSAZIONE

Quanto al capitolo tassazione, i giganti del web – a cui aggiungiamo alle già citate aziende –Netflix, Facebook e Google galleggiano in un mare piuttosto calmo. I sistemi fiscali, e in particolare i regimi fiscali internazionali hanno trovato (e trovano) difficoltà a tenere il passo con la globalizzazione e la liberalizzazione del mercato. Potremmo dire che globalizzazione e sistemi fiscali viaggiano a velocità completamente diverse tra loro. Il principale ostacolo all’omogeneizzazione dei sistemi fiscali è dato dal numero elevato di Paesi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite, 193, rendendo difficile l’adesione unanime degli stessi. Inoltre, indubbio è il problema inerente alla identificazione del Paese (o dei Paesi) in cui l’impresa ha generato reddito dalle transazioni sul web. Si dovrebbe, quindi, individuare la giurisdizione fiscale di competenza del Paese. In merito a ciò, sino ad ora sono state poche le sentenze nei confronti di questi colossi in merito a mancati pagamenti di imposte. L’impossibilità di quantificare con dati certi l’ammontare delle vendite e delle prestazioni sui luoghi in cui “virtualmente” esse operano, non permette di determinare la conseguente imposizione fiscale. Soffermandoci sul caso Amazon, il bilancio 2020 riporta il pagamento di circa 162 milioni di dollari di imposte federali rispetto ai quasi 14 miliardi di utile ante-imposte. In termini percentuali, parliamo del 1,16% dell’utile lordo, nonostante la tassazione sulle società (negli Stati Uniti) sia pari al 21%. Lo stesso discorso vale per le imposte sostenute da Amazon in tutto il mondo (escludendo gli USA), quantificate in 1 miliardo di dollari, comunque circa il 10% del reddito lordo di esercizio. 

Appare piuttosto evidente il modus operandi dei giganti del web, i quali – indipendentemente dal settore di riferimento – approfittano a pieno delle lacune dei diversi sistemi fiscali, sfruttando crediti di imposta, differimenti, rimborsi e altre strategie per sostenere la più bassa incidenza impositiva possibile, alla quale corrisponde una massimizzazione dei profitti. Questa fattispecie danneggia i bilanci degli Stati dal lato delle entrate, risultando difficile tassare dei colossi dotati di una quasi totale immaterialità dell’attività caratteristica. Ad ogni ipotesi di tassazione (cd. Digital tax) le multinazionali rispondono con “minacce” di licenziamenti e chiusura degli stabilimenti, rendendo sterili i tentativi di conformare i sistemi fiscali.