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Il bollo di capodanno per sapere se i nostri soldi sono in salute

C’è un balzello di fine anno che è davvero indigesto come un cenone avariato. Si tratta dell’imposta di bollo sull’estratto conto che, dal 2012, ogni Capodanno pesca liberamente nei nostri conti e ci preleva 34,20 euro.

È, infatti, quanto siamo tenuti a pagare per conoscere come stanno i nostri conti, anche se lo sappiamo già. Non è nemmeno formalmente possibile rinunciare al proprio estratto conto per non pagare. Infatti, i 34 euro non sono dovuti alla banca (o posta) per il servizio di informazione e di trasparenza, ma allo Stato. 

L’imposta di bollo sta per la teorica marca da bollo che, nel sistema fiscale nostrano, si applica alla produzione, richiesta o presentazione di determinati documenti. Eppure non chiediamo espressamente l’estratto conto e, soprattutto, a presentarcelo non è necessariamente un ente pubblico, ma una banca che può essere privata: un’azienda che viene pagata per custodire i soldi dei singoli risparmiatori, così come un guardarobiere si farebbe pagare per custodirci il cappotto durante una serata di gala. Con la differenza che, se a quest’ultimo fosse imposto di chiederci un extra per dirci qual è il valore del nostro soprabito, ci apparirebbe quantomeno surreale. Poi, resta il fatto che il lavoro di rendicontazione lo fa l’istituto di credito, mentre l’imposta la incassa lo Stato. 

Questo prelievo diretto dal conto corrente è scattato puntualmente anche alla fine del 2020, per i circa 50 milioni di correntisti italiani. Non sempre i 34 euro sono prelevati il 31 dicembre in un’unica tranche, ma possono essere ripartiti trimestralmente o semestralmente, in base a cosa prevede il contratto sottoscritto dal correntista. La sostanza non cambia, sono tanti soldi che entrano nelle casse pubbliche, se si considera per di più che per le imprese l’obolo non è di 34,20 euro, ma di 100 euro. 

A essere esentati continuano ad essere i conti sotto i 5 mila euro e i conti di coloro che hanno un ISEE inferiore ai 7.500 euro, così come le prepagate e i conti PayPal. Tutt’altra cosa è, invece, la ritenuta fiscale sugli interessi maturati sul conto corrente che si conferma al 26%, la stessa per molti degli utili maturati attraverso prodotti finanziari, eccezion fatta per titoli di Stato, investimenti equiparati e buoni fruttiferi postali, tassati al 12,5%. 

Si ringrazia M. R. per la sollecitazione.