Groenlandia, c’è posta per Trump
17 Gennaio 2026
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L’asfalto che non perdona

Melfi- C’è un’immagine che mi si è piantata in testa e non vuole andarsene. Un pomeriggio di gennaio, quelle colline pugliesi che il sole le fa sembrare d’oro, un gruppo di amici in bici. Risate che tagliano l’aria, pura libertà. Lello, 65 anni, l’anima della Vultour
Bike di Melfi. Era lì, lunedì 12 gennaio, sulla SP119, con il cuore pieno di vita, come sempre.
E poi, boom. L’auto. Un colpo sordo, un pugno nello stomaco, non solo suo, ma del mondo intero. Le sirene sono arrivate, certo, ma troppo tardi. Lello non respirava più. Ti è mai capitato di sentire quel silenzio dopo un rumore così forte? È agghiacciante.

Lello non era solo bici. Era un tipo eclettico. Amava le sue auto d’epoca, la sua Fiat
Barchetta gialla, la addobbava con le bandierine tricolore per le gare. Un vero personaggio, l’anima della festa, sempre pronto a farti ridere. Non era un’ombra sull’asfalto, Lello. Era un uomo che aveva cucito la sua storia sulle ruote, un compagno di uscite domenicali che sudava per sentire il vento che ti fa sentire vivo.
Eppure, i social lo hanno ridotto a bersaglio. Venti per cento di domande, ottanta per cento di veleno puro. “Ciclisti arroganti!”, “Occupano la carreggiata!”, “Se la sono cercata!”. Frasi che colpiscono come schiaffi, un linciaggio che
trasforma il lutto in tribunale. Ma se quel corpo spezzato fosse il tuo, se quella bici tagliata in due fosse la tua, cambierebbe qualcosa nel commento?

Il conto che non vogliamo pagare
I numeri sono un bollettino di guerra che ci rifiutiamo di leggere. Nel 2025,
222 ciclisti – 222 vite recise – hanno chiuso gli occhi sulle nostre strade. Trentasette in più dell’anno prima, un aumento del 20% che sanguina nei dati. Metà, 103, erano over 65,
proprio come Lello: anime che inseguivano il vento in un mondo soffocato. E in 24 casi,
l’auto è sparita nella polvere, lasciando solo silenzio.
Ma il dolore non si ferma alla bici.

Nel 2024 abbiamo contato 3.030 morti sulla strada.
Una ogni quattro ore. Un ritmo da orologio maledetto. E poi 233.853 feriti, 641 al giorno,
corpi che implorano, 17.000 feriti gravi – mutilati, inchiodati a sedie a rotelle, ombre di chi
erano. Gli utenti vulnerabili, quelli a piedi o in bici, sono il 45% delle vittime. Nelle strade
urbane, i cadaveri sono aumentati del 7,9%. L’Europa urla “dimezzate entro il 2030”.

È difficile da dire, però, la nostra sicurezza stradale è come un vecchio maglione bucato:
continuiamo a rammendarlo con fili sottili, ma il freddo passa lo stesso.


Dove la morte arretra: il Nord che ci insegna
Olanda e Danimarca hanno scolpito nelle città ragnatele di piste ciclabili vere – barriere di cemento, non vernice sbiadita – sull’80% delle strade chiave. Il rischio di mortalità? Da 2 a 5 volte sotto la media europea. Il 27% si muove in bici, e gli incidenti sono fermi al palo. A Groningen, il 50% degli spostamenti è su due ruote dagli anni
’70. Un’ode alla vita condivisa. E Londra? Blocca 525 strade scolastiche al traffico. Bristol impone i 20 mph urbani, poco più di 30km/h. Risultato? Un calo del 20-25% negli incidenti con feriti. C’è una regola non scritta, il “Safety in numbers”: raddoppi i ciclisti, e il rischio crolla del 34%.

Dal pianto all’azione

Dobbiamo agire e non con mezze misure:

-Zone 30 km/h totali nei centri: A quella velocità, la morte inciampa. È una
questione di fisica.
-Piste blindate, separazione fisica: Basta con le strisce di vernice.
-Sensori obbligatori su ogni mezzo pesante cittadino: le macchine devono vedere i
ciclisti. ADAS bike-aware, frenate che salvano. La tecnologia c’è, usiamola.
-Educazione dal cuore: Autoscuole che insegnano rispetto, scuole che crescono
empatici. Non basta sapere le regole, bisogna sentire la responsabilità.
-Atlante contro i mostri: Dati, dati, dati. Dobbiamo tracciare i tratti killer, estirpare i
black spot per restituire futuro.