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Patrick Zaki, il ragazzo dal sorriso buono che si batte contro la violazione dei diritti umani

di Coraline Gangai

Chi è Patrick Zaki: una vita spesa tra l’università, la ricerca e la lotta per i diritti umani

È passato un anno dall’arresto di Patrick George Zaki, il giovane egiziano dal 2019 studente all’Università di Bologna, dove frequenta un master, accusato di aver commesso atti sovversivi contro il proprio Paese.
Non è solo uno studente brillante, ma anche un ricercatore e un attivista della EIPR (Egyptian Initiative for Personal Rights), un’organizzazione indipendente che ha sede a Il Cairo e che si occupa del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali in Egitto attraverso attività di ricerca, patrocinio e contenzioso nei settori delle libertà civili, dei diritti economici e sociali e della giustizia penale.

L’incubo per lui inizia nella notte a cavallo tra il 6 e il 7 febbraio 2020.
Si trovava a bordo di un volo che da Bologna lo stava riportando a Il Cairo per trascorrere qualche giorno di vacanza in compagnia dei suoi familiari. Ad attenderlo al suo arrivo non ci sono però i suoi affetti più cari, bensì la polizia aeroportuale che lo dichiara in arresto e lo porta in carcere. Nessuno avrà più notizie di lui per oltre 24 ore. La famiglia ne dichiarerà immediatamente la scomparsa e i primi ad occuparsene saranno quelli di Amnesty International, che sin da subito riscontreranno nella sua storia elementi in comune con quella di un altro giovane italiano, poi ritrovato senza vita in Egitto, Giulio Regeni.

Le accuse e il trasferimento in carcere

Il 7 febbraio 2020, dopo essere stato fermato all’aeroporto, viene trasferito negli uffici della NSA (L’Agenzia di Sicurezza Nazionale) in un primo momento in un luogo imprecisato del Cairo, poi nella sua città natale Mansoura, a 120 km dal Cairo.
Qui gli agenti della NSA lo bendano e lo tengono ammanettato per tutta la durata dell’interrogatorio, 17 lunghe ore, nel corso delle quali viene picchiato sulla pancia, sulla schiena e torturato con scosse elettriche, mentre gli vengono rivolte domande sul suo lavoro, sul suo attivismo in materia di diritti umani e sullo scopo della sua residenza in Italia.

Sulle sorti di Patrick cala il silenzio fino a quando sabato 8 febbraio si viene a sapere quanto gli è accaduto dopo il suo arrivo.
La mattina di quello stesso giorno, Patrick compare davanti ad un Pm a Mansoura e nel tardo pomeriggio inizia per lui un nuovo interrogatorio. Secondo quanto riportato dai suoi legali “gli viene presentato un rapporto della polizia in cui viene falsamente riportato che sarebbe stato arrestato ad un posto di blocco nella sua città natale, in virtù di un mandato in sospeso emesso nel settembre del 2019. Ma Patrick in quel periodo si trovava già in Italia, in quanto aveva lasciato il suo paese nell’agosto del 2019. Nel corso dell’interrogatorio gli vengono rivolte una serie di accuse: pubblicazione di voci e notizie false che mirano a turbare la pace sociale e seminare il caos, incitamento alla protesta senza il permesso delle autorità competenti allo scopo di indebolire l’autorità statale, chiedere il rovesciamento dello stato, gestire un account sui social media che mira a minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica (nello specifico la pubblicazione di dieci post su un account Facebook, dai suoi legali definito falso), istigazione a commettere violenza e crimini terroristici”.

I continui rinvii del processo e la detenzione

Ripercorriamo cronologicamente tutte le tappe giudiziarie di Patrick Zaki.
Il primo ricorso contro la sua detenzione viene presentato nel mese di febbraio, ma il 15 viene respinto e Patrick continua ad essere detenuto in custodia cautelare fino al 22 febbraio, quando deve presentarsi nuovamente di fronte ad un pubblico ministero.
Gli avvocati chiedono il suo rilascio, impugnando l’irregolarità procedurale del suo arresto e della sua detenzione, ricordando il fermo in aeroporto il 7 febbraio, la detenzione illegale in una struttura di sicurezza nazionale e la sua comparsa davanti ad un procuratore soltanto 24 ore dopo.

Da quel momento inizia per lui un vero e proprio calvario giudiziario, fatto di continui rinvii a processo. Il 22 febbraio Patrick si presenta davanti alla Procura di Mansuora per un’udienza programmata. Il 24 febbraio viene però trasferito dalla stazione di polizia di Talkha al carcere di Mansoura.

Il 5 marzo Patrick viene trasferito per la terza volta, questa volta da Mansoura al carcere di Tora, al Cairo. La stessa mattina del suo trasferimento, la famiglia si reca in carcere per fargli visita ma una volta lì scopre che è stato trasferito e non riesce a vederlo.
Si arriva così alla seconda udienza che viene fissata sabato 7 marzo 2020, presso la Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato. Il 9 marzo la famiglia Zaki, con il permesso rilasciato dal Pm nell’udienza di sabato, riesce finalmente a far visita al figlio.

Intanto in Italia e in tutto il mondo inizia a diffondersi l’allarme del coronavirus. Le già precarie condizioni in cui versano le carceri egiziane non fanno ben sperare per la salute di Patrick, affetto da patologie asmatiche. A peggiorare ulteriormente le cose le disposizioni del Ministero dell’Interno che, per contenere la diffusione del virus, vieta a partire dal 10 marzo le visite in carcere.
Per la terza volta il dipartimento carcerario non riesce a trasferire Patrick dal carcere di Tora alla sua sessione di rinnovo della detenzione, presso l’Ufficio del Procuratore per la sicurezza dello Stato supremo, citando un evento di forza maggiore. L’udienza di rinnovo avrebbe dovuto svolgersi per la prima volta il 16 marzo, prima della scadenza legale della sua detenzione. Viene però rinviata al 23 e successivamente al 30 marzo. Il 30 la Procura emette la decisione di rinviare per un’altra settimana, senza tenere l’udienza e senza la presenza degli imputati.
Il 23 marzo gli avvocati dell’EIPR presentano referti medici che confermano la patologia di Patrick e ne chiedono l’immediata scarcerazione.
Passano i mesi e soltanto a luglio, dopo estenuanti rinvii, si arriva alle prime due udienze del processo. Nella seconda, risalente al 26 luglio, Patrick riesce a rivedere, per la prima volta da marzo, i suoi legali. Appare visibilmente provato, sia fisicamente che mentalmente, e richiede libri e materiale per poter continuare a studiare in carcere.
Finalmente, dopo mesi, il 25 agosto Patrick riesce a incontrare e riabbracciare nuovamente sua madre. È in quell’occasione che scopre che soltanto due delle 20 lettere da lui scritte sono state recapitate ai suoi famigliari.
Il 26 settembre, a seguito di una nuova udienza, il tribunale predispone un ulteriore rinvio.
Il 7 ottobre viene presentata alla Corte una nuova richiesta di rilascio, ma il Tribunale rinnova per altri 45 giorni la detenzione.
Il 21 novembre il tribunale penale del Cairo rinnova la detenzione cautelare per altri 45 giorni.
Il 7 dicembre il giudice della terza sezione antiterrorismo del tribunale del Cairo annuncia l’ennesimo rinnovo della custodia cautelare. Il periodo è sempre di 45 giorni.
Il 2 febbraio 2021, come reso noto da uno dei suoi legali Hoda Nasrallah ad ANSA, la custodia cautelare di Patrick Zaki viene nuovamente prolungata di 45 giorni.
Patrick attualmente resta in detenzione preventiva fino a data da destinarsi e rischia fino a 25 anni di carcere per “incitamento alla protesta e istigazione a crimini terroristici”.

Cosa è stato fatto fino ad oggi e cosa è necessario continuare a fare

In questi 366 giorni Patrick non è mai stato lasciato da solo né dai suoi avvocati, che hanno continuato a lavorare al suo caso, né dai suoi famigliari e amici, che hanno continuato a chiederne la scarcerazione, né da Amnesty, che si è fatta portavoce della sua causa sin dal primo giorno del sequestro, né dalle comunità universitarie, che attraverso petizioni e striscioni hanno fatto sentire la

loro vicinanza e il loro sostegno, né dalla EIPR, che sul suo sito tiene traccia di tutto l’iter giudiziario che Patrick sta affrontando da un anno a questa parte.
Intorno a lui si è creata una fitta rete di persone che hanno preso a cuore la sua causa e che si sono sentite in dovere di fare qualcosa per aiutarlo. E lo hanno fatto in molteplici modi: firmando le petizioni lanciate in questi mesi, organizzando fiaccolate e sit-in in piazza, sostenendo pubblicamente la causa di Patrick e di altri giovani che come lui stanno subendo le stesse ingiustizie. Anche il mondo della musica ha fatto sentire la sua voce organizzando “Voci per Patrick”, una maratona musicale online di dodici ore a cui hanno preso parte oltre 140 artisti.
Tra le numerose petizioni lanciate in questi mesi, la più recente è quella in cui viene richiesta la cittadinanza italiana onoraria per il giovane. La petizione, lanciata su Change.org dall’associazione Station to station, e rivolta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ad oggi ha già raccolto più di 150.000 firme.
Nell’ultimo rapporto pubblicato da Amnesty nel 2016, intitolato“Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo” viene messo in evidenza come siano centinaia gli studenti, gli attivisti politici e i manifestanti che sono stati fatti sparire o arrestati senza giusta causa.
È importante quindi che la storia di Patrick Zaki, di Giulio Regeni e di tanti altri di cui non sappiamo i nomi, ma che riempiono la lista delle persone torturate, uccise o scomparse nel nulla, non cadano nell’oblio.
Iniziative come queste hanno l’obiettivo di accendere ancor di più i riflettori su vicende come quella di Patrick e di riportare lui, e chiunque abbia subito le sue stesse ingiustizie, a casa sano e salvo.