La Redazione https://www.laredazione.net/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Fri, 10 Jul 2026 13:45:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.1 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png La Redazione https://www.laredazione.net/ 32 32 Encierro di Pamplona, tra tradizione e proteste per le regole 2026 https://www.laredazione.net/encierro-di-pamplona-tra-tradizione-e-proteste-per-le-regole-2026/ Fri, 10 Jul 2026 13:45:15 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12168 Dal 6 al 14 luglio 2026, Pamplona, nel cuore pulsante della Navarra, torna a trasformarsi con le celebri Feste di San Fermín, una delle manifestazioni più […]

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Dal 6 al 14 luglio 2026, Pamplona, nel cuore pulsante della Navarra, torna a trasformarsi con le celebri Feste di San Fermín, una delle manifestazioni più spettacolari e conosciute al mondo. Il momento più atteso è senza dubbio l’Encierro, la tradizionale corsa dei tori che ogni mattina, alle 8 in punto, vede centinaia di persone correre lungo un percorso di 875 metri fino alla Plaza de Toros, inseguite da sei tori da combattimento e sei mansueti.

Il Chupinazo: il razzo che dà il via alla festa

L’inizio dei festeggiamenti coincide con il Chupinazo, il celebre razzo lanciato a mezzogiorno del 6 luglio dal balcone del Municipio. In pochi istanti la Plaza Consistorial si riempie di cori, musica e brindisi, mentre migliaia di persone, vestite di bianco con il tradizionale fazzoletto rosso al collo, celebrano l’avvio di nove giorni di festa. Il fazzoletto viene indossato solo dopo il Chupinazo e rappresenta uno dei simboli più riconoscibili di San Fermín.

Le origini dell’Encierro e i rituali prima della corsa

La corsa affonda le sue radici nel Medioevo, quando i bovini venivano trasferiti dagli allevamenti fino all’arena cittadina. Con il tempo, i giovani iniziarono a precedere gli animali correndo davanti a loro, trasformando una necessità pratica in una tradizione secolare. Pochi minuti prima della partenza, i corridori si radunano davanti alla nicchia dedicata a San Fermín in Calle Santo Domingo e intonano per tre volte una preghiera chiedendo la protezione del patrono. È uno dei momenti più suggestivi dell’intera manifestazione, in cui fede, rispetto e adrenalina si fondono.

Curiosità della corsa dei tori

Ogni Encierro dura mediamente tra i due e i quattro minuti, ma in questo breve lasso di tempo si concentrano emozioni fortissime. Il tratto più temuto è la curva di Mercaderes, dove i tori possono scivolare sul selciato, mentre l’ingresso nella Plaza de Toros rappresenta il momento finale della corsa. Contrariamente a quanto si pensa, partecipare non è improvvisato: è necessario avere almeno 18 anni e rispettare un rigido regolamento che vieta, tra l’altro, di correre con zaini, telefoni in mano o sotto l’effetto di alcol e droghe. Ogni mattina un imponente dispositivo di sicurezza controlla il percorso, che viene completamente transennato.

Da Hemingway alla fama internazionale

A rendere celebre l’Encierro nel mondo contribuì anche Ernest Hemingway, che rimase affascinato dall’atmosfera di Pamplona e la immortalò nel romanzo Fiesta (The Sun Also Rises)«Oh, cara, sono stato così infelice.» «Non abbastanza infelice da lasciare Pamplona»: questa una delle frasi più famose. Da allora, migliaia di turisti raggiungono ogni anno la città non solo per assistere alla corsa dei tori, ma anche per vivere concerti, sfilate, bande musicali, spettacoli folkloristici e l’emozionante “Pobre de Mí”, la cerimonia che, nella notte del 14 luglio, spegne simbolicamente le feste salutando San Fermín fino all’anno successivo. Tra storia, tradizione, adrenalina e folklore, l’Encierro di Pamplona continua a essere uno degli eventi più iconici della Spagna, capace di richiamare visitatori da ogni parte del mondo e di suscitare, ancora oggi, un acceso dibattito sul rapporto tra patrimonio culturale e benessere animale.

Incidenti e vittime: il volto controverso dell’Encierro

L’Encierro è una tradizione spettacolare, ma anche una delle più pericolose al mondo. Dal 1910, anno da cui esistono registrazioni ufficiali, le vittime della corsa sono state 16, mentre l’ultimo decesso riSale al 2009, quando il ventisettenne spagnolo Daniel Jimeno Romero fu incornato durante il quarto Encierro. Ogni anno si registrano decine di feriti: la maggior parte riporta contusioni e traumi dovuti a cadute e schiacciamenti, mentre le ferite provocate dalle corna dei tori sono molto più rare, ma possono essere gravissime. Anche nell’edizione 2026 non sono mancati gli incidenti, con diversi corridori ricoverati per traumi e almeno un ferito per cornata nei primi giorni della manifestazione.

Tradizione e polemiche

Accanto all’entusiasmo popolare, ogni anno si riaccendono anche le polemiche. Le associazioni animaliste contestano l’utilizzo dei tori, destinati nel pomeriggio alla corrida, denunciando lo stress e la sofferenza degli animali e chiedendo l’abolizione della manifestazione. Di contro, i sostenitori dell’Encierro lo difendono come un patrimonio storico e culturale profondamente radicato nell’identità di Pamplona, capace di generare un importante indotto economico e turistico.

Negli ultimi anni il dibattito si è esteso anche alle misure di sicurezza: l’edizione 2026 ha introdotto nuove regole per contingentare gli accessi al percorso, suscitando le proteste di numerosi corridori abituali, convinti che alcune modifiche possano creare ulteriori assembramenti anziché ridurre i rischi.

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Marocco, il pallone sotto la tenda berbera https://www.laredazione.net/marocco-il-pallone-sotto-la-tenda-berbera/ Thu, 09 Jul 2026 17:10:12 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12162 Tempo fa, ho scoperto Cronache di spogliatoio, bellissimo sito giornalistico che mi ha consigliato Jacopo che è top player non del pallone, ma dei programmatori informatici […]

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Tempo fa, ho scoperto Cronache di spogliatoio, bellissimo sito giornalistico che mi ha consigliato Jacopo che è top player non del pallone, ma dei programmatori informatici bolognesi.

Tra le succulente cronache sportive sono stata attratta dai 18 ettari di Academy in Marocco (scritta da Alessandro Lunari). Campi da calcio a non finire e servizi, inclusa la moschea, per un centinaio di ragazzi di età compresa tra i 13 e i 18 anni, vicino a Rabat. Se la si congiunge idealmente al Mohammed VI Football Complex. il centro tecnico nazionale, e a tante piccole Academy disseminate per il Marocco si forma una luminosa costellazione per stelle e stelline del calcio.

Storie giovani e cronache nuove per noi del Vecchio continente.

Da lì in poi il mio viaggio è continuato, in uno spazio molto fertile della mente, tra la voglia di conoscere e il desiderio di inanellare ghirlande non tanto di margherite, ma di rosa damascena, emblema floreale del Marocco, dai poteri magici, simili a quelli evocati dal tifoso davanti al giocatore della propria squadra che si appresta a tirare un calcio di rigore.

E, in effetti, di cose – alcune molte bizzarre – ne succedono e ne succederanno. Il Marocco, insieme a Portogallo e Spagna ospiterà i prossimi Campionati mondiali di calcio, nel 2030. Gli stadi per ospitarli proliferano.

A Casablanca, oltre allo storico impianto da 67.000 spettatori, utilizzato dal Wydad e dal Raja Casablanca, sorgerà lo stadio più capiente al mondo (115.000 posti), a forma di tenda berbera naturalmente. Il tetto della tenda sarà un reticolo pensato per ridurre l’assorbimento di calore e per illuminarsi di notte. Sono previste 32 torri a sorreggere la struttura e sopra a ognuna di queste sorgeranno dei giardini sospesi. In tal modo il Marocco contenderà a Spagna e Portogallo anche la finale della Coppa 2030.

A Marrakech, è stato invece ristrutturato lo stadio con una capienza di 45.000 posti.

Anche a Rabat l’impianto storico è stato ammodernato. Ha già ospitato la finale di Coppa d’Africa 2025 che rimarrà nella storia. Come spesso accade nello sport del pallone, infatti, episodi eroici, estemporanei, drammatici e anche fantasiosi si mescolano al calcio giocato, creando una miscela irresistibile dai tratti epici e letterari: quella finale vinta 1-0 per il Senegal, due mesi dopo è stata attribuita a tavolino al Marocco, per decisione della CAF Appeal Board. Eppure ad oggi il trofeo non è stato ancora restituito dal Senegal al Marocco. La coppa si trova ora protetta in una base militare senegalese, con il Presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, che si è dichiarato “guardiano” della scultura che raffigura il Continente africano al centro del mondo, bagnato da fiumi a mo’ di venature, e che è stata realizzata a Paderno Dugnano, nel Milanese, dalla storica azienda metalmeccanica GDE Bertoni.

Nel frattempo a Rabat, Marrakech e Casablanca continuano i lavori per i prossimi mondiali 2030, sotto lo sguardo attento dei tre sindaci donna delle principali città del Marocco: Fatiha El Moudni a Rabat, Fatima Ezzahra El Mansouri a Marrakech e Nabila Rmili a Casablanca. E per chiudere, almeno per ora, con le “storie di calcio e dintorni” di questo Paese, va ricordato anche un altro primato sia reale che virtuale: Nouhaila Benzina è la giocatrice marocchina, prima in assoluto a indossare l’hijab durante una partita della Coppa del Mondo maggiore nel 2023 (fino al 2014 era vietato) ed è anche la prima a essere stata rappresentata nel videogioco FIFA 23 con il suo avatar che indossa fedelmente l’hijab.

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Vertice di Ankara: la NATO tra investimenti e credibilità https://www.laredazione.net/vertice-di-ankara-la-nato-tra-investimenti-e-credibilita/ Wed, 08 Jul 2026 16:35:15 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12154 Si è concluso oggi il vertice NATO di Ankara. Il summit che ha riunito nella capitale turca i leader dei trentadue Paesi membri dell’Alleanza ha visto […]

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Si è concluso oggi il vertice NATO di Ankara. Il summit che ha riunito nella capitale turca i leader dei trentadue Paesi membri dell’Alleanza ha visto sul tavolo questioni ampliamente preannunciate: l’aumento della spesa militare, il rafforzamento della produzione industriale nel campo della difesa, il sostegno all’Ucraina e la sicurezza sul fianco orientale. Ma non solo.
Accanto a questi dossier sono emerse, da una parte le richieste della padrona di casa, dall’altra le spaccature interne sollevate dal Presidente Donald Trump hanno, ancora una volta, messo in ombra gli obiettivi dell’incontro.

A prima vista potrebbe sembrare il consueto summit dedicato a difesa ed equilibri geopolitici. In realtà, Ankara ci racconta qualcosa di più profondo. Dietro gli annunci sugli investimenti e sulla produzione di armamenti si nasconde una questione che raramente emerge nel dibattito pubblico: come si misura davvero la forza di un’organizzazione militare?

Per comprenderlo bisogna tornare al motivo stesso per cui la NATO nacque quasi ottant’anni fa: la deterrenza. È questo il principio che ha accompagnato la NATO durante tutta la Guerra Fredda e che oggi, nel mutato e sempre più critico contesto internazionale, torna a essere il vero filo conduttore della sua strategia. Convincere un potenziale avversario che il costo di un’aggressione sarebbe semplicemente troppo alto, scoraggiandolo.

È proprio attraverso questa lente che andrebbe letto il vertice iniziato ieri e proseguito oggi nella capitale turca. I temi che formalmente sono stati affrontati sembrerebbero non dire nulla di particolarmente sorprendente, almeno in apparenza.
Già durante la prima amministrazione Trump, e ancor più dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ogni vertice NATO sembra aggiungere un tassello a una traiettoria specifica: prepararsi a un mondo sempre più instabile e militarizzato.

Ma leggere l’incontro odierno nell’ottica dell’aumento delle capacità militari non basta. Il tentativo dell’Alleanza è quello di rafforzare quella che, in fin dei conti, rappresenta la sua arma più importante: la credibilità.

Si è parlato molto di aumento della spesa militare, a partire dall’ormai famoso 5% del PIL in difesa, di rafforzamento della cooperazione industriale, di investimenti nella produzione di sistemi d’arma, tutte questioni che sono chiaramente riassumibili con le parole del segretario generale Mark Rutte: “non c’è più il lusso del tempo. La macchina produttiva della difesa deve accelerare”.

Ma dietro quella che appare una questione prevalentemente tecnica si cela un problema politico. Perché la deterrenza, e quindi la base intera su cui si poggia l’Alleanza Atlantica, non è una questione solo materiale. Rilegare il tutto al numero di carri armati o di missili disponibili e alla loro potenza è un grave errore di analisi. Il concetto di deterrenza dipende, in modo particolare, da due convinzioni: da una parte che l’Alleanza è unita e, dall’altra che se necessario quelle armi verranno effettivamente impiegate.

È qui che va richiamato l’articolo 5 NATO, cuore giuridico dell’Alleanza, secondo il quale «un attacco contro uno Stato membro è considerato un attacco contro tutti». Una formula semplice che, però, rappresenta prima di tutto una promessa politica. E come ogni promessa vive, appunto, di credibilità.

Credibilità che, negli ultimi anni, è stata paradossalmente messa in discussione anche da chi, per decenni, ne è stato il principale garante. Se gli Stati Uniti continuano a rappresentare il pilastro militare della NATO, il ritorno di Trump ha riaperto interrogativi sulla coesione politica dell’Alleanza. Ad Ankara il presidente americano ha nuovamente criticato alcuni alleati e rilanciato le proprie posizioni su Groenlandia e Iran dichiarando concluso il memorandum di intesa con quest’ultima e annunciando nuovi duri attacchi nelle prossime ore. Tra gli alleati lo scontro più duro, questa volta, è sicuramente quello con la Spagna di Pedro Sánchez: il Presidente statunitense ha infatti ordinato al segretario al tesoro Scott Bessent di interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid, accusata di essere un “terribile partner”.

Ed è qui che entra in gioco la Russia. Mosca tenta, nemmeno troppo velatamente, di capire quanto quella famosa credibilità esista ancora.

Negli scorsi giorni ha suscitato particolare attenzione l’idea di un possibile attacco di Mosca alla Polonia in seguito alle parole del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov che, in un’intervista al programma russo Vesti, ha affermato che la Polonia “ha già messo a punto sul proprio territorio la produzione di droni destinati all’Ucraina” concludendo che “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”

Nella realtà dei fatti, visto anche come si sta evolvendo il fronte ucraino, è impensabile immaginare che Mosca abbia oggi né l’interesse né la reale capacità di aprire un conflitto contro Varsavia. Ma questo non significa che il Cremlino non sia interessato a testare, progressivamente e in un’ottica di lungo periodo, la tenuta proprio di quella credibilità.

La domanda, dunque, non è tanto se la Russia abbia intenzione di aprire un conflitto convenzionale contro la NATO ma piuttosto quanto Mosca possa essere interessata a metterla alla prova e, soprattutto, come questa risponderebbe. Non raramente si è parlato negli ultimi anni di sabotaggi, cyberattacchi, interferenze politiche ed episodi ai confini orientali come sconfinamento di droni e caccia. In questo scenario, la vera vittoria strategica per Mosca non sarebbe conquistare un territorio, piuttosto insinuare e dimostrare che l’Alleanza non sia capace di reagire.

È dunque lecito chiedersi se, qualora si ponesse davvero la condizione di attivare quel famoso articolo 5, l’Alleanza Atlantica reagirebbe come promesso o si spaccherebbe?

Per questo il significato più profondo del vertice di Ankara va ben oltre gli impegni sulla spesa militare o i nuovi investimenti nell’industria della difesa. La NATO sta cercando di rafforzare le proprie capacità militari perché sa che, oggi più che mai, esse rappresentano un messaggio politico: convincere il proprio avversario che quella guerra non conviene iniziarla.

Perché, in fondo, la guerra che la NATO spera davvero di vincere è proprio quella che non dovrà mai combattere.

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Capo Verde, l’isola che c’è…eccome https://www.laredazione.net/capo-verde-lisola-che-ce-eccome/ Tue, 07 Jul 2026 13:41:23 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12149 Minuto settantatré al Hard Rock Stadium di Miami. C’è una frazione di secondo in cui il tempo cessa di essere una coordinata lineare e si condensa […]

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Minuto settantatré al Hard Rock Stadium di Miami. C’è una frazione di secondo in cui il tempo cessa di essere una coordinata lineare e si condensa in un punto preciso dello spazio. Lionel Messi prende la rincorsa, il corpo inclinato con quella biomeccanica perfetta che ha ridefinito la storia del calcio moderno. Il suo sinistro disegna una traiettoria arcuata, velenosa, millimetrica, destinata all’incrocio dei pali, là dove i portieri di tutto il pianeta possono solo raccogliere il pallone dal fondo del sacco.

Ma in quella frazione di secondo, a smentire le leggi della fisica e i pronostici dei bookmaker, si leva il corpo di Josimar Dias, per tutti Vozinha.

Chi è Vozinha

Quarant’anni, nessuna squadra di club di prima fascia a dargli lo status di milionario, ma con addosso l’orgoglio di un intero popolo. Con un colpo di reni prodigioso e una mano aperta che sembra estendersi oltre il limite del possibile, Vozinha devia la sfera oltre la traversa. È il simbolo della squadra rivelazione di questo Mondiale, quello che ha fatto saltare tutti i server di Instagram, catapultando il suo account da qualche migliaio a venticinque milioni di follower in un pochi giorni. Vozinha è ormai un’icona social globale, il portiere più seguito al mondo su Instagram, sorpassando in questa classifica leggende come Iker Casillas, Keylor Navas, Thibaut Courtois. La partita finirà 3-2 per i campioni del mondo dell’Argentina dopo centoventi minuti di un’intensità drammatica e commovente, ma il verdetto del campo va ben oltre il tabellino. Dopo aver fermato sullo 0-0 la Spagna all’esordio con sette parate leggendarie, gli Squali Blu hanno dimostrato ai Mondiali del 2026 che la periferia della geografia calcistica non è più tale. “Nessuno deve più chiedere dove sia Capo Verde”, dichiareranno i giocatori nel post-partita. “Adesso sanno esattamente chi siamo”.

Questa epopea sportiva non è un miracolo estemporaneo, bensì la metafora perfetta di una nazione che da decenni compie miracoli silenziosi sulla scena politica ed economica internazionale. Capo Verde è un piccolo gigante atlantico che, partendo dalle sue radici insulari, proietta un’ambizione geopolitica straordinaria, tesa storicamente verso un orizzonte ben preciso: l’Europa.

Per comprendere la resilienza calcistica e sociale di questo Paese, è necessario mappare le sue coordinate strutturali. Dal punto di vista geografico, Capo Verde è un frammento di Africa distaccato nell’Oceano Atlantico, un arcipelago di dieci isole vulcaniche (nove delle quali abitate) situato a circa cinquecento chilometri dalle coste del Senegal. Diviso geologicamente in due gruppi — le isole Sopravvento a nord e le isole Sottovento a sud, il territorio è caratterizzato da un dualismo paesaggistico estremo, che spazia dalle vette impervie e scoscese di Santo Antão alle distese desertiche e lunari di Sal e Boa Vista.

Se la natura è stata avara di risorse naturali, idriche e minerarie, la storia ha compensato dotando l’arcipelago di una risorsa immateriale rarissima nel contesto continentale africano: una stabilità politica granitica.

Capo Verde e l’Europa

Indipendente dal Portogallo dal 1975, Capo Verde ha intrapreso nel 1991 una transizione democratica esemplare. Oggi il Paese è una repubblica semipresidenziale caratterizzata da un bipartitismo maturo, dove l’alternanza al potere tra i socialdemocratici del Paicv e i popolari del MpD avviene senza scosse, attraverso elezioni regolarmente giudicate libere e trasparenti dagli osservatori internazionali. Gli indici globali sulla governance posizionano costantemente Capo Verde ai vertici dell’Africa per libertà di stampa, rispetto dei diritti civili e bassi livelli di corruzione.

Sotto il profilo sociale, questa armonia istituzionale si riflette nel concetto identitario della morabeza: quell’attitudine all’accoglienza, alla tolleranza e alla fusione culturale che definisce lo spirito capoverdiano. Con una popolazione interna di circa 500.000 abitanti, il Paese vanta tassi di alfabetizzazione superiori all’85% e un’aspettativa di vita che sfiora i 75 anni, dati sbalorditivi se rapportati alla media dell’Africa subsahariana. La vera forza demografica del Paese risiede tuttavia nella sua vasta diaspora: si stima che più di un milione di capoverdiani viva all’estero, principalmente in Massachusetts, Portogallo, Paesi Bassi, Francia e Italia, creando una rete transnazionale che ridefinisce costantemente il concetto stesso di confine nazionale. L’economia riflette questa conformazione strutturale. Privo di un settore industriale pesante e con un’agricoltura limitata dalla perenne scarsità di piogge, il PIL capoverdiano è trainato per oltre il 70% dal settore dei servizi, con il turismo internazionale, lo sviluppo delle infrastrutture portuali e aeroportuali e l’economia blu a fare da pilastri. Questa forte vulnerabilità agli shock esterni è storicamente mitigata da due flussi finanziari vitali. Le rimesse degli emigrati della diaspora, che costituiscono una quota rilevante del reddito nazionale lordo. Gli aiuti pubblici allo sviluppo, concessi in virtù della straordinaria affidabilità internazionale del governo di Praia.

Nelle relazioni internazionali, Capo Verde gioca una partita sofisticata e asimmetrica. Membro fondatore della Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (Cplp) e pilastro della Cedeao (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, nota anche come Ecowass), l’arcipelago ha sviluppato una dottrina di politica estera di multiallineamento pragmatico. Tuttavia, il vero asse magnetico della diplomazia punta inesorabilmente verso nord-nord-ovest, in direzione Bruxelles. La storica aspirazione di Capo Verde di integrarsi progressivamente nell’Unione Europea non è una velleità estemporanea, bensì un progetto strategico di lungo termine unico nel suo genere per uno Stato africano.

Le fondamenta di questo percorso poggiano su legami storici, culturali e giuridici profondissimi con il Vecchio Continente. Essendo stato un territorio disabitato prima della colonizzazione portoghese nel XV secolo, Capo Verde non ha un passato pre-coloniale da contrapporre alla matrice europea; la sua stessa lingua e la sua composizione etnica sono il risultato di un sincretismo secolare tra l’Europa e l’Africa.

Questo legame speciale ha trovato una formale istituzionalizzazione nel 2007, quando è stato siglato il Partenariato Speciale UE-Capo Verde, l’unico accordo di questo tipo esistente tra l’Unione Europea e un Paese africano. Non si tratta di un semplice trattato di cooperazione economica, ma di un framework flessibile che prevede un dialogo politico serrato, una convergenza normativa e istituzionale e una cooperazione strategica nei settori della sicurezza atlantica, del contrasto ai traffici illeciti e della gestione dei flussi migratori. Per l’Europa, Capo Verde rappresenta una piattaforma di stabilità democratica in un oceano geopoliticamente turbolento; per Capo Verde, l’Europa è l’ancora di salvezza per il proprio sviluppo e la validazione della propria eccezionalità istituzionale. L’espressione più tangibile e profonda di questo ancoraggio al sistema europeo si consuma sul terreno della politica monetaria.

L’Escudo capoverdiano è legato all’Euro

Dal 1998, la valuta nazionale, l’Escudo capoverdiano, è legata da un tasso di cambio fisso all’Euro (precedentemente all’Escudo portoghese), garantito da un accordo bilaterale con il Portogallo supportato da una linea di credito del Tesoro di Lisbona. Questo regime di currency board ha sottratto Capo Verde al destino di iperinflazione e instabilità valutaria che storicamente affligge molte economie in via di sviluppo. L’ancoraggio all’euro agisce come una camicia di forza macroeconomica virtuosa: impone rigore fiscale al governo di Praia, garantisce stabilità ai prezzi, riduce i costi di transazione per il turismo e gli investimenti diretti esteri e cementa la fiducia dei mercati internazionali. È la dimostrazione analitica di come il Paese abbia rinunciato a una quota della propria sovranità monetaria pur di importare la stabilità macroeconomica del blocco europeo.

Questo sentimento di appartenenza e questa aspirazione ideale non sono confinati nei dossier macroeconomici dei ministeri, ma trovano una consacrazione visiva ed emotiva nel simbolo più sacro dello Stato: la sua bandiera nazionale, adottata nel 1992.

La bandiera capoverdiana

Il vessillo capoverdiano è un capolavoro di simbologia geopolitica. Su uno sfondo blu intenso, che evoca l’immensità dell’Oceano Atlantico e del cielo, si stagliano tre strisce orizzontali (due bianche e una rossa) che simboleggiano il cammino di costruzione del Paese attraverso la pace e l’impegno laborioso. Ma l’elemento centrale, quello che cattura l’occhio e svela l’anima profonda della nazione, è il cerchio di dieci stelle dorate. Ogni stella rappresenta una delle dieci isole dell’arcipelago. La loro disposizione in cerchio non è casuale: è un richiamo esplicito, deliberato e formale alla disposizione delle stelle sulla bandiera dell’Unione Europea. Quel cerchio stellato simboleggia l’unità dei capoverdiani, ma al contempo dichiara al mondo la collocazione ideale del Paese all’interno della famiglia delle democrazie occidentali e liberali. È un manifesto politico tessuto nel cotone: Capo Verde si vede come un’estensione atlantica dell’ideale europeo, un ponte teso tra i continenti che condivide con l’Europa la stessa visione di unità, democrazia e cooperazione multilaterale.

In un momento in cui il tema dell’allargamento dell’Unione Europea torna al centro del dibattito, anche con candidature suggestive, Capo Verde continua a coltivare il suo sogno più audace.

Quando Vozinha ha respinto la punizione di Messi sotto i riflettori di Miami, il mondo ha visto l’epica dello sfavorito che ferma il titano. Ma dietro i guantoni di quel portiere quarantenne c’è la sintesi di un intero cammino nazionale.

Capo Verde gioca da sempre partite sulla carta impossibili: privo di risorse, sperduto nell’oceano, frammentato in dieci scogli vulcanici, ha saputo edificare una democrazia cristallina, legare la propria moneta alla valuta più forte del mondo e bussare alle porte dell’Europa con la forza dei propri valori e della propria stabilità.

I Mondiali del 2026 hanno semplicemente squarciato il velo dell’anonimato. La parata di Vozinha, i sogni di adesione all’Unione Europea, la rigidità monetaria dell’escudo ancorato all’euro e le stelle dorate che orbitano sulla bandiera blu sono elementi di un unico, identico spartito. Capo Verde non è più soltanto un paradiso turistico o una suggestione geografica da atlante. È la dimostrazione che l’insularità non è un destino di isolamento, ma una formidabile rampa di lancio verso l’infinito orizzonte globale.

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L’America festeggia 250 anni tra piazze roventi e strappi politici https://www.laredazione.net/lamerica-festeggia-250-anni-tra-piazze-roventi-e-strappi-politici/ Sat, 04 Jul 2026 20:46:49 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12138 Le celebrazioni sono iniziate sabato, ma il compleanno più atteso d’Oltreoceano si svolge in un’America sospesa tra i richiami alla grandezza nazionale e le divisioni che […]

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Le celebrazioni sono iniziate sabato, ma il compleanno più atteso d’Oltreoceano si svolge in un’America sospesa tra i richiami alla grandezza nazionale e le divisioni che ne segnano il presente. L’America compie duecentocinquanta anni e si specchia in una Dichiarazione d’Indipendenza che, oggi più che mai, solleva interpretazioni opposte. Mentre la costa orientale affronta temperature eccezionali che sfiorano e superano i 40 gradi costringendo i comitati locali a ridimensionare gli eventi all’aperto, il dibattito politico infiamma le piazze reali e virtuali in una contrapposizione ideologica che non accenna a stemperarsi.

I due palchi del compleanno americano

Il cuore dei festeggiamenti istituzionali batte a Washington, dove Donald Trump ha pianificato un intervento al National Mall prima di uno spettacolo pirotecnico che si preannuncia imponente. Il fine settimana patriottico del presidente è iniziato però con toni cupi al Monte Rushmore, in Sud Dakota: davanti ai volti scolpiti dei suoi predecessori, il leader repubblicano ha evocato lo spettro del comunismo come un pericolo fatale, definendolo più insidioso dei conflitti mondiali o dell’11 settembre.

Dall’altra parte della barricata, le risposte dell’opposizione democratica non si sono fatte attendere. A New York, il sindaco Zohran Mamdani ha replicato e ha richiamato la necessità di proteggere le istituzioni dalle derive autoritarie, mentre il vicepresidente JD Vance, a bordo della USS Kearsarge nel porto della metropoli, ha criticato chi preferisce evidenziare i difetti della nazione anziché celebrarne i successi. Sulla stessa linea d’ombra si muove l’ex presidente Bill Clinton, secondo cui questo traguardo coincide con pesanti interrogativi sul ruolo internazionale degli USA.

Un quarto di millennio forgiato nelle fratture

Il cammino che separa il 1776 dal 2026 non è mai stato lineare. Se cinquant’anni fa, nel 1976, il Bicentenario veniva ricordato per la sfilata delle grandi navi davanti alla Statua della Libertà, il traguardo odierno impone un bilancio più tortuoso per una ex colonia trasformata in superpotenza. I numeri attuali fotografano le contraddizioni di un territorio immenso, con l’emergenza nello Utah, dove un singolo incendio boschivo ha divorato quasi 40.000 acri di vegetazione, e le alluvioni lampo che hanno flagellano il Kentucky.

La storia americana mostra un Paese che si rigenera ciclicamente attraverso i propri conflitti interni. L’identità stessa della nazione non deriva solo dalla secessione, ma soprattutto dal trauma della Guerra Civile del 1861, uno scontro fratricida in cui i cittadini si uccisero a vicenda in nome di due visioni opposte dello stesso suolo. Da quel momento, ogni grande scossa, la Grande Depressione del 1929, le battaglie per i diritti civili degli anni Sessanta, il Vietnam, la crisi economica del 2007 e la recente transizione verso l’intelligenza artificiale, ha imposto una metamorfosi profonda alla società civile. Eppure, proprio nei momenti di massimo strappo, la cultura politica americana tenta di ricomporsi.

Il caleidoscopio delle infinite frontiere

Al di là dei discorsi ufficiali e delle strategie dei partiti, l’America profonda si rivela in un mosaico di tasselli quotidiani che scorrono veloci davanti agli occhi di chi la vive. È un Paese che cancella e ricostruisce il proprio passato con una rapidità disarmante, una terra di opportunità infinite che promettono una libertà totale sotto cieli che sembrano non finire mai.

La vera natura degli Stati Uniti abita nei suoi contrasti più nitidi, quelli che la politica non riesce a recintare. Si manifesta nello sguardo immobile di un anziano che osserva i monumenti che celebrano la sua giovinezza terrena, nelle note malinconiche che risuonano nei Jazz club, o nei sorrisi dei bambini che, nei quartieri più svantaggiati, sfidano l’afa forzando gli idranti sui marciapiedi. Duecentocinquanta anni dopo, questa terra resta un’idea potente che divide, appassiona e ancora sorprende. Un luogo specchio del mondo intero, in cui è impossibile non riconoscersi perché una parte di quell’orizzonte appartiene ormai al nostro immaginario più profondo.

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La scuola sa ancora insegnare? https://www.laredazione.net/la-scuola-sa-ancora-insegnare/ Wed, 01 Jul 2026 14:43:28 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12130 È il quesito che l’Italia non può più rimandare. La protesta dei maturandi è soltanto l’ultimo capitolo di una riflessione che accompagna da anni il mondo […]

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È il quesito che l’Italia non può più rimandare.

La protesta dei maturandi è soltanto l’ultimo capitolo di una riflessione che accompagna da anni il mondo dell’istruzione. Le lettere consegnate in questi giorni alle commissioni d’esame riportano nel dibattito temi come l’enfasi delle valutazioni, la centralità della memorizzazione e il bisogno di una scuola più vicina agli studenti. Ma il punto va ancora oltre.

La domanda è infatti un’altra: il sistema scolastico italiano riesce ancora a trasmettere conoscenza oppure si è trasformato soprattutto in un luogo dove si misura la performance?

Una scuola chiamata a rincorrere il cambiamento

Negli ultimi vent’anni la società è cambiata profondamente. Internet, i social network, gli smartphone e, più recentemente, l’intelligenza artificiale hanno modificato il modo in cui si studia, si comunica e si costruisce il sapere. La scuola, invece, è rimasta spesso ancorata a modelli nati in un contesto completamente diverso. Ogni anno circa otto milioni di studenti entrano nelle aule italiane e oltre un milione di persone lavora nel comparto tra docenti e personale. È una delle istituzioni più grandi del Paese, ma anche una di quelle che più faticano a tenere il passo con le trasformazioni culturali e tecnologiche.

Questo non significa che tale realtà abbia perso la propria funzione: al contrario. Nell’epoca dell’informazione illimitata, il suo compito diventa ancora più importante: insegnare a distinguere una fonte attendibile da una falsa, sviluppare spirito critico, educare al confronto e alla complessità. Non basta più accumulare nozioni, serve imparare a comprenderle.

Merito, programmi e rappresentanza: le contraddizioni del sistema

Se l’obiettivo della scuola è valorizzare il merito, il modello di valutazione continua però a mostrare alcune contraddizioni. Non sempre vengono premiati l’impegno quotidiano e la costanza. In alcuni casi, infatti, riesce a ottenere risultati migliori anche chi adotta strategie mirate, come concentrare lo studio solo in vista delle verifiche o programmare assenze nei giorni dei compiti in classe per guadagnare più tempo nella preparazione. Comportamenti che non rappresentano la norma, ma che evidenziano come il meccanismo rischi talvolta di misurare più l’esito del momento che il percorso di apprendimento.

Gran parte della preparazione sulla letteratura italiana, inoltre, continua a concentrarsi sugli autori dell’Ottocento e del primo Novecento, fondamentali per comprendere l’evoluzione culturale del Paese, ma questo ha contribuito a lasciare poco spazio agli scrittori contemporanei, quelli con cui gli studenti potrebbero confrontarsi su temi e linguaggi più vicini alla loro esperienza. Non si tratta di sostituire completamente i classici, bensì di affiancarli a voci che raccontano il presente.

Anche sul fronte della rappresentanza resta aperta una riflessione. Le scrittrici trovano ancora uno spazio limitato nei programmi di studio rispetto ai loro colleghi uomini. Negli ultimi anni l’attenzione verso autrici che hanno segnato la letteratura italiana e internazionale è cresciuta, ma per molti addetti al settore il percorso è ancora incompleto. Ampliare il ventaglio non significa riscrivere la storia, ma offrirne una lettura più ampia e aderente alla ricchezza delle esperienze culturali che l’hanno costruita.

Il problema non sono solo gli insegnanti

Ridurre tutto a una contrapposizione tra studenti e docenti sarebbe però un errore. Ogni giorno migliaia di insegnanti provano a costruire lezioni che vadano oltre il programma ministeriale, personalizzano i percorsi, aprono il dialogo e cercano di trasformare la classe in uno spazio di confronto.

Esiste anche se minoritaria una scuola fatta di professori che ascoltano, sperimentano e accompagnano i ragazzi nella crescita personale, spesso nonostante vincoli burocratici, unità didattiche rigide e risorse limitate. Le criticità riguardano soprattutto il sistema, con piani difficili da adattare ai cambiamenti della società, edifici scolastici che in molti casi necessitano di interventi e una professione docente che continua a chiedere maggiore riconoscimento.

La scuola resta il luogo dove si costruisce il futuro

La scuola non può limitarsi a preparare verifiche, interrogazioni o un esame finale. È il luogo nel quale si forma il pensiero critico, si impara a convivere con gli altri e si sviluppano strumenti che accompagneranno una persona ben oltre il percorso di studi. Le proteste degli studenti di questi giorni hanno riportato in superficie un problema mai del tutto affrontato. Più che una contestazione contro un esame, sembrano l’invito ad aprire un confronto sul significato stesso dell’istruzione.

Perché la domanda, in fondo, non è se la scuola serva ancora: la vera sfida è capire se riesca ancora a insegnare ciò di cui il presente e il futuro hanno davvero bisogno.

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Le dimissioni di Starmer, gli inglesi e la Bregret https://www.laredazione.net/le-dimissioni-di-starmer-gli-inglesi-e-la-bregret/ Fri, 26 Jun 2026 13:07:52 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12122 Dieci anni fa, il 23 giugno 2016, il Regno Unito si svegliava separato dal continente. Quella che doveva essere la palingenesi sovranista e la nascita della […]

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Dieci anni fa, il 23 giugno 2016, il Regno Unito si svegliava separato dal continente. Quella che doveva essere la palingenesi sovranista e la nascita della Global Britain si è trasformata, a un decennio di distanza, in un laboratorio di instabilità permanente. Le dimissioni rassegnate dal Premier laburista Keir Starmer – travolto dalle pressioni interne e dal logoramento elettorale – non fanno che siglare una spietata continuità statistica: è il settimo cambio della guardia a Downing Street in dieci anni. Un record di volatilità che demolisce il mito della stabilità istituzionale britannica. Mentre dall’Unione Europea si levano voci, quasi per paradosso geopolitico, della  suggestione di un’integrazione allargata fino a 40 Stati, il Regno Unito si riscopre bloccato in un limbo macroeconomico e strategico, orfano dei vecchi ancoraggi e non ancora integrato nelle nuove geografie globali.

L’analisi dei dati a dieci anni dal referendum restituisce l’immagine di un Paese strutturalmente rallentato. Secondo i principali osservatori macroeconomici, la Brexit è costata al Regno Unito tra il 4% e il 5% del PIL potenziale rispetto a uno scenario di permanenza nel mercato unico. Il crollo degli investimenti esteri, le barriere non tariffarie che hanno appesantito le catene di fornitura e una cronica carenza di manodopera in settori chiave hanno generato una stagnazione da cui Londra non riesce a riemergere.

Che cos’è il Bregret?

Il sentiment oggi largamente diffuso è riassumibile nel neologismo “Bregret” (Brexit + Regret). I sondaggi mostrano una maggioranza costante di cittadini che definisce l’uscita dall’UE un errore. Il divario non è più solo ideologico, ma generazionale ed esistenziale.

La fine della libera circolazione ha ristretto i confini della mobilità giovanile e accademica (l’addio al programma Erasmus ne è il simbolo). I ceti popolari che avevano votato Leave per la promessa di un rilancio manifatturiero e di un freno all’immigrazione si trovano immersi in un’inflazione persistente e con flussi migratori che hanno semplicemente cambiato provenienza geografica, spostandosi dall’Europa continentale all’Asia e all’Africa. Se l’espatrio oltremanica è diventato un labirinto burocratico di visti e requisiti salariali minimi, l’UE ha paradossalmente trovato nella Brexit un fattore di coesione interna inatteso. Il trauma del 2016 ha immunizzato gli altri 27 Stati membri da tentativi di emulazione, spostando l’asse del dibattito continentale dall’euroscetticismo distruttivo alla riforma interna delle istituzioni. Sul piano internazionale, la dottrina della Global Britain, l’idea di un Regno Unito agile, capace di stringere accordi bilaterali fulminei svincolato dalle lungaggini di Bruxelles, ha impattato contro il duro realismo delle relazioni internazionali. In chiave geopolitica, Londra ha cercato di mantenere la propria rilevanza attraverso formati snelli e geometrie variabili.

Davanti alle crisi globali e in particolare all’aggressione russa in Ucraina, l’asse diplomatico e di sicurezza tra Londra, Parigi e Berlino (l’E3) ha retto l’urto. La cooperazione militare non si è interrotta, dimostrando che il Regno Unito resta una potenza nucleare e d’intelligence indispensabile per la sicurezza del continente. Un’ulteriore declinazione del pragmatismo geopolitico britannico post-Brexit si rintraccia nella propensione di Londra a integrarsi in formule ad hoc, come la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”. Svincolato dalle procedure di coordinamento della Politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’Unione Europea, il Regno Unito ha cercato di riaffermare la propria proiezione di potenza globale guidando o partecipando a coalizioni flessibili e mirate, sia sul piano della deterrenza militare che del supporto strategico in scenari di crisi. Questa modalità di intervento ad assetto variabile ha permesso a Londra di dimostrare agilità operativa e di mantenere un filo diretto con gli alleati della NATO e con Washington, bypassando le architetture istituzionali di Bruxelles. Resta da decifrare tuttavia se la flessibilità sia una necessità dettata dall’isolamento piuttosto che una scelta di assoluta forza. Il rapporto con Washington si è rivelato asimmetrico e volatile. Le speranze dei fautori della Brexit di siglare un accordo di libero scambio rapido e vantaggioso con gli Stati Uniti sono evaporate sotto l’amministrazione Biden e rimangono subordinate alle logiche protezionistiche della dottrina “America First” di Trump. Le relazioni tra Downing Street e la Casa Bianca si muovono oggi su un terreno di forte pragmatismo strategico, ma privo di concessioni economiche di favore a Londra.

L’effetto più corrosivo della Brexit si registra però all’interno dei confini domestici, dove le forze centrifughe continuano a erodere l’unione istituzionale tra le quattro nazioni.

La Scozia, che nel 2016 aveva votato in modo compatto per il Remain, vive il decennio post-Brexit come un deficit democratico permanente. Nonostante le turbolenze interne allo Scottish National Party (SNP), la spinta verso una ridefinizione dei rapporti con Londra o verso un nuovo referendum d’indipendenza rimane una costante del dibattito, alimentata dalla percezione di essere stati trascinati fuori dall’Unione Europea contro la volontà della maggioranza dei propri cittadini.

Il dossier nordirlandese resta la cicatrice più visibile del divorzio. Per evitare il ripristino di una frontiera fisica sull’isola d’Irlanda, che avrebbe violato gli Accordi del Venerdì Santo del 1998, i vari esecutivi britannici hanno dovuto accettare soluzioni di compromesso (fino al Windsor Framework) che, di fatto, spostano il confine doganale nel Mar d’Irlanda. Questa separazione amministrativa dal resto della Gran Bretagna ha rinvigorito le forze nazionaliste e repubblicane, ponendo a lungo termine la questione di una riunificazione irlandese non più come un tabù, ma come uno scenario analitico concreto.

Le dimissioni di Keir Starmer certificano il fallimento del tentativo laburista di stabilizzare il Paese. Arrivato al potere nel 2024 con una maggioranza schiacciante ma un consenso fragile, Starmer ha cercato di governare con una ricetta basata sulla competenza tecnocratica e sul rigore di bilancio, rifiutando categoricamente di riaprire il dibattito sull’accesso al mercato unico o sull’unione doganale per non alienarsi l’elettorato operaio delle ex zone industriali. Questa postura ha privato il governo di una narrazione forte. Di fronte alla stagnazione economica e alle dure sconfitte nelle ultime elezioni locali, Starmer si è trovato schiacciato tra il malcontento della sua stessa base parlamentare e l’avanzata delle forze populiste.

In questo vuoto si inserisce la nuova e clamorosa ascesa di Nigel Farage. Dato per spacciato o confinato al ruolo di commentatore televisivo dopo il 2016, Farage ha capitalizzato la frustrazione collettiva attraverso Reform UK. La sua strategia è chirurgica: non difende i risultati economici della Brexit, ma accusa la classe politica tradizionale di averla tradita e non implementata con sufficiente radicalismo, specialmente sul controllo dei confini. Una delle domande più frequenti degli osservatori internazionali riguarda l’atteggiamento del Partito Laburista: perché, pur di fronte a dati economici così negativi, il Labour non ha utilizzato l’evidente fallimento della Brexit come arma politica contro i Conservatori e Farage?

La risposta risiede nell’aritmetica elettorale e nella sociologia del Paese. Per vincere le elezioni, il Labour deve tenere uniti due elettorati profondamente divergenti: i giovani progressisti delle grandi città cosmopolite (fortemente europeisti) e le comunità della classe operaia provinciale che nel 2016 votarono in massa per l’uscita dall’UE. Riaprire la ferita della Brexit significherebbe per la dirigenza laburista riattivare una guerra culturale interna distruttiva. Se il Labour proponesse anche solo un parziale riavvicinamento normativo a Bruxelles, presterebbe il fianco all’accusa immediata di voler annullare il “voto del popolo”. Farage e la destra conservatrice ne farebbero immediatamente un cavallo di battaglia elettorale, mobilitando nuovamente l’elettorato profondo contro le “élite di Londra”.

Il silenzio dei Labour

Il silenzio dei Labour è stato un calcolo cinico di riduzione del danno, che ha però finito per paralizzare la loro stessa azione di governo. Dieci anni dopo, la prospettiva storica appare totalmente invertita. Nel 2016, la Brexit veniva letta come il primo mattone del crollo dell’Unione Europea, l’inizio di un effetto domino globale. Oggi, il baricentro dell’iniziativa politica si è spostato a Bruxelles. Di fronte alle minacce geopolitiche esterne, l’Unione Europea valuta scenari di allargamento, accogliendo le domande d’adesione e i desiderata dei paesi balcanici, dell’Ucraina e della Moldova, che vedono nel club europeo un’ancora di salvezza economica e di sicurezza. Il Regno Unito osserva questo scenario dall’esterno, intrappolato in un ciclo di instabilità che le dimissioni di Starmer non faranno che prolungare. Il decennio di Brexit non ha prodotto la nazione corsara e deregolamentata promessa dai suoi promotori, né ha distrutto l’Unione Europea come molti temevano. Ha invece consegnato alla storia un Paese più piccolo, più diviso e alla perenne ricerca di un ruolo nel mondo, dimostrando che nel ventunesimo secolo l’isolamento camuffato da sovranità ha un prezzo politico ed economico altissimo.

La corsa alla leadership del Partito Laburista che si aprirà nelle prossime settimane non sarà solo la scelta del settimo premier in dieci anni; sarà l’ennesimo tentativo di rispondere alla stessa domanda inevasa dal 2016: come gestire il declino di una potenza che ha deciso di fare a meno del proprio continente.

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Il grande piccolo centro del centrosinistra https://www.laredazione.net/il-grande-piccolo-centro-del-centrosinistra/ Tue, 23 Jun 2026 14:13:33 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12111 Tante sigle e nove partiti, con quale forza elettorale?In Italia c’è un centro politico che da anni annuncia la propria imminente rinascita. Un centro che organizza […]

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Tante sigle e nove partiti, con quale forza elettorale?
In Italia c’è un centro politico che da anni annuncia la propria imminente rinascita. Un centro che organizza convegni, lancia manifesti, costruisce associazioni, fonda partiti, cambia simboli e leadership. Ed è un centro che rivendica di rappresentare la parte più pragmatica, europeista e riformista del Paese. Eppure, nonostante la moltiplicazione delle iniziative, continua a restare politicamente piccolo. Ed elettoralmente poco consistente.

Grande piccolo centro

È il paradosso del “grande piccolo centro” che orbita attorno al centrosinistra: una galassia sempre più affollata di sigle, leader e aspiranti federatori, ma incapace di trasformare la propria ricchezza di esperienze in una forza politica unitaria e riconoscibile. L’elenco dei protagonisti è lungo. C’è Matteo Renzi con Italia Viva, che continua a proporsi come il principale interprete del riformismo liberale. C’è Carlo Calenda con Azione, che rivendica competenza amministrativa e serietà di governo. C’è Luigi Marattin che, dopo la separazione da Italia Viva, ha dato vita al Partito Liberaldemocratico con l’obiettivo di costruire una nuova casa per i moderati. Accanto a loro resistono realtà storiche come il Partito Socialista Italiano guidato da Vincenzo Maraio e +Europa di Riccardo Magi, mentre nel Mezzogiorno continua a esercitare una significativa influenza territoriale Clemente Mastella con Noi di Centro.

Area moderata e reti civiche

Ma il fenomeno non riguarda soltanto i partiti. Attorno all’area moderata del centrosinistra si stanno sviluppando reti civiche, associazioni e laboratori politici che puntano a occupare lo stesso spazio. È il caso di Spazio Pubblico, promosso da Pina Picierno, che prova a mettere in rete amministratori, professionisti e dirigenti politici di area riformista. Oppure di Futuro Democratico, brand associativo che ha in Silvia Salis una figura capace di un possibile percorso politico non solo locale ma anche nazionale. Senza dimenticare Alessandro Onorato e il suo Progetto Civico, modello che punta sulla politica amministrativa e sul rapporto diretto con i territori. Presi singolarmente, tutti questi soggetti rappresentano pezzi di una cultura politica che in Italia ha avuto una storia importante: quella del cattolicesimo democratico, del socialismo riformista, del liberalismo europeo e dell’amministrazione locale. Messi insieme, però, continuano a non fare sistema.

Tante idee, inflazione di leader

Il problema non è la mancanza di idee. È la sovrabbondanza di leadership. O, più precisamente, di aspiranti leadership. Ognuno si considera il federatore degli altri; nessuno accetta di essere federato. Ognuno immagina un centro da costruire; nessuno sembra disposto a rinunciare al proprio simbolo per realizzarlo davvero. Così il “grande centro” finisce per essere una sommatoria di piccoli centri. Un arcipelago di soggetti che condividono analisi spesso simili ma che procedono su rotte diverse, quando non concorrenti. Nel frattempo il Partito Democratico osserva. Perché, piaccia o no, resta il perno naturale di qualsiasi progetto di governo alternativo alla destra. E proprio qui emerge la contraddizione più evidente: tutti i protagonisti del centro riformista rivendicano autonomia dal Pd, ma quasi tutti immaginano il proprio futuro politico all’interno di una coalizione guidata dal Pd. Il risultato è una condizione di permanente sospensione. Troppo grandi per scomparire, troppo piccoli per determinare da soli gli equilibri nazionali. Sufficientemente influenti per condizionare il dibattito politico, ma non abbastanza forti da imporre una agenda.

Terra di mezzo

Il “grande, piccolo centro” continua a vivere in questa terra di mezzo. Alla ricerca di una sintesi che tarda ad arrivare, di una leadership condivisa che nessuno riconosce e di un progetto comune che vada oltre la semplice somma delle ambizioni personali. La vera sfida non è capire quanti siano. È capire se, prima o poi, riusciranno a diventare qualcosa di più di un elenco di sigle.

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L’Unione Europea a 40 Stati? https://www.laredazione.net/lunione-europea-a-40-stati/ Fri, 19 Jun 2026 11:03:09 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12106 La gamba del compasso che ha la punta su Bruxelles si sta allargando sui quadranti della mappa, sotto la spinta di una necessità che non è […]

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La gamba del compasso che ha la punta su Bruxelles si sta allargando sui quadranti della mappa, sotto la spinta di una necessità che non è più soltanto economica, ma strettamente esistenziale. Per anni il dossier dell’allargamento dell’Unione Europea è rimasto confinato nei corridoi, congelato in un limbo burocratico fatto di capitoli negoziali e riforme strutturali faticose.

Oggi, la storia ha bruscamente accelerato.

Un’Europa a 40 Stati?

La provocazione, che assume i contorni di un auspicio strategico, lanciata dal premier finlandese Alexander Stubb di un’Unione Europea a 40 Stati non è più una fantasia da think tank, ma la presa d’atto di una nuova grammatica del potere globale.

In un mondo frammentato, la dimensione e la scala geografica diventano vettori di sovranità: o l’Europa si estende per stabilizzare i propri confini, o i suoi confini verranno destabilizzati da attori esterni. L’allargamento si è trasformato da processo burocratico a imperativo geopolitico, ridefinendo i rapporti di forza con Russia, Cina e alleati, costringendo le istituzioni comunitarie a ripensare la propria architettura interna.

La lista dei Paesi che guardano a Bruxelles è eterogenea, divisa tra storici rallentamenti, accelerazioni drammatiche, ritorni a sorpresa e suggestioni ai limiti del paradosso.

Il Montenegro occupa la posizione più avanzata. Con tutti i 33 capitoli negoziali aperti e quasi la metà già provvisoriamente chiusi, Podgorica è il candidato più vicino al traguardo. L’assenza di grandi contenziosi bilaterali e le riforme nello stato di diritto ne fanno il naturale prossimo membro.

Islanda nell’Unione Europea?

Ma la vera sorpresa che sta stravolgendo le cronologie di Bruxelles arriva dal Nord Atlantico: l’Islanda. Dopo aver congelato i negoziati nel 2013 e aver vissuto una lunga fase di distacco, il governo di Reykjavík ha impresso una sterzata improvvisa approvando un referendum cruciale fissato per il prossimo 29 agosto. La consultazione non deciderà l’adesione immediata, ma l’opportunità di risedersi ai tavoli negoziali.

Se i sondaggi dovessero confermare il vantaggio del “Sì”, l’Islanda scalzerebbe l’intera fila. Il Paese fa già parte dello Spazio Economico Europeo e di Schengen, applicando di fatto i due terzi dell’intero corpo legislativo europeo. Prima dello stop del 2013 aveva già sviscerato e archiviato positivamente 11 capitoli. Una vittoria ad agosto significherebbe una riapertura dei negoziati entro fine anno e un potenziale ingresso-lampo a blocchi completati, al netto dello storico compromesso da trovare sulla Politica Comune della Pesca, da sempre linea rossa per la sovranità economica islandese.

Subito dietro accelera l’Albania, che beneficia di una forte volontà politica interna e di un allineamento totale alla politica estera della NATO e dell’UE, staccandosi dalle paludi in cui storicamente versano i vicini regionali.

La complessità si concentra nel cuore dei Balcani Occidentali.

La Serbia vive una profonda contraddizione: formalmente in negoziato, è frenata dall’ambiguità geopolitica nei confronti di Mosca e dal mancato riconoscimento del Kosovo, la cui indipendenza non è riconosciuta nemmeno da cinque Stati membri dell’UE, bloccando di fatto Pristina in uno status di candidato potenziale privo di reali sbocchi immediati. La Bosnia-Erzegovina resta paralizzata dalle fragilità istituzionali e dalle spinte centrifughe della Repubblica Srpska, mentre la Macedonia del Nord, dopo aver persino cambiato nome per superare il veto greco, si trova costantemente ostacolata da dispute identitarie e storiche con la Bulgaria.

C’è poi il capitolo Turchia: candidata dal 1999, vive un negoziato sostanzialmente morto, congelato dal progressivo scivolamento autoritario di Ankara e da una divergenza strategica ormai strutturale, nonostante la centralità del Paese nella gestione dei flussi migratori e della sicurezza energetica.

La vera fiammata che ha rianimato l’intero processo di allargamento proviene però dal fronte orientale. L’aggressione russa ha cancellato i vecchi scetticismi. Ucraina e Moldova hanno compiuto passi da gigante, arrivando all’apertura formale dei primi cluster negoziali legati ai diritti fondamentali e allo stato di diritto dopo il superamento dei veti politici interni al Consiglio. I progressi legislativi compiuti da Kiev in tempo di guerra per colpire l’oligarchia e riformare la magistratura dimostrano che lo stimolo dell’integrazione europea agisce come una leva di modernizzazione interna senza precedenti. Più arretrata la Georgia, frenata da profonde spaccature politiche interne e da leggi controverse che ne hanno rallentato la convergenza verso gli standard europei, a testimonianza di quanto la strada verso Bruxelles sia esposta alle interferenze di Mosca.

C’è spazio anche per una suggestione teorica, evocata proprio dal dibattito sollevato dal premier Stubb e riguarda il Canada. Definita una provocazione ma densa di significato, l’ipotesi di Ottawa nell’Unione serve a tracciare i confini mentali, prima che geografici, dell’Occidente. Il Canada condivide gli standard democratici, lo stato di diritto e i modelli sociali europei ben più di quanto non faccia con il liberismo statunitense, ed è già legato all’UE dal trattato commerciale CETA. Sebbene l’adesione formale sia esclusa dai trattati (che esigono l’appartenenza geografica al continente europeo), parlarne evidenzia come la nozione di “Europa” si stia trasformando da concetto spaziale a club di valori democratici contrapposti alle autocrazie.

Come si entra nell’Unione Europea?

L’ingresso nell’Unione Europea non concede sconti temporali o politici; si tratta di una complessa operazione di ingegneria istituzionale regolata da criteri rigorosi.

Fissati nel 1993, sono i tre pilastri fondamentali che ogni Stato richiedente deve soddisfare. Il criterio politico prevede istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto delle minoranze. Il criterio economico richiede un’economia di mercato funzionante e la capacità di reggere la pressione competitiva all’interno del mercato unico. L’acquis comunitarioè infine la capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione, accettando l’insieme delle leggi e delle decisioni dell’UE. Il percorso si snoda attraverso tappe rigide, scandite dal voto all’unanimità dei Ventisette. La vera novità metodologica è l’introduzione della suddivisione in sei cluster tematici. Non si avanza se non si superano i controlli sui capitoli legati alla giustizia e alla lotta alla corruzione, considerati precondizioni assolute.

La forza gravitazionale che oggi esercita l’Unione Europea trova una spiegazione speculare nel totale dissolvimento dei sentimenti di “Exit” che avevano caratterizzato lo scorso decennio. La stagione della Brexit, dei populismi anti-euro e delle minacce di scissione (dalla Frexit francese alla Nexit olandese) appare oggi come un reperto archeologico della politica pre-pandemica e pre-bellica. L’esperienza del Regno Unito ha dimostrato che l’uscita dal mercato unico non produce una fioritura di sovranità, ma una complessa svalutazione sistemica fatta di barriere doganali, carenza di manodopera, tensioni interne (Scozia e Irlanda del Nord) e isolamento diplomatico. Nessun leader politico dell’area euro rischia più il suicidio economico proponendo una rottura dei legami comunitari. Di fronte a shock globali asimmetrici, le pandemie, le guerre commerciali tra Cina e Stati Uniti, la crisi energetica e l’imperialismo russo, gli Stati nazionali hanno riscoperto che l’isolamento equivale alla vulnerabilità assoluta. I partiti un tempo dichiaratamente euroscettici hanno modificato radicalmente la propria postura: l’obiettivo non è più “distruggere l’UE dall’esterno”, ma “governarla dall’interno”.

L’orizzonte tracciato da Alexander Stubb di un’Unione a quaranta membri risponde alla necessità di dotare lo spazio europeo di una massa critica globale. In questa prospettiva, l’allargamento cessa di essere una politica di vicinato e diventa la principale arma di difesa geopolitica del continente. Inserire l’Ucraina, la Moldova, i Balcani e guardare in prospettiva alla riconnessione con il Regno Unito post-Brexit significa sottrarre queste aree alle zone d’influenza russa e alla penetrazione economica cinese. Significa anche creare un mercato unico immenso, capace di competere nella transizione tecnologica e di difendere le filiere industriali strategiche. Tuttavia, un’Unione a 40 Stati non può funzionare con le regole attuali.

Il nodo fondamentale è la riforma della governance. Il meccanismo del voto all’unanimità in politica estera e finanziaria, già oggi causa di paralisi di fronte ai veti dei singoli governi, diventerebbe insostenibile in un consesso così allargato. La transizione verso il voto a maggioranza qualificata e l’adozione di formule di integrazione graduale o Europa a più velocità, dove i nuovi membri accedono subito al mercato unico o alle politiche di sicurezza prima di ottenere il pieno diritto di voto, sono passaggi obbligati.

L’allargamento non è più un atto di generosità democratica da parte di Bruxelles, ma un calcolo di sopravvivenza. L’Unione del futuro sarà più estesa, frammentata e complessa, ma solo uscendo dalla propria timidezza geografica potrà sperare di sedere al tavolo delle superpotenze globali.

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Bielorussia. Il balancing di Lukashenko https://www.laredazione.net/bielorussia-il-balancing-di-lukashenko/ Thu, 18 Jun 2026 17:09:42 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12098 «Russia e Ucraina devono scendere a compromessi». Le parole pronunciate dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko nei giorni scorsi attirano, non di poco, l’attenzione. E lo fanno, […]

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«Russia e Ucraina devono scendere a compromessi». Le parole pronunciate dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko nei giorni scorsi attirano, non di poco, l’attenzione. E lo fanno, ancora di più, se lette accompagnate dalle altre sue recenti dichiarazioni: dall’invito a Emmanuel Macron a farsi promotore di un dialogo di pace fino alle scuse di questi giorni nei confronti di Volodymyr Zelensky per alcune minacce passate sottolineando come la Bielorussia non rappresenti un pericolo diretto per Kyiv.

Un cambio di tono, quello delle ultime settimane, evidente soprattutto per chi osserva la guerra in Ucraina dal 2022.

Verrebbe da chiedersi se il presidente Lukashenko sia diventato improvvisamente un uomo di pace.

Eppure, la vera questione è un’altra: perché questo cambiamento proprio ora?

La risposta non è semplice e potrebbe trovarsi nella posizione sempre più delicata occupata da Minsk all’interno della guerra. La Bielorussia è stata ed è, infatti, uno dei principali alleati della Russia fin dall’inizio dell’invasione. Non ha mai esitato nel permettere alle forze russe di utilizzare il proprio territorio, ha ospitato e ospita truppe e infrastrutture logistiche di Mosca – comprese armi nucleari tattiche – ma, almeno formalmente ha sempre evitato di inviare l’esercito bielorusso oltre confine. Lukashenko stesso lo ha ripetuto più volte negli ultimi mesi.

Se da una parte, la dipendenza politica e militare da Mosca è chiara e la sopravvivenza politica del regime continua a dipendere dall’appoggio del Cremlino, dall’altro un coinvolgimento maggiore della Bielorussia nel conflitto rappresenterebbe un rischio enorme per essa stessa.

Ed è proprio qui che emerge la complessità della posizione bielorussa.

Questo è esattamente quello che, tecnicamente, viene definito “balancing”: ovvero quella strategia orientata al mantenimento di un equilibrio tra diversi attori più forti per non finire, però, letteralmente schiacciati da uno di essi. Per anni Lukashenko ha costruito la propria politica estera proprio su questo principio, cercando di mantenere aperti canali con l’Occidente pur rimanendo uno degli alleati chiave della Russia e riuscendo comunque a restare formalmente fuori dal conflitto. Una posizione certamente ambigua ma che gli ha permesso per lungo tempo di preservare un certo margine di autonomia – seppur minimo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha però ridotto drasticamente il margine di manovra di Minsk che oggi dipende dalla Russia molto più che in passato. Ma dipendenza non significa necessariamente coincidenza totale degli interessi.

Ed è proprio in questo contesto, quello di una guerra che doveva durare pochi giorni e dall’esito incerto vista la posizione sempre più complessa in cui si trova Mosca giorno dopo giorno, che il recente attivismo diplomatico di Lukashenko assume il suo significato. Le telefonate con leader europei, gli appelli al compromesso e persino le parole insolitamente concilianti rivolte a Zelensky possono essere lette come il tentativo di ricostruire uno spazio politico autonomo in vista di un futuro che, pur essendo ancora tutto da scrivere, è oggi sicuramente più favorevole a Kyiv di quanto non fosse mesi fa.

Non si tratta di una rottura con Putin. Tuttavia, è probabile che Lukashenko voglia evitare che il destino del proprio regime venga legato in modo irreversibile all’esito della guerra.

La Bielorussia non si sta allontanando dalla Russia, ma il leader bielorusso sta probabilmente cercando di garantire un futuro a Minsk qualunque sarà l’esito del conflitto.

Immagine 1: Alexander Lukashenko, September 15, 2023, Creative Commons Attribution 4.0

Immagine 2: Vladimir Putin and Alexander Lukashenko in Valaam. Kremlin.ru, Creative Commons Attribution 4.0

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