La Redazione https://www.laredazione.net/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Thu, 20 Aug 2026 17:51:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.4 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png La Redazione https://www.laredazione.net/ 32 32 Dall’IRCCS Rizzoli all’ospedale di Ikonda: il ritorno in Africa del dottor Mosca https://www.laredazione.net/dallirccs-rizzoli-allospedale-di-ikonda-il-ritorno-in-africa-del-dottor-mosca/ Wed, 19 Aug 2026 16:10:21 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12320 Ci sono luoghi nei quali si arriva per donare qualcosa e dai quali, alla fine, si torna avendo ricevuto molto di più. Per il dottor Massimiliano […]

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Ci sono luoghi nei quali si arriva per donare qualcosa e dai quali, alla fine, si torna avendo ricevuto molto di più. Per il dottor Massimiliano Mosca, direttore della struttura complessa dell’IRCCS Rizzoli di Bologna, l’ospedale di Ikonda, in Tanzania, è diventato una realtà del cuore. Dopo la prima missione dello scorso aprile, il dottor Mosca è tornato in questi giorni in Africa, scegliendo ancora una volta di dedicare le proprie ferie alle persone che hanno bisogno di cure. Con lui c’è il dottor Carlo Capodagli, giovane e valente collaboratore del suo staff, infermieri di sala operatoria, di reparto e fisioterapisti.
Ad aprile era stata una prima volta fatta di scoperte e incontri. Una realtà sanitaria lontana da quella del Rizzoli, casi clinici complessi, una quotidianità nella quale è necessario imparare rapidamente a muoversi e a trovare soluzioni.

“La prima volta a Ikonda è stata una scoperta emozionante – racconta Massimiliano Mosca –. Ho dovuto imparare a prendere le misure a sale operatorie e strumenti molto più semplici dei nostri e affrontare situazioni che richiedevano grande adattamento. Ma soprattutto ho scoperto la speranza negli occhi delle persone che ho incontrato e che, giorno dopo giorno, ho imparato a conoscere”. Quei volti, giorno dopo giorno, sono diventati storie, nomi, famiglie. Ma soprattutto, amicizia. Negli occhi di quelle persone Mosca ha visto la speranza di poterli rivedere presto a Ikonda. “Quando sono ripartito ho portato con me i loro sguardi e la consapevolezza che quelle persone aspettavano il nostro ritorno, non soltanto per seguire i decorsi post operatori, ma anche per poter operare altre persone con problemi. Tornare oggi a Ikonda significa anche dare una risposta a quella speranza”.

Questa seconda esperienza nasce dunque da un legame già costruito. Ritrovare i pazienti incontrati ad aprile, verificarne i progressi e affrontare nuovi casi rende la missione qualcosa di diverso da una semplice esperienza professionale: è la prosecuzione di un progetto fatto con il cuore. Significa scoprire che una relazione nata in sala operatoria può continuare anche a migliaia di chilometri di distanza. Ma la missione non è soltanto chirurgia. È anche condivisione di conoscenze e formazione. Il personale medico e sanitario dell’ospedale segue con attenzione il lavoro dei colleghi italiani, pone domande, si confronta, desidera imparare. Ogni giornata diventa così un’occasione di insegnamento, ma anche di apprendimento: perché quando cambiano le risorse, le condizioni e gli strumenti, a fare la differenza è il valore aggiunto di saper lavorare insieme e fare squadra. Poi ci sono i bambini della scuola di Ikonda. Incontrarli significa ritrovare la parte più semplice e luminosa di questo viaggio: sorrisi, curiosità, occhi che osservano e cercano di capire chi siano quei medici arrivati da lontano. Un incontro che ricorda quanto il mondo possa essere grande e, allo stesso tempo, incredibilmente piccolo quando ci si guarda negli occhi. Davanti a quei bambini colpisce una verità disarmante, che troppo spesso dimentichiamo: nascere qui o altrove è sorte. Accanto a medici e pazienti ci sono tutte le persone che ogni giorno rendono possibile la vita dell’ospedale: chi organizza, chi assiste, chi cura, chi si occupa della logistica, chi cucina, chi tiene tutto in ordine. Una grande macchina costruita soprattutto attraverso l’impegno e la dedizione di tante persone, nella quale ogni singolo contributo è importante. A Ikonda si comprende quanto sia importante il ruolo di ciascuno. Tutti contribuiscono a qualcosa che è molto più grande del singolo intervento. Ed è proprio questo il senso più profondo: non si tratta semplicemente di portare la propria professionalità, ma di condividere, imparare e costruire insieme.

“Gino Bartali diceva che ‘il bene si fa, ma non si dice’ e io sono di quest’opinione – racconta Massimiliano Mosca –. Avrei preferito tacere, perché non credo che andare in Africa durante le proprie ferie per operare chi ha bisogno debba diventare un vanto. Ma ritengo che quanto ho ricevuto dalle persone che ho incontrato a Ikonda, quanto ho avuto in dono dai loro sorrisi e soprattutto dai loro occhi carichi di speranza, meriti una parola. Non per raccontare quello che abbiamo fatto noi, ma per dire quello che Ikonda può dare a chi decide di andarci. Perché forse, tra le persone che leggeranno queste parole, ce ne sarà qualcuna che deciderà di dedicare una piccola parte del proprio tempo a quella gente. Un medico, un infermiere, un professionista. Qualcuno che possa insegnare, curare, aiutare. Anche solo per un po’”.

Questo il dono più prezioso da riportare a casa dall’Africa: scoprire che, mentre pensavi di essere partito per dare, qualcuno dall’altra parte del mondo aveva già cominciato a donare qualcosa a te.

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Versiliana-Cristiano De André rinnova il mito del padre https://www.laredazione.net/versiliana-cristiano-de-andre-rinnova-il-mito-del-padre/ Sun, 16 Aug 2026 15:35:32 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12309 “Credo che sia un dovere, come figlio, portare avanti la sua musica e la sua poesia. Quest’anno ricorre il 27esimo anniversario della sua scomparsa. Mio padre […]

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“Credo che sia un dovere, come figlio, portare avanti la sua musica e la sua poesia.

Quest’anno ricorre il 27esimo anniversario della sua scomparsa. Mio padre ha sempre creduto negli ideali di giustizia, dal punto di vista di chi si è sempre schierato dalla parte degli umili, degli esclusi. Era veramente convinto che doveva esserci un modo di vivere senza dolore. E ci ha insegnato che non ci sono poteri buoni, che solo l’amore, la compassione e il riconoscerci nel più debole possono salvare l’uomo e, di conseguenza, il mondo”.

È con queste parole pronunciate all’inizio del suo concerto che fa parte del Best of Tour 2026 che Cristiano De André ha trasformato lo spettacolo in un rito di memoria condivisa. Nel teatro immerso nella pineta che fu di Gabriele d’Annunzio, all’interno del parco storico della Versiliana a Marina di Pietrasanta, la serata ha dimostrato come la poetica di Fabrizio non appartenga al passato, ma continui a guidare il presente. Di fronte a una platea gremita, il primogenito e unico erede del patrimonio musicale di Faber ha guidato il pubblico in un viaggio sonoro in cui la fedeltà all’opera originale si è intrecciata con una personale ricerca di libertà espressiva.

Tra il violino e la memoria: la costruzione di uno show essenziale

Accompagnato sul palco da una formazione affiatata, De André ha confermato la sua natura di polistrumentista. È passato con disinvoltura dalla chitarra acustica al pianoforte, fino al bouzouki e al violino (strumento imbracciato con la stessa energia fin da quando era solo un ragazzino). Il musicista ha ripercorso le tappe fondamentali dei quattro volumi dedicati al repertorio paterno.

La scaletta ha alternato la potenza rock degli arrangiamenti curati con PFM ai toni più intimi ed etnici legati all’esperienza di Anime Salve, album di cui lo stesso Fabrizio affidò al figlio la direzione musicale nell’ultimo storico tour prima della scomparsa.

L’ombra del gigante e il riscatto del figlio interprete

Incastonato nella parte centrale della serata, l’esecuzione di Verranno a chiederti del nostro amore ha regalato il momento di massima tensione emotiva. Un brano che per Cristiano non rappresenta una semplice traccia in scaletta, ma la rievocazione d’infanzia di un padre che canta all’alba in salotto davanti a una madre in lacrime. Abitare contemporaneamente i ruoli di figlio, interprete e custode è stata una sfida complessa per un interprete che ha dovuto misurarsi con sette album da solista prima di affrancarsi dal peso dei paragoni e trovarsi a suo agio nell’abito di “guardiano della poetica” deandreiana.

I riferimenti alla formazione genovese al Conservatorio Niccolò Paganini e i ricordi dei confronti più aspri con Fabrizio, che inizialmente cercò di avviarlo alla carriera di veterinario per proteggerlo dalle insidie del sistema musicale, hanno restituito il ritratto di un legame profondo, ricucito proprio attraverso la collaborazione artistica negli anni Novanta.

L’attualità di un messaggio controcorrente

Nelle battute finali dello show, prima dei bis concessi a gran voce, il concerto ha toccato corde più politiche e umane. Nel richiamare gli insegnamenti del padre sulla necessità di riscoprire atti concreti e dimensioni quotidiane per orientarsi in un’epoca complessa, l’artista ha ricordato l’amara confidenza ricevuta da Fabrizio durante il loro ultimo tour insieme: la sensazione di aver scritto per tutta la vita contro le disparità senza essere riuscito ad arrestare l’orrore delle guerre.

Ed è proprio sulle ultime note che De André sventolando una bandiera della Palestina ha dimostrato di non limitarsi a celebrare il passato, ma di riportarne la voce nel presente, e mostrare quanto quelle parole siano ancora urgenti e attuali, capaci di parlare alle contraddizioni del nostro tempo con la stessa forza di allora.

Crediti foto Fondazione Versiliana

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Quelle destre d’Europa che guardano al mondo LGBTIAQ+ https://www.laredazione.net/quelle-destre-deuropa-che-guardano-al-mondo-lgbtiaq/ Fri, 14 Aug 2026 15:20:35 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12305 C’è una Destra in Europa che guarda con attenzione al  mondo LGBTIAQ+: partiti che hanno a lungo contestato le rivendicazioni dei movimenti omosessuali sembrano rivolgersi proprio […]

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C’è una Destra in Europa che guarda con attenzione al  mondo LGBTIAQ+: partiti che hanno a lungo contestato le rivendicazioni dei movimenti omosessuali sembrano rivolgersi proprio a una parte di quell’elettorato. Non è necessariamente ed automaticamente una conversione ai diritti. È, piuttosto, una nuova grammatica politica: l’omonazionalismo, cioè l’uso selettivo della libertà sessuale per costruire un’identità nazionale contrapposta a un «altro» percepito come minaccioso.

Meccanismo semplice

Il meccanismo, almeno nella sua costruzione politica, è semplice: da una parte c’è un «noi» europeo, moderno, secolarizzato e tollerante; dall’altra un «loro», identificato soprattutto con l’immigrato musulmano, al quale vengono associati omofobia, patriarcato, radicalismo religioso e rifiuto dei valori occidentali. In questa contrapposizione, la libertà sessuale smette di essere una questione di diritti individuali e diventa un tratto identitario della nazione da difendere. È qui che entra in gioco l’omonazionalismo. L’omosessuale non viene più rappresentato dalla destra come espressione della decadenza morale o del relativismo progressista; può diventare, al contrario, il cittadino europeo da proteggere da un nemico esterno. La sua identità sessuale viene così inserita dentro una narrazione più ampia di sicurezza, appartenenza e difesa dei confini.

I casi Germania, Francia e Spagna

In Germania il caso di AfD è emblematico: Alice Weidel, leader lesbica del partito, convive con una donna e tuttavia guida una formazione fortemente nazionalista e anti-immigrazione. La ricerca ha documentato come AfD abbia utilizzato anche l’immagine della coppia omosessuale per contrapporre la libertà sessuale tedesca alla presunta minaccia culturale musulmana. In Francia, il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella ha compiuto una trasformazione analoga. Nel dibattito elettorale del 2024 Bardella collegò esplicitamente l’omofobia alla presenza dell’immigrazione in alcuni quartieri, sostenendo che vi sarebbero zone dove non è possibile essere apertamente omosessuali. Il paradosso è evidente: il RN rivendica la difesa dei gay mentre mantiene una storia e posizioni parlamentari tutt’altro che lineari sui diritti  LGBTIAQ+. In Spagna, Vox porta questa logica ancora più esplicitamente sul terreno nazionale. Santiago Abascal ha sostenuto che i gay spagnoli si riconoscano nella bandiera nazionale e ha previsto che molti di loro finiranno per votare Vox, presentando il partito come argine agli immigrati musulmani. Parallelamente, Vox sostiene restrizioni su immigrazione e pratiche islamiche e combatte molte politiche di genere.

Il caso Italia

E l’Italia? Qui il fenomeno assume una forma ancora più rilevante. Il ‘Movimento Gay Conservatori e Liberali’ promosso da Francesca Pascale ha rivendicato il diritto della destra a uscire dal «monopolio» della sinistra sui diritti. Ma, come osserva lo storico Marco Fraquelli, il rischio è una «normalizzazione»: accettare il gay purché resti dentro un ordine sociale tradizionale, mentre identità di genere, famiglie omogenitoriali e altre istanze vengono lasciate fuori. L’omonazionalismo, dunque, non significa che la destra europea sia diventata  LGBTIAQ+ friendly. Significa qualcosa di più sottile: la libertà omosessuale viene trasformata da battaglia progressista in una frontiera nazionale. Il gay può essere accolto nel «noi» proprio perché serve a definire chi, invece, deve restarne fuori.

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Isole Curili, Putin le visita: è un avvertimento al Giappone? https://www.laredazione.net/isole-curili-putin-le-visita-e-un-avvertimento-al-giappone/ Fri, 14 Aug 2026 13:51:03 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12299 Un elicottero presidenziale fende il cielo plumbeo dell’Estremo Oriente russo, puntando deciso verso un lembo di terra vulcanica e ventosa sperduto tra il Mare di Okhotsk […]

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Un elicottero presidenziale fende il cielo plumbeo dell’Estremo Oriente russo, puntando deciso verso un lembo di terra vulcanica e ventosa sperduto tra il Mare di Okhotsk e l’Oceano Pacifico. Per Vladimir Putin è la prima volta in assoluto. Da quando siede ai vertici del Cremlino, non aveva mai messo personalmente piede sulle isole Curili.

La discesa a terra su Iturup, chiamata Etorofu a poche centinaia di miglia nautiche di distanza, sulla sponda nipponica, non è una semplice gita istituzionale tra impianti di lavorazione del pesce, scuole e ospedali locali. È un’azione dal forte sapore strategico e geopolitico, concepita con un ritmo incalzante per lanciare un messaggio netto su scala planetaria: la Russia non arretra di un millimetro, neanche nei suoi avamposti più orientali, mentre il mondo guarda altrove.

Le Isole Curili, dove sono

Le Isole Curili formano un arco vulcanico lungo circa 1.300 chilometri che si estende dalla penisola russa della Kamchatka fino all’isola giapponese di Hokkaido. Separano il Mare di Okhotsk dall’Oceano Pacifico settentrionale e rappresentano una cerniera geostrategica di prim’ordine. Al centro della disputa diplomatica ci sono le quattro isole più meridionali dell’arcipelago: Iturup (Etorofu), Kunashir (Kunashiri), Shikotan e Habomai. La storia di questo confine conteso affonda le radici negli spasmi finali della Seconda Guerra Mondiale. Nell’agosto del 1945, l’Armata Rossa sovietica occupò l’intera catena insulare. Da allora, Mosca ne detiene il controllo amministrativo ed effettivo.

Tuttavia, il Giappone non ha mai riconosciuto tale sovranità, definendo quei territori i propri “Territori del Nord”. Secondo Tokyo, l’occupazione fu illegittima e contraria ai trattati internazionali. Questa ferita aperta ha bloccato per decenni la firma di un trattato di pace formale capace di chiudere definitivamente la Seconda Guerra Mondiale tra Russia e Giappone.

I rapporti tra Russia e Giappone

La scelta del tempismo non è casuale. Prima di atterrare a Iturup, Vladimir Putin aveva ispezionato la flagship della Flotta del Pacifico, l’incrociatore lanciamissili Varyag, nel quadro di imponenti manovre militari al largo della vicina isola di Sakhalin.

Il viaggio arriva in un momento in cui le relazioni tra Mosca e Tokyo sono ai minimi storici. Il Giappone, a differenza del passato, ha scelto di allinearsi drasticamente al fronte occidentale dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tokyo ha aderito ai pacchetti di sanzioni del G7, ha congelato i progetti economici congiunti e ha fornito aiuti finanziari e umanitari a Kiev.

In risposta, la Russia ha bruscamente interrotto i negoziati per il trattato di pace.

Andare oggi sulle Curili significa sfruttare una finestra di massima contrapposizione. Putin intende dimostrare che, nonostante la pressione economica internazionale e lo sforzo bellico profuso a ovest, Mosca mantiene una presa ferrea, muscolare e inattaccabile su ogni centimetro del suo territorio, a prescindere da chi lo rivendichi.

La reazione di Tokyo non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, ha convocato immediatamente l’ambasciatore russo per formalizzare una “ferma protesta”, ribadendo che l’arcipelago appartiene storicamente e giuridicamente al Giappone e definendo il gesto offensivo per la sensibilità nazionale nipponica. Il governo ha sottolineato come questa mossa ipotechi pesantemente qualsiasi futura normalizzazione dei rapporti diplomatici.

Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea guardano con estrema preoccupazione a questi movimenti, leggendoli come il sintomo di un asse revisionista sempre più compatto. La Russia, infatti, non agisce in isolamento: intensifica le esercitazioni congiunte con la Cina nei mari circostanti il Giappone e stringe legami militari e logistici con la Corea del Nord, che invia rifornimenti e truppe a supporto della campagna di invasione in Ucraina.

Proprio la Cina mantiene una posizione pragmatica e ambigua sulla contesa delle Curili, bilanciando il suo solido partenariato strategico con la Russia e i delicati rapporti di vicinato con il Giappone. Nei decenni passati, in particolare durante le tensioni sino-sovietiche della Guerra Fredda, Pechino aveva in parte sostenuto le rivendicazioni territoriali di Tokyo. Ancora oggi, storicamente, la cartografia ufficiale cinese ha talvolta adottato diciture particolari per marcare la complessità della questione. Tuttavia, nel contesto geopolitico attuale caratterizzato dal fortissimo asse di cooperazione tra Mosca e Pechino, la Cina evita accuratamente di schierarsi apertamente contro la Russia sulle Curili. Al contrario, tollera la sovranità russa di fatto e sfrutta la contrapposizione tra Mosca, Tokyo e gli alleati occidentali per consolidare la propria sfera d’influenza nell’area indo-pacifica, rafforzando nel contempo le esercitazioni militari congiunte con le forze russe proprio nei mari limitrofi all’arcipelago, trasformando l’area in un quadrante di pressione costante non solo per il Giappone, ma per l’intera architettura di sicurezza voluta dagli Stati Uniti nella regione.

Per l’Ucraina, la mossa di Putin sulle Curili rappresenta l’ennesima conferma di una strategia del Cremlino basata sulla proiezione di forza globale. Mosca vuole dimostrare all’Occidente che non esiste un teatro periferico: la pressione russa si estende senza soluzione di continuità dal Donbass fino al Pacifico, mettendo in scacco la stabilità della sicurezza asiatica ed europea nello stesso istante. La visita lampo di Vladimir Putin alle Curili va oltre la cronaca diplomatica: è un atto politico teatrale e assertivo. Rimarcare la sovranità russa su un territorio conteso serve a cementare il fronte interno nazionalista, a punire indirettamente un Giappone filo-occidentale e a inviare un segnale inequivocabile agli Stati Uniti.

Mentre la guerra in Ucraina continua a logorare gli equilibri mondiali, le onde del Pacifico contro le scogliere vulcaniche di Iturup ricordano che ogni contesa irrisolta del Novecento è pronta a trasformarsi, oggi più che mai, in un nuovo frammento del grande mosaico del confronto globale. Per il Cremlino, ogni isola, ogni scoglio e ogni avamposto strategico diventano pedine di una partita più grande, dove la dimostrazione di forza a est fa da eco e da scudo alla campagna militare condotta a ovest. La sovranità rivendicata sul Pacifico si trasforma così nell’ennesimo monito lanciato a un Occidente distratto su più fronti, confermando che la mappa geopolitica del pianeta è ormai ridisegnata sotto il segno di una tensione permanente e globale.

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La macchina della morte del regime iraniano contro il dissenso https://www.laredazione.net/la-macchina-della-morte-del-regime-iraniano-contro-il-dissenso/ Wed, 12 Aug 2026 07:54:05 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12284 Un cuore disegnato con le mani prima dell’impiccagione. Non ci sono parole per descrivere il coraggio di Abolfazl Sepahi. Pochi istanti prima di essere impiccato, si […]

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Un cuore disegnato con le mani prima dell’impiccagione. Non ci sono parole per descrivere il coraggio di Abolfazl Sepahi. Pochi istanti prima di essere impiccato, si è tolto la benda dagli occhi e sollevando le mani ha formato un cuore. Un gesto silenzioso diventato simbolo di dignità e onore di fronte alla repressione. È il 28 luglio. In piazza Alikhani, a Isfahan, il regime della Repubblica islamica si prepara a eseguire la condanna a morte di due giovani detenuti, Abolfazl Sepahi (23 anni) e Amirhossein Safari (29 anni), arrestati in relazione alle proteste del gennaio 2026.

Già nella notte la gru destinata all’esecuzione pubblica era arrivata in piazza Alikhani. Per gli iraniani, questi mezzi rappresentano un simbolo ormai tristemente familiare. Quando una gru viene posizionata di notte in un luogo simbolo delle proteste o teatro di arresti, il suo significato è inequivocabile: qualcuno sta per essere impiccato. I cittadini però non sono rimasti inermi. Non appena hanno visto arrivare il mezzo, sono scesi coraggiosamente in strada per protestare contro le esecuzioni.

Il regime, riconfermando la sua natura repressiva, ha provato a soffocare anche quella protesta dispiegando una massiccia presenza di forze di sicurezza nella piazza fin dalle ore precedenti all’esecuzione. Un clima di pesante militarizzazione, documentato anche dai video raccolti e diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani, tra cui Hrana.

Nonostante la massiccia presenza delle forze di sicurezza, i cittadini sono rimasti. Mentre Amirhossein Safari e Abolfazl Sepahi venivano impiccati, dalla folla si sono levate grida di protesta. Per disperdere i manifestanti gli agenti sono intervenuti, dando luogo a violenti scontri. Dai filmati diffusi si vedono le forze di sicurezza inseguire i cittadini anche nei vicoli circostanti la piazza e sparare. Le organizzazioni per i diritti umani riferiscono che gli agenti hanno represso con violenza i cittadini riuniti, causando numerosi feriti e procedendo a diversi arresti.

Queste violenze e aggressioni contro cittadini inermi mostrano come il regime iraniano abbia ormai superato ogni limite. Ed è difficile sostenere il contrario. Dopo il massacro di gennaio, in cui migliaia di persone sono state coinvolte nella repressione e numerosissimi civili hanno perso la vita durante le proteste, quali misure realmente incisive sono state adottate dai Paesi, ad esempio, dell’Unione Europea? La percezione, per molti iraniani anti-regime, è che la sistematica violazione dei diritti umani continui a non trovare una risposta internazionale proporzionata alla sua gravità.

Perfino gli appelli di qualche giorno prima dell’ONU e della relatrice speciale Mai Sato, sono stati inascoltati. Perché? Il 23 luglio, la Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite per l’Iran ha urgentemente chiesto alle autorità iraniane di fermare immediatamente tutte le esecuzioni, e di istituire una moratoria sull’uso della pena di morte. La Missione ha esortato inoltre le autorità a fermare l’imminente esecuzione di 10 giovani condannati a morte per il loro presunto coinvolgimento nelle proteste dell’8 gennaio a Isfahan. Il 27 luglio, in un messaggio pubblicato su X, invecela Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, Mai Sato, aveva lanciato un allarme sul rischio imminente di esecuzione per gli imputati del caso di piazza Alikhani. Il giorno successivo, l’avvertimento si è tragicamente concretizzato con l’impiccagione dei due giovani detenuti.

Questa critica è, in qualche modo, contenuta anche nel comunicato di Amnesty International pubblicato il giorno dopo le esecuzioni di Sepahi e Safari. «Le autorità iraniane stanno scatenando un’orribile ondata di esecuzioni e condanne a morte per punire e reprimere il dissenso e proiettare un’immagine di forza e controllo assoluto dopo la rivolta popolare di gennaio e in mezzo agli attacchi in corso da parte delle forze statunitensi e israeliane. […] La risposta contenuta della comunità internazionale incoraggia le autorità iraniane a continuare la loro devastazione mortale. Gli Stati membri dell’ONU devono intraprendere un’azione diplomatica coordinata e urgente per spingere le autorità iraniane a fermare ulteriori esecuzioni. Devono porre la crisi dei diritti umani e dell’impunità dell’Iran in cima alla loro agenda, sostenere la creazione di un meccanismo internazionale di giustizia indipendente per l’Iran ed esortare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a sottoporre la situazione in Iran alla Corte Penale Internazionale».

Tra il 19 marzo e il 5 agosto, sono almeno 56 le persone giustiziate con l’accusa di reati legati alla sicurezza nazionale di cui 27 in casi connessi alle proteste antigovernative che hanno attraversato il Paese nel mese di gennaio. A riferirlo è stato Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Questi dati mostrano come il regime stia potenziando la repressione per soffocare ogni forma di dissenso, fino a colpire un’intera generazione nel tentativo di preservare il proprio potere. Già la scorsa estate Iran Human Rights Monitor, attraverso il report Is a Human Catastrophe Unfolding in Iran’s Prisons? aveva avvertito come al termine del conflitto di Giugno del 2025, il regime della Repubblica islamica avesse intensificato l’eliminazione fisica dei detenuti. Secondo gli esperti, la dittatura teocratica starebbe appunto adottando un modus operandi analogo a quello impiegato durante il massacro del 1988, quando migliaia di prigionieri politici, perlopiù membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo Iraniano, furono impiccati in meno di tre mesi, in segreto e senza aver avuto accesso a un’adeguata assistenza legale.

La pedagogia della paura: il regime iraniano e le esecuzioni pubbliche davanti ai bambini

È la fine di agosto del 2013. In un villaggio di Kelashlulem, Mehran, un bambino di appena 12 anni decide di imitare un’impiccagione pubblica. Quella che doveva essere una simulazione fatta per gioco si trasforma in una tragedia. Mehran stava giocando con il fratellino di 8 anni e aveva deciso di inscenare un’esecuzione. Bastarono pochi minuti: una corda lanciata oltre un lampione, un piccolo carrello usato come pedana, il cappio stretto attorno al collo. Il fratellino, ignaro delle conseguenze, spostò il carrello. Mehran morirà poco dopo.

Quando la pena di morte diventa uno spettacolo, il suo linguaggio finisce per insinuarsi perfino nei giochi dei bambini, ed è proprio questo lo scopo del regime: normalizzare la violenza. Circa dieci anni prima, il 26 marzo 2002, nel centro di Isfahan, un uomo viene impiccato in pubblico: il luogo dell’esecuzione è situato nei pressi di una scuola primaria. Ad assistere alla scena sono circa 250 bambini, tra i 7 e gli 11 anni. Non si tratta di una tragica coincidenza, ma dell’ennesima dimostrazione di una strategia deliberata del regime: infondere la sua cultura violenta nei bambini e trasformare la morte in uno spettacolo pubblico per farne uno strumento di intimidazione.

«Ricordi intrusivi e angoscianti dell’evento, incubi ricorrenti, forte disagio di fronte a situazioni che richiamavano l’esecuzione, evitamento di luoghi e pensieri associati al trauma, perdita di interesse per le attività quotidiane, difficoltà nelle relazioni, irritabilità, ipervigilanza e reazioni di allarme accentuate» questi i principali sintomi che si sono manifestati nei bambini che hanno assistito all’impiccagione. A rivelarlo è stato uno studio pubblicato nel 2006 sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD), condotto su 200 bambini di età compresa tra 7 e 11 anni che avevano assistito all’impiccagione pubblica vicino alla loro scuola. Gli effetti sui bambini della morte in diretta è una tra le più tragiche conseguenze della cultura delle impiccagioni pubbliche che continua a permeare la Repubblica islamica.

Il terrore non si diffonde soltanto attraverso la violenza delle esecuzioni, ma anche tramite i simboli che le accompagnano. Oggetti apparentemente ordinari, nel contesto di un’impiccagione, assumono un significato completamente diverso e finiscono per diventare richiami permanenti al trauma. La loro presenza nella vita quotidiana può riattivare ricordi dolorosi e alimentare un senso costante di paura.

È il caso della gru. In Iran, infatti, per molte impiccagioni pubbliche viene utilizzata una gru da cantiere. In un recente filmato diffuso sui social da NCRI Women’s Committee e girato in Iran, una ragazza riprende una gru che attraversa una strada trafficata. Al suo passaggio si sentono donne piangere e urlare. La giovane spiega il motivo di quella reazione: «Questa è la stessa gru che ieri il regime dei mullah ha usato per impiccare pubblicamente Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari, due giovani che avevano preso parte alla rivolta del gennaio 2026». Poi aggiunge:

Se da un lato il regime ricorre alle esecuzioni pubbliche per terrorizzare la popolazione, trasformando le impiccagioni in uno strumento di intimidazione e di controllo, dall’altro ne nasconde la reale portata attraverso le esecuzioni segrete. In questi casi i familiari non vengono informati, viene loro negato l’ultimo saluto e spesso non viene nemmeno rivelato il luogo di sepoltura. Secondo il diritto internazionale queste pratiche costituiscono gli elementi essenziali del reato di esecuzione segreta. È anche per questo che la reale dimensione della repressione resta in gran parte invisibile: nel 2025 almeno 1.526 esecuzioni, pari a oltre il 93% del totale documentato, non sono mai state annunciate dalle autorità iraniane, ha informato Iran Human Rights.

Questa sistematica segretezza rende impossibile conoscere il numero reale delle persone impiccate. La verifica viene inoltre ostacolata dal rigido controllo e censura esercitato dalle autorità iraniane sui media e dal rischio di persecuzione per chi denuncia violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, le organizzazioni indipendenti (come ad esempio Iran Human Rights), riescono a documentare le esecuzioni attraverso una verifica di due o più fonti autonome e, quando possibile, anche mediante prove fotografiche.

Il “caso di Piazza Alikhani”.

È l’8 Gennaio 2026 migliaia di persone si radunano nell’area di Piazza Alikhani per protestare contro il regime. La risposta delle forze di sicurezza è immediata: aprono il fuoco sui manifestanti, uccidendo diversi residenti della città e dando avvio a una vasta operazione repressiva che porta all’arresto di decine di persone. Secondo quanto riportato da Iran Human Rights Society, la repressione segue la morte di quattro membri del Basij avvenuta nella stessa notte a Isfahan. Per questo episodio vengono arrestate almeno 59 persone, accusate di reati quali moharebeh (“inimicizia contro Dio”), efsad-fil-arz (“corruzione sulla Terra”) e coinvolgimento in un omicidio. Tra gli arrestati figurano anche dodici giovani, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, che al termine delle indagini verranno condannati a morte, mentre gli altri ventitré imputati riceveranno pene detentive comprese tra cinque e dieci anni. Le accuse e le condanne sono state emesse al termine di procedimenti definiti da numerose organizzazioni per i diritti umani come “processi farsa”, caratterizzati da gravi violazioni delle garanzie fondamentali, tra cui il diritto all’assistenza legale, alla difesa e a un giusto processo.

«Molti degli imputati coinvolti in questo caso non hanno nemmeno beneficiato di un processo equo. Le udienze, svolte per telefono o in videoconferenza direttamente dal carcere, si sono tenute senza la presenza di un avvocato, né di fiducia né d’ufficio. Gli imputati si trovavano soli in una stanza, sorvegliati da due guardie, mentre il giudice era collegato da remoto», ha riferito una fonte informata a Iran Human Rights. IHRNGO comunica inoltre che i detenuti sarebbero stati sottoposti a interrogatori e torture per periodi compresi tra uno e tre mesi.

La mattina del 18 luglio 2026, con un pretesto ingannevole, i 12 detenuti di questo caso sono stati prelevati dal reparto generale del carcere di Dastgerd, a Isfahan, e messi in isolamento. Un provvedimento di questo tipo è spesso considerato un segnale che può precedere un’esecuzione imminente. Purtroppo, quei timori si sono rivelati fondati.

Il giorno dopo, il 19 luglio, Erfan Esfandiari (19 anni) e Gol-Mohammad Mohammadi (23 anni), sono stati impiccati. Meno di dieci giorni dopo, all’alba di martedì 28 luglio, le autorità del regime iraniano hanno giustiziato pubblicamente Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari; ricordiamo che quest’ultimo aveva una disabilità a una mano. Un dettaglio tutt’altro che marginale, che mostra come la repressione del regime non risparmi nessuno, colpendo indiscriminatamente anche le persone più vulnerabili.

Quel giorno ad essere impiccato doveva essere anche Alireza Sepahi, 25 anni e cugino di Abolfazl. Un improvviso malore ha però costretto le autorità a interrompere l’esecuzione e a trasferirlo in ospedale. L’organizzazione Hrana ha comunicato che ha subito un ictus poco prima di essere trasferito per l’esecuzione della condanna a morte, altri, tra cui Iran Human Rights, riferiscono invece che sarebbe stato colpito da un infarto. Dopo aver ricevuto le cure mediche in ospedale è stato ricondotto nel carcere di Dastgerd. Il ritorno in prigione di Alireza Sepahi ha intensificato le preoccupazioni della sua famiglia sia sulla sua condizione fisica che sul suo destino.

Gli altri detenuti coinvolti nel “caso di Piazza Alikhani” si trovano tuttora nel braccio della morte e rischiano di essere giustiziati da un momento all’altro. Come abbiamo scritto nel nostro appello de LaRedazione, non possiamo dimenticarci di loro. Sono: Shervin Bagherian (19 anni), Abolfazl Ebrahimi (19 anni), Amirhossein Maleki (20 anni), Ali Dashti (20 anni), Amirhossein Ebrahimi Analoujeh (20 anni), Ghaem Hosseini (21 anni), Alireza Raeisi (22 anni).

La macchina della pena di morte contro il dissenso: altre storie di detenuti e detenute a rischio

Il caso Alikhani non è l’unico procedimento in cui più individui imputati in un medesimo caso sono a rischio esecuzione. Tra i casi che destano maggiore preoccupazione vi è quello dei giovani arrestati in seguito alle proteste avvenute nella città di Shandiz tra l’8 e il 9 gennaio 2026. Secondo Iran Human Rights Society i procedimenti giudiziari nei confronti di almeno otto giovani arrestati durante quelle manifestazioni sono entrati in una fase critica. Mehdi Zarif è già stato condannato a morte, mentre Ali Zaghi rischia di ricevere a breve una sentenza capitale.

Mehdi Zarif, residente a Shandiz, è stato condannato per moharebeh e accusato anche in base alla legge contro lo spionaggio e la cooperazione con Stati ostili. Secondo IHRS, tuttavia, la sentenza non presenta prove di contatti con governi stranieri o attività di spionaggio e si basa principalmente sulla sua partecipazione alle proteste. A destare particolare allarme è ora la convocazione della famiglia per una “visita finale”, che fa temere un’esecuzione imminente e senza preavviso. Come già avvenuto per altri casi, le autorità di sicurezza del regime hanno esercitato forti pressioni affinché il caso non ricevesse attenzione mediatica.

Il medesimo ricatto al silenzio è stato imposto anche alla famiglia di Mahnaz Chardoli, giovane detenuta nel carcere di Evin arrestata e condannata in relazione alle recenti proteste. Chardoli è stata condannata a morte dalla Sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran, presieduta dal giudice della morte Abolghassem Salavati, insieme al suo fidanzato, Mehdi Nazer. Il caso di Chardoli richiama l’attenzione su un fenomeno sempre più evidente: il crescente numero di donne nel braccio della morte. Le autorità iraniane sembrano considerare il protagonismo femminile nel movimento di protesta e di opposizione una minaccia diretta al regime. Oltre a Chardoli, tra le detenute condannate a morte in relazione alle manifestazioni di gennaio, ci sono Maryam Hodavand, 45 anni e madre di due figli e Bita Hemmati, arrestata con il marito Mohammadreza Majidi Asl: sebbene la Corte Suprema abbia annullato la loro condanna a morte, il processo è stato rinviato e la coppia continua a rischiare una nuova sentenza capitale.

A queste si aggiungono altre prigioniere politiche attualmente a rischio di esecuzione. Tra i casi che destano maggiore allarme vi è quello di Arghavan Fallahi, 25 enne sostenitrice dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Era il 25 gennaio 2025 quando Arghavan fu arrestata dalle forze di sicurezza nella sua abitazione a Parand e trasferita nei reparti di massima sicurezza del carcere di Evin, inclusi il 209 e il 241. Secondo quanto riferito dai suoi familiari, quel periodo è stato segnato da interrogatori ripetuti, torture fisiche e psicologiche, privazione di ogni comunicazione e pressioni costanti affinché rilasciasse confessioni forzate da utilizzare contro di lei nel processo. Oltretutto, durante la detenzione, Fallahi sarebbe stata privata dei farmaci necessari per curare e trattare la patologia cronica di cui soffre. È il 1° luglio 2026 quando viene condannata a morte con l’accusa di baghy (“ribellione armata”) per appartenenza ai PMOI/MEK. La sua condanna si inserisce nella repressione che dal 2022 colpisce la famiglia Fallahi, iniziata con l’arresto di Arghavan, del padre Nasrollah Fallahi (già prigioniero politico negli anni ’80), del fratello e di Parvin Mir’asan. Tra le donne condannate a morte vi è anche Zahra Shahbaz Tabari, ingegnera di 67 anni, residente a Rasht. Arrestata nell’aprile 2025 dopo che gli agenti di sicurezza fecero irruzione nella sua abitazione senza alcun mandato, la casa fu perquisita e le vennero sequestrati i telefoni e il computer portatile di un familiare. Accusata di baghy per appartenenza ai Mojahedin del Popolo Iraniano, è stata condannata a morte nell’ottobre 2025 al termine di un processo durato appena dieci minuti, avvenuto in videoconferenza e senza la presenza del suo avvocato di fiducia. Zahra Shahbaz Tabari è stata nuovamente condannata a morte a fine maggio 2026.

Nasimeh Eslamzehi, appartenente all’etnia baluca, era incinta quando è stata arrestata. Sua figlia Tasnim è nata in carcere e dopo 40 giorni di isolamento sono state separate. Nasimeh, che ha un altro figlio, è stata condannata a morte nel 2025 con accuse di moharebeh e presunta appartenenza allo Stato Islamico. Il caso di Nasimeh Eslamzehi è considerato emblematico della repressione esercitata dal regime contro le minoranze etniche e religiose, una persecuzione denunciata recentemente anche dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite, Mai Sato. La stessa strategia repressiva colpisce anche i curdi. Ne sono un esempio i casi di Varisheh Moradi e Pakhshan Azizi: Moradi, attivista politica curda, impegnata nella lotta contro l’ISIS nel Kurdistan siriano (Rojava) e sostenitrice dei diritti delle donne, rischia una nuova condanna a morte dopo che la Corte Suprema ha disposto un nuovo processo; Azizi, invece, resta tuttora nel braccio della morte.

“Sono stata impiccata molte volte dagli interrogatori”, così scriveva Pakhshan Azizi in una lettera dal carcere. Giornalista, assistente sociale e attivista kurda, Pakhshan Azizi è detenuta nella prigione di Evin dall’Agosto 2023. Durante la detenzione, denuncia nella lettera, è stata sottoposta a continui interrogatori, molestie e torture fisiche e psicologiche. Per lunghi periodi le è stato inoltre impedito qualsiasi contatto con la famiglia e con i propri avvocati, aggravando ulteriormente il suo isolamento. A fine luglio 2024 le è stata notificata la sentenza di condanna a morte con l’accusa di baghy. Negli anni precedenti al suo arresto, Azizi aveva dedicato la propria vita all’assistenza delle vittime dei conflitti. Aveva operato nel Kurdistan iracheno e in quello siriano, offrendo sostegno ai rifugiati e alle comunità devastate dalle violenze dell’ISIS.

Ma non serve essere oppositrici politiche per essere condannate a morte in Iran. Dall’inizio dell’anno almeno 20 donne, molte delle quali al di sotto dei 30 anni, sono state giustiziate dalle autorità della dittatura della Repubblica islamica.

Tra gli le ultime esecuzioni vi è quella di Marzieh Nayyeri, di appena 24 anni, giustiziata all’alba dell’8 agosto nel carcere centrale di Qazvin. Marzieh Nayyeri proveniva da un villaggio situato tra Qazvin e Karaj. Sei anni prima, quando aveva solo 17 anni, fu costretta al matrimonio. Secondo le informazioni disponibili, il marito faceva spesso uso di droghe e alcol. Cinque anni fa, all’inizio di ottobre, quando Marzieh aveva 18 anni, suo marito e un suo socio in affari tentarono di aggredirla. Marzieh, per difendersi, li accoltellò, uccidendo il marito: per questo è stata condannata per “omicidio premeditato” e alla pena capitale. Al momento della stesura di questo articolo i media statali iraniani e le autorità giudiziarie non hanno annunciato pubblicamente l’esecuzione. Una settimana prima, nel carcere di Yasuj, era stata giustiziata Mahtab Shir-Mohammadi, una madre di 32 anni. La donna, originaria di Tabriz, era stata arrestata tre anni fa con l’accusa di omicidio e successivamente condannata a morte.
Voglio qui ricordare anche, Meysam Irandegani, un giovane di etnia baluca di 18 anni, e che aveva 14 anni al momento del presunto reato. La sua esecuzione è stata eseguita all’alba del 21 luglio, a dimostrazione di come, nella repressione del regime, neppure la minore età costituisce una tutela dalla pena capitale.

Oltre il rischio di esecuzione, nelle carceri iraniane la violenza contro i prigionieri politici continua a essere accompagnata da isolamento, trasferimenti arbitrari e sparizioni di cui le autorità non forniscono spiegazioni. La mattina dell’8 agosto, circa 50 agenti delle guardie hanno fatto irruzione nella sala 4 del reparto 7 del carcere di Evin, picchiando diversi prigionieri e distruggendo o confiscando parte dei loro effetti personali. Durante l’incursione, i prigionieri politici Amir Hossein Moradi e Hassan Amidi sono stati prelevati e trasferiti in un luogo sconosciuto. Qualche giorno prima, il 1° agosto, sempre nello stesso reparto, gli agenti aggredirono sei prigionieri politici (tra cui il fratello di Mohammad Taghavi Sangdehi) trasferendoli in un luogo non noto.

Nonostante la macchina della repressione del regime iraniano sia brutale e sanguinaria, non è riuscita a cancellare la richiesta e sete di libertà che attraversa il Paese. Le proteste nelle piazze, gli scioperi dei lavoratori e dei pensionati, le famiglie che continuano a denunciare le ingiustizie e a chiedere la restituzione delle salme dei propri cari uccisi e impiccati, i prigionieri che ricorrono allo sciopero della fame contro le esecuzioni: sono tutti segnali che dimostrano come il terrore non abbia prodotto la resa. Al contrario, la resistenza del popolo iraniano non si è mai spenta.

(Messaggio audio dal carcere di Amir Mohamad Ahmadi, 19 anni, detenuto dall’inizio di gennaio 2026 e condannato a cinque anni di carcere in relazione alle recenti proteste).

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Una “Nato” a trazione sunnita: Arabia, Turchia e Pakistan https://www.laredazione.net/una-nato-a-trazione-sunnita-arabia-turchia-e-pakistan/ Mon, 10 Aug 2026 16:46:34 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12273 Un’architettura di sicurezza collettiva firmata all’ombra dei luoghi santi dell’Islam, pensata per ridisegnare la mappa del potere dall’Egeo all’Oceano Indiano. Sotto le volte sacre della Mecca, […]

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Un’architettura di sicurezza collettiva firmata all’ombra dei luoghi santi dell’Islam, pensata per ridisegnare la mappa del potere dall’Egeo all’Oceano Indiano. Sotto le volte sacre della Mecca, il 7 agosto 2026, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno siglato un accordo di difesa trilaterale destinato a imprimere una svolta radicale agli equilibri di potere euro-asiatici e mediorientali. Un’intesa dal ritmo incalzante e dalle ambizioni colossali, nata sotto la pressione di crisi regionali acute e aperta a traiettorie di espansione che costringono Washington, Gerusalemme e Teheran a ricalcolare d’urgenza le proprie strategie.

Il cuore del documento firmato a Mecca è netto e non ammette ambiguità interpretative: qualsiasi attacco armato contro uno dei tre Stati contraenti sarà considerato un attacco sferrato contro tutti e tre. È questa clausola di difesa collettiva, speculare all’articolo 5 del Trattato Nordatlantico, ad aver spinto analisti e osservatori a definire l’intesa una sorta di “Nato mediorientale” o, più accuratamente, un patto di deterrenza euro-asiatico.

Il trattato non si limita tuttavia alla sola enunciazione del principio di mutua assistenza. Strutturato per massimizzare l’interoperabilità tra i tre eserciti, l’accordo prevede:

-Integrazione della deterrenza strategica. L’intesa si innesta e amplia la precedente alleanza bilaterale di difesa siglata tra Riad e Islamabad nel settembre del 2025 (il Strategic Mutual Defence Agreement), estendendo di fatto l’ombrello della deterrenza strategica e le capacità missilistiche e nucleari pakistane a una protezione allargata che ora abbraccia anche Ankara.

-Cooperazione industriale e tecnologica. Vengono gettate le basi per massicci trasferimenti tecnologici, condivisione d’intelligence in tempo reale e programmi congiunti di ricerca e sviluppo nel settore della difesa avanzata, sfruttando la straripante crescita dell’industria militare turca (famosa soprattutto per i sistemi di droni e guerra elettronica).

-Esercitazioni e pianificazione congiunta. Vengono istituiti tavoli permanenti di stato maggiore per la gestione coordinata delle crisi regionali, della sicurezza transfrontaliera e delle operazioni antiterrorismo.

Un elemento cruciale che emerge con forza da questa architettura diplomatico-militare è la sua natura marcatamente sunnita. Riunire la potenza finanziaria e petrolifera dell’Arabia Saudita, il secondo esercito per dimensioni della NATO e una formidabile macchina industriale come quella turca, uniti all’arsenale strategico di una potenza atomica come il Pakistan, significa cementare un blocco geopolitico a forte trazione sunnita. Non si tratta di un semplice ritorno alle alleanze confessionali del passato, ma di un calcolo orientato alla proiezione di potenza. Di fronte alla frammentazione dei tradizionali sistemi di sicurezza, i tre Paesi hanno scelto di istituzionalizzare una cintura di sicurezza islamica che trascende i confini mediorientali per proiettarsi dall’Anatolia fino al subcontinente indiano. Questo asse risponde all’esigenza di Riad di non dipendere esclusivamente dalle garanzie occidentali, offrendo al contempo a Erdoğan la possibilità di espandere l’influenza strategica turca nel Golfo e a Islamabad di consolidare il proprio ruolo geopolitico di primo piano nel mondo islamico.

Questo patto trilaterale arriva a pochissimi giorni di distanza da un altro accordo epocale: l’intesa sul nucleare civile siglata a Washington il 22 luglio 2026 tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita (noto come accordo 123). L’intesa stabilisce una partnership di durata trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita. Consente la costruzione di impianti avanzati di reattori e, punto cruciale e fortemente dibattuto, autorizza capacità di arricchimento dell’uranio sul suolo saudita, superando vecchie resistenze di Washington, pur inserendosi in un quadro di controlli e salvaguardie bilaterali.

L’accordo nucleare con gli Stati Uniti e il patto di difesa trilaterale con Turchia e Pakistan non sono slegati; al contrario, compongono una strategia a doppio binario di Riad. Da un lato, l’Arabia Saudita blinda la propria transizione energetica e tecnologica legandosi a doppio filo agli Stati Uniti; dall’altro, tramite il patto di Mecca, si dota di uno scudo di sicurezza multilaterale autonomo in grado di proteggerla dalle turbolenze di una regione sconvolta dai conflitti recenti. L’emergenza di questo blocco trilaterale innesca immediate onde d’urto sulle potenze regionali e globali.

L’Iran guarda al patto con profonda ostilità e aperta preoccupazione. La combinazione di una Riad dotata di tecnologie nucleari avanzate, unita allo scudo militare turco-pakistano e alle tensioni belliche vissute nei mesi scorsi, viene interpretata dalla Repubblica Islamica come un accerchiamento strategico volto a neutralizzare la sua proiezione di potenza regionale.

Lo Stato ebraico vive l’accordo con forte nervosismo. Il coinvolgimento della Turchia — attualmente ai ferri corti con Gerusalemme e legata da una crescente rivalità strategica — in un’alleanza di difesa che protegge Riad complica enormemente i piani di normalizzazione diplomatica (gli Accordi di Abramo) e introduce un elemento di forte instabilità ai confini strategici israeliani. Inoltre questo patto potrebbe apparire una risposta indiretta o simmetrica all’asse militare e marittimo stretto da Tel Aviv con la Grecia e Cipro in chiave marcatamente anti-turca nel Mediterraneo orientale. Sebbene il patto trilaterale sia principalmente orientato a stabilizzare il fianco meridionale ed orientale del Golfo e a erigere un argine contro l’influenza iraniana, la convergenza tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia crea inevitabilmente un contrappeso geopolitico di vastissimo raggio. L’inclusione di Ankara fornisce a Riad un pilastro navale e militare di prim’ordine che si muove in aperta competizione con l’architettura di sicurezza che Israele ha cercato di tessere con Atene e Nicosia.

Gli Stati Uniti adottano una posizione ambivalente ma per certi versi pragmatica. Se. da un lato, il Pentagono e il Dipartimento di Stato vedono con favore una maggiore condivisione degli oneri in cui alleati chiave come Turchia e Pakistan si fanno carico della stabilità del Golfo alleggerendo il carico americano, dall’altro lato ciò dimostra la progressiva perdita di monopolio strategico americano sulle architetture di sicurezza dell’area.

Le ambizioni del patto non sembrano esaurirsi nei tre firmatari originari. Fonti diplomatiche suggeriscono che l’architettura dell’accordo sia stata deliberatamente concepita in modo modulare, così da consentire in futuro l’adesione o forme di associazione ad altri Paesi dell’area mediorientale e del Nord Africa che condividano l’esigenza di una maggiore autonomia strategica e di un rafforzamento della deterrenza collettiva.

Monarchie del Golfo minori, Stati del subcontinente o partner strategici che guardano con sospetto ai vuoti di sicurezza lasciati dalle potenze tradizionali potrebbero presto bussare alle porte di questo nuovo asse. La “Mezzaluna Strategica” nata alla Mecca ha ridisegnato la mappa della sicurezza globale: il Medio Oriente non è più un teatro unipolare o rigidamente dipendente dai diktat occidentali, ma un sistema multipolare in cui le medie potenze locali dettano le regole.

D’altro canto, la solidità di questa neonata intesa non potrà permettersi il lusso di una fase di rodaggio teorico. Tutti e tre i paesi firmatari si trovano, già al momento della firma, nel mezzo di gravi crisi della sicurezza e tensioni ai confini. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita se le milizie filoiraniane Houthi dovessero intensificare i lanci di missili e droni sulle infrastrutture energetiche saudite, chiederà l’intervento o la protezione contraerea e d’intelligence promessa da Ankara e Islamabad? Il Pakistan vive di mai sopite tensioni lungo la Line of Control in Kashmir che sfociano periodicamente in schermaglie aeree ed artiglieria, con l’India. C’è poi la Turchia che nonostante la comune appartenenza alla NATO persiste in frizioni su acque territoriali, spazio aereo e risorse energetiche con la Grecia.

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Ucraina: il racconto della dottoressa di Mediterranea https://www.laredazione.net/ucraina-il-racconto-della-dottoressa-di-mediterranea/ Sat, 08 Aug 2026 07:54:01 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12266 In Ucraina si continua a morire per pochi metri di terreno. Dopo oltre quattro anni di guerra, la linea del fronte cambia sempre più lentamente mentre […]

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In Ucraina si continua a morire per pochi metri di terreno. Dopo oltre quattro anni di guerra, la linea del fronte cambia sempre più lentamente mentre la vita di milioni di persone è cambiata ormai per sempre.
Come accade in ogni conflitto che si protrae nel tempo, l’attenzione internazionale è diminuita e quello che resta a far notizia sono per lo più i bombardamenti e i salotti diplomatici nei quali si susseguono promesse di negoziati che faticano a decollare.
Molto meno si racconta, invece, di ciò che la guerra lascia inevitabilmente dietro di sé: milioni di sfollati, vite stravolte, bambini che crescono conoscendo la violenza della guerra, quotidianità sospese. Sono questi gli effetti che ricadono su chi viveva in quelle case, in quei territori dei quali oggi non resta che una linea rossa su una cartina militare.

Perché le guerre non si misurano soltanto osservando una mappa. I loro effetti più profondi raramente coincidono con quella linea del fronte.

Oggi, dopo 1625 giorni, il conflitto è ormai in una fase diversa. Le grandi offensive hanno lasciato spazio al logoramento, lento e costoso e a crescere sono invece gli attacchi contro infrastrutture strategiche e città.

Sono circa 3,7 milioni le persone sfollate all’interno del Paese e quasi 5,8 milioni vivono da rifugiati all’estero. Più di 10 milioni di ucraini continuano ad aver bisogno di assistenza umanitaria e, a giugno, è stato registrato il numero più alto di vittime civili dall’aprile 2022.

Ma dopo oltre quattro anni di conflitto, si può davvero ancora parlare di rifugiati? Dopo quanti giorni è ancora possibile parlare di emergenza e dopo quanti sarebbe più corretto iniziare a parlare di nuova realtà?

“La prima vittima di ogni guerra è la popolazione civile. In Ucraina come in mare il nostro obiettivo è soccorrere le persone” questa la frase che si legge sul sito di Mediterranea Saving Humans ed è da questa visione di continuità che parte la nostra riflessione con la Dottoressa Vanessa Guidi, medica specializzata in Medicina d’Emergenza e Urgenza e responsabile sanitaria del coordinamento Ucraina di Mediterranea.

Nata nel 2018, in un momento di forte scontro politico sulle migrazioni, esattamente cinque anni dopo il tragico anniversario del naufragio di Lampedusa dove 368 persone persero la vita, la Mare Jonio di Mediterranea – prima nave di soccorso civile battente bandiera italiana – salpa per la sua prima missione di monitoraggio e soccorso. Oggi Mediterranea conta oltre quaranta gruppi territoriali e opera, oltre che in mare, anche con equipaggi di terra alle frontiere italiane, in Cisgiordania e in Ucraina.

“Esattamente, cambia il contesto ma non la missione” ci dice la Dottoressa Guidi che porta l’attenzione a come, mentre si urlava all’invasione nel Mediterraneo, in Europa arrivavano 4 milioni di Ucraini in appena 5 settimane. Ci viene spiegato che in quel momento si creò, però, una enorme disparità tra chi veniva fatto entrare e chi no, tra chi aveva un modo per scappare e chi non aveva questa possibilità. “Le frontiere erano aperte ma non per chiunque, è in quel momento che nacque il progetto Safe Passage con l’obiettivo di arrivare in Ucraina con aiuti di diverso tipo e tornare indietro offrendo un passaggio sicuro, appunto, a queste persone. Parallelamente iniziammo a fare pressioni sulle istituzioni politiche italiane ed europee”

Questo era il 2022. In questi anni è cambiato il progetto? Come?

“Si, per diverse ragioni: da una parte perché divenne sempre più difficile far uscire persone dal Paese in quanto aumentarono controlli e restrizioni, dall’altra perché la gente non solo non voleva più uscire ma anzi iniziò una dinamica di rientro. Il grande spostamento è poi diventato quello dalle zone di conflitto verso est, facendo di Leopoli una enorme città rifugio. Il progetto doveva cambiare inevitabilmente”

Nasce così “Med Care”, ci viene raccontato, “con un ambulatorio stabile in città per oltre due anni che poi è diventato un ambulatorio medico mobile. Un progetto che prevede una turnazione di medici, infermieri, psicologi e attivisti. Ogni due mesi facciamo rifornimento di farmaci e beni di vario tipo e partiamo”. La responsabile sanitaria del coordinamento Ucraina prosegue raccontandoci come oggi il lavoro dell’Associazione vada ben oltre il rifornimento di beni e le visite mediche:

“quello che facciamo oggi è una attività sulla società a 360 gradi: dalla salute mentale alla prevenzione passando per la componente sociale. Abbiamo portato con noi la musicoterapia di Music&Resilience e la serigrafia sociale Beeink di Belluno. Facciamo monitoraggio dei campi e il nostro obiettivo è certamente portare aiuti e offrire prestazioni mediche di base e salvavita ma anche creare consapevolezza nelle persone del proprio diritto alla salute cercando di fare da ponte tra loro e un sanitario complesso ma che c’è”.

“Si è creata una vera e propria relazione di fiducia. Le persone ci aspettano e sono stimolate a prendersi cure di sé”
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Come si organizza una missione nel concreto? Dove prendete gli aiuti e quali sono le principali criticità organizzative?

“Prendiamo tutto quello che riusciamo. Van e furgoni ci vengono gentilmente dati in prestito da associazioni locali come parrocchie, Caritas, associazioni. Facciamo cene e incontri per raccogliere fondi e chiediamo a imprese locali di aiutarci con il cibo o quello che serve.”

“Alla fine di ogni missione facciamo il passaggio di consegne dove chi è appena rientrato dice cosa è stato fatto e quello che ha notato che può essere utile per la prossima missione”.

Ovviamente, tra le principali criticità ci sono le due facce di una stessa medaglia: i fondi, sempre più difficili da trovare e i costi sempre maggiori “ad esempio quando è esplosa la crisi in Iran e il costo del carburante è salito notevolmente, per noi è stato un grande problema”.

Con il passare del tempo non è cambiata soltanto la guerra. È cambiato anche il modo in cui viene percepita all’esterno e all’interno. Per questo chiediamo alla Dottoressa se la diminuzione dell’attenzione mediatica sul conflitto ha avuto conseguenze sul progetto.
“Si molto” ci dice lei, continuando “con il calo dell’attenzione è calato anche l’aiuto; si fa più fatica oggi. Un chiaro esempio sono le realtà informali, come alcuni campi profughi nei quali siamo sempre andati e andate per fornire beni e aiuto. Oggi sono costretti a chiudere perché non ci sono più fondi: mancano proprio i pasti”

E sulle persone?

“Decisamente ed è una delle cose più tristi”. Missione dopo missione, Mediterranea ha assistito al passaggio di una popolazione che all’inizio era convinta che la guerra sarebbe finita presto e con una vittoria, oggi, ci racconta la Dott.ssa Guidi, il sentimento dominante è la disillusione.

“Sanno che non torneranno mai più a casa loro, perché non esiste più casa loro. Quello che si percepisce è un senso di abbandono e solitudine. Oramai possiamo parlare di una cronicità della situazione. Potremmo dire che queste persone non sono più profughi di guerra ma i nuovi poveri di Leopoli”.

Anche il rapporto con il pericolo è, ovviamente, cambiato. Le sirene antiaeree, che nei primi mesi svuotavano le strade, oggi vengono spesso ignorate ci racconta Mediterranea.
“Nei rifugi, molte volte, ci siamo soltanto noi che ovviamente lasciamo immediatamente qualunque cosa stiamo facendo per metterci al riparo. Le persone scendono solo quando hanno la percezione che l’attacco sarà particolarmente grave. La guerra è del tutto normalizzata purtroppo”.


“Questo lo si nota molto facilmente nei bambini. Si tratta di bambini che sono cresciuti vedendo solo violenza praticamente e di conseguenza conoscono quello: giocano alla guerra. Quando arriviamo vogliono giocare con noi e ci assaltano facendo finta di spararci. Anche nei loro disegni si vede molto spesso il fuoco o le armi. Li vediamo sempre più agitati. Noi cerchiamo di mostrare loro che esiste una realtà diversa: gli strumenti non sono armi, ma si suonano”

Sostieni le missioni di Mediterranea Saving Humans in Ucraina

Se desideri contribuire concretamente al progetto raccontato in questo articolo, puoi farlo attraverso la raccolta fondi dedicata realizzata in collaborazione con LaRedazione.net:

👉https://donate.mediterranearescue.it/mediterranea-x-redazione-net/

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L’autunno dei piccoli partiti: da Fontana a Vannacci, da Di Battista a Silvia Salis https://www.laredazione.net/lautunno-dei-piccoli-partiti-da-fontana-a-vannacci-da-di-battista-a-silvia-salis/ Thu, 06 Aug 2026 13:34:10 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12263 A circa un anno dalle elezioni politiche del 2027, il sistema politico entra in una fase di trasformazione. Mentre i partiti tradizionali faticano a contenere sensibilità […]

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A circa un anno dalle elezioni politiche del 2027, il sistema politico entra in una fase di trasformazione. Mentre i partiti tradizionali faticano a contenere sensibilità sempre più diverse al loro interno, prendono forma associazioni, movimenti e potenziali nuovi soggetti costruiti attorno a singole personalità. Insomma, nuove leadership avanzano (o vorrebbero avanzare). Dall’ipotesi di una nuova iniziativa politica riconducibile ad Attilio Fontana al percorso autonomo di Roberto Vannacci, passando per il possibile ritorno di Alessandro Di Battista e il crescente interesse attorno a Silvia Salis, emerge ormai un elemento comune: l’ennesima personalizzazione della politica. La causa è dovuta alle crisi dei partiti e alla ricerca di nuovi contenitori per intercettare elettorati specifici.


Attilio Fontana e la rivalsa dell’anima nordista della Lega

Secondo le ultime indiscrezioni, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, starebbe valutando di costruire un nuovo soggetto politico per andare oltre i confini della Lega. L’ipotesi, se confermata, non rappresenterebbe necessariamente una rottura con Matteo Salvini, ma potrebbe essere letta come il tentativo di riportare al centro temi che hanno caratterizzato le origini del movimento: autonomia regionale, federalismo, ruolo degli amministratori locali e rappresentanza del Nord. La possibile iniziativa di Fontana evidenzia una tensione mai completamente risolta all’interno della Lega: da una parte il partito nazionale e sovranista costruito da Salvini; dall’altra una componente territoriale e autonomista, legata alla tradizione ‘padana’. La vera questione, adesso, sarà capire se questa anima possa tornare protagonista o se resterà una corrente interna volta a condizionare la linea del partito.

Roberto Vannacci e la destra identitaria 

Il caso più evidente di trasformazione del consenso personale in progetto politico è quello di Roberto Vannacci. Dopo aver raccolto adesioni significative, il generale ha trasformato la propria popolarità in un progetto autonomo, costruito attorno a un’identità politica fortemente caratterizzata: sicurezza, valori tradizionali, critica al politicamente corretto, difesa dell’identità nazionale e opposizione alle élite culturali. La crescita di Futuro Nazionale, al momento, rappresenta una delle novità nel panorama del centrodestra. Le ultime rilevazioni collocano il movimento nell’area del 7% dei consensi, con alcune indagini che lo indicano anche oltre questa soglia. Inoltre, in pochi mesi, al nuovo movimento hanno aderito (con tanto di tessera di iscrizione) decine di migliaia di cittadini. Per realtà come la Lega il problema è evidente: Vannacci sottrae spazio alla componente più radicale e identitaria che negli ultimi anni aveva rappresentato una parte significativa del consenso leghista. Anche Fratelli d’Italia, da settimane, osserva con attenzione (e nervosismo) l’evoluzione del fenomeno Vannacci, perché una destra radicale e autonoma modificherà gli equilibri della coalizione. La sfida, per Vannacci, sarà trasformare un consenso personale, legato alla sua figura, in una struttura stabile e radicata sul territorio.

Di Battista e il ritorno dello spirito originario del Movimento 5 Stelle

Sul fronte opposto si è aperta l’ipotesi di un ritorno di Alessandro Di Battista. La sua eventuale discesa in campo si inserirebbe nella frattura che attraversa il mondo grillino: da una parte un Movimento 5 Stelle diventato forza istituzionale e progressista sotto la guida di Giuseppe Conte; dall’altra la componente che rivendica lo spirito originario dei pentastellati, più movimentista, anti-establishment e vicino alla protesta sociale. Di Battista potrebbe intercettare la parte di elettorato che considera il Movimento ormai integrato nelle dinamiche della politica tradizionale. La domanda è: esiste uno spazio per un soggetto ispirato al grillismo delle origini ? Oppure quella fase politica appartiene ad una stagione conclusa ? In tal senso non è da sottovalutare la recente sortita di Beppe Grillo che ha attaccato Conte: lo storico fondatore del Movimento sostiene che si sia perso lo spirito originario e ci si è allontanati dalla gente. 

Silvia Salis ed il laboratorio del civismo progressista

Diversa, invece, è la traiettoria di Silvia Salis. Il suo percorso non nasce da una scissione interna a un partito, ma dalla costruzione progressiva di un profilo amministrativo e civico che negli ultimi mesi ha assunto una dimensione nazionale. L’annuncio dell’uscita del suo libro e il crescente interesse attorno alla sua figura hanno alimentato le ipotesi di un ruolo più ampio nel futuro del centrosinistra. Dopo aver inizialmente escluso una candidatura alle eventuali primarie, il quadro politico sembra essersi fatto più fluido: attorno al suo nome si starebbe sviluppando un confronto tra amministratori locali, esponenti civici e settori dell’area riformista. Il suo possibile spazio politico sarebbe quello di un civismo progressista capace di rivolgersi a una parte di elettorato che non si riconosce pienamente nei partiti tradizionali, senza però collocarsi in una dimensione populista o anti-sistema. Al momento non esiste un progetto politico formalizzato, ma il solo fatto che una figura proveniente dall’amministrazione locale venga indicata come possibile protagonista nazionale conferma una tendenza ormai evidente: sempre più spesso il consenso nasce prima attorno a una persona e solo dopo attorno a un’organizzazione politica.

Il filo comune: la crisi dei partiti come forma di aggregazione e partecipazione

Fontana, Vannacci, Di Battista e Salis rappresentano percorsi molto diversi, ma raccontano un fenomeno comune: la crescente difficoltà dei partiti nel rappresentare tutte le sensibilità del proprio elettorato. È una dinamica che la politica italiana conosce da tempo, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, passando per Matteo Renzi e Giuseppe Conte, ma che oggi sembra assumere una nuova dimensione. Sempre più spesso la leadership personale precede il progetto politico. Il simbolo, la struttura e l’organizzazione arrivano dopo, quando arrivano. La politica sembra quindi muoversi verso una fase nella quale i partiti rischiano di diventare contenitori meno compatti, mentre cresce il peso di figure capaci di costruire consenso direttamente attorno alla propria identità.

Le possibili conseguenze sugli equilibri politici

Le conseguenze riguardano tutti gli schieramenti. La Lega può essere attraversata dalla tensione tra anima autonomista e destra nazionale; il Movimento 5 Stelle può confrontarsi con una nuova frattura tra istituzionalizzazione e protesta; il centrodestra rischia di subire la pressione di una destra identitaria sempre più autonoma; il centrosinistra, invece, potrebbe cercare nuove figure civiche in grado di ampliare il proprio bacino elettorale. La questione centrale, per tutti, è capire se nasceranno nuovi partiti (c’è un’alta probabilità) e se i protagonisti riusciranno a diventare leader autonomi o saranno forze di pressione interne ai partiti esistenti.

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Anthony Fauci, sarà citato per oltraggio al Congresso? https://www.laredazione.net/anthony-fauci-sara-citato-per-oltraggio-al-congresso/ Sat, 01 Aug 2026 16:11:10 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12258 La scena ha la tensione tagliente di un legal thriller hollywoodiano, ma si consuma sotto le volte solenni del Senato statunitense. Da un lato del tavolo […]

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La scena ha la tensione tagliente di un legal thriller hollywoodiano, ma si consuma sotto le volte solenni del Senato statunitense. Da un lato del tavolo siede il dottor Anthony Fauci, ottantacinque anni, il volto che per decenni ha incarnato la scienza ufficiale d’oltreoceano. Di fronte a lui, a guidare la commissione con lo sguardo sferzante e la determinazione di chi insegue una preda politica da anni, c’è il senatore repubblicano Rand Paul. Le fotografie che rimbalzano sui social e sulle prime pagine dei giornali colgono l’istante esatto della frattura: microfoni accesi, taccuini aperti, un silenzio irreale spezzato solo da una formula ripetuta come un mantra difensivo.

Al centro della stanza, l’ex massimo consigliere medico della Casa Bianca non arringa la folla, non spiega grafici epidemiologici e non difende le sue scelte sanitarie. Si limita a pronunciare, con la voce ferma ma segnata dalla stanchezza di una vita trascorsa sotto i riflettori, sempre la stessa frase: «Su consiglio dei miei avvocati, mi avvalgo rispettivamente del mio diritto sancito dal Quinto Emendamento della Costituzione». Lo ripeterà oltre cento volte nel corso di un’audizione infuocata, trasformando il tempio della democrazia in una trincea giudiziaria.

Per comprendere il peso sismico di questa immagine bisogna riavvolgere il nastro di una carriera straordinaria e unica nella storia della pubblica amministrazione americana. Fauci non è un politico di passaggio, ma un servitore dello Stato di lunghissimo corso. Medico immunologo di fama mondiale, ha guidato il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) dal 1984 fino alla fine del 2022, servendo ininterrottamente sotto sette diversi presidenti degli Stati Uniti, sia repubblicani che democratici.

Il suo nome divenne sinonimo di rigore scientifico e gestione delle crisi ben prima del 2020. Negli anni Ottanta, all’alba dell’epidemia di HIV/AIDS, Fauci fu uno dei pionieri nella comprensione del virus e nella ricerca di terapie efficaci. Sebbene in un primo momento sia stato aspramente criticato dagli attivisti dei movimenti LGTBQ+ (come l’associazione ACT UP) per la lentezza burocrazia della ricerca clinica, Fauci dimostrò una rara dote per un burocrate statale: la capacità di ascoltare. Uscì dai laboratori, incontrò i manifestanti, strinse alleanze con la società civile e rimodellò i protocolli di approvazione dei farmaci, salvando indirettamente milioni di vite e guadagnandosi il rispetto della comunità scientifica internazionale. Negli anni successivi, il suo timone ha guidato la risposta americana contro minacce globali come l’Ebola, l’antrace, la SARS e la Zika.

La traiettoria di Fauci è cambiata radicalmente con l’arrivo della pandemia di COVID-19. All’improvviso, il freddo scienziato da laboratorio è balzato al rango di pop star della scienza, con tanto di meme, peluche e fan club sui social media. Ma quell’esposizione mediatica smisurata è stata anche la miccia che ha fatto esplodere le contraddizioni di un Paese lacerato.

Inizialmente al fianco dell’amministrazione Trump, Fauci si è presto trovato su posizioni di aperto scontro con la Casa Bianca. Mentre l’allora presidente minimizzava la portata del virus, promuoveva cure non verificate e spingeva per una rapida riapertura economica, Fauci insisteva sulla necessità di lockdown mirati, mascherine obbligatorie e distanziamento sociale. Per milioni di americani liberali è diventato l’eroe della verità scientifica; per la base conservatrice e, in particolare, per il movimento MAGA (Make America Great Again), si è trasformato nel simbolo di una tecnocrazia statale autoritaria e calpestatrice delle libertà individuali.

Oggi l’ostilità della galassia trumpiana nei confronti di Anthony Fauci ha assunto i contorni di una crociata politica e giudiziaria senza quartiere. Le accuse mosse dai repubblicani – guidati in prima linea dal senatore Rand Paul – si concentrano su due fronti principali.

Le origini del virus e la pista di Wuhan. I critici sostengono che Fauci abbia cercato di insabbiare la cosiddetta ipotesi della fuga di laboratorio (lab leak), screditandola pubblicamente all’inizio della pandemia nonostante, secondo i documenti emersi, circolassero internamente dubbi e corrispondenze sul finanziamento indiretto – tramite la no-profit EcoHealth Alliance – di ricerche sui coronavirus (gain-of-function) presso l’istituto virologico di Wuhan.

Le restrizioni pandemiche. Per la destra americana, le politiche di confinamento, la chiusura delle scuole e gli obblighi vaccinali caldeggiati da Fauci hanno distrutto l’economia, compromesso lo sviluppo psicologico di un’intera generazione di studenti e violato i diritti costituzionali dei cittadini.

La tensione è ulteriormente degenerata quando, prima di lasciare l’incarico presidenziale, Joe Biden ha emesso nei confronti di Fauci un perdono presidenziale preventivo (preemptive pardon), volto a metterlo al riparo da eventuali ritorsioni giudiziarie federali. Nonostante ciò, i repubblicani non hanno arretrato: la recente pubblicazione di oltre mille pagine di diari personali di Fauci ha fornito alla commissione senatoria nuovo materiale per metterlo all’angolo, cercando il passo falso o la contraddizione che potesse configurare il reato di falsa testimonianza (perjury), non coperto dal perdono preventivo.

Il ricorso sistematico al Quinto Emendamento durante l’ultima audizione ha evitato a Fauci il rischio di incriminazioni immediate per menzogna, ma ha aperto un fronte politico incandescente. Al termine della seduta, il senatore Rand Paul ha annunciato l’intenzione di portare al voto una risoluzione per citare in giudizio Fauci per oltraggio al Congresso (contempt of Congress), un’escalation che potrebbe trascinare la vicenda in un labirinto di battaglie legali nei tribunali federali e statali.

Ciò che si profonda all’orizzonte non è soltanto la resa dei conti giudiziaria su una delle figure più influenti della sanità pubblica contemporanea, ma uno scontro simbolico e culturale profondo. Da una parte vi è la convinzione dei sostenitori di Trump che la giustizia debba fare luce sugli errori e sulle presunte coperture dei vertici sanitari durante l’emergenza globale; dall’altra, il mondo accademico e scientifico denuncia l’udienza come una caccia alle streghe politica, un’operazione punitiva volta a delegittimare per sempre il metodo basato sull’evidenza scientifica e a intimidire chiunque serva lo Stato nelle istituzioni tecniche. La figura di Anthony Fauci, stretto tra il peso della sua gloriosa storia passata e il linciaggio politico del presente, resta così il campo di battaglia su cui l’America continua a combattersi.

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Edoardo Leo si racconta alla Versiliana https://www.laredazione.net/edoardo-leo-si-racconta-alla-versiliana/ Sat, 01 Aug 2026 14:58:02 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12254 Sul palco di Marina di Pietrasanta, in una caldissima sera d’estate, la distanza tra attore e platea si è ristretta in un istante, e ha trasformato […]

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Sul palco di Marina di Pietrasanta, in una caldissima sera d’estate, la distanza tra attore e platea si è ristretta in un istante, e ha trasformato la rappresentazione in una conversazione spontanea. Nel programma del 47esimo Festival promosso dalla Fondazione Versiliana. Edoardo Leo ha conquistato il pubblico con Ti racconto una storia – Racconti semiseri e tragicomici. La produzione firmata Stefano Francioni e organizzata da LEG Live Emotion Group ha confermato l’eccezionale versatilità dell’artista romano, abile nel condurre gli spettatori lungo un itinerario personale in cui l’umorismo si è fuso alla poesia.

L’impatto visivo all’apertura del sipario chiarisce subito la natura metateatrale della serata. La scena si presenta calda e vissuta: tre ampie lavagne fitte di appunti a gesso, una distesa di libri accumulati attorno a un leggio centrale, un disegno luci avvolgente e l’angolo musicale riservato al maestro Jonis Bascir. Non un copione rigido, ma un vero archivio personale accumulato in vent’anni di carriera. tra i successi di Perfetti sconosciuti e la trilogia di Smetto quando voglio, che l’interprete sfoglia a braccio, riadattando il ritmo in base alle reazioni degli spettatori.

Ad arricchire la performance sono state anche le originali improvvisazioni sonore dal vivo di Bascir, capace di sottolineare con precisione ogni cambio di registro: dalle risate per gli aneddoti quotidiani alla sospensione poetica dei monologhi più intensi.

Quasi mezzo secolo di storia: i numeri della tenuta dannunziana

Vivere un evento all’interno di questa arena significa immergersi in una tradizione culturale unica. Nato nel 1980 nella storica pineta che fu rifugio d’ispirazione per Gabriele D’Annunzio, il Festival La Versiliana ha superato in 46 anni di vita la quota di 2.500 spettacoli messi in scena, e attirato centinaia di migliaia di presenze nel Comune versiliese.

In questa cornice storicamente legata alla recitazione, la scelta di Leo si è rivelata perfetta. L’attore ha intrecciato i propri testi personali con articoli di giornale, scritti di giovani autori contemporanei e brani di giganti della letteratura come Alessandro Baricco, Luca Goldoni, Gabriel Garcia Marquez, e ha mantenuto un filo conduttore unico: la passione per la narrazione.

La magia della memoria orale e la risposta della platea

Il cuore pulsante dello spettacolo risiede nella riflessione su come nasce e si trasforma una trama. Leo ha mostrato con brillante leggerezza come l’invenzione o la rielaborazione dei fatti contino meno dell’emozione che una storia riesce a suscitare in chi la ascolta. È il motivo per cui continuiamo a ridere per barzellette surreali o a commuoverci per ricordi palesemente imprecisi.

Come ha sintetizzato l’artista romano dal palco per riassumere il senso della sua opera: “La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

Da Lionel Richie a Bruce Springsteen, il suono di una vocazione

L’ultimo applauso è arrivato su note musicali. Leo ha raccontato che i suoi primi approcci hanno attraversato il soul con i brani di Lionel Richie, per poi approdare alla vera folgorazione che arrivò a undici anni grazie a uno zio “un po’ alternativo”, che gli fece ascoltare Nebraska di Bruce Springsteen. “Quella è diventata la mia canzone”, ha confidato, e ha spiegato come da quel momento il Boss sia entrato stabilmente nel suo immaginario.

Per questo ha voluto chiudere l’incontro con un tributo tutt’altro che formale. Ha interpretato proprio quella canzone, accompagnandosi con un’armonica a bocca. Un finale intimo, lontano da ogni artificio, che ha regalato al pubblico un ultimo frammento di sé e ha trasformato questo viaggio in musica, suggellando una serata in cui parole, ricordi ed emozioni hanno viaggiato sullo stesso spartito. La risposta di una platea gremita è arrivata in un lungo applauso liberatorio, la conferma che quando una storia viene raccontata con autenticità finisce per appartenere a tutti.

1 foto – Credito Fabrizio Cestari/ 2 foto- Credito Chiara Calabrò

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