La Redazione https://www.laredazione.net/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Fri, 09 Oct 2026 07:08:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png La Redazione https://www.laredazione.net/ 32 32 Stabilicum, la nuova legge elettorale: come funziona e cosa cambia https://www.laredazione.net/stabilicum-la-nuova-legge-elettorale-come-funziona-e-cosa-cambia/ Fri, 09 Oct 2026 07:08:21 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12610 La nuova legge elettorale è realtà. Dopo mesi di discussioni, modifiche e scontri parlamentari, lo Stabilicum è stato approvato definitivamente dalla Camera. Il voto finale è arrivato […]

L'articolo Stabilicum, la nuova legge elettorale: come funziona e cosa cambia proviene da La Redazione.

]]>
La nuova legge elettorale è realtà. Dopo mesi di discussioni, modifiche e scontri parlamentari, lo Stabilicum è stato approvato definitivamente dalla Camera. Il voto finale è arrivato l’8 ottobre, con 227 voti favorevoli e 164 contrari. La maggioranza ha retto anche sul voto segreto e il nuovo sistema elettorale prende così il posto del Rosatellum. Per i partiti, però, la partita non finisce con il voto parlamentare. Inizia quella più importante: capire come presentarsi alle prossime elezioni. Perché lo Stabilicum cambia profondamente le regole del gioco e rende centrale la capacità di costruire coalizioni abbastanza larghe da superare una soglia precisa: il 42%.
Come funziona il nuovo sistema
Lo Stabilicum è un sistema proporzionale, corretto da un premio di maggioranza. A differenza del Rosatellum, vengono eliminati i collegi uninominali, i seggi vengono assegnati principalmente attraverso il meccanismo proporzionale nei collegi plurinominali. Restano le specificità previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. La vera novità è il premio di maggioranza. Se una lista o una coalizione raggiunge almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato, ottiene un premio di 70 deputati e 35 senatori. Esiste inoltre un tetto massimo: la coalizione vincente non può superare 220 deputati e 113 senatori. Il 42% deve quindi essere raggiunto in entrambi i rami del Parlamento. Se nessuna coalizione arriva alla soglia, il premio non scatta e i seggi vengono distribuiti secondo il criterio proporzionale. Il meccanismo rende evidente il principio sul quale si basa la nuova legge: non basta essere il partito più votato. Per ottenere il premio bisogna costruire una coalizione capace di superare la soglia prevista.

Preferenze e capilista bloccati
Un’altra novità riguarda la scelta dei candidati. Tornano le preferenze, ma il sistema conserva anche una componente bloccata: ogni partito designa  un capolista non sottoposto alla scelta discrezionale dell’elettore, seguito dagli altri candidati. Sono previste fino a tre preferenze, con il meccanismo dell’alternanza di genere. Il nuovo sistema mantiene 

soglie di sbarramento e regole specifiche per le liste che si presentano all’interno delle coalizioni. Anche il candidato alla guida del governo dovrà essere indicato dalla coalizione insieme al programma, ma il suo nome non comparirà direttamente sulla scheda elettorale.
La soglia che può decidere le elezioni
Il punto politico centrale dello Stabilicum è il 42%. La nuova legge sposta gran parte della partita elettorale sulla capacità di aggregazione delle forze politiche. Con il Rosatellum i collegi uninominali potevano rendere decisivi accordi territoriali e candidature competitive. Con il nuovo sistema diventa invece fondamentale arrivare al voto con una coalizione sufficientemente larga da superare la soglia per ottenere il premio. Questo significa che anche partiti di dimensioni relativamente contenute possono assumere un peso superiore alla loro percentuale di consenso, se i loro voti diventano determinanti per raggiungere il 42%. Ed è esattamente ciò che emerge da una simulazione realizzata da YouTrend.

Due scenari molto diversi
La simulazione prende gli attuali rapporti di forza e li applica alle regole dello Stabilicum, costruendo due scenari differenti. Nel primo, Futuro Nazionale entra nella coalizione di centrodestra insieme a Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati. In questo caso il centrodestra arriverebbe a 223 deputati su 400 e 114 senatori su 205, superando la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Il campo largo si fermerebbe invece a 162 deputati e 80 senatori. Il quadro cambia completamente nel secondo scenario, quello nel quale Futuro Nazionale corre autonomamente. Il campo largo arriverebbe a 221 deputati e 112 senatori, conquistando la maggioranza assoluta. Il centrodestra scenderebbe invece a 139 deputati e 70 senatori, mentre Futuro Nazionale otterrebbe 26 deputati e 12 senatori.

La partita delle alleanze
Il dato più interessante non è quindi soltanto il consenso attribuito ai singoli partiti. È l’effetto che la loro collocazione produce sul risultato finale. Con il nuovo sistema, infatti, la somma dei voti non è sufficiente: conta anche il modo in cui quei voti vengono organizzati all’interno delle coalizioni. Per il centrodestra questo significa dover affrontare una scelta politica delicata. Un’eventuale alleanza con Futuro Nazionale potrebbe consentire di superare la soglia necessaria per ottenere il premio. Una corsa autonoma potrebbe invece sottrarre consensi alla coalizione e modificare radicalmente la distribuzione dei seggi. La simulazione YouTrend non rappresenta naturalmente uno degli scenari possibili col voto del 2027. Ed è una fotografia degli attuali rapporti di forza applicata alle regole della nuova legge. Il dato politico è evidente.

Lo Stabilicum apre la partita del 2027
Il Parlamento ha approvato la legge elettorale voluta dalla maggioranza. Adesso comincia la partita politica vera e propria, quella fatta della caccia al voto. Lo Stabilicum promette di rendere più semplice la trasformazione del risultato elettorale in una maggioranza parlamentare, ma al tempo stesso rende decisiva la costruzione delle coalizioni. Il 42% diventa la soglia intorno alla quale si giocherà la prossima competizione. E la simulazione YouTrend mostra quanto possano essere determinanti anche le forze che, da sole, non avrebbero i numeri per vincere. 

L'articolo Stabilicum, la nuova legge elettorale: come funziona e cosa cambia proviene da La Redazione.

]]>
USA, i risultati delle primarie. Verso le elezioni di midterm https://www.laredazione.net/usa-i-risultati-delle-primarie-verso-le-elezioni-di-midterm/ Wed, 07 Oct 2026 15:03:32 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12607 Con la chiusura degli ultimi seggi di metà settembre, gli Stati Uniti hanno archiviato la lunga e complessa stagione delle elezioni primarie. Un ciclo elettorale durato […]

L'articolo USA, i risultati delle primarie. Verso le elezioni di midterm proviene da La Redazione.

]]>
Con la chiusura degli ultimi seggi di metà settembre, gli Stati Uniti hanno archiviato la lunga e complessa stagione delle elezioni primarie. Un ciclo elettorale durato oltre sei mesi che ha delineato il quadro dei candidati per il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera e di un terzo del Senato. Più che una semplice selezione interna, questo percorso si è trasformato in un laboratorio politico, e ha messo in luce le profonde spaccature ideologiche all’interno di entrambi gli schieramenti e tracciato le direttrici tattiche con cui democratici e repubblicani si presenteranno alle urne a novembre.

L’equilibrio delle correnti: la distribuzione del voto interno

Il bilancio delle consultazioni di partito restituisce l’immagine di un panorama politico in costante assestamento. Sul fronte democratico, il confronto tra l’ala moderata e la corrente progressista ha evidenziato esiti frastagliati ma pragmatici. Se in diversi distretti urbani e storicamente solidi i candidati sostenuti dalla sinistra sono riusciti a imporsi orientandosi sul tema dei costi sanitari e delle tutele sociali, nei collegi ritenuti maggiormente contendibili l’elettorato d’appartenenza ha preferito profili più centristi, giudicati idonei a intercettare il voto degli indipendenti.

Per i repubblicani, l’influenza della leadership del partito e l’allineamento con l’agenda conservatrice si sono confermati elementi determinanti nella stragrande maggioranza delle sfide per il Congresso. Tuttavia, l’affluenza ai seggi ha registrato oscillazioni significative tra gli Stati, lasciando intendere come la mobilitazione della base elettorale non risponda più a dinamiche del tutto omogenee.

Caso Michigan: la vittoria di El-Sayed e l’avanzata progressista

L’episodio più significativo della tornata democratica si è consumato in Michigan per la corsa al Senato federale. Abdul El-Sayed, medico epidemiologo ed ex direttore della Sanità di Detroit, si è imposto nelle primarie del Partito Democratico dove ha superato la deputata Haley Stevens. Un’affermazione d’impatto per l’ala progressista del partito, giunta al termine della consultazione più costosa della storia dello Stato. Se a novembre riuscirà a vincere la sfida contro il candidato repubblicano Mike Rogers, El-Sayed diverrà il primo senatore statunitense di fede musulmana nella storia del Congresso.

Alla Camera, invece, nel 13esimo distretto del Michigan, a catturare l’attenzione dell’opinione pubblica è stato il deputato uscente Shri Thanedar sconfitto nella primaria democratica dal rappresentante statale Donavan McKinney. Questultimo ha ottenuto il 51,9%dei voti contro il 48,1% di Shri Thanedar, grazie al suo profilo progressista.

La competizione per il controllo della Camera resta distribuita su un numero più ampio di circoscrizioni. Il Cook Political Report considera attualmente 37 distretti competitivi, definiti come Toss Up, Lean Republican o Lean Democrat. È in queste circoscrizioni che si concentra una parte significativa della battaglia per la maggioranza alla Camera. 

Milioni di dollari per i seggi contesi

La stagione delle primarie ha confermato anche l’enorme quantità di risorse mobilitate attorno alle dispute più importanti del 2026. In Michigan, la contesa democratica per il Senato è stata accompagnata da una campagna pubblicitaria costosissima. Associated Press, ritiene che siano stati spesi quasi 70 milioni di dollari contro Abdul El-Sayed, mentre i gruppi esterni schierati per Stevens hanno concentrato i loro investimenti negli ultimi giorni della competizione.

Prospettive e strategie verso le urne di novembre

Definiti i nomi sulle schede elettorali, la campagna entra ora nella sua fase più serrata, dove soprattutto economia e conflitti internazionali rivestiranno un ruolo cruciale. Per i democratici, la strategia d’attacco principale è quella di capitalizzare i margini registrati nei sondaggi a livello nazionale nei confronti delle politiche dell’amministrazione, andando a incidere sulle inquietudini legate all’inflazione e ai tassi d’interesse. Per i repubblicani, la priorità risiede invece nel compattare il fronte interno nelle roccaforti rurali e sull’ostruzionismo all’agenda avversaria e sul controllo rigoroso dei confini e della spesa pubblica.

La decisione passa ora all’elettorato, l’appuntamento con le midterm svelerà se il Paese confermerà la spinta del voto interno o se sceglierà di riequilibrare gli assetti di Washington.

L'articolo USA, i risultati delle primarie. Verso le elezioni di midterm proviene da La Redazione.

]]>
Bologna e l’adattamento climatico: TALEA Green Cells https://www.laredazione.net/bologna-e-adattamento-climatico-talea-green-cells/ Fri, 02 Oct 2026 16:17:05 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12591 Il progetto pilota tra verde urbano, tecnologia e partecipazione cittadina Adattare una città al clima che cambia significa intervenire prima che l’emergenza arrivi. Significa prevenire ma […]

L'articolo Bologna e l’adattamento climatico: TALEA Green Cells proviene da La Redazione.

]]>
Il progetto pilota tra verde urbano, tecnologia e partecipazione cittadina

Adattare una città al clima che cambia significa intervenire prima che l’emergenza arrivi. Significa prevenire ma anche migliorare; ne abbiamo parlato negli scorsi giorni con il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, raccontando come non esista un’unica soluzione ma interventi diversi e capaci di agire in concerto. 

A Bologna, questa teoria si sta facendo pratica. Si chiama TALEA – Green Cells il progetto che, combinando urbanistica, tecnologia e partecipazione cittadina prova a tradurre l’adattamento climatico in trasformazione concreta. 

“Il progetto nasce con l’obiettivo di diminuire la temperatura in quelle aree altamente urbanizzate che raccolgono grandi quantità di calore” ci viene spiegato da Miles Gualdi, coordinatore dell’Unità Progetti europei e internazionali del Comune di Bologna. 
Contrastare le isole di calore urbano intervenendo su fattori come l’ombra e la permeabilità del suolo e, al tempo stesso, ripensando il modo in cui quegli spazi vengono vissuti. 

“Bologna è tra le aree italiane più colpite dall’aumento delle temperature e dal fenomeno delle isole di calore urbane”. Si apre così il documento del progetto consultabile sul sito del Comune di Bologna.  

Talea, come la porzione di una pianta che, messa a dimora, può radicare dandone origine a una nuova. Già nel nome del progetto è possibile coglierne l’ambizione: sperimentare soluzioni capaci di attecchire in una parte della città e, se efficaci, essere adattate altrove.

Ma “non stiamo parlando semplicemente di mettere qualche albero in più”, ci spiega il responsabile del Comune con il quale abbiamo voluto approfondire questo progetto della città dal valore complessivo di oltre 6 milioni di euro e finanziato per l’80% dall’UE. 
 
Guidato dal Comune di Bologna insieme a Fondazione IU Rusconi Ghigi, Università di Bologna, Fondazione Bruno Kessler, R2M, R3GIS e CINECA, il progetto prevede la sperimentazione di diverse Green Cells concentrate in due ambiti della città: il settore nord-occidentale del centro storico e il quartiere Savena. 

Unità ecologiche di circa 100 x 100 metri, progettate per migliorare il microclima urbano creando aree più verdi e vivibili proprio durante quelle ondate di calore che oramai, purtroppo, conosciamo bene. Veri e propri rifugi climatici il cui elemento distintivo risiede nella loro flessibilità e quindi nella loro replicabilità in diversi contesti. 

Stessa città, approcci diversi 

Nel centro città, dove il problema è quello di uno spazio densamente urbanizzato, gli interventi si concentreranno soprattutto tra via Cesare Boldrini, via Fratelli Rosselli e via del Porto. Qui Talea punta a ridurre la temperatura attraverso una maggiore vegetazione e un ripensamento dello spazio pedonale e ciclabile. “Saranno luoghi verdi utilizzabili dalle persone”.

Aree che rispetteranno i principi della sostenibilità ambientale, dell’inclusione e della bellezza. Perché adattare una città al cambiamento climatico significa anche renderla più accessibile e piacevole da vivere. 

L’altra area di intervento è nel quartiere Savena dove il Comune agirà in maniera diversa a causa del diverso contesto. Non più centro storico ma un’area residenziale della periferia est dove già ci sono numerosi spazi verdi. 
“Qui si è creato un bosco spontaneo, l’unico in città” ci spiega il responsabile del Comune di Bologna, riferendosi all’area di vegetazione spontanea cresciuta nei pressi dell’ex caserma Stamoto. “L’obiettivo sarà tutelare questa vegetazione e anzi, valorizzarla”. Tutelare e rendere fruibile uno spazio già esistente. 

La vicinanza del polo scolastico formato dall’IIS Manfredi-Tanari e dall’Istituto Comprensivo 12 apre anche a un possibile uso didattico dell’area: uno spazio naturale che possa diventare una sorta di aula all’aperto per le classi. Rendere dunque più utile e bello uno spazio che già esiste “senza impattare sulla flora spontanea”. 

Innovazione e partecipazione cittadina 

“Non si tratta di uno stravolgimento della struttura urbana” ma di un approccio innovativo basato su tre pilastri. 

In primis c’è l’intervento urbanistico. Una trasformazione dello spazio pubblico che avverrà attraverso soluzioni nature-based. A questo si affiancano innovazione tecnologica e partecipazione cittadina. 
“L’attenzione ai dati riveste un ruolo del tutto fondamentale nel progetto, prima per pianificare l’intervento e dopo per valutarlo”. Ma la parte forse più innovativa è quella che prevede di rendere questi dati facilmente accessibili attraverso la “TALEA platform”. Già online, la piattaforma permette di individuare rifugi climatici ed esplorare in modo intuitivo mappe e altri strumenti interattivi. Alla raccolta dei dati stessi contribuiscono anche i cittadini affiancando alle rilevazioni tecniche una conoscenza partecipata del territorio. 

“Tutti gli interventi sono partecipati, dalla scelta delle aree alla raccolta dati”. Citizen science: fare di chi vive quotidianamente la città non soltanto il destinatario degli interventi ma parte del processo stesso. Una partecipazione che, nel caso di TALEA, è iniziata ancora prima della progettazione: le aree dove avverranno gli interventi sono state infatti individuate anche a partire dalle proposte avanzate da cittadini e dalle realtà locali attraverso il Bilancio partecipativo del Comune, dove chi vive la città può presentare progetti e richieste. “Qui a Bologna siamo fortunati perché abbiamo un bellissimo riscontro da parte della cittadinanza”.

Tutto questo è continuato, negli scorsi giorni, attraverso il TALEA Green Festival: quattro giornate di incontri – da mercoledì 16 a sabato 19 settembre – e laboratori nella città che hanno portato nello spazio pubblico, in anteprima, alcune delle trasformazioni previste dal progetto.  
È così che il tutto diventa esperienza concreta.

Ma attenzione alla cittadinanza significa anche fare in modo che la trasformazione non lasci indietro nessuno. A tal proposito il dottor Gualdi parla infatti della necessità di una «transizione giusta ed equa». Perché il caldo non colpisce tutti allo stesso modo: fattori anagrafici e socioeconomici influenzano in modo diverso chi vive lo stesso fenomeno. “L’attenzione alle fasce più deboli è un punto fondamentale del progetto”. 

Ed è proprio nell’insieme di questi elementi, dalla natura alla tecnologia, passando per aspetti quali la sperimentazione e la partecipazione, che emerge il carattere più innovativo di TALEA. Un’innovazione resa possibile anche dalla sua dimensione europea. 

Bologna come laboratorio europeo 

La dimensione europea di TALEA non si ferma però al finanziamento. Sono infatti tre le città europee – Marsiglia, Riga e Cluj-Napoca – che partecipano al progetto come transfer partner: osservatori diversi tra loro che studieranno il lavoro di Bologna per utilizzare i dati provenienti dal capoluogo emiliano nei propri contesti. 

Uno studio di fattibilità che fornirà dati importanti. “Si tratta di città estremamente diverse tra loro e questo rende il tutto molto interessante”. “Marsiglia condivide con Bologna alcune caratteristiche climatiche mediterranee simili; Riga parte invece da condizioni profondamente differenti e la città Cluj-Napoca da altre ancora”. Il punto non sarà quindi replicare in modo identico le green cells a migliaia di chilometri di distanza ma fornire un metodo per la progettazione di interventi urbanistici per la resilienza ambientale che integri tecnologie e partecipazioni. 

TALEA nasce dunque con obiettivi ambiziosi. Ma tra un progetto e i suoi risultati esiste una distanza che soltanto il tempo e la misurazione possono colmare. Quanto diminuiranno realmente le temperature o quanto saranno utilizzati i nuovi spazi? 

Il cambiamento climatico ci pone davanti a un paradosso. Conosciamo ormai i rischi, disponiamo di proiezioni accurate, di immagini satellitari, modellazioni tridimensionali e strumenti digitali sempre più precisi. Eppure, conoscere il problema non basta. È nel passaggio da questa conoscenza agli interventi concreti, dai progetti pilota fino a politiche diffuse e durature, che esperienze come TALEA dovranno dimostrare il proprio valore. 

L'articolo Bologna e l’adattamento climatico: TALEA Green Cells proviene da La Redazione.

]]>
A riveder le stelle I santuari degli animali liberi https://www.laredazione.net/a-riveder-le-stelle/ Tue, 29 Sep 2026 14:39:51 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12546 I Santuari per Animali Liberi sono luoghi dove vivono animali cosiddetti “da reddito” sottratti alle logiche del profitto, accolti e amati fino a che morte non […]

L'articolo A riveder le stelle I santuari degli animali liberi proviene da La Redazione.

]]>
I Santuari per Animali Liberi sono luoghi dove vivono animali cosiddetti “da reddito” sottratti alle logiche del profitto, accolti e amati fino a che morte non sopraggiunga. Oasi di pace e libertà dove si sperimenta un’economia al contrario in cui gli animali cosiddetti “da reddito” si trasformano in animali da debito. Qui, dopo anni di sfruttamento, possono finalmente riposare, liberi di vivere e autodeterminarsi, mentre gli umani si mettono al loro servizio.

Esistono un centinaio di Rifugi in Italia, 26 dei quali aderiscono alla Rete dei Santuari di Animali Liberi. Nata nel 2014, è un network che da Nord a Sud, passando per Sicilia e Sardegna, unisce e coordina progetti accumunati dalla stessa visione e che hanno sottoscritto una carta dei valori. Tra i 9 articoli che la compongono si fa particolare menzione alla natura no profit dei Rifugi e quindi il divieto di trarre profitto e utilizzare i rifugiati e le rifugiate a scopi utilitaristici. Di fondamentale importanza è anche la missione divulgativa e di sensibilizzazione.Non solo luoghi di cura e protezione quindi, ma anche spazi politici e culturali che, ribaltando il paradigma che vuole gli altri animali come prodotti a disposizione dell’umano, promuovono uno stile di vita vegano e una prospettiva antispecista, col fine ultimo di creare una società in cui non sia piu’ necessaria la presenza dei Rifugi stessi.

L'articolo A riveder le stelle I santuari degli animali liberi proviene da La Redazione.

]]>
“Io, il regista di Berlusconi”: 30 anni di immagini e retroscena https://www.laredazione.net/io-il-regista-di-berlusconi-30-anni-di-immagini-e-retroscena/ Sun, 27 Sep 2026 16:33:26 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12509 E’ stato per trent’anni il regista di Berlusconi. Roberto Gasparotti ha seguito e ripreso la vita del presidente, da vicino, sebbene “le inquadrature in primo piano […]

L'articolo “Io, il regista di Berlusconi”: 30 anni di immagini e retroscena proviene da La Redazione.

]]>
E’ stato per trent’anni il regista di Berlusconi. Roberto Gasparotti ha seguito e ripreso la vita del presidente, da vicino, sebbene “le inquadrature in primo piano al dottore non siano mai piaciute”, documentando comizi, incontri, momenti pubblici e anche numerosi retroscena.

E’ diventato così anche il custode di tanto materiale audio e video che il Presidente gli ha affidato.  Così nasce il libro “Il regista di Berlusconi. I segreti dei miei trent’anni con Silvio”, scritto con la giornalista Paola Zanca. Padrino della pubblicazione, in un’apparente beffa del destino, è Marco Travaglio. L’editore è Paper First, la casa editrice de Il Fatto Quotidiano.

Come si diventa il regista di un “maestro” della comunicazione come Silvio Berlusconi?

Io ero uno dei suoi dipendenti, della Fininvest, un operatore di ripresa di Videotime, come tanti altri, mai avrei pensato di rimanere con lui per tutta la sua carriera politica.

Era difficile poterlo immaginare: una preparazione come la mia era molto distante dalla politica, nella vita professionale avevo fatto di tutto, in giro per il mondo per fare documentari, con Ambrogio Fogar, con Jas Gawroski, con Licia Colò in Nuova Zelanda e Australia, ma non con la politica. Allora il dottor Berlusconi lo vedevo perché, come troupe esterne lo seguivamo nelle convention, ai compleanni e alle feste di famiglia, andavamo a fare riprese ad Arcore o nelle sue ville.

Ci teneva molto ai suoi fiori, ogni anno faceva un racconto primavera, estate, autunno, inverno, sulle stagioni e sui fiori che si alternavano nelle stagioni, nelle sue abitazioni, e ogni anno io o altri colleghi eravamo impegnati per una settimana per fare questo tipo di riprese. Allora non ci si conosceva, ma ci riconosceva.

Per una serie di casualità, poi, andai ad Arcore a fare le riprese della sua discesa in campo. Nel ’94 lui vinse le elezioni, andai a Roma, in via Santa Maria dell’Anima per salutarlo e ringraziarlo per le cose che avevamo fatto, sempre facendo delle riprese con la telecamera. Lui mi disse: “No, da oggi tu rimani con me”, presso la Presidenza del Consiglio. Non riuscivo neanche a capacitarmi di quello che mi stava accadendo. Tutto ciò insieme a una persona che è venuta a mancare da poco tempo: Matilde “Mity” Simonetto, già curatrice dell’immagine di Berlusconi e mia responsabile.

Trent’anni accanto a Berlusconi, realizzando immagini che sono diventate parte della storia politica italiana, a partire dal video della “discesa in campo” del 1994: come è nato quel video?

Con la discesa in campo Berlusconi ha cambiato le regole del gioco. Come candidato a leader di un partito per la prima volta, mostra le foto dei figli sulla libreria e la sua presenza che annunciava la sua discesa in campo. C’erano state delle cose simili qualche anno prima con Bettino Craxi, ma era diverso perché erano i giornalisti che costruivano delle interviste adatte a Bettino Craxi. nulla a che vedere con quello che ha fatto Berlusconi con il video. Era tutto diverso, la bandiera di Forza Italia che si muoveva, i comizi con il karaoke e l’inno che cantavano tutti utilizzando le parole sul megaschermo, il palco completamente bianco con l’assenza di politici, oltre al candidato alla Presidenza.

Per esempio, anche i manifesti giganteschi nella campagna elettorale hanno cambiato il modo di fare politica.

Perché si diventa il regista di Berlusconi? Cosa apprezzava del suo lavoro il Presidente?

“Aveva a disposizione tante persone, non so perché abbia scelto me. Forse cercavo di anticipare quello che lui poteva gradire. Per la campagna elettorale, abbiamo noleggiato una nave da crociera, enorme, e l’abbiamo allestita come fosse una residenza, con un teatro, sala dei comizi, una sala stampa, ogni giorno entravano migliaia di persone, salivano a Genova, si arrivava a Livorno e scendevano i giornalisti e gli ospiti, poi a Genova salivano altre tremila persone, a Venezia lo stesso. Questa nave (la Nave della libertà nel 2000) per essere allestita non poteva fermarsi un mese perché si dovevano fare i comizi. Ha continuato a fare il viaggio con squadre di operai nostri che lavoravano ai vari livelli. Venivano chiusi dei piani e i nostri uomini potevano lavorare durante la navigazione. I tempi di consegna e l’organizzazione valevano anche per i palchi, avevamo la preoccupazione di trovare luoghi adeguati e di reggere l’urto dell’affetto. Per esempio, a Piazza San Giovanni non era facile: è molto molto grande e far in modo che tutto fosse organizzato bene, assicurando che su quel palco Berlusconi risultasse avere una presenza imponente.   

Quello che a lui interessava era la lealtà, io prima facevo l’operatore di ripresa e improvvisamente ero quello che trattava dei preventivi di miliardi, come quello per la nave con Grimaldi, se ci penso mi tremano ancora le gambe.

Oltre agli eventi e ai momenti pubblici, facevate le riprese/registrazioni anche degli incontri privati?

Gli incontri privati potevano diventare cose pubbliche, alcuni contenuti sono stati resi pubblici, tanto dovetti andare a Brescia a parlarne con i magistrati. Da questa esperienza e dalla ipotetica ricerca di un personaggio che dava informazioni all’esterno, venne al presidente l’idea di tenere registrazioni delle situazioni, in funzione del fatto che non venissero fuori interpretazioni diverse. Queste registrazioni non sono mai trapelate eppure il presidente ci teneva molto alla registrazione di ogni suo intervento sia privato che pubblico. Noi avevamo avuto l’input di registrare anche quando incontrava persone per strada, avevamo o una telecamera o altri sistemi di registrazione sempre attivi, a tutela di Berlusconi. Molti dei suoi interventi sono stati sbobinati e anche inseriti nei suoi libri.   

Dopo trent’anni passati a filmarlo e a osservarlo da una posizione così ravvicinata, quali sono per lei i tratti più marcati della personalità di Silvio Berlusconi?

Una persona umile, non esagerata, amava la vita da impazzire, era un ottimo musicista. Una volta l’ho fatto davvero contento, Un signore che conoscevo e lavorava all’Archivio delle canzoni napoletane mi ha chiamato e mi ha detto che voleva inserire nell’Archivio il cd di canzoni napoletane di Berlusconi. Racconto tutto al Presidente e sul suo volto ho visto la pura gioia, ha voluto subito richiamare questa persona, era felicissimo.

Qual era il suo musicista o la sua musica prediletta?

La canzone francese, si accompagnava da solo al pianoforte, intonava queste canzoni, le aveva imparate nel suo periodo di permanenza a Parigi.

Il suo piatto preferito?

La pasta, le pennette tricolore che faceva mangiare a tutti gli ospiti internazionali. E quando lo chef Michele proponeva di cambiare, Berlusconi rispondeva: “No, continuiamo a fare le pennette tricolore, quando vengono dall’estero è giusto che conoscano la nostra cucina”.

La città o il Paese amato?

Si innamorava di tutti i posti in cui andava. Siamo andati a Lampedusa e ha comprato casa, siamo andati in Toscana uguale. Per non parlare della Sardegna. Andavamo a Napoli e si sentiva napoletano.

Ultima domanda, perché ha deciso ora di scrivere questo libro?

Più che il libro volevo fare un film. Ho tantissimo materiale audio e video che il Presidente mi ha dato, mi diceva “tienili che prima o poi serviranno per qualche storia”. Con lui, qualche anno prima che morisse abbiamo realizzato il film “Il fiume della libertà” sulla storia di Berlusconi sport, imprenditore e politica, regista il senatore Giro. Viene anche citato in quelle situazioni del Bunga bunga perché il Presidente, durante le cene che si svolgevano ad Arcore, mostrava ai suoi ospiti questo filmato che durava un’ora e un quarto. Lui ci teneva tantissimo.

Questo enorme materiale mi è venuto in mente di utilizzarlo due anni fa, dopo un’intervista di Paola Zanca per Il Fatto Quotidiano, mi era piaciuto il suo modo di sintetizzare e di scrivere, ci siamo sentiti per vedere di realizzare insieme un film con tutto il materiale. Alla fine abbiamo fatto prima a scrivere un libro che a realizzare un film.

Il libro è un racconto di quello che facevamo, nel quotidiano. C’è anche qualche episodio negativo, per esempio la mia esperienza di quando il Presidente è venuto a mancare, Ho chiamato per poter andare ad Arcore per l’ultimo saluto prima del funerale, la persona che mi ha risposto al telefono ha detto che dovevo mandare una mail. In tanti anni di lavoro non ho mai avuto bisogno di nessuna mail per varcare il portone di Arcore o di altri luoghi, sia che fosse presente il Presidente che non. Ho deciso perciò di vedere il funerale di Stato alla televisione. Altri momenti sono quelli in cui ho avuto l’avviso di garanzia e li racconto.

L'articolo “Io, il regista di Berlusconi”: 30 anni di immagini e retroscena proviene da La Redazione.

]]>
Etiopia, torna la guerra https://www.laredazione.net/etiopia-i-blackout-accecano-i-droni/ Sun, 27 Sep 2026 15:28:18 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12501 Nella guerra dei droni, il blackout è diventato un’arma tattica. Negli ultimi giorni, mentre le forze ribelli tigrine prendevano il controllo degli aeroporti chiave della regione, […]

L'articolo Etiopia, torna la guerra proviene da La Redazione.

]]>
Nella guerra dei droni, il blackout è diventato un’arma tattica. Negli ultimi giorni, mentre le forze ribelli tigrine prendevano il controllo degli aeroporti chiave della regione, i vertici del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno dato un ordine perentorio: oscurare le comunicazioni. I comandi regionali hanno imposto a Safaricom, l’operatore privato keniano entrato nel Paese con grandi prospettive di modernizzazione, e al gigante statale Ethio telecom di disattivare istantaneamente le reti di telefonia e connessione dati.

Il blackout che “acceca” i droni

Non si tratta di un semplice disservizio causato dalle bombe, ma di una fredda e calcolata contromisura militare. Il motivo? Privare l’Esercito di Difesa Nazionale Etiope e l’aeronautica federale della connettività necessaria per far funzionare la rete di intelligence e puntamento dei velivoli senza pilota. I droni di fabbricazione turca, iraniana e cinese, acquisiti da Addis Abeba, dipendono criticamente dalla trasmissione dati e dai ponti radio terrestri per individuare i bersagli sul campo, trasmettere video a frequenza elevata e correggere il tiro in tempo reale. Imponendo un blackout totale sul Tigrè, il TPLF ha scientemente accettato di precipitare la propria popolazione nell’isolamento economico e bancario pur di accecare gli “occhi nel cielo” del governo federale. Il blackout elettromagnetico che avvolge il nord dell’Etiopia misura visivamente l’inizio di una nuova e drammatica fase del conflitto. Ciò a cui stiamo assistendo non è tuttavia la semplice continuazione della guerra civile conclusasi quattro anni fa, ma la sua mutazione in un incendio totale dalle conseguenze incalcolabili.

Il fallimento della pace di Pretoria

Per cogliere la profonda differenza tra la guerra di ieri e la recrudescenza di oggi, bisogna ritornare al 2 novembre 2022, quando a Pretoria fu siglato un accordo storico. Quella firma, fortemente voluta dall’Unione Africana e dagli Stati Uniti, pose fine a un conflitto sanguinosissimo, che secondo stime indipendenti provocò in soli due anni la morte di oltre seicentomila persone tra combattimenti e carestia indotta. Tuttavia, la Pace di Pretoria conteneva i semi della sua stessa distruzione. L’accordo si è rivelato un guscio vuoto, incapace di affrontare le cause strutturali della crisi e lasciando irrisolte questioni territoriali cruciali, come lo status del Tigrè occidentale. Negli ultimi due anni, l’isolamento economico del Tigrè non è mai stato davvero risolto, mentre il Primo Ministro Abiy Ahmed ha progressivamente alienato coloro che erano stati i suoi alleati chiave nella vittoria contro il TPLF.

Etiopia, nasce l’alleanza tra sette gruppi armati storicamente contrapposti

La trasformazione più radicale riguarda la composizione del fronte anti-governativo. Se nella guerra del 2020 il conflitto vedeva contrapposti il potere federale contro l’élite tigrina isolata, la mappa delle alleanze si è oggi drammaticamente rovesciata. Il 20 Settembre 2026, con un annuncio trasmesso in diretta proprio dagli studi della Tigrai TV è stata proclamata la nascita della Coalizione delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza. A leggere la dichiarazione congiunta non è stato un generale tigrino, bensì Zemene Kassie, presidente e figura simbolo del Movimento Nazionale Amhara Fano. Questo nuovo cartello militare e politico riunisce sette formazioni armate storicamente e ideologicamente contrapposte.

80 etnie diverse chiuse in confini disegnati dalla storia imperialista

I motivi della nascita di un’alleanza così innaturale giacciono nella struttura stessa dell’Etiopia, un impero mai del tutto assimilato, composto da oltre 80 etnie diverse racchiuse entro confini disegnati dalla storia imperiale e sanciti dalla Costituzione del 1995 mediante il “federalismo etnico”. Tale sistema, se da un lato garantiva formalmente il diritto all’autodeterminazione dei singoli Popoli, dall’altro ha istituzionalizzato la competizione etnica per le risorse fisiche e per il controllo del potere federale ad Addis Abeba.

Dal federalismo etnico alla visione pan-etiopica centralizzata

Quando Abiy Ahmed è salito al potere nel 2018, il suo progetto politico mirava a superare il federalismo etnico in favore di una visione pan-etiopica centralizzata. Tuttavia, questo tentativo si è scontrato con le identità etniche locali. Nonostante l’enfasi della dichiarazione congiunta letta su Tigrai TV, gli equilibri e le diffidenze interne alla neonata Alleanza rimangono enormi ed evidenti. Non a caso, pochi giorni prima della proclamazione, i portavoce dell’Esercito di Liberazione Oromo si sono affrettati a precisare che l’intesa è unicamente ristretta all’obiettivo tattico di abbattere il regime centrale e non implica un accordo sul futuro assetto politico del Paese. Il sodalizio è nato dunque da un puro calcolo di sopravvivenza pragmatica: nessuno dei singoli gruppi insurrezionali possiede, da solo, le risorse per marciare su Addis Abeba. Ma se la colla che tiene insieme la coalizione è solo l’odio comune verso Abiy Ahmed, il rischio che l’Etiopia precipiti in un processo di balcanizzazione e frammentazione bellica ancora più distruttivo è concreto.

L’Etiopia vuole l’accesso al mare

A questo quadro si aggiunge un vincolo strutturale e geografico esistenziale: l’Etiopia è oggi il più popoloso Stato al mondo privo di uno sbocco diretto sul mare. La perdita dell’Eritrea nel 1993 ha privato il Paese dei porti di Assab e Massaua, trasformando l’Etiopia in un gigante ostaggio geografico, costretto a dipendere per il proprio commercio marittimo dalle infrastrutture del piccolo Gibuti, con costi d’affitto enormi che soffocano l’economia federale. L’ossessione geografica per l’accesso al Mare Rosso è diventata il motore primario delle spericolate mosse geopolitiche di Abiy Ahmed. Il Governo federale ha drasticamente ridimensionato la nascita della coalizione, bollandola come una creazione eterodiretta, interamente finanziata, armata e orchestrata dall’Eritrea.

Nel 2018, la storica riappacificazione con l’Eritrea era valsa il Premio Nobel per la Pace al Primo Ministro etiope, ma dopo quel momento le relazioni sono precipitate lungo una traiettoria di fredda ostilità, peggiorata ulteriormente quando Abiy ha iniziato a rivendicare pubblicamente il “diritto storico e naturale” dell’Etiopia ad avere un accesso al Mare Rosso. Il conflitto interno all’Etiopia non può più essere letto come una crisi puramente nazionale. Esso è ormai intrecciato con la macro-crisi di sicurezza che va dal bacino del Nilo allo Stretto di Bab el-Mandeb, trasformando il Corno d’Africa in un teatro di tensioni.

Il Sudan e l’appoggio ai combattenti tigrini

Un elemento determinante è il Sudan. Devastato a sua volta da una spietata guerra civile è diventato un terreno di contagio reciproco. Il governo militare sudanese guarda con profonda ostilità ad Abiy Ahmed, accusato di aver fornito supporto logistico alle Forze di Supporto Rapido. Di conseguenza, ha spalancato le porte dei propri confini orientali per permettere il transito di armi e il rifugio dei combattenti tigrini e amhara. L’evento detonatore dell’architettura regionale si è però verificato all’inizio del 2024, quando l’Etiopia ha firmato un Memorandum d’Intesa con la repubblica separatista del Somaliland. L’accordo prevede la concessione all’Etiopia di una striscia di costa per la costruzione di una base navale e di un porto commerciale presso Berbera in cambio del formale riconoscimento diplomatico dell’indipendenza del Somaliland dalla Somalia.

Questa mossa ha provocato una reazione a catena, che ha spinto la Somalia verso l’Egitto e l’Eritrea.

Israele e l’importanza della stabilità del Corno d’Africa

In questa complessa scacchiera si inserisce la figura strategica di Israele. Per Tel Aviv, la stabilità e l’orientamento politico del Corno d’Africa e della sponda occidentale del Mar Rosso rappresentano un fattore di sicurezza nazionale primario, reso drammaticamente urgente dagli attacchi dei ribelli Houthi dal vicinissimo Yemen contro il traffico marittimo diretto verso lo stretto di Bab el-Mandeb e il porto di Eilat. La politica estera israeliana nella regione si muove su tre direttrici interconnesse. L’asse storico con Addis Abeba, in quanto un’Etiopia forte con strutture di potere a maggioranza cristiana è un baluardo contro la penetrazione dell’islamismo radicale e dell’influenza iraniana. C’è poi la convergenza con il Kenya, con cui ha consolidato una stretta alleanza militare e di intelligence. Infine il riconoscimento del Somaliland, considerato una vera e propria piattaforma naturale nel Mar Rosso.

Mentre il Corno d’Africa minaccia di trasformarsi in una polveriera regionale, la posizione storica delle potenze occidentali appare contrassegnata da un misto di impotenza, pragmatismo e palese opportunismo geopolitico. Durante la guerra del Tigrè (2020-2022), Washington e Bruxelles avevano adottato una linea di duro condanna contro il governo di Abiy Ahmed. Gli Stati Uniti avevano rimosso l’Etiopia dal programma commerciale preferenziale che garantiva l’accesso esentasse al mercato americano e imposto sanzioni mirate contro alti funzionari governativi ed eritrei per le sistematiche violazioni dei diritti umani e il blocco dei soccorsi umanitari. L’UE, dal canto suo, aveva congelato gli aiuti di bilancio destinati ad Addis Abeba.

L’Occidente “riabilita” il governo di Abiy Ahmed

Tuttavia, il quadro globale è profondamente mutato. La necessità di impedire che l’Etiopia scivolasse definitivamente nell’orbita cinese e russa, dopo il suo ingresso nel blocco dei BRICS, ha spinto l’Occidente a resettare i propri rapporti con Abiy Ahmed.

La svolta diplomatica si è formalizzata con la decisione di revocare le ultime sanzioni economiche e finanziarie pendenti. Ma si tratta di un calcolo dai rischi altissimi. La revoca delle sanzioni occidentali è giunta proprio mentre sul campo la violenza tornava a dilagare e le speranze nate con gli Accordi di Pretoria si infrangevano contro la realtà di un Paese nuovamente in armi. La decisione di riabilitare finanziariamente il regime di Addis Abeba rischia di essere interpretata dal governo federale come un assegno in bianco per proseguire l’opzione militare e l’uso sproporzionato della forza aeromobile contro le province ribelli.

L’Etiopia si trova oggi a un bivio drammatico. Il tentativo di spegnere le reti mobili e le connettività internet per neutralizzare la minaccia dei droni è la metafora perfetta di un Paese che, per difendere le proprie posizioni di potere locale, sceglie di riavvolgere il nastro dello sviluppo, accettando il buio e l’isolamento. L’illusione del governo federale di poter congelare le rivendicazioni autonomiste delle varie etnie si sta scontrando con la dura realtà di un’insurrezione multilaterale che copre ormai gran parte del territorio nazionale. Se la diplomazia internazionale continuerà a inseguire risposte di breve termine e dettate da convenienze geopolitiche, il rischio non sarà soltanto il fallimento dello Stato etiope, ma il definitivo stravolgimento dell’intero quadrante est-africano, dalla valle del Nilo alle rive del Mare Rosso.

L'articolo Etiopia, torna la guerra proviene da La Redazione.

]]>
Le voci che si oppongono al regime: la Resistenza iraniana in piazza a Parigi https://www.laredazione.net/le-voci-che-si-oppongono-al-regime-la-resistenza-iraniana-in-piazza-a-parigi/ Sat, 26 Sep 2026 08:56:05 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12433 Parigi, 12 Settembre 2026 I sostenitori della Resistenza iraniana (CNRI) si sono riuniti a Parigi per commemorare la rivolta nazionale del 2022, condannare le esecuzioni e […]

L'articolo Le voci che si oppongono al regime: la Resistenza iraniana in piazza a Parigi proviene da La Redazione.

]]>
Parigi, 12 Settembre 2026

I sostenitori della Resistenza iraniana (CNRI) si sono riuniti a Parigi per commemorare la rivolta nazionale del 2022, condannare le esecuzioni e la repressione in Iran e ribadire il loro rifiuto sia della precedente dittatura monarchica sia dell’attuale regime teocratico, esprimendo il loro sostegno al Piano in 10 punti di Maryam Rajavi e alla prospettiva di una repubblica democratica in Iran.

Sono già nei pressi di Place du Trocadéro quando le note de Le Chant des Partisans mi raggiungono. La musica avvolge la piazza. È la voce della Resistenza francese, quella che attraversa il tempo e torna a risuonare qui, a Parigi, in una giornata di protesta e memoria. E sull’avanzare di quelle note che accompagnano i miei passi compaiono i volti. Impresse su dei cartelloni, le fotografie di ragazze e ragazzi, alcuni appena adolescenti, immortalati con il sorriso e cui vita è stata spezzata dagli agenti del regime criminale iraniano perché chiedevano la libertà per il proprio Paese. Reza Hosseini, Alì Shahsawand, Mahnaz Mehdizadeh Nader, Nasser Razaei, Godnaz Samsani. Sono alcuni dei nomi dei giovani uccisi durante la repressione delle proteste in Iran del 2019. Resto a guardarli mentre la musica prosegue. E sulle immagini dei loro volti giungono le parole della canzone:

«Amico, se tu cadi, un amico uscirà dall’ombra al tuo posto. Domani, sangue nero si asciugherà. Sotto il grande sole, lungo le strade. Cantate, compagni,
nella notte la Libertà ci ascolta!
». Sullo sfondo, sul Palais de Chaillot, bandiere della Resistenza iraniana e dei Mojahedin del Popolo Iraniano, sventolano nel vento. Per un istante, passato e presente sembrano sovrapporsi.

È qui, a Trocadéro, che comincia il mio racconto.

Mi incammino tra le file di ritratti che raffigurano una generazione che non si è arresa alla tirannia e alla dittatura dei mullah. Accanto ai loro volti sono state deposte delle rose rosse.

Quando la vecchia strega sparge i semi della morte sulle pianure della nostra terra e imprigiona i fiori più belli solo perché hanno osato sbocciare nella terra della tirannia, ho visto quei fiori incatenati ritrovarsi in segreto, in luoghi dove solo l’amore e la passione sanno vedere e ascoltare. Li ho visti cantare: vivremo.

Osservando questi volti, mi tornano in mente i versi di questa poesia, che lessi tempo fa. Furono scritti da un prigioniero politico condannato a morte e impiccato nel 1988. Oggi, davanti a questi ritratti, quelle parole sembrano rivivere.

Nel sangue del popolo iraniano scorre, generazione dopo generazione, la ricerca della libertà. La storia cambia, cambiano i volti e cambiano i regimi, ma nelle piazze torna quella stessa aspirazione. Donne e uomini chiedono il rovesciamento del regime teocratico e, nonostante la repressione, continuano a scendere in piazza e a far sentire la propria voce. Una determinazione che si misura anche di fronte alla drammatica escalation delle esecuzioni capitali. Secondo Iran Human Rights Monitor, dall’inizio dell’anno sono state giustiziate almeno 1.069 persone, tra cui prigionieri politici detenuti da tempo e manifestanti arrestati durante le recenti proteste.

Cammino dall’altro lato della piazza e mi trovo davanti a un maxischermo. Ma è ai suoi piedi che il mio sguardo si ferma: sotto lo schermo sono disposti i ritratti di nove prigionieri politici giustiziati quest’anno, accanto al volto di Mojtaba Babakhani. Ricercato per la sua partecipazione alle proteste del gennaio 2026 e, secondo quanto riferito, vissuto in clandestinità per diversi mesi, Babakhani è morto il 9 settembre durante un’operazione condotta dagli agenti di sicurezza. Dalle ricostruzioni diffuse, sarebbe seguito uno scontro. Babakhani piuttosto che essere arrestato avrebbe fatto esplodere una granata, provocando la propria morte e quella di diversi membri delle forze di sicurezza.

Dieci volti, uno accanto all’altro. Nove appartengono a persone giustiziate con l’accusa di appartenenza ai Mojahedin del Popolo Iraniano. Sei di loro — Akbar Daneshvarkar, Mohammad Taghavi Sangdehi, Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Abolhassan Montazer e Vahid Bani-Amerian — sono stati impiccati nell’arco di pochi giorni, tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile. Tra i ritratti compare anche quello di Mehdi Khanaki, 26 anni, laureato in giurisprudenza e membro delle Unità della Resistenza, giustiziato il 22 luglio. Ricercato dalle autorità fin dalle proteste di gennaio, era stato arrestato a Karaj il 10 febbraio 2026. Il suo arresto e le denunce relative a gravi torture subite durante la detenzione erano stati segnalati il 1° marzo 2026 al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran e ad altre organizzazioni internazionali per i diritti umani.

“Siamo noi a spezzare le sbarre delle prigioni per i nostri fratelli” intona la canzone della resistenza francese.

Gradualmente, piazza del Trocadéro si riempie. Arrivano persone di ogni età: bambini, oppositori e oppositrici, sostenitori della Resistenza, membri dei PMOI/MEK e personalità politiche. Ma ci sono anche cittadini francesi, venuti per esprimere la propria solidarietà al popolo iraniano e unirsi alla richiesta di porre fine alle esecuzioni e alla repressione, sostenendo la Resistenza. Mi aggiro tra la folla e ho l’opportunità di parlare con alcuni iraniani dell’opposizione. Ascoltando le loro storie e vissuti, penso a quanto quei racconti siano densi di esperienze, memorie e trascorsi. Storie che, proprio per la loro profondità, sembrano chiedere di essere ascoltate più a lungo, lontano dalla folla, e di avere uno spazio tutto loro, senza essere ridotte, qui, a semplici commenti.

Il vento si alza. Le bandiere della Resistenza e dei Mojahedin del Popolo Iraniano si tendono nell’aria, mentre nella piazza si aggiungono quelle dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran, insieme a quelle con i volti di Maryam Rajavi e dello storico leader Massoud Rajavi e la scritta «No Shah – No Mullah». Uno slogan che racchiude una posizione precisa: il rifiuto dell’attuale regime teocratico, ma anche dell’ipotesi di un ritorno alla monarchia. Sospinte dalle raffiche, le bandiere ondeggiano sopra la folla. In lontananza, la Torre Eiffel emerge dietro questo intreccio di colori.

Le voci della folla lasciano gradualmente spazio a quelle degli oratori: una dopo l’altra, diverse personalità politiche e della società civile prendono la parola, portando sul palco testimonianze e messaggi rivolti a chi è riunito davanti a loro.

Parnian Saramad (CNRI), ha ricordato il 61° anniversario della fondazione dell’Organizzazione, ricorrenza caduta il 5 settembre.

Nel corso del suo intervento, Saramad ha fatto riferimento a quanto accaduto a Karaj, nei pressi di Teheran, dove, in occasione dell’anniversario, alcuni motociclisti hanno issato le bandiere dell’Organizzazione PMOI, definendo il gesto un atto di coraggio in un Paese dove l’esposizione di simboli dell’opposizione può comportare gravissime conseguenze. Ha inoltre richiamato l’elezione del 6 settembre di Mahnaz Meymanat, Segretaria Generale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, presentandola come un segnale di coesione interna e di determinazione e che riaffermerebbe la ferma volontà di proseguire la propria opposizione e rovesciare il fascismo religioso.

A ricordare la determinazione dei PMOI e delle Unità di Resistenza è stato anche Jean-Pierre Brard, presidente del Comitato francese per un Iran libero, ex deputato e sindaco di Montreuil. «Se il popolo iraniano resiste, è grazie a tutte quelle unità di resistenza che operano sul campo e combattono coraggiosamente in tutto il Paese. Coloro che combattono oggi sono ben consapevoli dei rischi. Che stiano distribuendo volantini o bruciando le immagini dei funzionari del regime, sanno di dover affrontare il pericolo di arresto, tortura ed esecuzione. Eppure, proseguono la lotta» ha riferito.

Brar ha poi richiamato la situazione in Iran, soffermandosi in particolare sulle donne e sui giovani detenuti e condannati a morte, che continuano a esortare chi è ancora libero a mantenere viva la lotta contro la dittatura. Ha evidenziato il coraggio di chi, anche di fronte alla minaccia della morte, sceglie di non arretrare, indicando nella resistenza di queste persone una straordinaria lezione di coraggio. Ha infine accostato la lotta del popolo iraniano ai valori della Rivoluzione francese, sottolineando la volontà di diffondere idee di libertà e cambiamento.

Arrivando alle spalle del palco, per chi proviene dalla zona della Tour Eiffel, la folla è la prima cosa che appare. Ma poi lo sguardo viene catturato da una lunga fila di pannelli. Sono i volti e le storie delle vittime della repressione in Iran. Tra le fotografie compaiono quelle di alcuni manifestanti giustiziati durante le recenti proteste nazionali, Amirhossein Hatami e Amir Hossein Safari. Vicino i loro volti, una frase in francese: «Aujourd’hui, nous sommes leur voix». Oggi siamo la loro voce.

A quei volti e a quelle storie fanno eco, le parole di Gilbert Mitterrand, presidente di France Libertés – Fondation Danielle Mitterrand. Dal palco ha ringraziato le persone riunite in piazza e ha richiamato la necessità di condannare le esecuzioni e la repressione in Iran. La pena di morte, ha affermato, non è uno strumento di giustizia, ma viene utilizzata dal regime per instillare terrore e reprimere qualsiasi forma di protesta, prendendo di mira i giovani, gli oppositori e la popolazione. Mitterrand ha ricordato quindi l’escalation delle esecuzioni, citando le oltre 2.000 registrate nel 2025, e sottolineando inoltre la repressione nei confronti dei sostenitori del PMOI/MEK.

Ha poi aggiunto: «Solo tre mesi fa, il 20 giugno, un raduno internazionale a Parigi convocato per protestare contro la repressione e le esecuzioni in Iran è stato vietato dalle autorità francesi all’ultimo momento, in circostanze altamente discutibili. Oggi siamo qui, in piazza del Trocadéro, per proseguire e rafforzare quella stessa mobilitazione, nel ricordo e nel rispetto di tutte le vittime. Lo facciamo per rendere omaggio a una generazione altruista e a tutte quelle donne, quegli uomini e quei giovani che hanno sacrificato e continuano a sacrificare la propria vita per un Iran libero e democratico. Rompere il silenzio significa anche chiedere che le violazioni dei diritti umani commesse dal regime vengano portate all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Un altro pannello porta il volto di Saeed Masouri, uno dei prigionieri politici iraniani detenuti da più tempo, privato della libertà da oltre vent’anni. Poi la memoria torna ancora più indietro, fino al massacro del 1988. «De 1988 à aujourd’hui, le massacre continue». E poco oltre, un altro cartellone «Les sacs noirs, symbole d’un crime» — richiama le migliaia di vittime delle manifestazioni di gennaio. Camminando lungo quei pannelli, la protesta prende lentamente i volti di chi non è più qui.

Ed è proprio il massacro del 1988 che ha ricordato dal palco Asghar Adibi – Campione nazionale di calcio dell’Iran, membro del CNRI. Adibi ha invitato a considerare la vicenda da un’altra prospettiva, chiedendosi se il crimine commesso nel 2022 fosse l’unico del regime. Ricorda inoltre le violenze e le uccisioni avvenute negli anni precedenti, a partire dal 1988 e si domanda perché la comunità internazionale sia rimasta in silenzio di fronte a tali fatti, così come davanti alla sorte di migliaia di prigionieri politici e delle numerose vittime che hanno sacrificato la propria vita per la libertà dell’Iran. L’ex campione ha sostenuto che le azioni del regime non siano mai riuscite a mettere a tacere il popolo iraniano e, in particolare, la sua resistenza organizzata. Ha affermato inoltre che, per la prima volta nella storia della lotta, è emersa una forza determinata a combattere affinché gli iraniani possano scegliere liberamente il proprio futuro, concludendo con un appello alla libertà e alla nascita di una Repubblica democratica dell’Iran.

Anche l’intervento di Zinat Mirhashemi, capodirettrice della rivista Nabard-e Khalq (La lotta del popolo) e membro del Comitato Centrale dell’Organizzazione dei Guerriglieri Fedayin del Popolo Iraniano, è stato caratterizzato da numerosi riferimenti storici. Nel suo discorso, Mirhashemi ha ripercorso alcune delle principali tappe della resistenza iraniana, ponendo l’accento sulla continuità della repressione e interrogandosi su quali eventi debbano essere preservati nella memoria e ricordati nel calendario del movimento antidittatoriale.

Ha ricordato la rivolta seguita alla morte di Jina Mahsa Amini e il ruolo centrale svolto dalle donne nel movimento di protesta, sostenendo che questa mobilitazione, così come quelle precedenti, avrebbe prodotto risultati significativi, ormai visibili sia in Iran sia a livello internazionale. Tra gli episodi storici richiamati vi sono stati l’insurrezione di Siahkal del 1971 e la strage sulle colline di Evin del 19 aprile 1975, quando nove prigionieri politici — sette membri dei Fedayin e due del MEK — furono uccisi dagli agenti della SAVAK. Ha inoltre fatto riferimento al massacro dei prigionieri politici del 1988, avvenuto sotto l’attuale regime teocratico. Questi accenni storici sono stati inseriti in una riflessione più ampia sulla continuità della repressione e delle proteste contro le diverse forme di dittatura succedutesi in Iran. In conclusione, Mirhashemi ha ribadito la necessità di proseguire la mobilitazione contro il regime clericale, richiamando l’importanza della coesione e della determinazione.

“Io sono l’onda che porta il cambiamento. Io sono la stagione che spezza le mie catene.” intonano alcune strofe di حاضر (Hāzer-Pronto) un canto politico e rivoluzionario dei PMOI/MEK che viene cantato tra un intervento e un altro. Le parole esprimono il rifiuto della resa e un appello al rovesciamento dell’attuale regime iraniano. Alle sue note si alternano quelle di «Ey Iran», un canto patriottico.

La musica fa da sfondo agli slogan che attraversano la manifestazione: parole che condannano tanto il ritorno alla monarchia quanto il regime teocratico e che, allo stesso tempo, esprimono sostegno a Maryam Rajavi e a un Iran libero e democratico.

Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, tramite un video diffuso dal maxi-schermo, ha fornito un resoconto dettagliato della situazione esplosiva della società iraniana e delle prospettive di rovesciamento del regime. Rendendo omaggio alle vittime della rivolta, tra cui Jina Mahsa Amini, e ai martiri Hadits, Sarina, Mehrshad, Khodanour e del dottor Ebrahim Rigui, e ricordando eventi come il Venerdì di Sangue di Zahedan, ha sottolineato che il legame tra i sacrifici dei giovani e l’organizzazione della società è inscindibile. Analizzando le caratteristiche salienti della rivolta del 2022, Maryam Rajavi si è concentrata in particolare sulla consolidazione del ruolo della leadership femminile e sulla storica demarcazione della tirannia passata e presente, affermando: «La rivolta del 2022 ha diffuso lo slogan “Morte all’oppressore, che sia lo Scià o la Guida Suprema”», e ha rivelato il ruolo decisivo delle donne, per il quale decenni di sacrificio e dedizione del PMOI e delle donne militanti hanno aperto la strada». […] «Otto mesi dopo la rivolta di gennaio 2026, oggi si può affermare con certezza che tutte le misure e tutti gli espedienti del regime per uscire dalla situazione di rovesciamento sono falliti. Ora i resti del regime vivono giorno e notte nell’incubo del rovesciamento. Le proteste delle persone oppresse, saccheggiate e non pagate crescono sempre di più. Le città iraniane sono in fermento. La politica degli aumenti dei prezzi, l’impoverimento della popolazione e le pressioni provocate dai fallimenti del regime hanno alimentato un malcontento esplosivo. I resti del regime sono così spaventati da aver gradualmente aumentato il prezzo della benzina. Ma, qualunque trucco escogitino, finirà per ritorcersi contro di loro». […] «La rivolta che si diffonde attraverso la rabbia accumulata in tanta povertà e fame e il fuoco che si leva dai corpi e dalle anime dei lavoratori che si danno fuoco non hanno lasciato vie d’uscita al figlio di Khamenei. Per questo ha fatto ricorso a una brutale politica di repressione, ricorrendo alle esecuzioni di decine di prigionieri politici, tra cui numerosi membri del MEK, negli ultimi mesi; alle condanne a morte di altri prigionieri politici e partecipanti alle insurrezioni; e a disumane pressioni sui detenuti coinvolti nelle rivolte». Verso la conclusione Rajavi ha riferito che i sostenitori della monarchia dello Scià abbiano ostacolato le rivolte iraniane, favorendo indirettamente il regime. Richiama quindi l’idea che un ritorno al passato autoritario sia un’illusione e contrappone alla prospettiva della guerra e della dittatura quella della pace e della libertà, indicate come aspirazioni del popolo iraniano e del CNRI.

È alle donne che si rivolgono la maggior parte degli interventi. Vengono ricordate come protagoniste, leader e artefici del cambiamento, non come vittime silenziose della repressione.

Lo slogan «Donna, Resistenza, Libertà» racchiude un messaggio preciso: le donne sono in prima linea in questo cambiamento storico. «La libertà può essere raggiunta solo attraverso la resistenza, e nessuna società può essere democratica e libera senza la piena e incondizionata realizzazione dei diritti delle donne», ha dichiarato dal palco Sara Nouri, avvocata. «Dal 1979, la misoginia in Iran ha assunto una dimensione strutturale. Tuttavia, in tutti questi 44 anni, le donne iraniane non hanno mai smesso di lottare: per le strade, nelle università o negli angoli delle prigioni. Oggi, le donne in Iran si battono contro la discriminazione strutturale e le leggi che minacciano la loro dignità umana», ha detto Nouri.

In questa piazza non c’è spazio per la resa: ci sono la forza di chi resiste, il coraggio di chi continua a opporsi e il sostegno a un popolo che si è sollevato. Unita e solidale, questa manifestazione esprime la propria vicinanza al popolo iraniano e alla sua lotta per la libertà.

«Il nostro messaggio al regime e ai suoi sostenitori è chiaro: non si possono incatenare la libertà e la speranza di una grande nazione. Il popolo iraniano non si è mai arreso e non abbasserà la bandiera della lotta finché tutte le strutture della repressione non saranno rovesciate e non sarà raggiunta una società libera ed eguale” ha dichiarato dal palco Mahin Afshar, un’altra oratrice. Ha inoltre ribadito la volontà di continuare la lotta contro la dittatura in Iran, al fianco dI Mahnaz Meymanat, dichiarandosi pronti e pronte ad affrontare la battaglia in corso.

“La mia patria è mia madre, il mio Iran, la mia anima e il mio cuore. Per Dio, mia madre è la mia vita, la mia anima e il mio cuore. Potranno mai i piedi dei tiranni restare saldi, mentre noi siamo sulle forche? Portiamo sulle labbra il grido: «Mai più umiliazione!» Siamo imprigionati per amore di tutto il popolo della nostra patria; siamo un’onda di lacrime, eppure sorridiamo attraverso il nostro pianto. Gioite, cari figli della patria, perché noi siamo qui”. Sono alcuni versi della poesia composta nel carcere di Lakanda Amin (Peyman) Farahavar, un prigioniero politico a rischio di esecuzione.

Dopo l’uccisione dei propri cari, i familiari si stringono attorno alla loro memoria, custodendone il ricordo come una presenza che continua a vivere nel tempo. Sono giovani impiccati all’improvviso, spesso in segreto, per aver partecipato a una manifestazione. I loro volti compaiono su un grande striscione, mentre alle loro spalle altre persone formano con i propri corpi la scritta: «Stop Executions». Un dolore ancora più straziante quando le salme non vengono restituite ai propri cari e i familiari non sanno dove si trovino i corpi, e nonostante il silenzio e la violenza delle autorità del regime continuano a chiedere “Dove sono i corpi?”.

«Oggi vogliamo essere la voce delle persone le cui vite sono in pericolo, dei parenti che aspettano i loro cari, e gridiamo insieme alle famiglie che cercano giustizia in Iran, che le esecuzioni devono cessare. Diciamo No alla pena di morte perché non vogliamo che il futuro dell’Iran sia segnato dalla morte e dal cappio. Vogliamo che il futuro dell’Iran sia quello della vita, della libertà e della dignità umana». Ha detto in una parte del suo intervento Mojgan Jolaei, un’altra oratrice.

In questa manifestazione, ogni vita spezzata mentre reclamava libertà torna a vivere nella memoria collettiva. Ogni nome, ogni volto, ogni storia trova posto in questa piazza, che si fa luogo della memoria e abbraccia idealmente un intero popolo. Accanto al palco, un pannello porta un titolo che racchiude tutta la forza di questo ricordo: “Le Roses de la Révolution”. Sono i volti e le storie dei bambini e degli adolescenti uccisi dal regime teocratico, giovani vite recise prima ancora di poter conoscere pienamente la libertà.

Soltanto durante il massacro di gennaio, secondo i dati raccolti da Iran Human Rights Monitor fino al 4 febbraio, dalle forze di sicurezza del regime sono stati uccisi almeno 153 bambini. E la violenza non si è fermata: continuano anche le esecuzioni di persone condannate per presunti reati commessi quando erano ancora minorenni. In quella piazza, quei bambini non sono solo nomi su un pannello: sono vite, rose, che continuano a vivere nel ricordo e a raccontare ciò che è accaduto.

E a ricordare i bambini nel suo discorso è stato anche Najib Benarafa, consigliere dipartimentale degli Hauts-de-Seine. «Qualsiasi regime che ordini la fucilazione dei propri figli è destinato a portare per sempre il peso della condanna. L’obiettivo dell’IRGC è soltanto quello di preservare se stesso e mantenere il potere a ogni costo, anche quando questo significa distruggere il proprio Paese e seminare il terrore per reprimere i cittadini. Ma l’unica via per spezzare questo ciclo di paura è non avere paura. È proprio questo che uomini e donne iraniani hanno mostrato ai mullah. Hanno pagato un prezzo altissimo, sacrificando la propria vita e offrendo il loro coraggio a un ideale che riguarda tutta l’umanità. Non dobbiamo mai dimenticarli. Il loro coraggio si è dimostrato più forte degli arresti, delle torture e degli assassinii».

Al termine degli interventi, la folla comincia lentamente a muoversi. Il palco resta alle spalle e la piazza si trasforma in un lungo corteo. Intorno, le bandiere della Resistenza e del PMOI/MEK si sollevano nel vento, insieme a quelle dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran e a quelle con i volti di Maryam e Massoud Rajavi. Il vento le tende, le fa ondeggiare, le accavalla una sull’altra. Per un momento sembra che tutta la piazza si muova insieme: i volti, le bandiere, le persone.

Poi tornano le voci. Si intonano ancora gli inni della giornata e, tra una strofa e l’altra viene diffuso anche un altro inno politico ed epico «راده کرده ام که سر نگون کنم ترا – Ho deciso di rovesciarti». Le parole si propagano lungo il corteo, passano di fila in fila, mescolandosi agli slogan. La Torre Eiffel appare oltre le bandiere, poi scompare di nuovo dietro il movimento della folla. La luce comincia a cambiare, il sole ad abbassarsi e il corteo si allunga lungo le strade parigine, accompagnato ancora dalla musica. La piazza lentamente si svuota, ma le voci continuano a seguirne il cammino. Restano nell’aria le ultime note, il movimento delle bandiere e i 10 ritratti dei prigionieri uccisi che, continuano ad avanzare davanti a tutti.

È così che la manifestazione lascia il Trocadéro: con una processione di volti, voci e bandiere, mentre la memoria di chi non c’è più continua a camminare insieme a chi è ancora qui.

Le fotografie sono state scattate da Silvia Cegalin

L'articolo Le voci che si oppongono al regime: la Resistenza iraniana in piazza a Parigi proviene da La Redazione.

]]>
Elezioni in Russia: perché Putin ha ancora bisogno del voto https://www.laredazione.net/elezioni-russia-2026-putin/ Sat, 26 Sep 2026 08:24:11 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12418 Prove di normalizzazione A cosa servono delle elezioni quando il risultato appare largamente prevedibile?   Probabilmente questa è la domanda che in molti si sono posti domenica […]

L'articolo Elezioni in Russia: perché Putin ha ancora bisogno del voto proviene da La Redazione.

]]>
Prove di normalizzazione

A cosa servono delle elezioni quando il risultato appare largamente prevedibile?  

Probabilmente questa è la domanda che in molti si sono posti domenica scorsa quando le testate di tutto il mondo annunciavano la vittoria di Russia Unita, il partito legato a Vladimir Putin, dopo due giornate di elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, la camera bassa del Parlamento russo. 

Il partito che sostiene il presidente ha ottenuto, secondo i dati ufficiali, il 57,83% dei voti ottenendo 355 seggi su un totale di 450 disponibili. La maggioranza è dunque solida e stabile. 

Quella appena conclusasi è stata la prima elezione parlamentare nazionale dall’invasione su larga scala dell’Ucraina nell’ormai lontano febbraio 2022. 
Nel 2024 Putin è stato rieletto per il suo quinto mandato in elezioni presidenziali il cui esito, ancora una volta, non aveva stupito particolarmente. Eppure, oggi come due anni fa, a lasciare degli interrogativi è proprio il perché il Cremlino si impegni a smuovere la macchina burocratica e amministrativa dal costo non indifferente non solo in un sistema autoritario ma addirittura durante una guerra che sta colpendo sempre più visibilmente economia e territorio. 

Il paradosso è soltanto apparente; il voto in queste circostanze ha più di un valore politico ben preciso. 

I diversi significati del voto russo 

Siamo abituati a pensare alle elezioni come a quel momento, spesso persino eccitante, in cui i cittadini decidono chi governerà. Per questo, viste da qui, le elezioni russe possono apparire senza senso. Ma il problema, come molto spesso accade, è un problema di prospettiva.

 
 Interpretare un sistema politico molto distante dal nostro utilizzando le categorie con cui leggiamo la nostra realtà è un errore analitico che rischia di farci vedere solo ciò che non c’è come la competizione reale o l’alternanza tipica delle democrazie. Tutto questo ci impedisce di comprendere l’importanza di quelle elezioni. 

È un punto apparentemente controintuitivo. Se il potere controlla già il sistema e non ha nessuna intenzione di cederlo, perché sottoporsi periodicamente al rito delle urne? Proprio perché non serve realmente a stabilire chi governerà, diventa interessante chiedersi a che cosa serva. 

Si tratta di quelli che, nella scienza politica, sono definiti autoritarismi elettorali, regimi nei quali le elezioni divengono uno degli strumenti proprio attraverso cui il sistema autoritario funziona. In questi sistemi il voto può assolvere funzioni differenti che vanno dall’organizzare la relazione tra regime, società ed élite fino a raccogliere informazioni, gestire la competizione interna e contribuire alla stabilità politica stessa. 

Misurare e mostrare il consenso 

La prima risposta riguarda la legittimità. Perché se è vero che un regime autoritario potrebbe teoricamente limitarsi alla repressione del dissenso, è anche vero che governare attraverso il solo timore è costoso e, paradossalmente, indebolisce il regime nello scenario internazionale.  

Le elezioni permettono di trasformare il consenso, reale o manipolato che sia, in qualcosa di quantificabile che può essere mostrato tanto all’interno quanto all’esterno del Paese. 

Oggi questo assume ancora più rilevanza: Putin stesso ha presentato il voto anche in termini di unità nazionale e di sostegno al sistema nel pieno di una guerra che sta per entrare nel suo quinto anno. Un vero e proprio rito di legittimazione. 
Sebbene il risultato ottenuto dalle urne non possa essere letto come una fotografia reale del sostegno del popolo russo alla guerra, questo permette comunque al regime di usare quel 57,83% e di rappresentare quel consenso. 

Anche perché un rischio a cui i regimi devono sempre stare attenti è quello di non cadere in un paradosso tipico di queste forme di governo: più le persone sono intimorite dal potere centrale, più quest’ultimo rischia di ricevere info false sulla propria popolarità. In questo contesto indire elezioni, anche se manipolate, permette a chi governa di entrare in possesso di informazioni utili all’esercizio stesso del potere. In quali regioni si vota di più e in quali di meno? Perché? Dove ci sono più o meno contestatori? E via dicendo. 

Rendere ordinario lo straordinario 

La seconda motivazione che spiega queste elezioni è forse la più importante oggi: rendere ordinario qualcosa di straordinario. 

La guerra è, per definizione, una condizione straordinaria. Mobilitazione militare, cambio radicale dell’economia, attacchi contro il territorio, morti… sono tutte trasformazioni che finiscono per alterare, profondamente, il rapporto tra Stato e società. 

Proprio domenica, ultimo giorno di votazioni, si è abbattuto su Mosca il più vasto attacco di droni ucraini che ha colpito infrastrutture strategiche ed energetiche russe. Eppure, le urne sono rimaste aperte e il Parlamento è stato rinnovato. 

Il mantenimento del processo elettorale durante il conflitto contribuisce a quella utilissima rappresentazione di normalità e stabilità interna.  
La prosecuzione del calendario elettorale non cancella la guerra dallo spazio pubblico russo ma, in modo molto più sottile, contribuisce a fare qualcosa di ancora più straordinario: la incorpora nella quotidianità, nella normalità. Un conflitto che consuma uomini e risorse passa così da quella che doveva essere una parentesi a una condizione dentro la quale lo Stato continua a funzionare perfettamente. 

Una nuova élite nata dalla guerra 

C’è poi un altro elemento che rende il voto degli scorsi giorni particolarmente interessante. 

Negli ultimi anni Putin ha insistito sulla necessità di favorire l’ingresso dei veterani di guerra nelle istituzioni. Le elezioni parlamentari rappresentano anche uno dei canali attraverso cui alcune di queste figure entrano nella politica nazionale.  

La letteratura sull’autoritarismo aiuta a leggere anche questo fenomeno. 

Le istituzioni rappresentative non servono soltanto a ottenere il consenso dei cittadini. Possono essere strumenti di cooptazione delle élite: la prospettiva di una carica prestigiosa e di uno status, permette al regime di incorporare quei gruppi considerati importanti e legarli più strettamente al sistema stesso e alla sua sopravvivenza. 

In questa prospettiva l’ingresso dei veterani nelle istituzioni non è soltanto simbolico. 
La guerra non entra, solo, nei discorsi del Parlamento. 

La guerra sta producendo una nuova generazione di militari e funzionari direttamente legate al conflitto e proprio grazie al voto quella generazione viene trasformata in classe politica. 

Elezioni che contano 

Liquidare il voto russo come una semplice messinscena rischia quindi di farci perdere una parte importante di ciò che sta accadendo. 

Naturalmente le elezioni russe non possono essere analizzate come se si svolgessero dentro un sistema pluralista e competitivo. La repressione dell’opposizione, il controllo dell’informazione e le restrizioni alla competizione politica rendono metodologicamente fragile qualsiasi equivalenza diretta tra percentuale elettorale e consenso reale. 

Ma da questo non deriva che il voto sia irrilevante. Al contrario. 

L'articolo Elezioni in Russia: perché Putin ha ancora bisogno del voto proviene da La Redazione.

]]>
Trump e il whiskey irlandese che scuote il Regno Unito https://www.laredazione.net/trump-e-il-whiskey-irlandese-che-scuote-il-regno-unito/ Mon, 21 Sep 2026 14:38:34 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12415 Sotto il cielo plumbeo del Clare, dove il vento dell’Atlantico scuote i ciuffi d’erba delle dune di Doonbeg, la scena ha il sapore surreale del grande […]

L'articolo Trump e il whiskey irlandese che scuote il Regno Unito proviene da La Redazione.

]]>
Sotto il cielo plumbeo del Clare, dove il vento dell’Atlantico scuote i ciuffi d’erba delle dune di Doonbeg, la scena ha il sapore surreale del grande teatro geopolitico americano declinato in salsa pop. Donald Trump, la visiera di un berretto bianco con la scritta USA ben piantata sulla testa, stringe l’impugnatura di un microfono sulla diciottesima buca dell’Irish Open. Intorno a lui, la folla dei tifosi di golf oscilla tra la sbalordita ilarità e l’entusiasmo rurale. Quando il magnate scandisce con il suo ritmo inconfondibile l’intenzione di azzerare i dazi commerciali sul whiskey irlandese, l’aria viene squarciata da un boato di approvazione, una marea di ululati e applausi che fa tremare i bicchieri nei padiglioni VIP. Ma quella che doveva essere una semplice concessione commerciale sul nettare ambrato d’Irlanda si rivela istantaneamente per ciò che è davvero: la miccia, perfettamente calibrata, appiccata sotto le fondamenta già scricchiolanti dell’Unione britannica.

Non solo dazi e whiskey, infatti. Con la consueta disinvoltura da disrupter, nelle stesse ore il Presidente statunitense ha sganciato una bomba diplomatica dalle conseguenze devastanti, definendo la riunificazione tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord come «una delle cose più naturali di sempre», un’evoluzione «inevitabile e fantastica». Dichiarazioni che hanno inviato una scossa sismica direttamente a Londra, dove l’eco delle sue parole è andato a sovrapporsi, in un perfetto cortocircuito temporale, a un evento costituzionale senza precedenti: la firma, a Cardiff, di un memorandum d’intesa congiunto firmato dai Primi Ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Un documento con cui la periferia celtica richiede formalmente a Westminster il diritto di indire referendum di autodeterminazione e indipendenza nei tre Paesi.

Per la prima volta nella storia del Regno Unito, le tre nazioni devolute hanno fatto fronte comune contro l’autorità centrale, certificando una crisi strutturale che non riguarda più soltanto le alchimie partitiche, ma la sopravvivenza stessa dell’Unione. Per comprendere come si sia arrivati a questa tenaglia perfetta occorre arretrare l’obiettivo analitico sul funzionamento dell’architettura istituzionale britannica.

Che cos’è la devolution

Il meccanismo su cui si regge l’assetto contemporaneo è la devolution, l’imponente riforma costituzionale varata nel 1997 dal governo di Tony Blair. Pensata inizialmente come una valvola di sfogo per imbrigliare i nazionalismi periferici concedendo un’ampia autonomia amministrativa e legislativa a Edimburgo (l’Holyrood Parliament), Cardiff (il Senedd) e Belfast (la Northern Ireland Assembly), la devolution ha finito nel lungo periodo per produrre l’effetto opposto. Invece di placare le spinte centrifughe, ha creato veri e propri centri di potere istituzionale e identitario alternativi a Westminster.

Oggi, ciascuna delle tre nazioni vive il sentimento di indipendenza con sfumature e traiettorie storiche proprie.

La Scozia e le spinte secessioniste

La Scozia rappresenta l’avanguardia del processo disintegrativo. Dopo lo storico referendum del 2014, perso dai secessionisti con il 45% contro il 55%, il punto di rottura irreversibile è stato il voto sulla Brexit del 2016, in cui il 62% degli scozzesi ha espresso la volontà di rimanere nell’Unione Europea. Essere stati trascinati fuori dall’UE dal peso demografico dell’Inghilterra ha trasformato la causa dell’indipendenza da rivendicazione romantica a progetto pragmatico di rientro nel mercato unico. Nonostante la sentenza della Corte Suprema britannica del 2022 che vieta a Holyrood di convocare un plebiscito senza il consenso di Londra, la spinta per un “IndyRef2” rimane un’ossessione permanente nella politica scozzese.

Il Galles è indipendentista?

Il Galles è storicamente considerata l’appendice più assimilata della corona e rappresenta pertanto la vera novità assoluta nel panorama indipendentista. La crescita costante del consenso attorno a Plaid Cymru e la radicalizzazione del dibattito sull’autonomia fiscale e linguistica hanno portato la questione secessionista fuori dai circoli culturali per proiettarla al centro del discorso politico mainstream. Il Galles non chiede più soltanto la tutela della propria identità celtica, ma rivendica una parità di status costituzionale che contesta apertamente la centralità inglese.

L’Iralnda del Nord e la voglia di referendum

L’Irlanda del Nord è il nodo più complesso e drammatico. Qui il tema dell’indipendenza non si declina come sovranismo isolato, ma come riunificazione con Dublino (il cosiddetto Border Poll). L’infrastruttura di pace poggia sugli Accordi del Venerdì Santo (Good Friday Agreement) del 1998, che hanno messo fine a trent’anni di sanguinosi Troubles attraverso un sofisticato equilibrio di condivisione del potere tra repubblicani/nazionalisti (cattolici) e unionisti (protestanti). L’accordo stabilisce esplicitamente che spetta al Segretario di Stato britannico indire un referendum sulla riunificazione qualora appaia probabile una maggioranza a favore. Con il sorpasso demografico ed elettorale dei nazionalisti guidati da Sinn Féin, quel momento teorico si sta trasformando in una realtà imminente.

Di fronte a questa scossa coordinata, la reazione del Governo di Londra è stata d’arroccamento. Il Primo Ministro Andy Burnham ha ribadito con fermezza la linea della continuità costituzionale: nessuna concessione a nuovi referendum, considerati divisivi e privi di basi legali, con una netta chiusura nei confronti di qualsiasi revisione dell’Atto di Unione. Burnham, pur essendo una figura storicamente attenta alle istanze delle regioni e teorico di una decentralizzazione verso le grandi aree metropolitane inglesi, si trova costretto ad applicare la dottrina della sovranità indivisibile di Westminster, arrivando a definire le richieste di autodeterminazione delle tre nazioni come temi “fuori discussione”. Un posizionamento che, tuttavia, appare drammaticamente difensivo nel momento in cui l’alleanza celtica tra Edimburgo, Cardiff e Belfast dimostra un livello di coordinamento sistemico mai visto nei trecento anni di storia dell’Unione.

In questo scenario già altamente infiammabile s’innesta il fattore dinamitardo rappresentato da Donald Trump e dagli Stati Uniti.

Cosa vuole Trump dal Regno Unito?

Perché il Presidente americano ha deciso di intervenire a gamba tesa proprio adesso sulla questione della riunificazione irlandese e sul destino istituzionale del Regno Unito? La mossa delle maniche rimboccate sul campo da golf di Doonbeg — con la rimozione mirata dei dazi sul whiskey della Repubblica, lasciando in una posizione di svantaggio competitivo i distillati scozzesi o inglesi — non è un semplice favore personale concesso al mondo del business irlandese. È un calcolato atto di diplomazia coercitiva.

A completare questa manovra a tenaglia s’inserisce il rinfocolare strategico della questione delle Falkland/Malvinas. L’improvviso riaccendersi delle tensioni o dell’attenzione diplomatica internazionale su quell’arcipelago nell’Atlantico meridionale serve a ricordare a Londra il costo astronomico, economico e militare, del mantenimento delle sue residue ambizioni imperiali e d’oltremare.

Obbligata a dividere le proprie risorse già ridotte tra la presenza nell’Oceano Indiano, la difesa dei territori d’oltremare e la gestione della costante frizione istituzionale ai propri confini nord e ovest, Londra rischia di scivolare in un corto circuito geostrategico.

Indebolire la presa di Londra sui propri territori costitutivi e accelerare, o quantomeno minacciare, la frammentazione istituzionale del Regno Unito rientra dunque in una classica logica di scomposizione delle sfere d’influenza. Un’Inghilterra ridimensionata nei propri confini isolani, spogliata della Scozia e dell’Irlanda del Nord, smetterebbe per sempre di poter ambire al ruolo di potenza globale indipendente per ridursi a un medio attore regionale, irrimediabilmente dipendente dai decreti di Washington.

Il berretto bianco da golf sventolato tra le dune irlandesi non era dunque il cappello di un turista eccentrico, ma il travestimento scenico di un messaggio geopolitico chiarissimo: il futuro dell’Unione britannica si sta giocando ben lontano dai corridoi dorati di Westminster.

Foto @Ue, 2026

L'articolo Trump e il whiskey irlandese che scuote il Regno Unito proviene da La Redazione.

]]>
Onu, ecco il planisfero più equo voluto dall’Africa https://www.laredazione.net/onu-ecco-il-planisfero-piu-equo-voluto-dallafrica/ Mon, 14 Sep 2026 15:13:24 +0000 https://www.laredazione.net/?p=12407 Ci sono oggetti che maneggiamo ogni giorno, appesi alle pareti delle aule scolastiche o stampati nei digital media delle nostre tasche, considerati alla stregua di fotografie […]

L'articolo Onu, ecco il planisfero più equo voluto dall’Africa proviene da La Redazione.

]]>
Ci sono oggetti che maneggiamo ogni giorno, appesi alle pareti delle aule scolastiche o stampati nei digital media delle nostre tasche, considerati alla stregua di fotografie neutre della realtà. Eppure, ogni volta che apriamo un atlante o osserviamo un planisfero tradizionale, stiamo guardando una colossale finzione geometrica. Immaginate di prendere una buccia d’arancia sferica e di volerla stirare violentemente per ridurla a un foglio di carta rettangolare: inevitabilmente, i bordi si lacereranno o le proporzioni si gonfieranno.

La proiezione di Mercatore e la distorsione ottica

È esattamente ciò che accadde nel 1569 quando il geografo fiammingo Gerardo Mercatore ideò la sua celebre proiezione cilindrica. Pensata esclusivamente per consentire ai navigatori del Cinquecento di tracciare rotte lossodromiche rettilinee, la mappa di Mercatore ha commesso un peccato originale che ci portiamo addosso da cinque secoli: distorcere lo spazio in base alla latitudine. Il risultato di questa distorsione è un cortocircuito ottico e cognitivo straordinario. Oggi, osservando i planisferi tradizionali, la Groenlandia appare visivamente grande quanto l’intera Africa. Nella realtà fisica e misurabile, invece, l’Africa è una terra sconfinata, circa quattordici volte più estesa della grande isola danese: un continente tale da poter contenere al suo interno Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Messico e gran parte dell’Europa messi insieme, avanzando ancora dello spazio. Questo divario tra la percezione visiva e il dato reale non è un dettaglio da geografi pignoli, ma la radice di un profondo pregiudizio geopolitico.

La Risoluzione Onu promossa dell’Unione Africana

È partendo da questa colossale sproporzione che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è arrivata, in una storica sessione a New York, ad approvare una risoluzione promossa dall’Unione Africana e guidata dal Togo. L’obiettivo è incoraggiare governi, scuole, editori e colossi digitali ad abbandonare progressivamente la proiezione di Mercatore per abbracciare alternative rispettose delle reali superfici, come il modello Equal Earth (sviluppato nel 2018) o l’Eckert IV. Il risultato del voto è stato un vero e proprio terremoto diplomatico: 164 Paesi hanno votato a favore, sancendo un consenso oceanico del Sud del Global South e di numerose democrazie occidentali (tra cui la Francia, che per bocca del ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha immediatamente annunciato l’adeguamento delle proprie istituzioni educative). Ma a fare rumore sono stati i pochi dissidenti.

Gli Stati Uniti votano no al planisfero più “equo”

Il voto contrario è arrivato da un unico Paese: gli Stati Uniti.

A questa opposizione solitaria si è aggiunta una pattuglia di sei Paesi astenuti: Estonia, Georgia, Lituania, Moldavia, Serbia e Ucraina. Le motivazioni dietro il no di Washington e l’astensione dei sei Stati dell’Europa orientale e caucasica affondano le radici in una lettura ideologica e strategica ben precisa. La delegazione statunitense ha respinto la risoluzione definendola parte di un “progetto ideologico radicale”. Washington ha duramente criticato l’inserimento nel testo di concetti come “giustizia cognitiva” e “riparazione memoriale”, bollandoli come sovrastrutture politiche estranee al mandato tecnico dell’ONU. Dietro questa ritrosia formale si cela tuttavia il timore di delegittimare l’ordine liberale tradizionale e le sue narrazioni consolidate, oltre a una diffidenza viscerale verso risoluzioni che introducono concetti di riparazione storica legati al colonialismo.

I sei Paesi che hanno optato per l’astensione appartengono a un’area geografica fortemente polarizzata e sensibile alle dinamiche di sicurezza euro-atlantica. Per nazioni collocate sul crinale tra l’Unione Europea e le turbolenze della sfera post-sovietica, allinearsi a una battaglia diplomatica incentrata sulle istanze post-coloniali del Sud del mondo è sembrato uno sforzo diplomatico estraneo alle loro priorità esistenziali e di sicurezza immediata. Alcuni di essi temevano anche che sminuire la centralità delle proiezioni settentrionali potesse frammentare la standardizzazione tecnica dei manuali cartografici militari e di navigazione della NATO e dei partner occidentali.

Come le mappe rappresentano il potere, alcuni esempi

Negare che le mappe siano neutre significa ignorare la storia del potere. Le mappe non sono mai specchi neutrali della realtà; sono strumenti di potere, narrazione e controllo.

Da millenni, la cartografia è il primo atto con cui un impero si appropria del mondo. I Romani ponevano Roma al centro del Terrarum Orbis; la dinastia cinese dei Ming disegnava planisferi in cui il Celeste Impero occupava ogni spazio rilevante relegando gli oceani a margini irrilevanti, il cosiddetto “ragno centrale.”

Nel Novecento, il geografo tedesco Karl Haushofer e la scuola della Geopolitik dimostrarono come la rappresentazione visiva dello spazio servisse a giustificare l’espansione e il dominio: chi controlla la prospettiva controlla l’immaginario collettivo. La proiezione di Mercatore, gonfiando smisuratamente l’emisfero settentrionale (Europa e Nord America) e rimpicciolendo i territori equatoriali, ha offerto per secoli una giustificazione visiva inconscia alla supremazia economica, culturale e politica dell’Occidente, dipingendo il Nord come il gigante e il Sud come una periferia angusta.

Il geografo e storico tedesco Arno Peters comprese lucidamente questa distorsione ideologica quando, nel 1973, lanciò la sua proiezione egualitaria (la mappa Gall-Peters), scatenando feroci polemiche nel mondo accademico tradizionale. Peters sosteneva che la mappa di Mercatore perpetuasse una forma di “imperialismo culturale” e di colonialismo cartografico, svalutando visivamente i popoli del Sud del mondo e riducendo il loro peso percepito nei negoziati economici, nelle agende di sviluppo e nella cooperazione internazionale.

Quando un continente viene rappresentato visivamente come piccolo e marginale, subisce inevitabilmente una svalutazione psicologica e diplomatica nei processi decisionali globali. La demografia smentisce radicalmente questa rappresentazione riduttiva: l’Africa è il secondo continente per estensione e per popolazione, e le proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 un essere umano su quattro sarà africano. Mantenere una mappa che la rimpicciolisce significava perpetuare un anacronismo cognitivo insostenibile.

Il voto dell’Assemblea Generale non cambierà istantaneamente la forma fisica del pianeta, ma scardina un dogma visivo. Restituire all’Africa le sue reali dimensioni significa accettare che la cartografia torni a essere una scienza al servizio della verità geometrica e della dignità globale, smascherando il mito di una neutralità geografica che per cinquecento anni ha scritto la storia a favore dei colossi del Nord.

L'articolo Onu, ecco il planisfero più equo voluto dall’Africa proviene da La Redazione.

]]>