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“Giustizia per Giovanni, che si svolga il processo è un diritto di civiltà”, a chiederlo è il padre del giovane ciclista morto dopo una caduta

A giorni la decisione sulla richiesta di archiviazione 

Si avvicina il 24 febbraio, giorno importantissimo per Carlo Iannelli, il babbo di Giovanni, ma forse anche per il ciclismo. Il gip deciderà sulla richiesta di archiviazione della Procura per la morte di Giovanni, sopravvenuta dopo aver urtato contro un ostacolo, durante una corsa ciclistica. “Spero e chiedo che si celebri il processo, perché nel dibattimento si approfondiscano e chiariscano tante situazioni. È un principio di civiltà. Per un figlio di 22 anni, ma per la sicurezza di tutti, per il ciclismo”.

Giovanni Iannelli, giovane pratese, promessa del ciclismo, muore a seguito di una caduta a 144 metri dal traguardo dell’87* Circuito Molinese. Sbatte la testa contro lo spigolo di una colonna in mattoni che sorregge un cancello a filo strada, senza alcuna protezione, al civico 45 di via Roma, a Molino dei Torti (Alessandria). Muore il 7 ottobre 2019, due giorni dopo la caduta. Aveva 22 anni. 

Quella di Molino dei Torti è una gara che si svolge lungo un percorso pianeggiante, con il traguardo posto dopo un tratto stretto, in centro abitato, in cui i ragazzi (under 23) arrivano lanciati anche a 69 km/h. Ad essere transennati sono solo gli ultimi 40 metri, davvero troppo pochi. L’evidente negligenza genera, nell’immediato, anche la reazione pubblica di Vincenzo Nibali, il campione del Giro d’Italia e del Tour: “mettetele ste minchia di transenne: a pagarne le conseguenze alla fine siamo noi  e le nostre famiglie”. 

La Corte sportiva

Il 3 marzo 2020 arriva la sentenza della Corte sportiva di appello della Federazione ciclistica italiana che accerta e sanziona l’associazione organizzatrice della gara per due gravi irregolarità. La prima è la transennatura non regolamentare perché “stante la natura di gara regionale, l’art. 84 del Regolamento Tecnico FCI, avrebbe richiesto di posizionare transenne per almeno 100 metri prima e almeno 50 metri dopo la linea d’arrivo”. La seconda è: “all’altezza del civico 55 di via Roma (il punto dell’impatto di Iannelli è posto al civico n. 45) vi era un restringimento della carreggiata costituito da un palo segnaletico e da un pilastro in muratura che avrebbero dovuto essere protetti”. 

La richiesta di archiviazione in ambito penale

Dopodiché, però, nell’ambito del procedimento penale, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Alessandria chiede l’archiviazione il 9 dicembre 2020. Cita le irregolarità gravissime riscontrate dalla giustizia sportiva, ma poi sostiene che “il pilastro contro il quale ha violentemente battuto la testa il giovane ciclista non avrebbe rappresentato “un rischio anormale per i corridori”. “Si ritiene che che il rischio di caduta e di impatto su ostacoli con caratteristiche analoghe a quelle descritte, rimanga entro la soglia di rischio tipico delle corse ciclistiche su strada che resta in capo ai corridori. Questo rischio tipico viene, infatti, accettato dai corridori al momento della partecipazione alla gara e la sua gestione (e la conseguente responsabilità) resta in capo alla stessa”. Contestualmente, però, si evidenzia che “difettano previsioni regolamentari che richiedano di proteggere ostacoli come quello contro il quale avveniva lo schianto”.

I regolamenti e la sicurezza

È indubbio che, a livello di regolamenti tecnici nazionali e internazionali (dal RTTA a quello dell’Unione Ciclistica Internazionale), passando per la Disciplina delle competizioni ciclistiche su strada del dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, si debbano fare dei miglioramenti nella definizione della sicurezza. A conferma, la notizia di pochi giorni fa dell’emanazione di un nuovo regolamento dell’UCI proprio sulle transenne. Il massimo organo mondiale ha deciso che dovranno essere zavorrate e connesse tra loro, senza spazi tra l’una e l’altra. Non potranno più essere utilizzate quelle di plastica.

L’opposizione della famiglia di Giovanni 

A questo punto, la famiglia di Giovanni si oppone all’archiviazione, con istanza del 28 dicembre 2020, nella cui parte finale c’è tutto il senso della richiesta di giustizia per Giovanni e per il ciclismo. “Nel caso in esame sono evidentemente in gioco i futuri standard di sicurezza delle gare ciclistiche in Italia, che questa difesa vuole assolutamente più sicure. L’obbligo di allinearli al parametro della miglior scienza ed esperienza tuttavia non è contestabile. Non si possono più organizzare gare in modo negligente e superficiale come quella di Molino dei Torti e lasciare tutto al caso e alla fortuna. Si ha a che fare con le vite di giovani corridori e con quella dei loro familiari ed è quindi doveroso fare un passo avanti e migliorare la sicurezza nelle gare ciclistiche soprattutto nei tratti finali dove sono più frequenti le cadute. L’obbligo di indossare il casco nelle gare ciclistiche in Italia maturò con la morte in corsa di Fabio Casartelli nel 1995. A seguito di quell’evento tragico diventò obbligatorio indossare il casco e tale protezione ha certamente salvato la vita a molti corridori. La tragedia in esame dovrà contribuire a far sì che gli organizzatori prestino più attenzione alla sicurezza nei tratti finali delle gare”. Con queste parole si conclude l’opposizione all’archiviazione sulla quale sarà chiamato a decidere il giudice il 24 febbraio.

È evidente che, tra la necessità di spettacolarizzazione e di competizione spinta e quella di potenziamento della sicurezza, sia necessario il giusto equilibrio che sta sempre più un passo verso la tutela della vita.