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Il dramma della chiusura della Whirlpool nell’ex triangolo industriale di Napoli

Si profila l’ennesimo choc sociale nei quartieri-simbolo della dismissione produttiva

di Paolo Trapani 

Sono 340 i lavoratori napoletani della Whirlpool prossimi al licenziamento. Nei giorni scorsi, l’azienda ha annunciato l’avvio della procedura nella storica fabbrica di elettrodomestici situata in quello che un tempo fu il triangolo industriale partenopeo: i quartieri di San Giovanni, Barra e Ponticelli, che si trovano nella periferia est del capoluogo, hanno rappresentato per decenni un grande polo industriale insieme a quelli confinanti di Poggioreale e Gianturco. La de-industrializzazione, a Napoli come in Italia, è un processo profondo, che viene da lontano, che segna il suo apice negli anni ’90, che sono anche quelli che registrano la drastica riduzione degli investimenti, pubblici e privati. Ta il 1990 e il 1995 Napoli ha decine di miliardi di euro di investimenti, oltre a 25.000 posti di lavoro nel settore siderurgico e quasi 100.000 unità produttive se si considera la dismissione del settore pubblico e dei presidi strategici nei vari settori. 


La dismissione delle aree ad elevata produzione e la desertificazione industriale tutt’oggi sono un trend inesorabile nella città simbolo del Mezzogiorno d’Italia. Dove, ovviamente, il fenomeno della globalizzazione dei mercati e dei processi produttivi la fa da padrona: ma è il caso Whirpool più di altri a generare molta rabbia, se si pensa che l’azienda negli ultimi 26 mesi ha triplicato i profitti, realizzando 5 milioni di prodotti. Il tutto grazie anche ai lavoratori dello stabilimento partenopeo, che hanno continuato ad operare nonostante la vertenza avviata dopo il primo annuncio dell’azienda di dismettere le attività (risalente al 2019). Whirlpool rappresenta oggi un compendio per Napoli est quale ex hub industriale: la storia recente dell’area ne descrive una massiccia trasformazione del paesaggio urbano divenuto ormai ambiente ostile per le imprese e i grandi stabilimenti produttivi. La Napoli Est del ‘900 non esiste più, avendo smarrito completamente la sua grande tradizione manifatturiera.


A partire dagli anni ’80 del secolo scorso il caos urbanistico unito alla crescita casuale dell’edilizia residenziale ha segnato anche il declino industriale. Tutto questo unito ai trend economici negativi ed al disinvestimento pubblico nelle grandi fabbriche ha determinato lo stop a nuovi insediamenti su vasta scala. Così oggi Napoli est appare un’area smarrita, senza identità, dove la chiusura anche di storica fabbrica di elettrodomestici non è che l’ultimo drammatico fenomeno destinato a creare uno choc sociale ed economico.  Il territorio degli ex quartieri industriali appare ad un occhio esterno come variegato, disomogeneo e caotico, con i centri commerciali, dinamici e ultramoderni, che si alternano alle sale giochi ed alle aree degradate. E con i bar, le trattorie ed i locali del food a conduzione familiare che si susseguono a palazzine malridotte, a impianti di carburante abbandonati, ad aree di ex-fabbriche ricoperte di rifiuti e sterpaglie.L’ormai ex Polo industriale napoletano altro non è che l’hinterland della dismissione. Un’aea simbolo di una parte d’Italia meridionale ultraproduttiva che vaga verso il futuro con disillusione e scetticismo. Il tutto mentre tra pochi mesi, la città partenopea sarà chiamata a scegliere il suo nuovo sindaco.